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ARCANI ENIGMI...

 
IL MISTERO NELLE LEGGENDE DI ARTÙ

di Stelio Calabresi
per Edicolaweb

 

INTRODUZIONE
Se cercassimo di redigere una classifica di opere letterarie sulla base della quantità d'inchiostro versato, nessuno sarebbe meravigliato di trovare al primo posto la Bibbia.
Ma potremmo restare sorpresi scoprendo - immediatamente dopo - la letteratura arturiana ovvero le narrazioni, i saggi ed i commenti sulla "Materia di Bretagna", su Re Artù ed i cavalieri della Tavola rotonda. Come dire che dal sacro al profano il passo è molto breve.
Mi si perdoni l'immodestia, ma credo di aver contribuito in piccolissima parte anch'io ad incrementare quest'inchiostro (1).
È la seconda volta, infatti, che cedo di fronte al fascino di Re Artù e dei suoi cavalieri, rinverdito dalla riscoperta di un film, forse non recentissimo: "King Arthur", uno dei più grandi e multiformi misteri del medioevo ed oltre.
Ed i misteri, per quanto concerne Re Artù, non si riferiscono solo alla sua persona.
Per ciò che lo riguarda personalmente non c'è nulla che sfugga al regno del mistero. Le storie che a lui si riferiscono, nonostante le ricerche che lo hanno come centro di interesse, si collocano tutte in una sfera indefinibile a mezza strada tra storia e mito. E non si sa dove finisca l'una e dove cominci l'altro.
La critica specializzata è cristallizzata su due posizioni estreme (senza ovviamente contare tutte le varie sfaccettature intermedie).
La prima afferma che Artù è un soggetto leggendario nato ad imitazione dell'eroe irlandese "Cu Chulainn" ovvero un essere mitologico appartenente al pantheon celtico (2). Stando a questa prima posizione Artù solo in un secondo momento sarebbe stato trasformato dalla leggenda in un essere umano.
In perfetta antitesi, la seconda crede in un Re Artù "personaggio" del mondo reale vissuto nel VI secolo d.C. Re o il capo di una tribù Britannica impegnato nella lotta contro i Sassoni.
Purtroppo di un eventuale Artù storico - se mai è esistito - non si conoscono che pochissime cose.
Perché neppure il nome inglese "Arthur" fornisce la benché minima indicazione circa la sua probabile origine.
F. Hitching (nel suo "Magia della Terra") fa risalire l'etimologia al gallese e celtico "Arth Vawr" che significa "orsa maggiore" ed a questa fa risalire nel complesso i miti di Re Artù.
Una ricercatrice americana, Norma Goodirch - contrariamente ad altri ricercatori - come vedremo più avanti, è convinta che Artù fosse un capo brètone, vissuto intorno al 500 d.C. che unificò, grazie ad una spada magica (l'Excalibur), le tribù dell'Inghilterra meridionale, dopo la ritirata dei Romani.

È MAI ESISTITO RE ARTÙ?
Più di un autore afferma tassativamente che Artù "non è mai esistito"; altri dicono che lo stesso re "probabilmente" non ha mai avuto una consistenza storica. Molti asseriscono che il personaggio storico "non fu quello dei parametri che noi immaginiamo".
Di sicuro c'è un autore del basso medioevo, Chrétien de Troyes, nel XII secolo decise di dare vita ad Artù. Ma lo fece in maniera abbastanza strana.
Partendo da un altro "Mito": quello del Graal.
È il caso di chiedersi chi fosse questo Chrétien de Troyes.
Chrétien era un poeta di corte che visse e compose le sue opere prima alla corte di Maria di Champagne e poi a quella di Filippo di Fiandra tra il 1160 ed il 1185. È a questo periodo che la critica storico-letteraria fa risalire la genesi dello "Chevalier de la Charrette". Il romanzo segna la nascita scena di Artù, di Lancillotto (è lui, infatti, lo Chevalier de la Carrette); ma anche di Ginevra e del mago Merlino.
Il romanzo di Chrétien rimase incompleto e fu portato a termine da Geoffroy de Lagny. Tuttavia Chrétien, in quegli stessi anni, aveva posto mano ad un altro romanzo nel quale compaiono i "cavalieri della tavola rotonda", tra i quali inserisce "Perceval ou le conte du graal", nel quale pone l'accento sull'esaltazione spirituale dell'etica cavalleresca e del simbolismo del Graal.
Il Perceval segna la nascita della "Quêste du San Graal" sebbene il Graal - per il momento - non è ancora la coppa del sangue di Cristo ma solo un simbolo di rinascita. Ma ormai il sasso era stato lanciato e le onde non dovevano tardare ad allargarsi.
Alla metamorfosi del Graal pensarono gli scrittori che seguirono Chrétien: a loro toccò il compito di perfezionare non uno - come normalmente si afferma - ma due cicli: quello del Graal e quello di Re Artù (la materia di Bretagna in senso stretto).
Saranno loro che provvederanno a rimaneggiare un'idea tutto sommato abbastanza semplice e indefinita, riadattandola, integrandola e reinterpretandola.
Appena un secolo dopo (XIII) Il misterioso e profano calice di Chrétien con Robert de Boron, era divenuto il Graal, il sacro calice, che ci hanno abituato a conoscere.
Il Calice (se di calice si tratta) si è trasformato in un oggetto di alta esotericità, di un simbolo di palingenesi dell'uomo.
Ma non basta, perché parallelamente si è trasformata anche l'intera "Materia di Bretagna" sicché, di pari passo, le avventure dei cavalieri della tavola rotonda hanno assunto una dimensione escatologica.
I cavalieri non sono più i difensori di una terra di frontiera contro i barbari infedeli, ma sono divenuti i garanti dell'ordine cosmico.

L'EVOLUZIONE DELLA COPPA E DEI CAVALIERI
La scalata del primo (il Graal) e dei secondi (i cavalieri) nella scala di valori del simbolo finì naturalmente col destare qualche preoccupazione nella Chiesa di Roma. In fondo i romanzi della materia di Bretagna esaltavano spesso il tema dell'amore cortese, dell'incontro di giovani cavalieri con belle dame già sposate: divenne necessario tentare di cristianizzare tali opere.
Un esempio classico è la trasposizione di Perceval in "Perlesvaus": uno strano rifacimento nel quale Lancillotto confessa il proprio peccato, Ginevra muore e i cavalieri della tavola Rotonda diventano crociati.
Nella trasposizione Perlesvaus è diventato una sorta di Cristo-cavaliere.
Un altro romanzo, un altro cavaliere: questa volta tocca a Galaad, figlio di una vergine unico cavaliere cui sarà concesso di vedere il Graal. Ma pagherà con la vita questo privilegio.
Il romanzo cortese ne ha fatta di strada!
Ma i secoli che seguono all'opera "Perlesvaus", ne faranno ancora molta e la saga di Artù ispirerà una miriade di scrittori che si muovono dal Basso Medioevo fino ai giorni nostri (3).
Chiaramente, movendosi in questa selva di poemi, romanzi, racconti romanzati, rifacimenti, adattamenti (e chi più ne ha, più ne metta) è diventato difficilissimo tentare di risalire all'originale storia arturiana ed a ciò che fu l'Artù degli inizi.
Eppure, alla pari del Regista di "King Arthur" (4), sono convinto che un re Artù, o comunque si chiamasse, in realtà sia esistito e fu il personaggio eponimo di una leggenda. In l'eponimo è sempre un personaggio reale mitizzato.
Ma, è stato osservato che ammettere l'esistenza storica di qualsiasi eponimo, richiede un grosso sforzo di immaginazione. Dobbiamo, in altre parole, spogliare re Artù della lucente armatura di stile hollywoodiano (5) per trascinarlo in un ben diverso ambiente storico-culturale che, anno più anno meno, dovrebbe corrispondere alla Bretagna (oggi Inghilterra) del V - VI secolo d.C..
E questo significa spostare la nostra attenzione indietro di circa 500 anni rispetto all'epoca che possiamo immaginare quando leggiamo i romanzi di Chrétien de Troyes.
Significa, in altri termini che non ci troviamo nel medioevo della cavalleria, ma piuttosto negli ultimi attimi di vita dell'Impero Romano.

LA CADUTA DELL'IMPERO ROMANO D'OCCIDENTE
Cosa succede dopo che, nel 476 d.C., Romolo Augustolo viene costretto ad abdicare? Quella data, come è noto, segna il tramonto dell'impero romano d'occidente sotto le spallate delle varie popolazioni germaniche che premevano ai suoi confini.
Il dominio romano in Britannia cessò tra il 407 ed il 410, in due fasi.
In una prima fase, nell'anno 407 vennero ritirate la truppe inviate in Gallia, in Spagna e nella stessa Italia, per contrastare i Germani.
Nella seconda fase, nel 410 l'imperatore dispose per il totale disimpegno politico: i britanni, romanizzati, vennero abbandonati a se stessi nonostante fossero pressati ad est dagli Angli e dai Sassoni, ad ovest dagli Scoto-irlandesi e, a nord, dai Pitti.
Va sé che i contrasti con gli invasori non si placarono, anzi, i combattimenti contro gli invasori si protrassero per tutto il V secolo sotto varie guide locali (qui mi limito a citare San Germano di Auxerre, il generale Ambrosius ed il re Vortigern, tutti in lotta contro gli invasori e tra loro).
Nonostante fossero stati sconfitti nella "battaglia dell'Alleluja", gli Angli ed i Sassoni riuscirono ad insediarsi nell'isola fino all'arrivo di Artù.
Dalla "Historia Britannorum", rileviamo che Artù riunificò gran parte dell'isola nel corso di dodici battaglie ma morì, nel 537, a Camlann in Caledonia, nella stessa battaglia contro i Pitti nell'estremo duello con Mordred).
Orbene, per quanto la guerra contro i Pitti si fosse svolta molto a nord (La regione di Edimburgo) si trattò pur sempre di una guerriglia di frontiera ed i resti di Greenan sono probabilmente fortificazioni di confine e non i resti della mitica Camelot che doveva trovarsi molto più a sud nella zona già pacificata.
È evidente che questo scossone immane provocò una serie di conseguenze che furono diverse nella varie zone ma, soprattutto, ai margini dell'ex impero.
Ricordiamo che Adriano aveva esteso l'Impero fino al confine della Scozia, completando la conquista iniziata da Giulio Cesare, facendo costruire il Vallum Adriani per arginare il pericolo costituito dagli invasori della Scozia: gli Scoti ed i Pitti.
L'edificazione del "Vallum" era stata realizzata tra il 122 ed il 132 d.C. e costituiva l'estrema linea di confine, quello che i romani chiamavano "limes".
Poco più di 350 anni dopo l'impero deflagrò. Il 476 arrivò come un colpo di fulmine, anche in quelle estreme contrade all'insegna del più totale caos. Furono concomitanti circostanze di natura interna (la presa di potere da parte di generali germanici) ed esterna (le invasioni delle tribù del nord).
Ma, come accade in questi casi, il 476 fu anche l'anno in cui taluni soldati e taluni generali continuarono a combattere nella speranza di poter ricostituire l'Impero proprio lontano dal luogo della caduta e sotto l'egida della religione cristiana (6).
Artù potrebbe essere stato uno di questi visionari che assunse su di sé l'onere di far fronte alle invasioni dei Sassoni da sud, degli Scoti e dei Pitti da Nord.

LA LEGGENDA VIVENTE
Grazia Ambrosio mette in dubbio l'esistenza storica di Re Artù pur non contestando che ha formato oggetto di un ciclo di tradizioni letterarie. Come vedremo ad Artù è stata attribuita un'epoca di esistenza (fine del V secolo d.C.) e di regno su una parte dell'Inghilterra (sul Galles, sulla Cornovaglia e sulla Bretagna).
Purtroppo questo sovrano non è menzionato da nessun autore suo contemporaneo. L'unico ed il primo che lo cita è lo storico Nennio, nella sua "Historia Britonum", il quale - però - è vissuto nell'VIII secolo.
Nennio, monaco gallese dell'800 d.C., riporta il nome di un guerriero chiamato Artù ed elenca dodici vittorie che Artù avrebbe sui Sassoni invasori.
Successivamente, un anonimo del X secolo, specifica che Artù sarebbe morto nel 537 d.C. nell'opera annalistica "Annales Cambriae".
Questi sono, in estrema sintesi, i due unici dati di cui siamo in possesso e su cui si è scatenata la caccia ad Artù ed ai luoghi Arturiani. Tutti sono convinti che, al fondo della leggenda, debba esserci un fondo di verità.
Al di fuori di tale affermazione di principio ci basterà ricordare che Arthur fin dagli anni intorno al 600 era divenuto il protagonista o comprimario di narrazioni gallesi come:
  • in "The Black Book of Carmanthren", dove per la prima volta si afferma che nessuno sa dove si trovi la sua tomba;
  • in un poema del ciclo "Gododdin" (che la critica attribuisce al bardo Aneirin), dove Artù viene descritto come un guerriero invincibile.
  • in "Preiddeu Annwn" ("Il sacco dell'Inferno"), dove Artù discende agli inferi per recuperare un calderone magico;
  • in "Culhwch ut Olwen" (comunemente noto come "Mabinogion"), dove aiuta il nipote Culhwch a superare quaranta prove per garantirsi la mano della figlia del gigante Ysbaddadenvi.
Qui Artù ha una propria corte composta da Gwenhwyfar (Ginevra), Myrddin (Merlino), Keu (Kay), Bedwyr (Bedivere o Beduero), Gwalchmai (Gawain), Owein (Ivano), Medrawt (Mordred).

IL NOME DI ARTÙ
I primi problemi che si pongono agli esegeti, derivano proprio dal nome Artù.
Tanto per cominciare vi sono studiosi i quali ritengono che Artù potrebbe non essere un nome proprio ma un appellativo (7). Si è sostenuto, infatti, che lecitamente potrebbe ipotizzarsi la derivazione del Artù da "Artorius".
Tra i sostenitori della storicità del personaggio alcuni hanno voluto che il nome Artù derivasse dal latino "Artorius" (8) che, nella lingua celtica parlata in Britannia, era sinonimo di "Artos Viros". Ed anche in gaelico dove suonava "Arth Gwyr". Nell'uno e nell'altro caso la parola significava "Uomo Orso".
Secondo tale tesi, un guerriero così chiamato, avrebbe avuto l'orso come "animale totemico" (9).
In effetti un principe britanno chiamato "Arturius figlio di Aedàn mac Gabrain Re di Dalriada" è citato da Adomnan, agiografo da Iona, nella "Vita di San Colombano" (dell'VIII secolo).
Al contrario nel celtico dell'Irlanda "Art" significava "Roccia".
Penso che valga la pena di approfondire questa ipotesi perché potrebbe portarci lontano e darci un grosso contributo per spiegare altri aspetti delle mitografia arturiana.
Sappiamo che, proprio del V secolo (vale a dire contemporaneamente ad Artù), c'era un signore della guerra Gallese (10), al quale pure era stato attribuito il soprannome di "orso". Nella "Historia Brittonum" (scritta nel IX secolo) Nennio racconta che il "dux bellorum" Artorius uccise personalmente novecentosessanta Sassoni durante la battaglia di Mons Badonis (Bath?).
Ebbene anch'egli fu ucciso in Battaglia da un parente (il "nipote") allo stesso modo di come Artù fu ucciso dal "figlio" Mordred. Gli "Annales Cambriae" (del X secolo) descrivono la sua morte insieme a quella del traditore Medraut ("Mordred") nella battaglia di Camlann nell'Anno 93 che potrebbe corrispondere al 539 d.C. (le discordanze sulla datazione potrebbero dipendere da problemi di indizione) (11).
Questo non vuol dire che i due personaggi (Artù e Owain Ddantgwyn) fossero la stessa persona, ma ci aiuta a comprendere certi modi di atteggiarsi rispetto ad un nome facevano parte delle esperienze comuni di vita dell'epoca.
Ne deriva comunque che l'attribuzione ad Artù di una data di nascita e di una data di morte (475 - 542 d.C.), ha un valore puramente convenzionale e non manca chi lo identifica con personaggi più antichi (12).

Ma restiamo ai problemi del nome.
Accanto all'ipotesi di Artù-Artorius Giorgio Pastore introduce quella di un mitico re celtico detto "Riotamo" (in celtico: "re supremo"). Questi, ancora nel V secolo, avrebbe condotto il proprio esercito in Gallia rimanendo però tradito e sconfitto.
Viene istintivo chiedersi quale sia il senso di queste somiglianze (anche se, nel caso di G. Pastore, è difficile comprendere cosa abbiano in comune Artù e Riotamo).
In effetti il problema, messo in questi termini, potrà essere risolto solo se andiamo a considerarlo sotto l'aspetto simbolico: infatti Artù è contemporaneamente re ed eroe ma anche simbolo di rinascita e di vita eterna.
Sotto l'aspetto dell'Artù re e dello spostamento temporale all'XI secolo operato da Chrétien, dobbiamo ricordare che i Normanni di Guglielmo il Conquistatore a quell'epoca avevano sconfitto i Sassoni vecchi padroni della Britannia.
In effetti la classe dei conquistatori (i Normanni) costituiva in Britannia una minoranza e dovette fare di tutto per conquistare le simpatie della popolazione bretone mediante la diffusione della loro cultura e, quindi, delle loro leggende.
A critiche approfondite sono stati sottoposti anche le etimologie di certi nomi sia di luoghi che di persone.
Così il nome Artù, in inglese Arthur, potrebbe derivare dal celtico "Art" = roccia o "Artos viros" = uomo orso (corrispondente al gaelico "Arth Gwyr"), od anche dal latino "Artorius" (13).
Tuttavia nelle narrazioni del "Ciclo bretone" - che cominciarono a diffondersi oralmente nel Galles tra il VI e l'VIII secolo - il protagonista era un re Artù descritto come guerriero "barbaro", invincibile autore di imprese di "spada e magia".
Si cominciò a mettere per iscritto la saga solo intorno al X sec, mentre le caratteristiche di Artù, come quelle dei vari protagonisti, furono progressivamente modificate ed adattate alle mutate esigenze narrative.
Finalmente, intorno al 1450, la saga assunse la veste definitiva che ancor oggi conosciamo.
Sembra indubbio che, sotto l'aspetto tematico, le prime narrazioni fossero ispirate alla letteratura epica l'Irlanda (Erin): si tratterebbe, in altre parole, di una versione gallese di quelle di Cu-Chulainn, l'invincibile "mastino dell'Ulster". Tuttavia non si può escludere che sia Artù che Cu-Chulainn, possano nascondere un personaggio reale - re o capotribù britannico particolarmente popolare - al quale non possiamo dare un riscontro testuale perché gli accenni storici dell'epoca sono molto scarsi.
I Normanni, che per primi si trovarono di fronte alla leggenda, non si accorsero che il modo di trattarla rischiava di risvegliare un sogno di restaurazione del potere celtico attraverso il mito di Artù e sulla sua "scomparsa" (14).

RE ARTÙ: IL PROTAGONISTA
Tra i vari misteri che circondano la figura del sovrano, c'è poi quello della sua persona. Chi era, in definitiva Re Artù?
Il tentativo di chiarire i termini di questo dilemma ci riportano all'epoca alla quale ci riferiamo.
Oggi la gran parte della storiografia (o della mitografia?) sembra orientata a considerare Artù una via di mezzo tra un generale romano (tale è la teoria elaborata nel film "King Arthur") e un generale britanno del periodo immediatamente successivo all'abbandono della Britannia da parte dei Romani. Questo generale dalla duplice identità, si oppose all'invasione di Angli e Pitti dalla Scozia e dei Sassoni dalla Germania, fu detto "Arhur" in anglo-sassone e "Art Vawr" in gallese e celtico.
Di lui troviamo tracce in due citazioni contenute in altrettanti documenti storici a lui contemporanei:
  • la prima negli "Annales Cambriae". Gli Annales cui mi riferisco erano delle Tavole ecclesiastiche utilizzate per il calcolo del giorno in cui cadevano le feste mobili come la Pasqua. Negli Annales, a margine dell'anno 518, è registrata la Battaglia di Mount Badon accompagnata dalla seguente annotazione (latina): "Battaglia di Badon, nella quale Artù portò sulle spalle per tre giorni e tre notti la Croce di Nostro Signore Gesù Cristo e che fu vinta dai Britanni" (15);
  • la seconda, contenuta negli stessi Annales in margine all'anno 539, è annotata "Battaglia di Camlann in cui perirono Artù e Mordred" vale a dire la morte di Artù e del figlio-traditore.
Riferimenti a Re Artù si ritrovano anche in storici di epoche successive come Adonman (VIII secolo), Nennius (IX secolo), Gildas (XV secolo).
L'epopea arturiana venne definita, sotto il profilo letteraio, da Sir Th. Malory.
Aggiungiamo l'ipotetico terzo documento (del quale non si conosce traccia) di Glastonbury che custodiva un'iscrizione, risalente al 1191, del seguente tenore: "Qui giace il famoso (l'inclito) Re Artù sepolto nell'isola di Avalon".
Non c'è che dire: i documenti che riguardano un personaggio chiamato Artù, sono davvero pochi e, sotto questo aspetto, non è improbabile che ci stiamo occupando di una leggenda.
Se consideriamo valida questa ipotesi bisogna anche accettare che l'origine mitica possa portarci molto più indietro nel tempo alla preistoria ed alla cultura megalitica.
Ci ha spiegato Francis Hitching che durante il movimento di precessione degli equinozi la stella che individuava il polo nord si spostò dalla costellazione del Drago verso l'Orsa Maggiore, passando per Arturo.
E probabilmente ce lo conferma proprio il nome di Artù attribuito al "personaggio".
Difatti il suo nome, in gallese (e quindi in celtico), è "Art Vawr", che corrisponde al britannico Arthur o Artù. Non è un caso che i nomi di molte antiche località della Gran Bretagna e dell'Irlanda - già individuati come siti megalitici - suonino come: "la pietra di Artù", "il Trono di Artù", l'"Anello Artù" ecc..
Tutti questi siti sono orientati su linee Scemb o Leys.
Hitching afferma: "Gli studiosi hanno sempre manifestato una certa perplessità sui motivi per cui tanta parte della letteratura medievale europea... sia stata consacrata ad Artù. Infatti non si è mai accertato che sia stato veramente re d'Inghilterra, ma, anche nel caso che lo fosse, non si vede perché i chierici europei dovessero esserne tanto affascinati. Se ci sono tuttavia testimonianze scritte di una divinità preistorica della stella polare... i cui poteri furono in un dato periodo parte integrante della religione pagana, e successivamente vennero fantasiosamente cristianizzati, tutto rientrerebbe nello schema generale per cui le antiche divinità e credenze pagane furono trasformate e assimilate nelle tradizioni della Chiesa".

Si comincia a parlare di "re Artù" come personaggio storico solo a partire dal X secolo.
Ma, allora, la sua fama letteraria si era già consolidata da circa 4 secoli.
Il primo che citò in una sua opera il monarca fu il cronachista Nennio, nella "Historia Brittonum". Dice Nennio che il "dux bellorum Artorius" aveva ucciso personalmente 960 sassoni durante la non meglio identificata battaglia di Mons Badonis (forse corrispondente all'attuale Bath) avvenuta intorno al 516.

Il secondo a tirare in ballo Artù è un anonimo. L'autore degli "Annales Cambriae" (scritti intorno al 950 d.C.) riferisce due battaglie: di nuovo quella riferita da Nennio, la battaglia di Badon nella quale Re Artù "portò la Croce di Nostro Signore" e quella "di Camlann" (avvenuta intorno al 539 d.C. in cui "...Artù e Medraut (Mordred) morirono e scoppiò la peste in Britannia e in Irlanda..." (la Wasteland?).
Citano Artù anche alcune agiografie gallesi come la "Vita Gildae" e la "Vita di San Carannog": Secondo tali fonti Artù sarebbe vissuto tra il V ed il VI secolo durante l'ultimo ed incerto periodo dell'occupazione romana.
Della Battaglia di Badon si occupò, nel 545, anche uno scrittore coevo all'evento (Gildas che si dice nato lo stesso giorno della battaglia) che la descrisse in un pamphlet intitolato "De excidio Britanniae" ("Sulla Rovina della Britannia").
Però Gildas non cita né Re Artù né alcun altro capo. Ciò apparve talmente contrario alla logica che la presenza di Re Artù è stata considerata un'invenzione dei cronachisti dei secoli successivi al solo scopo di accreditare la battaglia (una leggenda?) su un piano storico.

Tuttavia, a partire dal 516 cominciò a verificarsi un fatto strano, nel senso che molti nobili britanni cominciano a battezzare i figli con l'insolito appellativo di Arthur: quasi un omaggio ad un personaggio che portava quel nome.
Nel VII secolo, inoltre, un bardo di nome Aneirin compone il poema "Gododdin" nel quale viene citato un guerriero particolarmente coraggioso. Questi avrebbe "...fornito cibo copioso ai corvi sui bastioni della fortezza, pur senza essere un Artù..." (16).
Con un volo pindarico saltiamo ai nostri giorni. Nel 1985, il ricercatore Geoffrey Ashe identifica Artù col re britannico Riothamus del V secolo: questi si sarebbe recato sul continente per combattere i visigoti. Sconfitto (nel 470), si sarebbe ritirato in un paese della Burgundia denominato Avallon (!?).
Ebbene sia Avallon di Burgundia che il condottiero Riothamus sono realmente esistiti.
Per giunta Riothamus non è un nome proprio ma la latinizzazione del termine Britannico "Rigotamos" (vale a dire "grande re") e nulla impedisce ad Ashe di pensare, che questo Riothamus o Rigotamus fosse, in realtà, il vero nome di Artù. Resta un solo grande dubbio perché Riothamus o Rigotamus - in tal caso Artù - sarebbe morto 50 anni prima della battaglia di Badon.

Secondo altri storici (tra gli altri A. Wilson e B. Blackett), Artù, si sarebbe chiamato "Arthwyr ap Meurig" e sarebbe vissuto tra il 503 ed il 579.
Per parte sua Nikolai Tolstoi sostiene che Re Artù sarebbe stato lo scozzese "Gwenddollau ap Cedio", morto nel 573. Mentre per lo studioso Le Poer Trench il primo Artù sarebbe stato Arviragus (17) che combatté contro i romani nel I secolo.
In realtà con Trench comincia a diffondersi la teoria di coloro che credono cha Artù sia una qualifica e non un nome.
Alcuni pensano che il termine Artù, nato da un primo mitico re, fosse diventato col tempo un titolo che veniva preso da tutti i suoi successori, un po' come i romani dicevano Cesare per indicare l'imperatore.
Questa ipotesi, indubbiamente, avrebbe il merito di giustificare varie discrepanze temporali che si riscontrano nella figura di re Artù. Potrebbe essere che con quel titolo, legato al Graal, venissero designati tutti quelli che prendessero parte a tale missione.
Per altri la figura di Artù si rispecchia nella "Vita di San Colombano" (VIII secolo), santo legato alla scoperta del nuovo continente nella quale l'agiografo "Adomnan da Iona" nomina un principe britanno chiamato "Arturius figlio di Aedàn mac Gabrain Re di Dalriada".

RE ARTÙ NELLA STORIA
La ricerca delle prove storiche dell'esistenza di Artù continua, appassionata e ininterrotta, fin dal 1190.
Il vero è che l'esistenza storica di Re Artù è dubbia.
Tanto per incominciare Artù ha lasciato ben poche tracce storiche di sé. Solo alcune citazioni nella cronachistica ed alcune citazioni in storici a lui posteriori:
  • la prima negli "Annales Cambriae" (18): qui, a margine dell'anno 518, compare la seguente annotazione latina: "Battaglia di Badon, nella quale Artù portò sulle spalle per tre giorni e tre notti la Croce di Nostro Signore Gesù Cristo e che fu vinta dai Britanni";
  • la seconda pure negli "Annales Cambriae" dove, all'anno 539 è annotato: "Battaglia di Camiann in cui perirono Artù e Mordred" (19);
  • di un terzo documento (forse leggendario) non vi è traccia: si dice che nel convento di Glastonbury fosse custodita l'iscrizione, risalente al 1191, della quale ho già riferito sopra;
  • brevi riferimenti a Re Artù si ritrovano però anche in storici di epoche successive: Adonman (VIII secolo), Nennius (IX secolo), Gildas (XV secolo).
Un sovrano con il suo nome non è menzionato in nessuna altro documento di contemporaneo.
Il solo storico che lo citi è Nennio, nella sua "Historia Brittonum"; e Nennio è vissuto nell'VIII secolo, vale a dire circa trecento anni dopo il presunto Re Artù.
È Nennio che elenca le dodici vittorie che Artù, capo di schiere di origine e tradizione romana, avrebbe riportato sui Sassoni invasori. Mentre la cronachistica dell'epoca, come abbiamo visto, parlano solo di Mount Badon e di Camlan.
Se ne può concludere unicamente che il personaggio di Re Artù, avversario dei barbari invasori, venne accolto in maniera del tutto acritica nella poesia cavalleresca medievale, come il modello del perfetto cavaliere tra i cavalieri più prestigiosi del suo Tempo il cui scopo sarebbe consistito nella Quêste, la ricerca del Santo Graal (20).
Le date di nascita e di morte debbono pertanto essere considerate come convenzionali perché c'è chi lo identifica con personaggi più antichi (21).
Nonostante tutto la ricerca delle prove storiche circa l'esistenza di Artù continua, dal 1190.
Viceversa i luoghi e i tempi delle imprese di Artù variano di narrazione in narrazione, spaziando dal Galles, alla Cornovaglia, all'estremo nord dell'Inghilterra, rendendo le indagini particolarmente complesse.

RE ARTÙ NELLA LETTERATURA
Gli antichi bardi gallesi nei loro lai (cantate) gallesi narravano di una antichità leggendaria, dell'occupazione romana, dei primi scontri con i Sassoni: allora i britanni erano i signori incontrastati dell'Inghilterra. Delle loro composizioni ci è pervenuto solo un elenco nel quale figurano le "Tryved Ynis Prydein" (in gallese sono le Triadi dell'isola di Britannia), redatto in una forma letteraria caratteristica (22).
Arthur era divenuto protagonista (o comprimario) delle narrazioni gallesi intorno al 600. Il poema del ciclo Gododdin (attribuito al bardo Aneirin) descrive Arthur come un guerriero invincibile.
Compare ancora nel "Preiddeu Annwn" ("Il sacco dell'Inferno" attribuito al bardo Taliesin), in "The Black Book of Carmanthren" ed in "Culhwch ut Olwen", vale a dire nei "lai" dei Bardi che verranno messi per iscritto intorno al XII secolo, ma che riferiscono narrazioni celtiche del VII-VIII secolo.
Le triadi avevano uno scopo pratico: probabilmente servivano come chiave mnemonica ai bardi per tenere a mente tre vicende diverse.
A un certo momento nel pur vasto repertorio dei bardi si inseriscono nuovi lai che hanno Artù come protagonista.
Ciò avvenne a partire dal VII secolo, mentre le prime raccolte scritte vennero redatte solo a partire dal X secolo.
Appartengono a questo periodo le due raccolte di lai gallesi intitolate "Llyfr Gwayn Rhydderch" (23) e "Lllyfr Coch Hergest" (24) che ci sono giunte in manoscritti compresi tra il X ed il XIII secolo.
Le due raccolte furono successivamente raggruppate sotto il titolo di "Mabinogion" (25).
Il Mabinogion raccoglie undici "rani" (in gallese: "racconti"). In cinque di essi è presente re Artù (26) che ha caratteristiche sovrumane (27). Il regno di Artù somiglia a quello di Rohan che compare nel "Signore degli Anelli" di J. R. R. Tolkien: un territorio incantato in cui cavalieri dalle virtù magiche, sconfiggono maghi, streghe e giganti.
Il Sovrano è circondato da una corte composta da Genhwyfar (Ginevra), Myrddyn (Merlino), Keu (Kay), Bedwyr (Bedivere), Gwalchmai (Gawayn), Owein (Ivano), Medrawt (Mordred), Peredur (Percival).
Vi sono poi alcuni racconti del Mabinogion nei quali Artù non viene citato, ma compaiono personaggi e si svolgono avventure che entreranno comunque a far parte della sua saga.
Tra questi racconti primeggia (l'ho citato in "Enigmi del Graal") il "Preiddu Anwnn" (in gallese: il sacco dell'inferno) che è inserito nel cosiddetto "Libro di Taliesin" del VI secolo (28) ed il poema "Cad Goddeu" (cioè la battaglia degli alberi) nel quale compaiono due personaggi non arturiani del Mabinogion: i maghi Gwydion e Math.
Oltre alle opere scritte appena citate esistono tradizioni orali dell'Artù celtico, che si sono sviluppate in un'epoca imprecisata ma probabilmente posteriore a quella dei miti gallesi, anche in Bretagna.
In realtà l'epopea arturiana venne definitivamente messa a punto verso il 1450, con "La Morte D'Arthur" di Thomas Malory. In quest'opera troviamo tutti gli ingredienti che saranno alla base delle centinaia di opere successive: la nascita di Artù da Ygraine e da Uther Pendragon, la tutela di Merlino, l'ascesa al trono dopo l'estrazione della spada dalla roccia (l'Excalibur); l'istituzione della Tavola Rotonda; l'amore tra Lancillotto e Ginevra; Il rapporto tra Artù e la sorellastra Morgana, la nascita di Mordred; l'avvento della Wasteland, la ricerca del Graal da parte dei cavalieri; Galahad trova il Graal; il duello di Artù con Mordred, il ferimento a morte di Artù ed il suo trasferimento ad Avalon.
Ma già Artù era titolare di una sua storia che partiva dall'Artù celtico-britannico, secondo gli standard romani, era indubbiamente un "barbaro".
Nell'XI secolo le sue imprese erano conosciute in tutte Europa e la sua figura andò progressivamente nobilitandosi al punto che, con Geoffrey di Monmouth, era divenuto un "re-sacerdote".
Nel 1155 R. Wace aveva concluso il primo poema del ciclo, "Le Roman de Brut": era, sostanzialmente, una traduzione in normanno dell'"Historia Regum Britanniae".
Nell'opera di Wace non si dice, ad esempio, che durante la guerra contro gli Scoti e i Pitti, Artù li aveva assediati "per quindici giorni facendoli morire di fame a migliaia" abbandonandosi "...a indicibili violenze senza risparmiare quelli che cadevano nelle sue mani"). C'è da sottolineare un particolare importante: che il Wace per la prima volta innesta nel proprio racconto la "Tavola Rotonda").
In seguito, verso il 1190, Chrétien de Troyes, compose il poema (lasciato incompiuto) "Perceval le Gallois ou le Conte du Graal" introducendo il tema della "Cerca del Graal". Inoltre Chrétien dette il nome "Camelot" alla reggia di Artù dando vita ad alcuni grandi protagonisti come Percival, e Lancillotto (29).
Appartengono a quest'opera di parziale aggiornamento le opere, in versi ed in prosa, scritte tra il 1200 e il 1215; il cosiddetto "Ciclo della Vulgata" la "Quêste del Saint Grail" e la "Mort Artu", (presumibilmente di Walter Map) ma anche il "Joseph d'Arimathie ou Estoire del Sant Graal" e la "Estoire de Merlin" (forse di Robert de Boron).
Proprio in quel periodo, in varie parti dell'Europa vengono prodotte nuove avventure del Re e dei suoi cavalieri e, proprio un poema "straniero" - il Parzival, scritto intorno al 1210 dal tedesco Wolfram Von Eschenbach - privilegia gli elementi esoterici e simbolici rispetto a quelli avventurosi.
Ma toccò all'inglese Geoffrey di Monmouth dare il via alla trasformazione di Re Artù da monarca "barbaro" a simbolo di un Re-Sacerdote messianico ed a cavalieri di modello per le istituzioni cavalleresche medioevali.
Geoffrey di Monmouth era uno scrittore gallese che mise per iscritto, tra il 1130 ed il 1150, una "Historia Regum Britanniae", ed una "Profetiae Merlini", ispirata alla tradizione gallese ed alla "Historia Brittonum" di Nennio. In queste opere il Monmouth disegnò una precisa quanto fantasiosa genealogia del sovrano, elaborando anche le figure dei comprimari. Pose in tal modo diversi capisaldi del futuro ciclo. Ad esempio battezzò Avalon il sepolcro da cui Artù sarebbe risorto "quando l'Inghilterra avrebbe ancora avuto bisogno di lui".
Monmouth inoltre reinterpretò in chiave cristiana il personaggio di Myrddyn, latinizzandogli il nome in Merlino; ne tradusse anche le profezie (30) dal gallese in latino, o integralmente le reinventò, su richiesta del Vescovo Alessandro di Lincoln (31).
Dalla bibliografia arturiana scopriamo immediatamente che solo poche opere provengono dal paese dove il mito era nato: "Materia di Bretagna" in pratica si concretizzò tutta oltre la Manica, presso i Plantageneti, certamente in concorrenza con "Materia di Francia" altrettanto popolare (32).
Nel 1155 Robert Wace ultimò il primo poema del ciclo "Le roman de Brut" (il romanzo di Bruto)  (33). L'opera di Wace era una libera traduzione in normanno della "Historia Regum Britanniae", ripulita dei particolari più cruenti (34).
La storia di Tristano e Isotta, fu diffusa nel XII secolo da Thomas di Britannia e dalla poetessa, pure inglese, Marie de France, ma venne rielaborata in Germania da Gottfried von Strassburg (morto nel 1220).
Un altro poema tedesco, il Parzival, scritto intorno al 1210 dal tedesco Wolfram von Eschenbach privilegiò gli elementi esoterici e simbolici del ciclo rispetto a quelli avventurosi.
A partire dal XIII secolo avventure inedite di Re Artù e dei suoi cavalieri cominciarono ad essere prodotte in Francia e fuori della Francia dove incontrarono particolare favore le vicende di Lancillotto, mentre gli inglesi mostravano una spiccata preferenza per le avventure di Gawain.
In Italia si riscontrano tracce arturiane originali soprattutto in testimonianze di carattere architettonico. Stranamente sono tutte precedenti all'opera di Geoffrey di Monmouth e di Chrétien de Troyes (35).
Tra gli altri testi letterari sul personaggio Artù ricorderò "Le Morte d'Arthur" di Thomas Malory (36).
A cavallo tra il Medioevo ed il Rinascimento, i gusti letterari cambiarono e l'interesse per Re Artù andò scemando.
Tra le poche opere edite tra il XV ed il XVII secolo, ricordo: il racconto "Tom e Lincolne" e la "History of Tom Thumb the Little" (storia di Pollicino) del 1621 scritto da Richard Johnson tra il 1599 ed il 1607; il poema "The Faerie Queene" (la regina delle fate) di John Milton (1599), "Love's Martyr" (martire d'amore del 1601) di Robert Chester; "Prince Arthur" e "King Arthur" (1695) di Richard Blackmore; "The misfortune of Arthur" di Thomas Hughes (1588) e "The speeches at Prince Henry's Barriers" (I discorsi alle barrieredel principe Enrico) di Ben Johnson (1610).
Sono del XIX secolo alcune ristampe di classici come "Le Morte d'Arthur", ed anche la riscoperta delle vicende arturiane da parte dei preraffaelliti.
Lord Alfred Tennison nel 1832 diede inizio al cosiddetto revival arturiano, con una produzione ancor più intensa delle origini.
In Italia la letteratura arturiana del medio evo fu abbondante sia quanto a traduzioni che quanto a produzione. In genere si ispirò ai canoni francesi e inglesi con una predilezione per le vicende di Lancillotto e Ginevra (37) e di Tristano e Isotta (38).

I PERSONAGGI DELLA SAGA
Artù in Italia
Dopo l'ntroduzione sul mito arturiano vediamo come la figura di re Artù si trovi spesso anche in Italia. Alfredo Castelli, nell' "enciclopedia del mistero" presenta la seguente composizione:

Lo Re Artù k'avemo perduto
Cavalieri siamo di Bretagna
ke vegnamo de la montagna
ke l'omo appella Mongibello.
Assai vi semo stati ad ostello
per apparare ed invenire
la veritade di nostro sire
lo Re Artù, k'avemo perduto
e non sapemo ke sia venuto.
Or ne torniamo in nostra terra
ne lo reame d'Inghilterra.

La poesia, è di un autore duecentesco noto come Gatto Lupesco, un nome piuttosto pittoresco che ricorderà da vicino altre simbologie in Italia, legate al mitico rex. La leggenda di Artù nell'Etna è riportata anche negli "Otia Imperialia" dell'inglese Gervase di Tilbury (XII secolo), il quale l'aveva appresa sul luogo intorno al 1190.
Quella poesia, del resto, ha valore per il fatto che costituisce una delle pochissime testimonianze letterarie di una presunta venuta di Artù in Italia. E la leggenda di un Artù nell'Etna è riportata negli anche negli "Otia Imperialia" di Gervase di Tilbury (XII secolo), che l'aveva appresa in Sicilia intorno al 1190.
Racconta Pervase che un servo del vescovo di Catania, seguendo un cavallo sul vulcano, trovò, nelle viscere del Mongibello un palazzo meraviglioso dove giaceva Artù ferito; l'Autore spiega che il Re vi si sarebbe recato per guarire dalle piaghe riportate contro Mordred (39).
Tracce arturiane si trovano anche in alcune leggende a proposito del Graal. Soprattutto in una abbondante letteratura riscontrabile in tutta la penisola ed ispirata invece ai "canoni" francesi ed inglesi. Con una spiccata preferenza per le romantiche vicende di Tristano e Isotta, di Lancillotto e Ginevra.
Infine, testimonianze di tipo architettonico (tutte anteriori alla formazione ed alla diffusione della "Materia di Bretagna") si riscontrano, nel Duomo di Modena, sul portale della Cattedrale di Bari e nel mosaico della Cattedrale di Otranto.
Un cenno particolare merita la cattedrale di Otranto.
Il pezzo forte di tal basilica è il mosaico; esso rappresenta l'albero della vita che descrive le vicende umane, per la maggior parte sono vicende bibliche, da Adamo ed Eva a Noè... si parte dall'alto fino a scendere verso il basso, ove vi è la storia della città di Otranto. La spiritualità del mosaico di Otranto è di tipo orientale, è Dio che scende verso gli uomini e non gli uomini che salgono verso dio.
Sempre nel mosaico troviamo la Scacchiera, simbolo poi adottato dai Templari; essa rappresenta l'ordine cosmico, l'eterna lotta del bene e del male, che non ha mai fine.
Anche la scacchiera ha un significato esoterico, il re rappresenta il sole, il principio creatore limitato, la regina (la Donna) rappresenta la Terra, si può spostare in ogni direzione, la torre rappresenta saturno il suo movimento è il quadrato, l'alfiere è giove il trigono, mentre il cavallo indica il cavaliere che deve effettuare il salto per potersi purificare mentre il pedone è l'uomo.
Ma non divaghiamo e arriviamo a re Artù.
Infatti nel mosaico rex Artù è rappresentato in groppa ad una pecora con un gatto (leopardo), che appunto ricorda il nome di "gatto lupesco" che cerca di assalirlo. Potrebbe essere il ricordo della morte di un "Artù" in Italia?
Nei nostri studi nell'Italia misteriosa abbiamo trovato una tomba di un Artù, in particolare essa é situata a Roma, ma questa è un'altra storia....

Le leggende arturiane, cariche di significato esoterico, hanno un "prologo" in Italia, attorno alla figura inquietante di un singolare santo-avventuriero, San Galgano confessore, figura comunque antecedente al mito arturiano e quindi, appunto, che fa pensare ad un significato più profondo della materia di Bretagna; la spada nella roccia può metaforicamente rappresentare il Raggio di sole in relazione alla pietra, cioè ancora l'unificazione del culto della pietra col culto solare.
Ma chi era questo San Galgano? La sua biografia compare in un codice conservato nella Biblioteca Chigiana in Vaticano. Ma un discorso su San Galgano mi porterebbe fuori strada.
Anche Dante Alighieri, nel "De Vulgari Eloquentia", cita le "Arturis regis ambages pulcherrimae" (vale a dire "le bellissime avventure di re Artù"), e, nel canto VI dell'inferno nell'episodio di Paolo e Francesca, riferisce la sequenza del primo bacio tra Lancillotto e Ginevra. La citazione Dantesca non appare affatto casuale atteso che Dante faceva parte della setta dei "Seguaci d'Amore" e conosceva le vicende di Re Artù.
E Tetrarca, nel Trionfo d'amore, scrive:

Ecco quei che le carte empion di sogni
Lancillotto, ristano e gli altri errandi.
Ove convien che 'l vulgo errante agogni.

Considerazioni diverse debbono essere svolte per altri personaggi della saga. Mi riferisco a Ginevra, a Merlino ed a Lacillotto. Vi sono elementi in grado di suffragare riscontri storici della loro esistenza.

Ginevra
La storicità di Ginevra, ad esempio, è stata sostenuta dalla ricercatrice americana Norma Goodrich (40).
L'Autrice ha elaborato una tesi che sembrerebbe diretta a rivoluzionare alcuni capisaldi fondamentali delle leggende fiorite intorno a Re Artù ed a Ginevra (41).
Sostiene la Goodrich che gli scritti più antichi riguardanti Re Artù sono stati redatti tra il 1000 ed il 1200. Sulla loro base si è ritenuto che Artù fosse un capo brètone, vissuto intorno al 500 d.C. il quale unificò - grazie al possesso di una spada magica - le tribù dell'Inghilterra meridionale, dopo che i romani si erano ritirati.
Camelot e qui iniziò a riunire i guerrieri più valorosi del suo regno (secondo alcuni 12, secondo altri 150: ma i numeri hanno valore simbolico).
Quindi sposò Ginevra figlia di Leondegrans (fidato seguace e successivamente suo cavaliere). Il matrimonio sarebbe stato felice fino a quando non comparve Lancillotto del Lago, francese (Gallois). Gli elementi di questa parte della vicenda sarebbero quindi organizzate sul seguente schema:
  • l'innamoramento di Ginevra e Lancillotto, l'adulterio ed il tradimento;
  • la rottura dell'Excalibur e la malattia di Re Artù;
  • la dispersione dei cavalieri della tavola rotonda e la partenza di Lancillotto per tornare in Francia;
  • il ritiro di Ginevra in convento;
  • la distruzione dell'unità politica romano-bretone e l'insediamento dei sassoni sul territorio inglese.
La Goodrich contesta in toto questa evoluzione mitica su varie basi:
  • fa riferimento a documenti redatti in latino, ed in altre lingue dell'Europa come il provenzale, il bretone e il guascone (Ma le fonti non sono citate: l'affermazione è apodittica);
  • fa anche riferimento a "culti, credenze, mentalità dell'epoca" (neppure questi precisati);
  • precisa invece questa volta in accordo con le altre fonti presunte, che i personaggi della saga, sono tutti realmente esistiti perché i loro nomi compaiono sempre nelle varie fonti;
  • in un testo - che l'Autrice neppure stavolta cita - asserisce di aver trovato l'affermazione secondo la quale: "La vera storia di Artù, Merlino e Ginevra è scritta sulla pietra"
E, guarda caso, la Goodrich avrebbe trovato questa "prova scritta sulla pietra" nel cortile della chiesetta di Meigle, a Glasgow, in Scozia, dove avrebbe individuato la tomba di Ginevra e decifrato la lapide.
Per raggiungere questo risultato del quale ne sarebbe l'unica a conoscenza, l'Autrice avrebbe effettuato il ritrovamento seguendo le indicazioni di un documento redatto all'epoca dei fatti narrati (non ci dice quale). In esso si leggerebbe che Ginevra chiese di essere sepolta davanti alla chiesa nella quale sarebbe stata battezzata; quella del villaggio di Meigle, appunto, ove presumibilmente era nata intorno all'anno 510, che si trovava nel cuore degli insediamenti romani in Scozia. E, a quanto pare, gli abitanti ne sarebbero stati informati per antichissima tradizione orale.
A voler essere precisi la Goodrich non parla di un testo scritto, ma di quanto sarebbe raffigurato sulla pietra tombale dove Ginevra comparirebbe nelle vesti di un angelo con le ali chiuse sopra la testa, con a fianco Artù e Merlino. Ne trae la conclusione che se Ginevra fosse stata un'adultera lo scultore non avrebbe utilizzato l'angelo per raffigurarla e non le avrebbe posto il marito accanto.
Del resto la pena che all'epoca era prevista per le adultere era la lapidazione e l'ignominia.
La seconda conclusione è che Ginevra sarebbe stata una principessa di origine romana (42): gli antichi testi (di nuovo non sappiamo quali) aggiungerebbero che sarebbe stata una donna colta, vissuta in una società matriarcale, dove il potere veniva tramandato in via matrilineare.
La terza conclusione, inevitabilmente, è che avrebbe rivestito una importanza sociale più elevata di quella del marito.
In questa società, impregnata di druidismo, da poco tempo convertita al cristianesimo, Ginevra sarebbe stata una "vergine vestale", consacrata a Diana - Belenos con inevitabile voto di castità.
L'Autrice ne trae una quarta conclusione: Ginevra sarebbe stata, infatti, educata nell'isola di Man che era rimasta una roccaforte dei druidi. E gli antichi testi avrebbero provato che Ginevra avrebbe vissuto in castità anche nei rapporti col marito: il loro sarebbe stato quindi un matrimonio di Stato. A Ginevra, sarebbe servito un marito per mantenere l'unità e la pace nelle sue terre.
Artù sarebbe stato, in altre parole, l'ideale: era egli stesso di origini romane (43).
I particolari erotici della storia sarebbero aggiunti solo cinque secoli dopo la morte dei protagonisti.
Sarebbero stati il frutto di un errore di lettura di un'iscrizione gallese del VI secolo che avrebbe asserito come Lancillotto sarebbe salito "all'altare di Ginevra, un altare macchiato di sangue" letta, nella traduzione inglese, come "Lancillotto entrò nel letto di Ginevra macchiandolo di sangue". L'Autrice ne trae un'ulteriore conclusione: Ginevra sarebbe stata collegata alla "Setta del Graal" e avrebbe celebrato con Lancillotto, un rito sacrificale con alla base il sangue propiziatorio (44).
Il tradimento di Ginevra sarebbe stato pari a quello di Isotta: non poteva esistere. Isotta, era anch'essa sposa-casta, più volte sottoposta al giudizio di Dio e ad ispezioni corporali (45).
A mio avviso se ne deve trarre la conclusione che, per ciò che riguarda Ginevra, nella leggenda di vero ci sarebbe solo il fatto che Ginevra si sarebbe ritirata in monastero. Non per espiare il suo adulterio, bensì "dopo" la morte di Artù, quando il regno cominciò a disgregarsi, per trovare la salvezza e la propria incolumità fisica nell'unico posto che potesse offrirle protezione.
Nei limiti in cui la tesi della Goodrich può essere considerata valida, bisogna concludere che i particolari piccanti della storia Ginevra-Lancillotto sarebbero da attribuire alla fantasia di scrittori che lavorarono cinque secoli dopo la morte dei protagonisti.

Ginevra e Isotta
La "storia" del tradimento di Ginevra è una "storia" parallela al tradimento di Isotta, altra sposa casta che subì venne varie volte il "giudizio di Dio" ed ispezioni corporali.
Ebbene, la tradizione voleva che le vergini-vestali, alla pari delle streghe, perdessero i propri poteri quando violavano il voto di castità.
Ciò dovrebbe convincere definitivamente i dubbiosi della loro buona fede. Infatti, se questa sanzione avesse corrisposto al vero, la verifica fisica della verginità non ha nessuna valore di fronte al fatto che Isotta e Ginevra continuarono a possedere i loro poteri magici (vale a dire l'insensibilità al dolore e la preveggenza), nonostante il preteso adulterio.

Merlino
Tra i personaggi che popolano la corte di re Artù, ce n'è uno che è - per così dire - l'eminenza grigia della famiglia: Merlino, mago ufficiale di corte e consigliere personale di Artù. Nel complesso un personaggio che mi fa pensare ad un Rasputin ante litteram e, comunque, un personaggio decisamente inquietante.
Sul piano letterario l'espressione "Merlinus" fu utilizzata, per la prima volta, da Geoffrey di Monmouth nelle opere: "Historia Regum Britanniae", "Prophetiae Merlini" e "Vita Merlini". Ma il mago era già noto nella tradizione celtica con il nome "Myrddyn", probabilmente derivata dal nome della città di Caermyrddyn dove la tradizione lo fa nascere. Il nome latinizzato ha comportato la sostituzione della "d" con la "l" per evitare un appellativo irriguardoso.
Peraltro Merlino fu un personaggio reale e la sua vita - almeno secondo il metro e gli standard del basso medioevo - sarebbe stata incredibilmente lunga.
Tanto lunga che certi commentatori parlano dell'esistenza di almeno due Merlini diversi.
Merlino, Bardo gallese, sarebbe vissuto, più o meno nel VI secolo. Per il resto, sappiamo ben poco e fioccano le ipotesi, sensate e no, sul personaggio.
Ad esempio per Norma Goodrich, si sarebbe trattato di un arcivescovo, capo della Chiesa d'Inghilterra, conosciuto come uomo santo e saggio: i cronisti gli avrebbero attribuito molti "miracoli" che le poi leggende trasformarono in sortilegi da negromante.
Nella realtà Myrddyn sarebbe stato un consigliere del Re gallese Vortigern, che regnò intorno alla metà del V secolo; più di cent'anni dopo, Merlino ricompare di Re Gwenddolau insieme al quale è sconfitto nella battaglia contro Rhydderch il Generoso ad Arfderydd (575). Vuole la tradizione che il mago, impazzito dal dolore per la sconfitta, si fosse di seguito ritirato in una foresta per non mostrarsi più tra gli uomini.
Il Vescovo Alessandro di Lincoln richiese a Geoffrey de Monmouth di "transferre de Britannico in latinum prophetias Merlini", (cioè di tradurre le profezie dal britannico - vale a dire dal gaelico - al latino). A riprova di ciò, le "Prophetiae Merlini" (probabilmente inventate di sana pianta) sono precedute da una dedica all'alto prelato. Tuttavia, forse proprio grazie all'autorità del committente, la Chiesa Cattolica considerò Merlino un profeta "cristiano".
Del resto, nella saga arturiana, è proprio il mago a innescare il processo che permette "al dio Unico di cacciar via i molti Dèi celtici" (ho tratto la frase dal film "Excalibur"). Secondo Geoffrey de Monmouth, la magia di Merlino avrebbe avuto un'origine diabolica derivante dalla possessione diabolica dalla quale venne originato (46). In altri termini Merlino sarebbe stato il prodotto di quello che i medievali chiamavano un "Incubo" che avrebbe posseduto la madre "succube".
Dal padre Satana, Merlino avrebbe ereditato la capacità di conoscere il passato; da Dio, attraverso la madre, avrebbe derivato il potere di prevedere il futuro.
Da adulto divenne consigliere prima di Re Vortigern, poi di Re Uther Pendragon innamorato della virtuosa Ygerne (Igraine), moglie del Duca di Tintagel. Ma Igraine non ricambiava le attenzioni di Uther.
Merlino avrebbe fatto allora sì che il suo protetto assumesse magicamente per magia l'aspetto del Duca sicché grazie a questo inganno, Uther sedusse Igraine che concepì e diede alla luce Artù.
Merlino avrebbe preso l'infante sotto la sua tutela fino a quando divenne Re dei Britanni estraendo la spada dalla Roccia nella quale Uther l'aveva infitta.
Dopo l'unificazione dell'Inghilterra, Merlino rivelò al sovrano la sua missione più importante: la ricerca del Graal. Ma di lì a poco sarebbe stato imprigionato in una tomba di cristallo da Nimue o Viviana, la "Signora del Lago" (da alcuni "unificata" con Morgana).
Tuttavia, pur nella sua prigione di cristallo, Merlino continua a vivere su un altro piano di realtà.
Il romanziere Tolstoi ne ha confermato la natura di negromante.
E allora chi era il Merlino storico?
Sembra che Merlino sia stato un personaggio del mondo reale che visse probabilmente nel VI secolo; di lui, come ho detto, sappiamo solo che era un Bardo gallese - identificato da alcuni storici con Taliesin - specializzato in testi profetici vissuto molto a lungo.
Né molto di più ci dice la più volte richiamata Norma Goodrich la quale, nella sua tesi, sembra voler avallare un certo discorso di un presunto sincretismo tra druidismo e cristianesimo in Merlino.
Sembra che, nella realtà, Merlino fosse un druido, vale a dire un "superstite" di una casta che Giulio Cesare aveva decimato durante la sua campagna in Britannia; un druido probabilmente dotato di straordinarie capacità sul quale si è molto lavorato di fantasia (valga per tutti la citazione del roano di Nikolai Tolstoi) in un mondo di per sé dominato dalla magia.
Non a caso il personaggio Merlino è passato alla storia come "il Mago Merlino" vissuto probabilmente nel VI secolo.
Alcuni lo hanno identificato con un altro famoso "filid" (bardo) chiamato Taliesin forse vissuto nella stessa epoca.
Ci è pervenuto un piccolo frammento di una sua opera poetica: l'"Afallenau" con quattro versi che nessuno è riuscito a tradurre:

Saith ugein haelion a aethat ygwyllon
yng koed Kelydon y dauyant
kanis mi vyrdin wedy Taliessin
Byathad kyffredin vyn darogan.

Il Merlino del quale ci è giunta l'immagine letteraria fu qualcosa di molto simile al saggio druido-sciamano celtico: faceva parte di una casta che praticava la magia naturale e sappiamo troppo poco per esprimere qualsiasi giudizio.

I Cavalieri della Tavola Rotonda
Dalla tradizione non emerge in modo chiaro e univoco quanti fossero i cavalieri che sedevano alla Tavola, né alcuna indicazione su quanto fosse grande la tavola.
Ma cominciamo col dire che i cavalieri di rango più elevato della corte, menzionati dalle leggende arturiane, sono un numero variabile nei diversi racconti: passano da 12 a oltre 150. La Tavola rotonda di Winchester, (anni settanta del XIII secolo), ne elenca 25.
Thomas Malory, nella "Morte di Artù" ne descrive in sei regole il loro codice comportamentale:
  • mai oltraggiare o compiere omicidio;
  • evitare l'inganno;
  • evitare la crudeltà e concedere mercé a chi la chiede;
  • soccorrere sempre le dame e le vedove;
  • non abusare mai di dame e vedove;
  • mai ingaggiare battaglia per motivi sbagliati quali amore e desiderio di beni materiali;
Il loro compito principale era, comunque, la ricerca del Graal.
Questa fu, per i cavalieri della Tavola Rotonda, una sorta di caccia al tesoro che non è finita con la loro scomparsa.
In effetti sono più di mille anni che continua la caccia della reliquia introvabile.
Un maligno aggiungerebbe: probabilmente perché non esiste.
Il nucleo originale di 13 cavalieri è costituito da: Sir Bedivere (Bedwyr),) Sir Bors, re di Gannes (Gallia), Sir Galahad (figlio di Lancillotto del Lago), Sir Gawain (Gawaine, Walganus, Balbhuaidh, Gwalchmai), Sir Kay (Cai, Caius), Sir Lancillotto (Launcelot du Lac, padre di Sir Galahad), King Leodegrance (padre di Ginevra, custode della Tavola rotonda), Sir Mordred (figlio illegittimo di Artù, che distrusse il regno paterno), Sir Pellinore, Sir Percival (Perceval, Peredur, Parsifal), figlio di Pellinore, Sir Tristano, Sir Owain, figlio di Uriens di Gore (47).
A questo nucleo vennero con tempo associati, figli, fratelli, padri e cortigiani: Sir Aglovale, figlio di re Pellinore di Listinoise, Sir Agravaine, figlio di re Lot del Lothian, Sir Alexanderkoch, Sir Breunor, Sir Cador, Sir Caradoc, "Caradoc Vreichvras", Sir Colgrevance, Sir Costantino, divenne re dopo la morte di Artù, Sir Daniele, Sir Dinadan, Sir Ettore, padre adottivo di Artù, Sir Ettore de Maris, figlio di re Ban di Benwick, Sir Elyan il Bianco, figlio di sir Bors, Sir Erec, Sir Pelleas, marito della Dama del Lago, Sir Gaheris, Sir Gareth, Sir Geraint, Sir Gingalain, anche sire Il bel sconosciuto, figlio di Gawain, Sir Griflet, re Bademago, re Hoel, Sir Lamorak, Sir Lionel, Sir Lucano, Sir Maleagant, che rapì Guinevere, Sir Morholt, Sir Palamede il Saraceno, Sir Sagramor, Sir Safir, fratello di Palamede, Sir Segwarides, fratello di Palamede, Sir Tor, re Uriens, Sir Owain il Bastardo, altro figlio di Uriens (48).
Mallory aggiunge anche molte altre figure più o meno sconosciute nel racconto di Sir Urry: tra le quali Re Clariance del Northumberland, Sir Barrant le Apres, re Angwish d'Irlanda, re Nentres of Garlot, e molti altri che ometto perché di scarso interesse al di fuori di una ricerca specifica per il non specialista.
Nel complesso un bel numero.

Morgana l'incantatrice
Morgan Le Fay (fata Morgana), è un personaggio direttamente derivato dalla mitologia Celtica.
Come rivela il suo nome è la divinità "Morrighan", "Macha" o "Modron" (la grande madre celtica).
Morgana è una delle donne protagoniste della mitologia celtica, ma non è una fata come comunemente si dice. Tuttavia la cultura tardo-medievale di ispirazione cristiana, le ha imposto questo attributo. È diventata così la mitica Fata Morgana con la caratteristica di apparire sollevata dal suolo. Per questa sua qualità, tipica delle sacerdotesse di Avalon (delle quali Morgana è una delle ultime esponenti) finì per identificarsi con l'effetto ottico del "miraggio" cui dette il nome.
Nel ciclo arturiano, Morgana è talvolta presentata come antagonista di Artù e nemica di Ginevra.
Nella "Vita Merlini" (Vita di Merlino) del XII secolo, si dice che Morgana (questa volta è chiamata "Morgen") era la più vecchia di nove sorelle che governano su Avalon.
Per parte sua Geoffrey Monmouth la qualifica guaritrice mutevole nella forma. Mentre scrittori più tardi come Chrétien de Troyes, che si sono basati sulla descrizione di Monmouth, hanno parlato di una Morgana intenta a curare Merlino ad Avalon.
Nella tradizione arturiana, Morgana sorellastra di Artù, figlia di Lady Igraine e di Gorlois, duca di Cornovaglia; mentre Artù (Arthur Pendragon), era figlio di Igraine e di Uther Pendragon.
Morgana ereditò quindi parte della magia della Terra di sua madre.
E Morgana (in realtà Morghausen) (49) si ritrovò con due sorelle maggiori: Viviana (la Dama del Lago) (50) della quale Morgana era allieva e Genevere (Ginevra, la moglie di Artù). Di fatto costituiscono tre aspetti di una stessa realtà (coma la triplice Ecate della mitologia greca ma è una formula piuttosto comune anche della mitologia celtica.).
Anche Artù (col nome sacro di Arthur Pendragon) sarebbe stato educato ed iniziato all'antica religione di Avalon (51). Il suo compito, infatti, sarebbe stato quello di unire le popolazioni dell'Inghilterra, quelle fedeli all'antica religione di Avalon e quelle fedeli alla nuova fede cristiana.
Originariamente (per esempio in "Le Morte d'Arthur") questo ruolo pare fosse ricoperto da una delle sorelle.
Diverse fonti parlano di Morgana come allieva di Merlino e, solo successivamente, sua rivale; è evidente che, in questa parte di leggenda Morgana appaia parzialmente sovrapposta con quella di "Viviana".
Il mito della rivalità fra Morgana e Merlino è ripreso anche in alcune opere cinematografiche, in particolare nel film "Excalibur" di John Boorman (1981). Questa, che corrisponde alla compiuta trasformazione del personaggio nel tardo Medioevo, la vede come perfida seduttrice, bella e malvagia: il prototipo, della "strega" aborrita ma temuta dalla Chiesa.

GLI OGGETTI DELLA SAGA
Passando ad un altro elemento della saga vediamo che la stessa è basata su due archetipi: quello della spada e quello della coppa.
La valutazione di questi due elementi ci permette di sfatare un luogo comune abbastanza banale: vale dire che l'uomo in tutta la sua storia abbia percepito se stesso e l'ambiente che lo circonda sempre nello stesso modo.
Parlando in senso fisiologico, in linea di massima gli organi di senso non sono mutati e ne dovremmo trarre la conclusione che non è mutato il modo di percepire il mondo.
Allora, se la premessa è esatta, è il modo di ragionare che nasconde un difetto di impostazione perché non teniamo conto che, di fatto, la percezione è mediata dalla coscienza e che da essa dipende.
Ne consegue che, essendo immutabili gli organi della percezione, quello che muta - col tempo - è la capacità di valutare gli elementi acquisiti con la percezione.
Premesse queste notazioni di carattere preliminari torniamo alla "spada" e alla "coppa". Sia l'una che l'altra rappresentano due diversi tipi di impostazione del pensiero e della coscienza.
Ne deriva che, essendo spada e coppa archetipi (o se si preferisce simboli, icone), in effetti sono in grado di condizionare l'inconscio collettivo.
Non resta, allora, che individuare la natura di questi archetipi.
Considerata oggettivamente e sotto un aspetto psicanalitico, la coppa corrisponde all'archetipo dell'organo genitale femminile (è la trasposizione della venere steatopigica che sopravvive nel del culto della Grande Madre) (52). In altre parole la "Coppa" rispecchia uno stato di coscienza in presenza del quale l'uomo si immedesima con il cosmo (53).
Al contrario la spada è simbolo di forza, di virilità. La sua lama simboleggia la purezza, separa il "bene" e il "male" (54). Allora la perdita della spada da parte di Artù, contribuisce a determinare la perdita di identità da parte del Re e l'affetto è lo scatenamento della "Wasteland".
È, infatti evidente che, dal punto di vista psicologico, la spada rappresenta una coscienza capace di dominare l'ambiente riaffermando l'ego (55).

Il Graal
Tra i vari elementi del mistero presenti nella Sagra arturiana, è il più misterioso ed il più controverso.
Che cosa è il Graal?
Difficile dirlo: questo "qualcosa" ha fatto versare fiumi d'inchiostro dal medioevo ad oggi. L'ipotesi che segue la saga arturiana ne fa, come ho accennato, la coppa dell'ultima cena nella quale fu raccolto il sangue di Cristo.
Ma non è l'unica ipotesi: altri (ad esempio D. Brown) fanno derivare il termine Graal da "Sang Real", una non meglio definita dinastia derivante proprio da Gesù. Per altri autori il Graal ricorderebbe il calderone celtico di Dagda (uno dei doni dei Tuatha de' Danann).
In realtà Il Graal potrebbe essere un oggetto sia materiale che immateriale, simbolo di una antica religione ctonia che usava la "coppa" come metafora del "ventre materno" della dea Terra: Successivamente sarebbe passato ad indicare metaforicamente il grembo della Vergine Maria (56).
La simbologia della coppa è anche legata alla lancia di Lug, vale a dire alla spada. Per cui con la coppa e la spada si riuniscono in un culto unico, quello della madre Terra (l'elemento femminile) e quello del Sole (elemento maschile rappresentato dalla spada simbolicamente identica al menhir, la "roccia" conficcata nel ventre materno della terra bruna).
La ricerca (Quêste) del Graal sarebbe così contemporaneamente ricerca dell'oggetto materiale, ed anche ricerca o riscoperta dell'antico antico culto.
Mi sono già occupato, pure in questa rubrica, dell'antichissimo culto della dea madre, di come esso fosse in stretta relazione con il culto solare e di come tali culti fossero il retaggio di un culto ancora più antico e dimenticato: il culto della Luna.
Gli antichi sceglievano come luoghi sacri a tali culti particolari punti in cui si sviluppavano e si sviluppano tutt'ora energie telluriche notevoli, i cosiddetti "nodi vibranti" già che tali energie si basano sul concetto di vibrazione il cui ricordo ritroviamo nei culti isidei della cultura egizia e nelle cosiddette "parole di potenza".
Sempre inseguendo l'aspetto archetipale ho trovato il Graal, considerato, sia oggetto materiale sia metafora del ventre della dea Terra.
Poi, a partire da Chrétien de Troyes il Graal è divenuto la "Coppa dell'ultima Cena" ed il contenitore del Sangue di Cristo.
Questa trasformazione ha però un valore puramente letterario: la coppa, di per sé, non può essere un simbolo cristiano. Essa infatti, compare con significati diversi, in molti miti antichi.
È il "calderone di Dagda" della mitologia Celtica; è la "Cornucopia" dei Greci. Indubbiamente è anche il Graal dei primi cristiani.
Successivamente diventerà matraccio degli alchimisti e recipiente delle cerimonie sabbatiche delle streghe.
Del resto al medesimo motivo è collegato il "mandala" che racchiude la realtà buddista.
Qualche critico dell'arte ha rilevato un collegamento tra il mandala, il rosone delle cattedrali gotiche, il fiore di loto della dea giapponese "Kuan-Yin" (57), l'indiano "Samudra" (58).
In una bibliografia immensa - che abbraccia tutti i secoli, dal XII al XX (e della quale darò un resoconto sommario in appendice) - mi limiterò a ricordare i due esempi più vicini a noi di interesse per il Graal: R. Wagner (col suo monumentale "Parsifal") tra i grandi musicisti e R. Mc Gregor tra i romanzieri (con il suo "Indiana Jones e l'ultima Crociata").
Ma cerchiamo di capire cosa fosse, nei vari aspetti, Graal poi divenuto "Sacro".
Comincio, come di consueto, dall'etimologia della parola.
Nella sua attuale grafia, la parola "Graal" si rivela essere di origine francese e ci è pervenuta dal latino medievale "gradalis" che significa puramente e semplicemente "recipiente".
L'aspetto sacrale che ha poi caratterizzato il Graal, invece, è nato con una leggenda.
Nel Medioevo si diffuse la credenza - mai dimostrata - che Giuseppe di Arimatea avrebbe utilizzato questo recipiente dell'ultima Cena per raccogliervi il sangue versato da Cristo durante la crocifissione.
Storia...? Mito...? Leggenda...? Impossibile rispondere!
Per quanto mi consti, di sicuro posso dire che non si tratta di un oggetto storicamente documentabile.
Naturalmente, questa opinione non è condivisa dai numerosi ricercatori del miracolo che lo individua ora qui ora lì. Che io sappia, non esiste una straccio di documento che ne parli al di fuori della narrativa; non esiste un oggetto nel quale possa essere identificato; non esiste una immagine che lo descriva che non sia frutto di fantasia.
D'altra parte, anche sotto l'aspetto letterario, va chiarito che non esiste in un'unica versione della vicenda narrativa del Graal.
Ne parlò Chrétien de Troyes che, tuttavia, trasse spunto dallo scritto di carattere storiografico, in lingua latina, di Geoffrey of Monmouth: "Historia Regum Britanniae" del 1137. In Chrétien de Troyes, che scrive nel XII secolo, il Graal non ha però una sua precisa configurazione (ché anzi resta in una propria nebulosità) né una configurazione sacrale. Più che altro ha un contenuto simbolico nel senso che rappresenta la purezza agognata dai cavalieri della Tavola Rotonda e dallo stesso re Artù.
Su questo nucleo indistinto cominciò a costruirsi una serie di tradizioni letterarie che ne accrescevano la credibilità.
Così, ad esempio, si cominciò a favoleggiare di un Graal - di cui si cresceva la sacralità a seconda dei passaggi - che era passato di generazione in generazione, per arrivare fino ai giorni nostri, tenuto sotto custodia dagli immancabili templari.
Nella versione cinematografica il Graal sarebbe tuttora nascosto in una delle loro fortezze in Europa (59).
Ci sono poi cultori del ciclo bretone di re Artù che collocano il Graal sulla altrettanto leggendaria isola di Avalon insieme al corpo del re.
Altri ritengono che sia passato per le mani dell'imperatore Federico II di Svevia il quale avrebbe deciso di costruire il suo Castel del Monte in Puglia per meglio custodirlo.
Né poteva mancare l'immancabile scrittore di tipo scandalistico (alla Dan Brown, per intenderci) che ha fornito per il momento l'ultima versione della vicenda del Graal.
Mi riferisco a G. Hancock il quale ha elaborato una intricatissima, quanto improbabile vicenda nella quale sono coinvolti Maria Maddalena, una fantomatica discendenza di Gesù ed i Merovingi.
Insomma chi più ne ha più ne metta...
Per quel che mi risulta il Graal ha un valore esclusivamente simbolico-esoterico. Fu ed è rimasto il simbolo della ricerca del divino e della verità assoluta, quello che per gli alchimisti fu la "Pietra Filosofale". E con essa condivide la "non esistenza" sul piano oggettivo ed effettuale.
In altre parole il Graal rappresenta la ricerca del nostro io nascosto, l'"id" degli psicanalisti, la pietra levigata dei Massoni.
Tuttavia l'associazione di questo argomento con quello dei cavalieri della ricerca, ci pone almeno tre problemi:
  • Il primo è il senso della ricerca: Perché si cerca il Graal?
  • L'oggettività della reliquia ricercata;
  • L'identità dei soggetti della ricerca.
Per quanto riguarda la prima domanda c'è da dire che Re Artù ed i suoi dodici cavalieri cercano il Graal per allontanare la "Wasteland".
La Wasteland (la terra devastata) è una sorta di punizione che viene inflitta ad Artù per aver perso la spada (come vedremo simbolo di purezza) e per aver concepito il figlio Mordred con la sorella Morghausen.
Alcuni cavalieri muoiono nell'impresa; altri arrivano molto vicini al Graal ma non riescono a concludere la ricerca; alcuni abbandonano l'impresa; uno solo lo trova.
Perché tutte queste posizioni differenziate?
A mio avviso perché ognuno dei ricercatori ha il suo Graal, che è diverso da quello che gli altri immaginano per forma, natura e significato (60).
In questa chiave credo che debbano essere rilette le vite dei cinque principali protagonisti.
Così facendo, ognuno di noi potrà trovare il suo Graal.
Sorprendentemente in Chrétien de Troyes il Graal viene trovato da un giullare. In altri termini lo trova l'unica persona che non lo cercava!
Ne consegue che appare lecito ripensare lo scopo della ricerca: la ricerca deve ritenersi dunque inutile?
Stranamente la risposta deve essere sia positiva che negativa. Infatti la ricerca è vana se si esaurisce nello studio di documenti e testimonianze, se è diretta verso un oggetto materiale presumibilmente scomparso duemila anni fa.
Ma Bruno Corzino fa osservare che il Graal, sparito probabilmente dal mondo materiale in maniera definitiva "può acquistare un significato nuovo per l'uomo d'oggi" almeno per i poveri, gli emarginati, gli affamati.
Suor Maria Teresa di Calcutta, come il giullare di Chrétien, non ha mai cercato il Graal eppure l'ha trovato!
Sorge allora il dubbio che il Graal abbia un significato solo in senso cristiano.
Che il Graal risieda nell'attenzione prestata a chi è più sfortunato, a chi non ha udito il messaggio di amore di Gesù.
Sarebbe questo l'unico Graal che possiamo trovare; l'unica coppa che possiamo ancora offrire al nostro vicino.
Valutando le vicissitudini dei vari cavalieri ci accorgiamo che ciascuno dei protagonisti della leggenda porta in sé alcune delle qualità cristiane vissute dai cercatori d'oggi.
Questo gli consente di non fallire come accade a Lancillotto: "...Allora Lancillotto guardò nel centro e vide una tavola d'argento e il Sacro Vaso coperto di sciamito rosso e circondato da molti angeli. Entrò nella cappella e si avvicinò alla tavola d'argento. E allora sopravvenne un gran soffio di vento misto a fuoco che lo investì con tanta forza che egli cadde a terra senza poter alzarsi e perdette l'uso delle membra, dell'udito e della vista..."
Lancillotto, il cavaliere senza macchia, ha anteposto l'amore umano per Ginevra al sacrificio che richiede l'ascesa al monte del Graal. Gli è arrivato vicino, per un attimo lo ha visto; ma non riesce ad accostarvisi.
L'amore per la donna di Re Artù non è solo un atto di tradimento ma anche un adulterio. E questo lo rende estraneo al Graal; davanti ad esso sarà investito da un vento di fuoco che lo scaglierà a terra: sarà costretto a riconoscere che "...tutte le mie grandi imprese di guerra le ho compiute per amore della regina e per suo amore io ho combattuto, senza badare se fosse giusto o sbagliato, e mai ho combattuto per amore di Dio ma solo per guadagnarmi affetto e per essere amato...".

La spada ("Excalibur")
Sotto l'aspetto fisico e magico, Excalibur è un'arma dai poteri straordinari. Tuttavia una spada magica non è esclusiva della leggenda arturiana.
La spada compare nei miti di molti popoli sotto svariati nomi e fino dalle epoche più remote. Ma la leggenda arturiana l'ha resa celebre fra le leggende celtiche attraverso la narrazione della "Spada nella Roccia".
Tutti conoscono la versione cinematografica. Artù ferito a morte chiede a Parsifal di gettare Excalibur in un lago per restituirla alla dama del Lago. E Parsifal, pur riluttante obbedisce.
Ma c'è una seconda versione secondo la quale la spada è forgiata da Merlino e con questi scompare dopo la morte di Artù.
Una terza versione afferma che Excalibur è custodita dalla setta esoterica detta dei "Fratelli Iniziati" (i Rosa+Croce?). I "Fratelli Iniziati" avrebbero lasciato tre indizi in forma di croce a Glastonbury, nel duomo di Modena ed in quello di Otranto; su tutte le croci compare la scritta "Hic iacet Arturius inclitus rex in insula Avalonia".
Nella tradizione germanica il mito si confonde con quello dell'"Heilige Lance".
Quella che oggi definiamo "Excalibur" non nasce come spada: dovrebbe essere il ferro terminale di una punta di lancia romana.
Cerchiamo di comprendere come la spada entri nel mito.
A partire dal IV secolo la cristianità, scopre le reliquie di Cristo e dei Santi.
In Terra Santa Elena, madre di Costantino - che vi si è recata nel 323 d.C. - ha cominciato a trovare molti oggetti sacri.
Si crea, in tal modo un vero e proprio culto che le riguarda (vere o false che fossero) e gli oggetti si moltiplicano a dismisura (61).
S. Gregorio di Tours (Clermont 538 - Tours 594) fu il primo a sostenere che, oltre a quelle ritrovate da S. Elena, esisteva un'altra reliquia legata alla Passione: la Lancia con la quale il soldato Cassio Longino, soprannominato Longino l'Isaurico, aveva colpito il costato del Cristo probabilmente per verificarne la morte.
Che fine aveva fatto?
Seguiamo a questo punto il filo della leggenda e verifichiamo che la Lancia di Longino è passata, pari pari, nel presente mito arturiano e nelle leggende sul Santo Graal ove è presente in una duplice veste: come lancia e come spada.
Infatti nella prima forma si presenta come uno degli oggetti della "Processione del Graal", di Chrétien de Troyes (in "Perceval le Gallois", più o meno del 1190) (62).
Nella seconda è l'Excalibur.
Ma credo che non possa sfuggire all'attenzione del lettore che l'oggetto ha una duplice natura, pure nella tradizioni Celtiche.
Per i Celti, infatti, creature di origine non identificata poi divinizzate (i "Tuatha de' Danaan"), prima di ritirarsi nel "Tirna n'og", (paese della "Età dell'oro"), lasciarono agli uomini quattro oggetti magici in grado di trasmettere la conoscenza: la "Pietra di Fal", la "Spada di Nuada", il "Calderone di Dagda" e la "Lancia di Lugh".
La lancia della "processione del Graal", è senza dubbio, la "lancia di Lugh" (tant'è che dalla sua estremità stilla sangue!).
Ma vi è di più, perché nel Castello del Graal, nelle leggende sul Santo Calice, nei miti di Re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda, nella tradizione cavalleresca codificate nella "Materia di Bretagna" sono presenti tutti e quattro i doni del Tuatha.
La "Spada di Nuada", nel Castello del Graal, è un'arma dai poteri magici e da essa derivarono molte altre spade, tutte pervase da una forza sovrannaturale come:
  • la "Spada di Davide" o "Spada dagli Strani Pendagli", impiegata dal re Varlan per uccidere il re Lambor;
  • la "Spada Drnwyn, " appartenuta al re Rhydderch il Generoso;
  • la "Spada nella roccia", del giovane Artù;
  • l'"Excalibur" (chiamata anche "Caliburnus" o "Caledfwlch" o "Caladbolg" ossia "Fulmine Solido");
  • la "Spada di Carlo Magno" (la Joyeuse), nella cui elsa sarebbe stato introdotto uno dei chiodi utilizzati per la crocifissione;
  • la "Durlindana", la spada del pladino Orlando della "Chanson de Roland".
Il Calderone di Dagda diventa invece la coppa in cui Gesù bevve il vino durante l'Ultima Cena ed in cui Giuseppe d'Arimatea avrebbe raccolto il sangue del Cristo.
La Pietra di Fal, infine, si trasforma nel Sacro Piatto sul quale fu posta la testa di S. Giovanni il Battista.

Che cosa è accaduto?
La Lancia di Lugh, nel corso dei secoli, ha subito un processo di "cristianizzazione" e si è identificata con la Lancia di Longino. Ma resta nella sua originaria natura quando si presenta come l'arma magica con cui Amfortas, (di volta in volta "Re pescatore", "Re Magagnato" o custode del Graal di cui ci parlano Chrétien de Troyes; Wolfram von Eschenbach e Richard Wagner).
È quel "Colpo Doloroso" inferto al "Re Magagnato (Ferito)", che produce la Wasteland (Terra desolata).
"Originali" di Lance Sacre cominciarono a spuntare dovunque: a Parigi, a Norimberga, a Bordeaux, a Mosca, a Vienna, a Cracovia ed a Roma (63).
Si aggiunga che, per parte loro le spade assumono, a partire dal medioevo, una grande importanza: avranno un nome e saranno simbolo di giustizia e potere (64) anche se hanno, di per sé una storia lunga e complessa (65).
Quanto alle doti magiche dell'Excalibur non sarebbero mai esistite ed il mito sarebbe nato dalle forse non comuni doti di guerriero di Artù abilmente montate da una accorta propaganda.
Tutto sommato la spada è un archetipo che compare anche nelle mani dei cherubini e nell'iconografia del Cristo quale simbolo di luce e di conoscenza.
Ritroviamo ancora la medesima icona nei tarocchi (66) e nelle carte da gioco.
D'altra parte, dal punto di vista psicologico, la spada è simbolo sessuale della mascolinità e non è necessaria molta fantasia per comprenderlo: i simboli del Graal e dell'Excalibur divenuti di uso quotidiano con l'avvento della psichiatria.

Nel Medioevo il cavaliere ed il mago costituivano l'altro versante psicologico rispetto alle streghe. Cavaliere e mago cercavano nella spada la verità e la giustizia, vale a dire il potere di automigliorarsi fino alla perfezione; per mezzo della spada il cavaliere poteva identificare la propria identità con l'Assoluto (67).
E la spada insegnava al cavaliere a dominare gli istinti autodistruttivi, per cui diventava un elemento di automiglioramento.
In questo senso l'Excalibur integrava il Graal: l'una e l'altro si ponevano come le due fondamentali polarità della coscienza e del nostro essere opposti; come lo yin e lo yang, dove il nostro compito si esaurisce nella ricerca dell'equilibrio, vera fonte di benessere e felicità.
Al di fuori di queste considerazioni dell'Excalibur, dell'oggetto-spada, non sappiamo niente oltre la leggenda e l'iconografia.
La spada che rende invincibile, con una guaina che proteggeva dalle perdite di sangue, donata a Re Artù nella leggenda della "Spada nella Roccia".
Nella materia di Bretagna c'è non altro in fatto di "spade".
Tuttavia, nel recente passato, Adolf Hitler non solo ci ha creduto, ma ha ritenuto di averla trovata. Ciò accadde nel 1938, quando ritenne di aver trovato l'Excalibur nella "Weltliche Schatzkammer" (la "Stanza del Tesoro") dell'Hofburg di Vienna tra i cimeli del Sacro Romano Impero appartenuti agli Asburgo (68).
Inutile riportare quanto hanno più volte riproposto cinema e fumetti. Sta di fatto che ancor oggi i visitatori della Hofburg di Vienna possono vederla. Non sappiamo di cosa si tratti. La sua qualificazione è stata sempre dubbia ed i dubbi non sono mai stati sciolti; Gli studiosi sono divisi tra coloro i quali ritengono che si tratti dell'Excalibur, coloro i quali propendono per la "Heilige Lance" (la Lancia (quella che sarebbe stata utilizzata dal pretoriano Longino), e coloro che sono totalmente agnostici.
A prima vista più che una spada, sembra proprio un puntale di ferro di lancia messa in un fodero di pelle molto logoro.
Qui invece intendo soffermarmi su un aspetto del quale in genere non si parla: sulla diffusione del mito della "spada nella roccia" che siamo abituati a ritenere circoscritto alla vicenda arturiana.
Niente di più errato: esiste un altro caso, in Italia, a Montesiepi, nella Chiesa dedicata a San Galgano dove non costituisce un mito bensì un fatto documentato.
In questo piccolo comune del senese, in località Montesiepi, fu costruita l'abbazia gotica in memoria del cavaliere Galgano Guidotti e dedicata a san Galgano. Di tale abbazia oggi sopravvivono alle spoliazioni verificatesi nel tempo solo le rovine.
Naturalmente anche a Montesiepi circola una leggenda che, però, non riguarda l'esistenza della spada nella roccia (che è un fatto), bensì la modalità dell'infissone.
Narra dunque la leggenda che Galgano (69), nel 1180, avesse deciso di abbandonare il mestiere delle armi e, a riprova del suo voto, infiggesse - appunto - la propria spada nella roccia intorno alla quale fu edificata l'Abbazia.
Inutile dire che la scienza ufficiale non si è limitata ad accettare la leggenda ma nel 2001, approfonditi studi archeologici hanno inequivocabilmente ascritto l'ama al medioevo (XII secolo) (70).

La tavola Rotonda
Anche la locuzione "tavola rotonda" sarebbe frutto di un errore di traduzione: per gli stessi archeologi si tratterebbe, in realtà, di un "tavoliere rotondo". L'espressione sarebbe quindi riferita non ad un oggetto, ma ad un luogo: Presumibilmente a Camelot; stando a questa lettura "Camelot" dovrebbe essere cercata in Scozia.
Ma la Tavola Rotonda non pone solo problemi di semantica.
Tanto per cominciare cos'era la Tavola Rotonda?
Diciamo che nel ciclo arturiano, l'oggetto in questione è presentato come il tavolo del castello di Camelot intorno al quale si svolgevano le riunioni di Re Artù ed i suoi cavalieri: in perfetta parità.
In certe varianti anche il Mago Merlino aveva un posto. Mentre alcune opere del ciclo attribuiscono la creazione della Tavola Rotonda proprio a Merlino.
La forma della tavola (perfettamente circolare) nascondeva, con tutta evidenza, un significato evidentemente simbolico. Coloro che vi sedevano intorno - anche il Re - vi sedevano in perfetta parità, senza privilegi di sorta.
Tutto sommato non si trattava di un'invenzione di Re Artù o di Merlino o di qualche altro personaggio dell'énturage arturiano. L'adozione di simili soluzioni era abbastanza comune tra i gruppi Celtici dell'antichità ed è documentato anche da altre fonti.
La particolarità della Tavola Rotonda di Camelot era la presenza di un posto riservato: era detto "siège périlleux" (seggio pericoloso).
Non costituiva un'eccezione al principio di parità. Merlino lo riservava al cavaliere purissimo di cuore, destinato a trovare il Graal; chiunque altro vi si fosse seduto moriva istantaneamente.
Il siège périlleux rimase vuota fino a quando potette sederci Galahad, figlio illegittimo di Lancillotto.

I LUOGHI DELLA SAGA
Mito, leggenda, storia e romanzo si intrecciano in maniera inestricabile in qualunque aspetto della vicenda arturiana. Siano esse persone, cose o luoghi.
È a mio avviso impossibile ricostruire una geografia arturiana perché i luoghi ed i tempi delle imprese di Artù variano di narrazione in narrazione e si spostano dal Galles, alla Cornovaglia, e poi all'estremo nord dell'Inghilterra senza soluzione di continuità (71).
Vi sono, nella saga due nomi evocativi che tutti conoscono anche se non sanno nient'altro: pensate a "Camelot" o ad "Avalon". Entrambe le località sono state a lungo cercate; spesso "trovate", sempre "riperse".
Entrambe le parole hanno molteplici significati. Innanzi tutto nella realtà romanzesca; poi nel simbolismo esotericheggiante; infine nei voli della fantasia dei cercatori.
Ad esempio gli ostinati cercatori asseriscono che Camelot (la mitica reggia di Artù, la sede con la Tavola Rotonda) corrisponda a Cadbury Castle; e che Avalon (l'isola leggendaria della giovinezza e della fine di Artù) corrisponda a Glastonbury Tor, nel Somerset.

Camelot
Probabilmente il mistero più impenetrabile, della saga Arturiana, è la sua mitica capitale, Camelot.
Ho appena accennato che molti ritengono di aver individuato la mitica "Camelot". Uno di questi cercatori dell'impossibile è Geoffrey Ashe che la identifica con il cerchio neolitico di Cadbury (72) al confine tra il Somerset e il Dorset.
La Goodrich ritiene di aver identificato Camelot nel villaggio di Greenan a nord di Glasgow. La tesi è priva di fondamento: l'occupazione romana della Gran Bretagna non portò mai ad una completa romanizzazione e l'occupazione rimase limitata alle pianure meridionali; alle regioni a nord del Vallo di Antonino Pio e di quello di Adriano (occupate dai Caledoni e dai Pitti), il dominio romano non si estese mai.
Peraltro Il dominio militare romano cessò nel 407, mentre nel 410 avvenne sotto l'imperatore Onorio il disimpegno politico.
A partire dal 410 i britanni romanizzati vennero abbandonati a se stessi, pressati ad est dagli Angli e dai Sassoni, ad ovest dagli Scoto-irlandesi, a nord dai Pitti.
Le lotte contro gli invasori si protrassero per tutto il V secolo sotto la guida di vari personaggi: San Germano di Auxerre, il generale Ambrosius ed il re Vortigern, tutti in lotta contro gli invasori e tra loro.
Dopo la cosiddetta "battaglia dell'Alleluja" gli Angli ed i Sassoni riuscirono ad insediarsi nell'isola fino all'arrivo di Artù. Poi Artù riunificò gran parte dell'isola in dodici battaglie; ma, nel 537, dovette soccombere a Camlann in Caledonia, combattendo contro i Pitti (in quell'occasione morì anche Mordred) (73).
Orbene, per quanto la guerra contro i Pitti si fosse svolta molto a nord (74), è fuori discussione che si fosse trattato di una guerriglia di frontiera per cui si deve ritenere che i resti di Greenan sono probabilmente fortificazioni di confine.
La Camelot della leggenda doveva trovarsi molto più a sud nella zona pacificata. Verosimilmente vi sono altri siti che hanno maggiori probabilità di essere state Camelot: Cadbury, Winchester, Caerlon nel Galles, Killibury in Cornovaglia ecc..
Viceversa l'americana Norma Goodrich ha ritenuto di poter identificare Camelot con il villaggio di Greenan a nord di Glasgow: lì effettivamente vi è un castello (75) (che risale al XV secolo).
In quel castello sono stati in effetti ritrovati resti lignei di epoca arturiana (vale a dire del VI secolo).
Questo significherebbe spostare Camelot tropo a nord; e logica vuole che il centro geografico della saga dovrebbe coincidere con la Cornovaglia.
In ogni caso l'ipotesi della Norma Goodrich si trova anche in contrasto con la realtà storica. L'occupazione romana della Gran Bretagna non portò mai ad una romanizzazione completa: l'occupazione rimase limitata alle pianure meridionali.
Questa constatazione si accorda meglio con una Camelot in Cornovaglia perché le regioni settentrionali, fino al Galles, furono occupate solo da guarnigioni (castra) mentre i "Castles" arrivarono con il basso medioevo (all'incirca IX - X secolo).
A nord dei Valli di Adriano e di Antonino Pio il territorio, rimase dei Caledoni e dei Pitti ai quali ed a loro non si estese mai il dominio romano. Tra l'altro, come sappiamo quel dominio cessò del tutto tra il 407 ed il 410 (76).
La fine dell'occupazione non segnò la fine delle lotte: i Britanni proseguirono nei combattimenti con gli invasori (popoli Germani) per tutto il V secolo (ed oltre) sotto la guida di San Germano di Auxerre, del generale Ambrosius e del re Vortigern, i quali combatterono e "si" combatterono con alterne fortune.
Ad esempio gli Angli ed i Sassoni prevalsero nella "battaglia dell'Alleluja" ma riuscirono ad insediarsi nell'isola solo fino all'arrivo di Artù.
La "Historia Britannorum" ci dice che Artù riunificò gran parte dell'isola nel corso di dodici battaglie (personalmente credo che numero abbia un valore simbolico: 12 serve a introdurre il successivo tema della malasorte che sarebbe capitata di lì a poco: sarebbe morto, nel 537, a Camlann in Caledonia al termine di una guerra contro i Pitti).
Camlan e la guerra contro i Pitti si combatté molto a nord rispetto al baricentro delle imprese arturiane e sembra indicare un allargamento del conflitto in un tentativo di riunificazione ma probabilmente si trattò di una guerriglia di frontiera ed i resti di Greenan (Camlan) sono probabilmente fortificazioni di confine.
Altri siti, come Cadbury, Winchester, Caerlon nel Galles, Killibury in Cornovaglia ecc., hanno maggiori probabilità di corrispondere a Camelot.

Avalon
Avalon è il luogo (forse un'isola) dove, secondo la leggenda, venne portato Artù moribondo dopo la battaglia di Camlan.
Il nome "Avallon" deriva dal cimrico "Afal" cioè "pomo". La figura del pomo e quindi del legame agricolo fa parte della simbologia dell'isola, che in tal modo la lega di diritto al culto lunare della dea Madre.
Avalon significa dunque "terra dei pomi", ma il nome in sé si collega strettamente ad "Ablem-Belem" che è l'equivalente celtico di Apollo: in altre parole ritroviamo il solito dualismo Terra-Sole (77).
Peraltro un'altra denominazione faceva di Avalon la "terra degli immortali" O, se si preferisce, "Tir na n'-og", "paese della giovinezza" dove si festeggiava la solennità dell'equinozio di Primavera (78).
Avalon dunque. Questa località, di per sé nebulosa, potrebbe nascondere un fondo di verità ed identificarsi con Glastonbury.
Questa vecchissima abazia in antico era quasi interamente circondata dall'acqua.
Del resto a Glastonbury intorno al 1960 gli archeologi scoprirono i resti di una fortezza dove era probabilmente possibile ospitare almeno un migliaio di persone.
Avalon è stato, nel tempo, uno dei luoghi arturiani più ricercati e spesso "trovato" (poi riperso!).
La prima scoperta risale al 1190 e si dovette proprio ai monaci dell'Abbazia. Essi affermarono di aver trovato, sotto le mura dell'abbazia la tomba e le spoglie del Re (79).
Da un punto di vista meramente storico dobbiamo osservare che in antico il luogo era denominato "isola di vetro" (vale dire "Ynis Witryn"): si trattava di una collina al centro di acquitrini, canali, sentieri e terrazzamenti dove, secondo le leggende locali, si sarebbe spalancata la porta degli inferi (vale a dire il "Tor") (80).
Nel 1184, un incendio aveva distrutto l'abazia ed i Benedettini avevano immediatamente iniziato a ristrutturare le rovine. Sarebbe stato in quell'occasione il ritrovamento di due tombe con i resti di un uomo e di una donna.
Su una delle tombe sarebbe risultata una croce che recava con incise le seguenti parole "Hic Iacet Arcturus Inclitus Rex In Insula Avalonia" (81).
Realtà? Falso? mistificazione? Nessuno può dirlo perché della presunte tombe non è rimasta traccia. Mi chiedo solo a che scopo un monaco del XII secolo avrebbe dovuto commettere la falsificazione?
Di fatto Glastonbury da quel momento fu associata ai miti arturiani come "Avalon".
Vale la pena di ricordare che, dopo l'incendio del XII secolo, fu costruita una grande abbazia gotica, ma il complesso - nel 1539 - crollò per un terremoto. Oggi ne rimangono solo pochi resti con il campanile della chiesa di S. Michele edificata sulla vicina Tor.
Naturalmente non possiamo dimenticare che esistono altre località che nel tempo sono state individuate con Avalon. In ordine alfabetico: Aberystwyth, Anglesey, Avallon in Burgundia, Bardsey, Gower, Gresholm, Man, Peel nell'isola di Man, Puffin, Shilly, la Sicilia (82), Tory.
C'è infine da circondare che la zona di Glastonbuby è esaminata anche da persone dotate di poteri ESP (83).
I risultati sono stati raccolti, in stato di trance, per mezzo della scrittura automatica, attraverso un contatto con il misterioso gruppo detto dei "Guardiani". Questi - dall'al di là - avrebbero comunicato dettagliate mappe della zona e informazioni sul passato del sito. Ma non mi sembra che la cosa abbia avuto molto seguito.
Uno dei ricercatori (tale Bond) sarebbe riuscito fatto a scoprire alcuni resti del monastero. Ma nulla di più.
Successive ricerche archeologiche hanno invece confermato almeno in parte talune affermazioni della picometrista. Ad esempio, nel 1958 gli scavi di Ralegh Radford hanno dimostrato l'esistenza di due tombe proprio nel punto in cui i benedettini avevano "trovato" la tomba di Re Artù.

Camlan
La leggenda vuole che morisse in battaglia a Camlann Artù nel 541 (o nel 542 o, ancora, nel 580 a seconda delle fonti). Questo luogo è stato localizzato, di volta in volta, a Camlan nel Galles, ma anche sul fiume Camel in Cornovaglia (in tal caso Camlann sarebbe, infatti, la contrazione di Camboglanna che significa "fiume contorto"), nella piana di Salisbury, ovvero a Cam nel Somerset.


La foresta di Brocelandia
Un luogo arturiano famoso, è la foresta di Brocelandia che è stato localizzato, con sufficiente approssimazione, nel Pays de Rennes, presso Paimpont: qui si trova anche una chiesa nota popolarmente come L'Eglise du Saint Graal. Nella foresta di Brocelandia sarebbe nascosto il Corpo di Merlino.

IL MITO DI ARTÙ IN CHIAVE ESOTERICA
Come il biblico Mosè, Re Artù fu visto - al tempo stesso - come Re, come Sacerdote e come Iniziato ed ancora come guida politico-militare ed anche come tramite tra il suo popolo e la divinità (sciamano).
Si poneva pertanto come modello perfetto del reggitore di popoli, versione terrena del Re del Mondo di Agharti.
A lui si ispirò, tra gli altri, Federico II Hohenstaufen, quando fece edificare, Castel del Monte, a modello di Camelot.
Peraltro, intorno al "Parzival" si è sviluppata una vera e propria scuola di pensiero.
Questa negli ultimi due secoli, ha scoperto collegamenti molto stretti tra miti Arturiani e religioni orientali.
Nel secolo scorso poi scoppiò il boom della "Società teosofica e della Golden Dawn", dell'occultismo e delle religioni orientali e si cominciò a parlare di Agarthi.
Da quel momento ai miti di Artù si sono riconosciuti legami con lo Zoroastrismo e il nome di Artù è stato fatto derivare da quello del Dio Solare "Ahura" Mazda, ovvero da "Atur" Gushnasp (84).
Il nome Parsifal è così divenuto una miscellanea di "Parsi" (85) e di "Fal" (86).
Sorprendentemente il castello del Graal si è trasformato nel complesso di Takht-I-Sulaiman (87).
Lo stesso Artù, secondo J. Weston, avrebbe cessato di essere un simbolo solare, per diventare il sacerdote di un culto mitraico.
A tutto questo si aggiunga, nel 1882, R. Wagner definì il suo "Parsifal" "sacra rappresentazione".
Così anche il Graal entrò a far parte della materia esoterica.
Per giunta dopo che la Weston ebbe messo in luce altre curiose coincidenze (88), molti altri aspetti hanno finito col cadere nell'orbita esoterica: ad esempio Merlino è diventato cittadino dalla mitica Agarthi, la terra del "Re del mondo" (89).
Egli è così divenuto uno dei "Superiori Sconosciuti" di Agharti disseminati sulla Terra che avrebbe affidato ad Artù, suo discepolo, il compito di portare avanti l'antica tradizione magico-religiosa del leggendario regno.
Ovviamente, quando si parla di materia così controvertibile, le cose non vanno sempre in maniera tranquilla. Ad esempio l'occultista per D. Fortune, Myrddyn sarebbe originario di Lyonesse, un insediamento realmente sprofondato al largo della Cornovaglia (90).

CONCLUSIONI
Concludo, ora, dove ho iniziato nel senso che non conosco personaggio - della fantasia o della realtà - che (in circa 2000 anni) abbia riscosso il successo letterario di Re Artù.
Re Artù ed i suoi "cavalieri della Tavola Rotonda", hanno dato vita indiscutibilmente ad vero e proprio "corpus" narrativo pari forse, dal punto di vista quantitativo, solo a quello biblico.
Corpus nel quale si incanalano leggende, racconti, romanzi, poemi.
Insieme alle forme tradizionalmente letterarie, troviamo anche fumetti, drammi, film, disegni animati, fino ai videogiochi. E non dobbiamo dimenticare altre tradizionali forme di espressione artistica come pittura, scultura, architettura.
In pratica non esiste forma artistica della quale si sia servito Re Artù dal 1100 ad oggi.