
ARCANI ENIGMI...

I SIMBOLI DELLA LUNA E DEL SOLE
di Stelio Calabresi per Edicolaweb

Non ci si meravigli se l'icona della luna (l'eterno femminino), forse in contrasto con una consolidata progressione di logica maschilista, precede quella del sole (elemento maschile).

È questione di antichità del simbolo.
Ed anche di logica: la logica del simbolismo espresso in questi geroglifici è diversa dalla consueta che mette il maschile al primo posto.
Non è un caso che il primo simbolo di cui sia documentata l'esistenza è stato trovato presso le piú antiche società matriarcali: nelle culture asianiche pre-sumeriche e pre-assiro-babilonesi.
In effetti il segno che conduce alla "luna" appartiene agli albori dell'umanità: affonda le radici nel genio artistico dei primi esemplari di "homo erectus", addirittura nel neolitico al quale appartengono le "Veneri steatopigiche". Quell'essere, poco piú che un "ominide", era rimasto affascinato (non tanto dal sole che faceva parte del suo mondo quotidiano) dal mistero della donna e della maternità e la riprodusse in un blocchetto di pietra.
A quelle "Veneri" seguirono, nell'immediato volgersi del tempo, le raffigurazioni della "Grande Madre"; essa condivideva con la Venere steatopigica, l'opulenta rappresentazione di una femminilità esasperata: gli attributi sessuali erano rimasti invariati nonostante l'indubbio progresso dell'espressione artistica.
Spuntano e si moltiplicano.
Alludo alle raffigurazioni muliebri dalle molteplici mammelle (1) delle statue provenienti di Hatty in Anatolia.
Viene elaborata "Ku-Ba-Bah"; e questa in rapido volgere di tempo diviene "Ku-Ba-Lah", poi definitivamente incarnata in Cibele.
Raramente viene raffigurata isolatamente: in Egitto, Cibele sarà chiamata Iside e spesso si vedrà raffigurata nell'atto umanissimo di allattare un bambino, ricchissima di simbologie sottintese, divina nella sua essenza.
La "Divina Iside" è la piú classica rappresentazione della femminilità: anche Iside allatta Horus, il vendicatore di Osiride, all'ombra di un sicomoro (che è simbolo di rinascita).
Iside qui è vista su un piano umano: è divenuta Mut, lo stesso sicomoro dal quale fuoriesce una mammella che allatta ed alleva la stirpe reale.
In Orus vediamo il faraone a sua volta destinato alla divinizzazione.
A questo processo allude l'iconografia di Iside che, per un momento, torna ad essere la Grande Madre.
Nella sfera del mito e del simbolo è entrata peró una novità. Alla Grande Madre (elemento femminile, simbolo della fertilità) si è cominciato ad opporre il Toro (elemento solare, maschile, simbolo della fecondità).
Anche l'uomo del neolitico aveva compresso che entrambi gli elementi (maschile e femminile), tra di loro complementari, erano necessari per produrre la vita.
Essi, tuttavia, non operavano su un piede di parità: abbiamo ricordato che le piú antiche società erano basate sul matriarcato. Il re, il Paredro, il Toro-Sole appunto, aveva la sola funzione fecondadrice; dopo aver prodotto l'effetto doveva essere sacrificato. E il suo sacrificio fu prima reale, fisico, poi divenne puramente simbolico (rituale).
A Creta l'atleta che supera con un balzo il toro non è la raffigurazione di una corrida "ante litteram", ma esprime la vocazione al sacrificio del Toro in una giostra di vita, morte, rinascita.
Non è un caso infatti che, mentre la femmina cretese ostenta i propri attributi "materni" (i seni nudi), il maschio resta imprigionato nella propria virilità (il Labirinto).
In Egitto, Osiride sostituisce, appunto, l'icona del Sole.
Per rinascere ogni mattina, deve morire ogni sera, mentre nella notte percorre il fiume sotterraneo (il Duat) nella barca che si muove sull'acqua della vita.
Anche la Grande Madre, come meglio ci appare nelle raffigurazioni della celtica "Hertha", poggia il piede su una barca che, come quella egiziana di papiro, è al tempo stesso la falce lunare.
È proprio il tramite della falce lunare che, col passare del tempo e col mutare dei costumi sociali, accosta ed unisce i simboli della Luna e del Sole.
È solo allora che il Sole-Toro ottiene la sua "par condicio" per passare, immediatamente dopo, ad una vera e propria sovversione per assumere una condizione di supremazia.
La logica di questa successione temporale ha, ovviamente, una spiegazione sia sotto l'aspetto antropologico che sotto quello esoterico.
Sotto il primo aspetto basterà pensare che l'Uomo preistorico era ignaro delle leggi fisiche che presiedono alla procreazione. Ció non toglie che fosse affascinato dal mistero della riproduzione e, quindi, della rigenerazione della vita.
Per comprendere compiutamente il secondo aspetto bisogna ragionare sulla natura del simbolo. Nel momento in cui, in epoca protostoria o storica l'uomo comprende i segreti della vita che si perpetua pur continuando a chiedersi "chi sono?", espleta la sua riflessione anche sul "da dove vengo?" e sul "dove vado?"
I simboli, come la vita, passano ad indicare un fenomeno di socializzazione ed il rapporto femmina-maschio subisce una brusca inversione di rotta.
In che senso?
Nelle società originariamente matriarcali il suolo del maschio era limitato alla fertilizzazione della femmina. L'elemento maschile, socialmente in subordine, era - di fatto - rappresentato dal Toro, personificazione della potenza virile.
Il Toro era il Paredro, che giustificava la sua presenza sulla scena della vita esclusivamente per il suo legame annuale con la procreazione. Di conseguenza l'esaurirsi della funzione determinava la cessazione della sua unica ragione d'essere: l'essere Paredro culminava, come per il maschio della Mantide, in un sacrificio divenuto col tempo da fisico a rituale, che determinava la soccombenza dinanzi ad altri maschi nei riti di primavera (abbiamo altrove trattato della sopravvivenza di questi costumi nei riti celtici che sono attestati dalla saga arturiana).
Vita e morte (e palingenesi) scandiscono cosí la vita della specie con un alternarsi senza fine che si modella sui ritmo della natura, dell'alternarsi di notte e giorno, dal tramonto all'alba, dalla morte alla vita.
Il simbolo (geroglifico o icona) di ció è costituito dall'Albero della vita che trova spazio in tutte le religioni. Esso trova rispondenza nei percorsi rituali dei piú antichi templi.
Non è infatti un caso che nei templi ove si celebrava la vita (come nella Cambogiana Angkor-Tom) il percorso rituale era destrorso (come il movimento del sole) mentre quelli dove si celebravano i riti della morte erano sinistrorsi (come nel deambulatorio della tomba B di Micene).
In questa nuova teologia si evolvono gli antichi simboli: la Grande Madre neolitica diviene la raffinata Iside; al Toro succede Osiride, redivivo, Rhâ ed Horus Harpocrates. Essi sono divenuti i geroglifici dell'eterno femminino e dell'eterno mascolino dove l'antico re sacrificale (Osiride) morto per mano di Seth risorge per concorrere alla realizzazione della miracolosa fecondazione di Iside.
I simboli di Iside e Osiride sono divenuti il segno di tutte le apparenti contrapposizioni della vita che, nonostante tutto, si perpetua alla ricerca di una sintesi del molteplice; la fecondazione di Iside costituisce una sintesi dialettica di distinti (non di opposti) perché la loro è divenuta, da contrapposizione, complementarità necessaria perpetuazione della vita.
Chi sono Iside e Osiride?
Iside in egiziano è Aset cioè [A] S [E] T; tale nome, nella sacra scrittura degli "dei" è composto da due geroglifici.
Il primo è il segno del trono che alfabeticamente riproduce il suono A + S (si ricordi che sul trono era assisa la "Grande Madre") seguito dal segno del sole al tramonto che riproduce il suono T con l'interposizione di una E eufonica.
Graficamente il nome di Iside è scritto:


Iside è la signora del Tramonto, è l'attesa e incarna la speranza di nuova vita, è il trono della notte, colei che sorge al calar del sole. Non è tutto perché la sua natura esprime un significato molto piú profondo, perché il sacrificio del Paredro è avvenuto prima del congiungimento rituale: ed allora la "Virgo dolorosa" alla ricerca delle membra sparse del suo fecondatore che, per giunta, risulterà mutilato dalla profanazione dell'ossirinco, il pesce tuttora maledetto delle popolazioni nilotiche.
L'uccisore e smembratore di Osiride è Seth (geroglifico del buio assoluto, della totale assenza di luce, del buio primordiale del caos precedente il fiat).
Iside concepirà "Horus - ORO" con un atto di magia-miracolo. E sarà il concepimento della vergine.
Proviamo per un momento a meditare su questi punti.
Ho detto di Iside = ASET ed ho dato una lettura simbolica basata esclusivamente sul geroglifico del nome. Ma esiste un secondo livello di lettura possibile che faccio con l'ausilio della Kabalah fonetica avvalendomi di quella che Fulcanelli chiama la "Lingua degli uccelli", quel greco che è la matrice di tutti i "linguaggi - rebus" e, in particolare, del linguaggio alchemico.
Leggeró allora "A" come "priva di" (cioè come alfa privativa), e "Set" come "buio".
Comprendo allora che Aset è la privazione del buio primordiale (ricordate il primo atto della creazione? "fiat lux") e che l'eterno femminino è il geroglifico della Luna che oblitera il buio della notte o, per dirla con il linguaggio della scienza fisica, è la luce che deriva dalla sintesi sottrattiva dello spettro solare.
Leggiamo allora, con lo stesso metodo, il nome di Osiride.
Orbene leggeró OS = "viso, occhio" e per traslato "luce" e IRIDE che rafforza il concetto di occhio; stiamo parlando, in sostanza di Râ, del sole radiante, della "vita" attiva e rigeneratrice.
La risultante della partenogenesi isidea è "Horus - ORO", ovverosia "Oro Alchemico" geroglifico di "Dio".
Note:
1. Qualcuno dice che, in realtà, si trattasse di testicoli del toro.
stelical2003@yahoo.it

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