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I MISTERI ELEUSINI: DEMETRA, PERSEFONE E ADE
di Stelio Calabresi
per Edicolaweb


Demetra (l'equivalente Latino di Cerere) è una divinità non originaria della Grecia. Il suo mito proviene dall'antica Tracia, prestato all'Ellade. È la personificazione divina della terra madre, della natura; è la luce divina, madre delle anime, madre delle divinità cosmogoniche.

Ma che era Demetra e quale era il suo albero genealogico?
Demetra, per le mitologia Greca (esiodea), era figlia di Crono e di Rea. In sostanza era sorella di Zeus. A lei era attribuita la sovranità sulle piante e sui cereali, nonché la tutela della fertilità del suolo e della fecondità femminile. I mitografi le attribuirono due figli: Persefone e Pluto (divinità della ricchezza): Ebbe la prima da Zeus: il secondo da Iasione (un mortale). Ma ebbe anche il cavallo Arione dal fratello Poseidone (1).
Nella mitologia latina Demetra venne identificata con Cerere, divinità della vegetazione e delle biade; il suo culto era festeggiato nelle feste dette "cerialia" nella cui occasione venivano sacrificate delle scrofe, a lei sacre, e le primizie dei campi.
Per comprendere cosa significasse la presenza della dea, bisogna considerare ciò che ci dice E. Schuré ne "I grandi iniziati" a proposito dei misteri maggiori e minori celebrati in Eleusi, che i Greci importarono, come ho detto, dalla Tracia, passando dall'Egitto.
Qui Demetra si era immedesimata in Iside e si era trasformata in divinità ad essenza esoterica.
Probabilmente l'essenza di questa sua caratteristica - che tra l'altro ne spiega l'aspetto misterico - sfugge alla nostra comprensione di uomini moderni abituati a rifuggire dal "mistero" in nome di una razionalità che dovrebbe spiegare e razionalizzare tutto. Ma gli antichi proprio questo aspetto apprezzavano sopra tutto: il segreto esoterico ed il suo significato a noi sfugge né esiste un autore dell'antichità che possa illuminarci.
Concettualmente, quindi, noi non sappiamo come di celebrasse un mistero e cosa avvenisse nel corso della celebrazione. Il rito rimaneva avvolto da un segreto inviolabile. Peraltro dalla partecipazione erano rigorosamente esclusi i non adepti. Il tentativo di violare il segreto era punito anche con la morte. Solo una specie di pazzo, come Alcibiade (che riuscì a farla franca), o come Arione (che fu sbranato dai cani di Diana) poteva pensare di violare i misteri di Eleusi o di qualunque altra divinità.
Possiamo solo immaginare che, probabilmente, nelle cerimonie si ricordavano i fatti relativi alla nascita ed alla evoluzione storica dei miti di Demetra, di Persefone (o Proserpina), del ratto di Ade.
Questi fatti venivano narrati a vantaggio degli adepti (iniziati). Questo non significava che gli stessi venissero spiegati come accade nelle cerimonie della religioni essoteriche.
Un conto era partecipare, commentare; cosa diversa era comprenderne il significato recondito: il concetto non era "dicibile" perché non vi erano parole atte a spiegarlo. Era mistero: mistero in senso esoterico: chiunque lo avesse compreso non poteva far altro che tenerlo per sé per il semplice motivo che non aveva modo di poterlo comunicare ad altri.
In sostanza, se prendiamo nel loro insieme i fatti dell'antica mitologia - ma questo vale anche per le moderne religioni - constavano di due aspetti. Il primo era costituito dall'aspetto narrativo e favolistico (essoterico) che narrava le vicende umanizzate di dèi, semidei ed eroi leggendari (noi lo ritroviamo nei poemi dell'antichità).
In tali vicende era celato il secondo aspetto (stavolta esoterico), nascosto, a molti incomprensibile e in ogni caso indicibile. Era questo il regno del mistero esoterico.
Sappiamo che la più antica venerazione gli uomini la riservarono al mistero della maternità che venne personificata nella "Grande Madre" alla quale gli esoteristi dettero vari nomi. Gli anatolici la chiamarono Ku-Ba-La, i Greci la definirono Destra, i Latini Cibele, Gli Egizi Iside.
In particolare Demetra era venerata ad Eleusi, dove il mito di Demetra e Persefone rappresentava la storia dell'anima dal momento della sua discesa nella materia (Persefone-Proserpina che va in Ade) fino all'inizio della vita trascendente (il ritorno di Persefone-Proserpina ad Eleusi in primavera).
Come nella vicenda di Eva era allo stesso tempo simbolizzata la caduta e la redenzione.
In tal senso Demetra e Proserpina, nel loro rapporto con Ade, presiedevano ai Misteri Maggiori e minori (come ci spiega E. Schuré).
In particolare Porfirio ci riferisce che le cerimonie eleusine si chiudevano con la pronunzia della frase "Konx om pax" (da parte dei sacerdoti "Hyerococeryx") che sanzionava l'acquisto della qualifica di veggente (Epoptai) da parte degli adepti.
In Grecia i suoi sacerdoti erano chiamati "eumolpidi" cioè "cantori di benefiche melodie".
Impossibile dire cosa significassero quelle parole: si tratta di parole che sono prive di senso in greco e che Schuré ritiene antichissime e di origine indoeuropea.
Wilford ha sostenuto che siamo in presenza di parola sànscrite. Ne deriverebbe che "Konx" sarebbe l'equivalente di "kansha" (cioè "oggetto di desiderio intenso"); "om" di "on" e "oum" (anima di Brahma) e "pax" di "pasha" (scambio, ciclo).
Quella espressione allora significherebbe: "ritorna all'anima universale".
A Roma Demetra divenne Cerere e fu comunemente individuata nella latina dea delle messi.

Cerchiamo ora di esaminare quelli che sono gli aspetti essoterici del mito.
Cominciamo appunto dalla personificazione a noi cronologicamente più vicina, vale a dire dalla Romana Cerere: la sua figura è immortalata da Ovidio nelle sue "Metamorfosi": "...per prima insegnò a dissodar le zolle con l'aratro; per prima dette le biade, i più soavi nutrimenti; a noi per prima dette le leggi; ed ogni cosa che conosciamo viene da lei".
Cerere (e quindi Demetra) era divinità della vegetazione, dei campi e dell'agricoltura. D'altra parte, come quasi tutte le divinità antiche, aveva una doppia personalità: come abbiamo visto nel distico ovidiano, Demetra/Cerere era anche protettrice del viver civile. Ciò era una conseguenza logica del suo essere: l'agricoltura rappresentava, nell'evoluzione della società civile, un grado evolutivo superiore alla civiltà della caccia e della pastorizia.
Tuttavia devo precisare che, almeno alle origini, Demetra/Cerere era una divinità esclusivamente terrestre.
Questa conclusione scaturisce da una accurata riflessione sull'origine sulla evoluzione del suo nome.
Ci troviamo di fronte, anche in questo caso, ad un problema di semantica. Gli studiosi ritengono infatti che, in origine, il nome di Demetra era "Da Mater" che significa "Madre Da". In questa espressione cui "Da" sembra che siamo di fronte ad una forma arcaica di "ge" (terra) anche se taluno ritiene che il suo significato sia "madre dell'orzo". In ogni caso il significato è pressoché identico.
Vale comunque la pena di osservare che parola "da" è utilizzata, in Sanscrito, anche come radicale per il nome della divinità che conosciamo come Poseidone: sembra infatti che in origine quel nome dovesse sonare come Potei - da - n (che dovrebbe significare marito di Da) (2).
Infatti Poseidone era marito di Demetra, sia pure in maniera irregolare.
Ho detto che il mito di Demetra proviene dalla Tracia. Ora mi sembra il caso di specificare che le sue origini sono pre-omeriche.
In ogni caso ben presto Demetra venne inserita tra gli dei olimpici in quanto venne riconosciuta dai mitografi come figlia di Crono e di Rea. In altri termini come sorella di Zeus. Ciò non impedì a Zeus, un donnaiolo impenitente, di amarla.
Esiodo, nella sua Teogonia (911) ci rivela che: "Poscia egli venne al letto di Demetra ... la quale partorì Persefone dalle bianche braccia, che a sua madre fu rapita da Ade".
Persefone, secondo Apollodoro ed altri, i origine era conosciuta col nome di Kore. Tuttavia Pausania avanza il dubbio che Kore fosse una divinità diversa da Persefone e che insieme ad Ecate avrebbero formato una trinità che costituivae il triplice aspetto della stessa Demetra, dove Kore avrebbe rappresentato il grano in erba, Persefone la spiga matura ed Ecate il grano mietuto (3).
Gli amori di Demetra non si fermarono a Zeus: ella amò anche Giasione dal quale ebbe Pluto, dio della ricchezza.
Ma i tempi della spensieratezza per Demetra finirono quando Plutone (Ade) le rapì la figlia Persefone del quale era zio.
Per la verità il Signore degli inferi si era innamorato della fanciulla ed aveva chiesto all'augusto fratello Zeus il consenso per il permesso di impalmarla. Zeus sapeva che Demetra non gli avrebbe perdonato il fatto che, col suo consenso, Persefone fosse finita nel Tartaro.
D'altra parte trovarsi contro il fratello Plutone (anche lui uno scorbutico pieno di rancore ... un caratterino da prendere con le pinze!). Zeus allora dichiarò che non era in condizione né di dare né di negare il proprio consenso. Si dimostrò, in tale modo, neutrale sulla questione.
Plutone capì l'antifona e, sicuro della neutralità di Zeus, andò avanti col ratto di Persefone mentre questa stava cogliendo fiori.
Omero, nell'inno a Demetra (231-274) ci informa che il ratto avrebbe avuto luogo In Beozia, nei presi di Nisa. Del fatto esistono anche versioni diverse: secondo una di queste il rapimento sarebbe stato perpetrato in Sicilia, presso Enna, mentre esistevano numerose altre località che ne reclamavano il privilegio.
Demetra udì l'invocazione di aiuto della figlia ma non fece in tempo ad accorrere: Plutone era stato più veloce di lei e la terra si era già chiusa su Plutone e Persefone, né era rimasta traccia del fattaccio.
L'inno omerico a Demetra, ai versi 550-563, così ci descrive la scena: "...ambo le spalle quindi coprì con vesti scure, si precipitò sopra terre e mari, come gli uccelli, sempre cercando. Nessuno però volle darle notizie, né dio, né uomo mortale. Per nove giorni vagò per la terra, ...sofferente ricusò l'ambrosia, disdegnò del nettare la bevanda dolce di miele, e mai non bagnò le membra".
Disperata ed infuriata Demetra non tornò sull'Olimpo; lasciò che le messi deperissero; nel terzo giorno incontrò Ecate che, per quanto desiderasse di aiutarla, non le poté dare notizie precise. Arrivata al decimo giorno dalla scomparsa, Demetra decise di rivolgersi al Sole (Elios (4)), che dall'alto vedeva tutto e sapeva tutto. Finalmente Elios le raccontò come erano andate le cose ed aggiunse che non era il caso di disperarsi: in fondo Plutone era sovrano degli inferi, di un terzo del mondo (un buon partito in sostanza). Dopo di che, montato nuovamente sul carro se ne partì.
Ma le spiegazioni di Elios non placarono Demetra che, ancora più addolorata, rifiuto di tornare al consesso degli olimpi. Assunto l'aspetto di una vecchia cominciò a vagare per i paesi degli uomini.

In quella circostanza si verificò l'incontro con Poseidone che, tra l'alto era suo fratello. Nonostante questo legame di parentela Poseidone si era invaghito di Demetra, ma quest'ultima in quel momento aveva altro cui pensare per cui cercò di sottrarsi alle importune avances. Per ottenere il suo scopo si trasformò in giovenca e si confuse con la mandria di Onco (5), ma la trasformazione non ingannò Poseidone: egli era stato il creatore del cavallo. Così la riconobbe e la fece sua con la violenza. L'unione fu ricca di frutti: nacquero la ninfa Despoina e il cavallo Arione. In ogni caso Demetra non rimase indifferente, anzi reagì collericamente. E da quel momento le si aggiunse il nome di "Demetra Erinni".

Demetra furiosa aveva abbandonato l'Olimpo e deciso che la terra non avrebbe più prodotto frutti. Così la razza umana si sarebbe estinta e gli dei non avrebbero più ricevuto i consueti sacrifici votivi. In quel frangente Demetra giunse ad Eleusi (in Attica) e si sedette all'ombra di un ulivo vicino ad una fonte (6).
Lì venne vista dalle quattro figlie di Celeo Elneusino (Callìdice, Cleisìdice, Demo e Calliloe), quando si recarono ad attingere l'acqua sorgiva per il padre. Nell'inno omerico a Demetra si narra che esse non la riconobbero (7); esse proposero a Demetra di occuparsi del fratellino Demofoonte nato da Celeo e Metanira.
Demetra accettò ed entrò in incognito nella casa di Celeo; qui la serva Giambe riuscì a renderla serena. La moglie di Celeo, Metaniera, le offrì un calice di vino che Demetra rifiutò chiedendo un bicchiere di acqua con orzo e menta (8).
Demetra non dimenticò i suoi doveri verso Demofoonte che allevò come una divinità; lo unse con ambrosia gli offrì il seno e tentò di renderlo immortale spingendolo ogni notte nel fuoco.
Purtroppo una notte, Metanira sorprese Demetra, durante questo rito e cominciò ad urlare per lo spavento: "Demofoonte, figlio mio! nel fuoco ti getta la nostra straniera! Ahimè, che lutto e pianto!"  (9).
Alle parole di Metaniera Demetra fu costretta ad interrompere la cerimonia col duplice effetto che Demofoonte perse l'opportunità di divenire immortale e che Demetra dovette farsi riconoscere. Allora, dichiarò a Metaniera che desiderava un tempio ad Eleusi dove avrebbe insegnato al popolo i sacri costumi.
Ciò detto uscì dalla casa di Celeo.
La mattina seguente Celeo conobbe quanto era accaduto e ordinò subito ai suoi sudditi di costruire il tempio. Quando fu finito il sacrario Demetra - nuovamente triste per la scomparsa della figlia - vi si ritirò a riflettere. Per forzare gli dèi a renderle giustizia, ricorse ad un espediente. Mandò agli uomini una annata terribile sulla terra.
Nel consueto inno omerico sta scritto: "Nessun seme nel suolo germogliò; Demetra dai bei serti lo fece perire; invano i buoi tirarono sopra i campi i curvi aratri, inutile cadde nel solco la bianca semente".
Il tentativo tutto sommato ebbe successo. Infatti Zeus si accorse che gli uomini non avevano più niente da sacrificare agli dèi, comprese che era arrivato il momento di scendere a patti con Demetra. Dopo vari tentativi andati a vuoto attraverso Iride (messaggera ufficiale) e successivamente di vari dei olimpici a Zeus non restò che cercare di agire su Plutone nel tentativo di convincerlo a rilasciare Persefone.
La delicata missione fu conferita ad Ermes, che riuscì nell'intento. Plutone concesse ad Ermes di ricondurre Persefone a sua madre.
Purtroppo per Demetra la storia non era definitivamente conclusa. Infatti Persefone aveva mangiato - su suggerimento di Ade - un melograno, mentre si trovava nel regno dei morti. Tale circostanza impediva a Persefone di restare per sempre presso la madre e gli altri dei. Poteva farlo solo per due terzi dell'anno: per il resto (vale a dire per l'inverno) doveva tornare e restare con suo sposo Plutone nell'Ade (10).
Non sembra che a Persefone la soluzione dispiacesse molto! Ma il mito non lo dice.
Zeus e Rea riuscirono a convincerla a dichiararsi soddisfatta: i frutti della terra ripresero a crescere. Anzi, onorando la promessa fatta a suo tempo a Celeo, insegnò agli Eleusini i misteri del proprio culto prima di rientrare con Persefone sull'Olimpo.
Quando si va a leggere un testo di mitologia ci si accorge che - come spesso accade nella materia - di questo mito esistono molte varianti (11).
Secondo una di queste, a Demetra sarebbe stato riportato il rapimento della figlia ad Argo da Crisantide, moglie di Pelasgo, presso cui la dea aveva trovato accoglienza.
Nel momento della disperazione per il rapimento narrano gli Orfici che Demetra, nei campi di Raro - a metà strada fra Atene ed Eleusi - avrebbe incontrato gente nata dalla terra: la donna (Baubo "ventre"), l'uomo (Disaule) con i loro figli (12).
Baubo accolse Demetra con gentilezza: vedendola triste, cercò di consolarla. Seduta a gambe divaricate di fronte a Demetra, alzò le sue vesti, ed ecco ridere dal suo grembo Iacco, il figlio divino di Persefone. Alla sua vista, Demetra si rasserenò (13).
Secondo un'altra versione sarebbe toccato a Trittolemo l'onore di informare la dea: Per ringraziarlo Demetra gli insegnò l'agricoltura e lo mandò per il mondo a portare il dono del pane agli uomini che ancora non lo conoscevano (14).

Note:
1. Non c'è che dire: gli amori incestuosi, in Grecia come altrove, erano una costante mitologica, palese segno della "purezza" delle origini.
2. Tale nome risente fortemente della sua origine arcaica, quando il matriarcato era la regola costitutiva e la discendenza era patrilineare.
3. Dagli amori di Zeus, secondo Omero ed Esiodo, Demetra ebbe anche lacco, altra personificazione di Bacco. Bacco - Dioniso entra nel mito di Demetra quale figlio di Persefone cioè di un'altra manifestazione di Demetra.
4. Elios, nel Mito omerico, era figlio di Iperione (uno dei Titani) e di Teia (o di Eurifaesse) ed era fratello di Selene (la luna) e di Eos (l'Aurora). A lui spettava portare la luce agli uomini e perciò percorreva il cielo da Oriente ad Occidente a bordo di un cocchio d'oro trainato da quattro destrieri. Nel percorso di ritorno, da occidente ad oriente, si muoveva con una nave d'oro. Sposò l'Oceanina Perseide da cui ebbe Eete (padre di Medea) e Circe e numerosi altri figli.
5. Onco era figlio di Apollo e regnò su una parte dell'Arcadia.
6. Ancor oggi le guide turistiche mostrano ai turisti un ulivo ed affermano che sia proprio quello del mito di Demetra.
7. Difficilmente gli dèi si fanno scorgere dai mortali.
8. È questa un'allusione al divieto di bere vino cui gli iniziati al culto di Demetra dovevano sottostare.
9. Inno omerico a Demetra.
10. Il significato del mito è chiaro: Persefone resta sulla terra nel periodo del sole, quando la natura è lussureggiante. Resta nell'Ade quando la natura è in attesa della muova fioritura, quando è - per così dire - dormiente.
11. Che sono puntualmente riportate nel testo dei "Miti Greci" di Robert Graves.
12. Trittolemo, Eumolpo e Eubuleo che facevano rispettivamente il bovaro, il pecoraro e il porcaro. I maiali di Eubuleo sarebbero sprofondati nella stessa voragine nella quale era scomparsa Persefone ed il ragazzo sarebbe quindi stato in grado di ragguagliare Demetra sul destino della figlia.
13. È di tutta evidenza che qui si sfiora già il campo delle speculazioni esoteriche dei misteri eleusini. Oltre che ad Elcusi, si celebravano misteri di Demetra anche a Lerna; esisteva anche un culto di Demetra egizia.
14. Trittolemo, significa "triplice guerriero", lascia supporre che si trattasse di un personaggio della cerchia di Ares (come del resto anche il figlio di Celeo, Demofoonte "l'uccisore del popolo"), la storia potrebbe anche essere un'allegoria del superamento dei selvaggi costumi dalla civiltà degli agricoltori.

Bibliografia essenziale:
C. D'Alesio, "Dei e Miti" - Edizioni Labor.
R. Graves, "I Miti Greci" - Milano, 1955.
L. Risa, "Miti dei eroi" - Ed. Liguori.
E. Schuré, "I grandi iniziati" - Roma, 1989.
Kerenyi, "Gli dei e gli eroi della Grecia" - vol. I-II.
M. C. Potenza, "La mitologia classica".
A. Terry, "Miti saghe e leggende".
N. Terzaghi, "Miti e leggende del mondo greco romano".

stelical2003@yahoo.it

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