|
|
|

ARCANI ENIGMI...

OMERO E IL MISTERO NELLA VICENDA DI TROIA
di Stelio Calabresi per Edicolaweb
parti precedenti:

IL NOME »
LA SCOPERTA E LO SCOPRITORE »
TROIA E LA SUA STRUTTURA »
CULTURA DELLA GRECIA ACHEA: AMBIENTE ETNICO (LA Koinh DI FRONTE AI Barbaroi) »
PROBLEMI INTERNI: CULTURA DELLA GRECIA ACHEA E AMBIENTE SOCIO-POLITICO »
PROBLEMI INTERNI: CULTURA DELLA GRECIA ACHEA E FASI DI SVILUPPO »
PROBLEMI INTERNI: CULTURA DELLA GRECIA ACHEA E LINGUA GRECA »
CULTURA DELLA GRECIA: OMERO E L'EPICA »
PROBLEMI ESTERNI: DIFFUSIONE E TRASMISSIONE DELL'EPICA »
PROBLEMI ESTERNI: "QUESTIONE OMERICA"
Fatta questa premessa di carattere storico e filologico possiamo affrontare il problema: quello della cosiddetta "questione Omerica".
C'è stato un periodo nel quale (ma ciò è avvenuto molto tempo fa) non si nutrivano dubbi né sull'esistenza di Omero, né sul fatto che Omero fosse l'autore sia della "Iliade" che della "Odissea" insieme ad alcuni scritti minori (42).
Circolava allora una leggenda connessa al fatto che Omero si definiva "il cieco che abita a Chio", ed allora si parlava di lui come un uomo affetto dalla cecità. E del resto questa sembra anche l'indicazione del suo nome: Omero è in altre parole una crasi della locuzione greca "o mh orwn", cioè omhrw[n] "colui che non vede". In effetti il nome è Omhros, termine tipicamente greco che significa "ostaggio".
Ma già sul nome cominciano i misteri, perché, tanto per incominciare noi non sappiamo se il suo nome fosse proprio "Omero" e poi: dove era nato?
Perché molte città si contesero l'onore di avergli dato i natali come, tra le altre Chio, Smirne e Colofonie (ma anche Pilo, Cuma, Itaca, Argo e Atene) (43).
E poi, in quale periodo sarebbe stato in attività?
Neppure questo è pacifico. Stando ad Erodoto, Omero sarebbe stato attivo verso la metà del IX secolo a.C..
Ma, anche a prescindere dai dati biografici, i primi dubbi furono avanzati inizialmente sull'attribuzione di alcune sue opere (come la "Batracomiomachia").
Furono i critici alessandrini, tra il III ed il II secolo a.C., a dichiarare che le uniche opere autentiche fossero solamente l'"Iliade" e l'"Odissea", delle quali curarono la prima vera edizione filologica fissandone il numero di versi, la divisione in 24 canti ciascuna e operando una prima vera critica letteraria. Oltre ai due massimi poemi riconobbero anche la paternità degli "Inni omerici".
Malgrado ciò già nel IV secolo a.C. si manifestarono dissensi quando due grammatici (i cosiddetti cwrizontes, i separati), Senone ed Ellanico, sostennero, sulla base di divergenze linguistiche fra i due poemi, che l'"Odissea" non era frutto della produzione omerica; tale ipotesi fu però confutata da Aristarco, un grande esperto alessandrino di Omero.
Era l'inizio della "questione omerica". Da quel momento la "questione" rimase agganciata, fondamentalmente, a tre problematiche:
- Omero era realmente esistito?
- Era l'autore dei due poemi o solo dell'"Iliade"?
- Come si sono formati i poemi? Sono l'opera di più poeti o hanno avuto qualcuno che li mettesse insieme?
Per il momento i cwrizontes erano stati tacitati da Aristarco di Samotracia (44). Soprattutto perché il trattato "Sul sublime" (Peri uyous, di autore ignoto), provò a risolvere salomonicamente la questione nel senso che l'"Iliade" sarebbe stata un'opera giovanile; l'"Odissea" invece una produzione dell'età matura.
Ma non era stato ancora affrontato un problema basilare. Quello che poneva la domanda: come era stato composta e trasmessa ai posteri quest'opera immane in un momento in cui la scrittura era di là da venire?
I critici dell'epoca avanzarono l'ipotesi cui ho già accennato: le opere sarebbero state tramandate per via orale e mnemonica. Questa ipotesi, oltre tutto aveva il merito di spiegare certe incongruenze che si presentavano nei poemi.
All'ipotesi venne anche collegata la notizia, proveniente da varie fonti, che la prima edizione scritta delle due opere fosse dovuta a Pisistrato nel VI secolo a.C..
Comunque la "Questione" rimase sopita fino al 1664, quando François Hédelin, abate di Aubignac fece nuovamente esplodere la polemica (45), quando affermò di non credere nell'esistenza di un poeta di nome Omero.
Infatti, Aubignac, riportando a nuovo i dubbi relativi all'assenza di scrittura ed alle incongruenze dei due testi, affermò che i poemi non erano che una raccolta tardiva e disorganica di canti indipendenti composti da precedenti autori.
Aggiunse che Omero sarebbe stato solo un personaggio del tutto immaginario.
Con l'opera di Aubignac, in effetti, veniva affrontato solo il primo dei problemi che ho appena delineato; non veniva ancora affrontato il problema della duplice composizione (sottodistinto nei suoi aspetti: solo Iliade - o parte di essa - o entrambi) né di come fosse avvenuta la composizione (sottodistinto nei suoi aspetti: poemi omerici opera di un solo autore; ipotesi del poeta raccoglitore e, infine ipotesi di un poeta rielaboratore).
Quanto all'ultima domanda gli studiosi dell'epoca erano tutti dell'avviso che le opere fossero state composte e tramandata per via orale e mnemonica. Questa ipotesi, oltretutto, aveva il merito di spiegare certe incongruenze tipiche di entrambi i poemi.
Questa ipotesi era, del resto, confermata dalla notizia - che proveniva da varie fonti - che la prima edizione scritta delle due opere fosse dovuta a Pisistrato nel VI secolo a.C..
Pochi anni dopo la stampa del saggio di Aubignac, vale a dire nel 1730, ma indipendentemente da lui, sulla questione se fosse mai esistito Omero, intervenne anche Giambattista Vico (46).
Il Vico pervenne alle stesse conclusioni di Aubignac. Il filosofo affermò che i due poemi, essendo la prima espressione dell'identità greca, erano una creazione collettiva di tutto il popolo. Omero sarebbe stato, in altri termini la personalizzazione dell'uomo greco che "narrava, cantando, la sua storia"!
Peraltro Vico con ben altri ragionamenti, riconosceva il ruolo svolto dalla memoria nella creazione e nella trasmissione delle opere, ma contestava il principio secondo il quale la società, ritratta nell'Odissea, fosse più evoluta di quella presentata nell'Iliade e, anzi, ammirava l'Odissea molto più di quanto amasse l'Iliade; naturalmente concludeva che Omero non era mai esistito e che i due poemi fossero stati "per più mani lavorati e condotti" (47).
Ma Aubignac era un incoerente dispregiatore di Omero, Vico ne era un ammiratore. E lo proclama "...padre e... principe di tutti i sublimi poeti".
Va poi osservato che con Vico, la "questione omerica" assume una dimensione scientifica propria del secolo dei "lumi".
In ogni caso la "questione omerica" assunse un carattere di universalità solo quando, nel 1795 Friedrich August Wolf pubblicò i "Prolegomena ad Homerum", con una vera e propria analisi filologica dei poemi e delle loro incongruenze (48). Per quanto l'analisi del Wolf sia condotta con molto rigore scientifico, egli fu debitore di Aubignac per molti aspetti.
Il Wolf affermò tassativamente che al tempo di Omero non esisteva la scrittura e che solo un passo di Cicerone, malamente interpretato, faceva pensare ad un intervento di Pisistrato (del VI secolo) attraverso una commissione di Ateniesi (49).
Egli affermò che Iliade ed Odissea erano una specie di fusione di brevi canti che erano stati concepiti e tramandati oralmente, che erano stati variamente interpolati e corretti.
Sostanzialmente Wolf non negò l'esistenza di Omero come fatto di principio, ma ritenne che fosse stato l'autore di un nucleo originario di composizioni successivamente accorpate, ampliate e modificate nel corso dei secoli.
Naturalmente le polemiche non si erano sedate ed i successivi studi filologici (i cosiddetti studi "analitici") sostanzialmente accettarono l'idea di un nucleo originario di scritti, ma stabilirono che fosse impossibile risalire alle fonti originali.
Le polemiche tra vichiani (antiunitari) e Wolfiani (unitari) continuarono.
Ad esempio, Gottfried Hermann (50) ipotizzò che fossero esistiti due antichissimi canti: il primo avrebbe avuto ad oggetto l'ira di Achille; il secondo il ritorno di Odisseo. Nel corso di vari secoli sarebbero stati ampliati e accorpati ad altre opere indipendenti formando i poemi che sono giunti a noi.
Il grande filologo Karl Lachmann (51) portò alle estreme conseguenze la confutazione della genesi unitaria dei poemi: egli, facendo un parallelo con le origini dell'epopea germanica, postulò che i poemi fossero stati realizzati come aggregazione di opere precedenti proprio dalla redazione fatta elaborare da Pisistrato nel VI secolo.
Ed ancora: Adolf Kirchhoff (52) rivolse i suoi studi soprattutto all'Odissea, ritenendola il mediocre lavoro di un rielaboratore che fuse insieme poemi dedicati ai viaggi di Odisseo, delle sue vicende in patria e di quelle del figlio Telemaco.
Per la verità, già alle prime schermaglie, i sostenitori della tesi "unitaria" (vale a dire sia dell'autore che delle opere) si erano trovati in difficoltà nel sostenerne la fondatezza sulla base della personalità di Omero.
D'altra parte gli studiosi "antiunitari o analitici" non si erano dimostrati in grado di separare i poemi dalle loro componenti originarie. Ed alcuni studiosi sostenevano che vi fosse stata una originaria unità dei canti solo successivamente modificati ed estesi; mentre altri situavano l'unificazione al termine di un lungo processo di rielaborazioni, come l'attuazione di un progetto consapevole o come l'accorpamento spontaneo seguito ad anni di commistioni.
Agli inizi del XX secolo, il filologo Ulrich von Wilamowitz (53) rielaborò la questione omerica su un nuovo presupposto basato, sia sui dati elaborati dagli "analitici", sia sull'assioma dell'esistenza di una singola personalità creatrice (lo stesso Omero o altri).
L'autore di von Wilamowitz - chiunque fosse - sarebbe vissuto intorno all'VIII secolo a.C.. Il suo compito sarebbe stato quello di riunire. intorno al tema dell'ira di Achille, un insieme di composizioni preesistenti rispetto alla sua opera.
Questo rielaboratore sarebbe intervenuto pesantemente su questo materiale e ne avrebbe aggiunto di nuovo per rendere il tutto per quanto possibile omogeneo.
Tuttavia neanche il lavoro di Omero, per il Wilamowitz, è quello definitivo che ci è pervenuto. A suo giudizio vi sarebbero state delle redazioni successive dove uno o più anonimi sarebbero intervenuti sia inserendo nuove parti sia parti appositamente composte o preesistenti (tramandate anch'esse) fino ad allora in forma autonoma.
L'ipotesi elaborata dal Wilamowitz ha il pregio di aver unificato le due precedenti correnti, quella analitica e quella unitaria. La maggior parte degli studi successivi si sono basati su di essa.
D'altra parte il XX secolo ha segnato una forte ripresa della teoria unitaria, per lo più basata su nuove scoperte letterarie e archeologiche (corrente cosiddetta "neounitaria"). Tuttavia debbo dire che la teoria neounitaria ha abbandonato l'idea di una unità temporale di composizione delle opere. Tra questi, uno dei maggiori esponenti - Wolfgang Schadewaldt (54) - ha individuato nell'Iliade una intensa rete di rinvii e di anticipazioni che evidenziano un rapporto ben preciso sia tra singoli episodi che con l'opera nel proprio complesso.
Quest'ultima posizione critica è diretta a ridurre la rilevanza delle eventuali incongruenze.
La conclusione che deriva da questo tipo di impostazione critica è che per Schadewaldt, il poema debba essere necessariamente il prodotto di un'unica mente creatrice; non potrebbe, in altri termini essere un prodotto casuale, o una unione fortuita o diluita nel tempo.
Ma la "vexata quaestio" non conosce pace. E le polemiche continuano ancor oggi tra i critici neounitari e quelli neoanalitici.
Il filologo Gunther Jachmann (55) ha dato nuovamente vigore alla tesi analitica, riproponendo la teoria delle composizioni del Lachmann. Egli sostiene che le opere omeriche sono una tarda redazione, e rappresentano una compilazione antologica peraltro messa insieme con poca perizia.

Note:
42. Ad esempio la "Batracomiomachia" ossia la "guerra delle rane e dei topi".
43. Oggi sembra acquisito che Omero fosse nato a Smirne mentre a Chio sarebbero appartenuti gli Omeridi, una famiglia di poeti che si vantavano di discendere da Omero (Perrotta). Uno di questi, autore dell'inno (Omerico) ad Apollo, Delio si definisce "Cieco che è nato a Chio".
44. Aristarco di Samotracia (216-144 a.C.) fu il sesto bibliotecario della biblioteca di Alessandria. È sua l'edizione di Omero più celebre, quella che ci è tramandata interamente dalla vastissima tradizione manoscritta omerica, al punto tale che se non fosse per i papiri e per gli scoli non avremmo notizie di altre redazioni omeriche. Dopo di lui vi furono altri bibliotecari, ma l'epurazione degli studiosi della biblioteca voluta da Tolomeo Fiscone non permise più uno sviluppo degli studi analogo a quello precedente. Questo il motivo per cui tradizionalmente è considerato l'ultimo bibliotecario della biblioteca del Museo.
45. Con il libro "Conjectures académiques ou Disertation sur l'Iliade" pubblicato dopo la morte dell'autore, nel 1715.
46. Giambattista Vico (Napoli, 23 giugno 1668 - Napoli, 23 gennaio 1744) filosofo e giurista italiano, noto per il suo concetto di verità come risultato del fare (verum ipsum factum). Si occupò della questione omerica nei "Principi di scienza nuova intorno alla comune natura delle Nazioni" del 1730.
47. Ecco gli argomenti ai quali Vico dà più valore: 1) il carattere romanzesco delle "vite" omeriche e la grande discordanza sulle notizie antiche su Omero; 2) l'Iliade e l'Odissea non possono essere di uno stesso autore né appartenere ad uno stesso tempo, perché troppo diversi sono usi e costumi delle civiltà che essi riflettono: l'Odissea rispecchia una civiltà molto più progredita.
48. Friederich August Wolf (15 Febbraio 1759 - 31 dicembre 1824) filologo e critico tedesco.
49. Wolf era giunto alla sua conclusione attraverso una analogia dei poemi omerici con i "Canti di Ossian". Si diceva che Ossian fosse un antico bardo celtico del III secolo d.C. ed i suoi canti erano stati pubblicati pochi anni prima dal poeta scozzese James Mc Pherson. Successivamente si riconobbe che i canti erano una falsificazione, ma i canti vennero ugualmente tradotti dal gaelico in inglese perché opera dello stesso Mac Pherson. Similmente anche le teorie del Wolf continuarono ad avere seguaci.
50. Johann Gottfried Jacob Hermann (28 novembre 1772 - 31 dicembre 1848). Studioso di classici e filologo tedesco di Lipsia.
51. Karl Lachmann (Braunschweig, 4 marzo 1793 - Berlino, 13 marzo 1851) grande filologo tedesco.
52. Adolf Kirchoff (Berlino il 6 gennaio 1826 - Berlino 26 febbraio 1908), storico e filologo.
53. Succeduto al Kirchhoff alla direzione del lavoro epigrafico dell'Accademia di Berlino, Ulrich von Wilamowitz progettò un nuovo piano di edizione delle epigrafi greche, includendo le parti già elaborate (il CIA e le altre raccolte regionali) e comprendendo tutta l'opera sotto un unico titolo: "Inscriptiones Graecae" (citato con la sigla IG).
54. Wolfgang Schadewald (Berlino il 15 marzo 1900 - Tubingen il 10 novembre 1974) grande filologo tedesco.
55. Gunther Jachmann (Eschen il 3.3.1958 - vivente) filologo classico.
vai alla visualizzazione stampabile di tutto l'articolo

invia questa notizia ad un amico

imposta Edicolaweb come Home

aggiungi Edicolaweb a Preferiti

Copyright © 2008 EdicolaWeb - Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata.

|
|
![[Edicola home]](homeedic.gif) ![[Archeomisteri home]](homestar.gif) ![[inizio articolo]](top.gif) ![[articolo seguente]](avanti.gif) Tutti gli articoli di
ARCANI ENIGMI...
|
![[Edicola home]](homeedi2.gif) ![[Archeomisteri home]](homearc2.gif) ![[inizio articolo]](to2.gif) ![[articolo seguente]](avant1.gif) ![[articolo precedente]](indietr1.gif)
|
|
|
|