
ARCANI ENIGMI...

ENIGMI DEL GRAAL
di Stelio Calabresi per Edicolaweb

Mi è capitato più volte di scrivere qualcosa sul GraaI e, puntualmente, c'è qualcosa di nuovo che merita di essere approfondito, perché il Graal è proprio quel calderone nel quale tutto può confluire e che placa la fame di sapere ma non estingue il bisogno del cibo.

INTRODUZIONE
C'è stato chi ha sottolineato le affinità tra due oggetti arturiani (la lancia/spada ed il Graal) e chi ne ha proposto una sorta di identificazione.
È questa la tesi che è prevalsa in Germania talché si è parlato di una specie di identificazione della Coppa (che nessuno ha visto) e della Heilige Lance (che, invece ha una sua corporeità).
Nella versione datane dal Parsifal wagneriano con la "Heilige Lance", Klingsor ferisce Amfortas. Naturalmente il nome di "Re Pescatore", nella versione di Chrétien de Troyes è quello di re "magagnato" (piagato).
Nell'uno e nell'altro caso Parsifal, che assiste ad una strana processione nella quale il Graal viene ostentato, non è animato da curiosità; non chiede niente; si fa letteralmente cacciar via e... il castello di Monsalvato, come il castello del Re Pescatore, scompare.
In questa sede non interessa né la prosecuzione del romanzo di Chrétien, né quella dell'opera di Wagner (1): interessa invece l'origine e le speculazioni che i relativi miti suggeriscono.

IL GRAAL E LA SUA OGGETTIVITÀ
Formulando varie ipotesi, tanto per cominciare, ne è facilmente individuabile l'origine celtica ma con un fondo di ellenicità. Al fondo del Graal troviamo infatti la "Cornucopia": solo che qui il mito non si sviluppa con la curiosità di Pandora e la fuoruscita dei mali.
Il Graal celtico è un "calderone" magico: il calderone che il dio Dagda dona agli uomini e che dona sapienza e vita.
Di recente Vito Foschi, in una sua ricerca, ci ha informati di una interessante retrodatazione delle origini della leggenda che egli ha fatto risalire al simbolo geroglifico del Cuore presente nella grafica del Dio egizio Anubi ed ha operato un ardito accostamento con il biblico Arcangelo Michele. Purtroppo egli non ci spiega come sia giunto a tali conclusioni; la ricerca è nebulosamente esoterica... ma gli accostamenti che suggerisce, magari anche pregevoli, sono di tipo filologico e non hanno una "presa" storica convincente.
Certamente il Graal non esaurisce Il suo fascino nell'antichità dei suoi collegamenti. Vero è che se ne trovano tracce nell'islamismo, nell'ebraismo e nel buddismo tantrico, ma è altrettanto vero che si tratta di miti coevi come l'indiano Bodhisattva, di Maia, del Maithreya (2), ma anche del giapponese Miroku e del persiano Mitra.
Parlando di Mitra non possiamo dimenticare che il mito del Graal presenta molte affinità con quello del "salvatore" anticipato dai Magi.
A mio avviso si tratta di un mito tipico dell'area Indo europea ed Asiatica.
Se seguiamo esclusivamente le vicissitudini del mito non andiamo però molto lontano. Infatti non possiamo trascurare un problema di fondo, quello del collegamento con l'elemento religioso-sincretico che sembra denunciare il collegamento con il celtico San Patrizio, al quale viene attribuito il trasferimento del mito del Graal in una Bretagna post romana dove non era stato possibile cancellare tracce dei passaggi nel Vicino oriente. E qui non si può escludere che anche la Setta degli Assassini vi abbia locato un'impronta islamica.
Mi sembra che, non a caso, alcuni ricercatori credono che il Graal sia custodito nei pressi di Cirene.
In effetti sembra che il mito, nella sua stesura definitivo, si sia iniziato a formare tra il II ed il III secolo d.C., e questo periodo corrisponde all'apice della tradizione essenica.
Tuttavia questo passaggio è di vitale importanza, quanto meno per spiegarci perché al Graal venisse conferita la forma esteriore della coppa.

LA COPPA ED IL SIGNIFICATO ESOTERICO DEL GRAAL
La coppa rispondeva alla necessità di un Graal destinato a contenere il vino della vigna del Signore. Un mito si innestava sugli altri: quel vino era un simbolo nel simbolo; il vino era sì il simbolo del sangue del Cristo ma, sotto il profilo esoterico il vino è anche simbolo dell'ispirazione divina (3).
Fisicamente dunque il Graal venne rappresentato come un contenitore, a volte di metallo prezioso (ma anche di pietra o di legno) e venne associato ad altri oggetti sacri del quale l'uomo si può servire per abbeverarsi (come il calice dell'Ultima Cena), o nel quale può versare qualcosa (come il Sangue di Cristo).
Sul piano teeologico la leggenda vuole che sia dotato di straordinarie caratteristiche: può nutrire (come il Calderone dell'Annwn), guarire ferite (come il fodero dell'Excalibur), garantire giovinezza eterna (come l'elisir degli alchimisti).
Ma Il Graal è dotato di straordinari quanto terribili poteri; è in grado di trasmettere la conoscenza e di avvicinare l'uomo alla Divinità (come il frutto proibito del giardino dell'Eden).
Non mi sembra, tuttavia, che queste caratteristiche rivestano una importanza discriminante quanto alle origini della leggenda; tutto sommato le caratteristiche del Graal sono le stesse che altre tradizioni, pure di natura esoterica, attribuiscono a oggetti cui, di volta in volta, viene attribuito il potere di rappresentare poteri indefiniti o (spesso) indefinibili (4).
Vale a dire oggetti del mistero.
Io ritengo che questo genere di considerazioni non serva altro che a confonderci le idee se stiamo tentando di comprendere quale sia la vera natura del Graal.
Su questo punto il pensiero degli studiosi oscilla tra due estremi.
A un capo c'è un estremo "realistico" - quello che ritengo preferibile almeno in termini di probabilità - che ne fa una invenzione letteraria, innestata su un terreno, da generazioni di autori succedutesi nel tempo. All'altro capo c'è una dottrina "materialistica" che riduce il Graal ad un oggetto interessante sotto il profilo "storico". Secondo questa teoria il Graal sarebbe la Coppa dell'Ultima Cena.
Ma tra questi due estremi esistono svariate posizioni e sfumature.
- Esiste, ad esempio, una posizione antropologica secondo la quale il Graal sarebbe un corpus di dottrine elaborato attraverso i secoli (nel quale è possibile abbeverarsi), supportato probabilmente da un testo scritto (5).
- Per i cristiani del III, IV secolo rappresenta alternativamente l'evangelizzazione del mondo barbaro, oppure la cacciata dall'Eden (Wasteland).
- Per Julius Evola il Graal rappresentava la tradizione occidentale, nordica e "ghibellina" contrapposto a quella giudaico-cristiana di ispirazione "papista".
- Per René Guenon il Graal è il simbolo della religione primordiale (quella di Agarthi, per intenderci, nell'ambito della quale Gesù sarebbe uno dei "Re del Mondo" (6)).
- Per gli alchimisti il Graal simbolizza la "conoscenza" e la "ricerca", equivale alla pietra filosofale e all'elisir di lunga vita.
- Per la moderna psichiatria può essere, di volta in volta, un archetipo dell'inconscio (in particolare per Carl Jung), o un simbolo sessuale e di fertilità (per Jesse Weston).
- Per Hitler il Graal era un oggetto magico da cui ottenere il potere assoluto.

ELEMENTI CELTICI E CRISTIANI PRESENTI NEL MITO DEL GRAAL
Ma torniamo alle origini. Chrétien de Troyes, iniziò a scrivere un poema, che rimase incompiuto, nel quale l'eroe - Perceval le Gallois ou le Conte du Graal - è l'artefice dell'introduzione, nella materia francese del ciclo di Bretagna, del tema della ricerca del Graal, inteso come oggetto mistico ispirato ai calderoni delle saghe celtiche (7).
Per meglio comprendere la contaminazione tra elementi celtici ed elementi cristiani senza allontanarsi dal tema delle origini e dell'evoluzione del mito del Graal, vale la pena di ricordare i versi del "Preiddu Anwnn", poema attribuito al bardo Taliesin dove il Graal è chiaramente indicato come "calderone":

"In Caer Pedryvan, dopo averlo percorso per quattro volte / raggiungemmo il calderone dell'Annwn / che portava intorno al bordo una fila di perle. / Dal fiato di nove muse esso era riscaldato / ed esso non può cuocere il cibo di un codardo."

È di tutta evidenza che i cinque versi sopra riportati descrivano il Calderone dell'Anwn. Questo ci riporta, a sua volta, alla coppa di Dagda, il dono dei Tuatha de Danaan, che Re Artù recupera nel castello (in gaelico: Caer) di Pedryvan.
Come molti altri oggetti affini (tazze, catini, vasi, calici) il calderone è un contenitore, che rappresenta l'antichissimo ventre fecondo della Grande Madre (8).
E non è affatto un caso che Chrétien de Troyes, nel poema del 1190, descriva, con queste parole, la prima apparizione del Graal nel Castello del Re pescatore (mentre nel romanzo aveva omesso qualsiasi descrizione):

"Un graal entre ses deus mains / une demoiselle tenoit. / ... / De fin or esmeneé estoit / prescieuses pierres avoit / el graal de maintes manieres, / de plus riches et de plus chieres / qui en mer ne en terre soient. / ... / Et li vallées les vit passer, / ne n'osa mie demander / del graal cui l'en en servoit."

["Una damigella teneva un graal tra le sue mani / ... / era fatto di oro puro e c'erano nel graal molte preziose pietre, le più belle e le più costose che vi siano per terra e per mare. / ... / E vide passare i valletti e non osò domandare chi sarebbe stato servito con il Graal].

In questa scena compaiono, oltre al Graal alcuni oggetti simbolici tra i quali una lancia insanguinata e sanguinante, due candelabri a dieci braccia, un grande piatto ed il graal.
La grafia della parola graal non è frutto di un errore: errore ma è stata scritta con iniziale minuscolo dello stesso autore. E questo significa che Chrétien intendeva indicare genericamente una coppa.
Nel significato di "coppa" la parola francese è mutuata dal latino "gradalis". Si tratta, in altre parole, di una "scutella lata et aliquantulum prufunda" (una scodella larga ed alquanto profonda). Questo termine, all'epoca di Chrétien, era tuttavia già arcaicizzato.
Perché, mi domando, Chrétien sentì la necessità di introdurre graal nei miti arturiani?
Probabilmente ciò si deve al fatto che Chrétien, decise di rielaborare il mito del calderone dell'Annwn (proprio della celticità) in forma cristianizzata. Il che mi fa pensare che probabilmente esisteva già una tradizione orale che aveva plasmato il Graal trasformandolo in quello che conosciamo. Del resto è proprio Chrétien che rende lecita questa lettura quando nella introduzione del Perceval afferma di aver attinto la leggenda da "un libro proveniente dalla Terra Santa donatogli dal Conte Filippo di Blois" (9).
Tuttavia c'è a tener presente che il Perceval è un poema incompiuto del quale è impossibile stabilire quale sarebbe stato lo sviluppo.
È quindi solo al successivo "Joseph d'Arimathie ou le Roman du l'Estoire du Graal" di Robert de Boron che dobbiamo far ricorso per conoscere il seguito della storia. Nell'opera di De Boron viene per la prima volta formulata l'ipotesi secondo la quale il Graal sarebbe stato il Calice nel quale Giuseppe di Arimatea avrebbe raccolto il sangue di Gesù crocifisso.

ROBERT DE BORON E LA SUCCESSIVA STORIA DEL GRAAL
Ebbene: Boron nomina il Graal una sola volta, per di più in un contesto abbastanza slegato dal resto della narrazione, e lascia intendere che esso abbia una propria storia ed un proprio nome, già prima che Gesù lo utilizzasse (10).
Per De Boron i fatti sarebbero andati in questo modo: Giuseppe d'Arimatea, prima della sepoltura di Cristo, avrebbe raccolto nel calice usato durante l'Ultima Cena, alcune gocce del Sangue del Redentore; appena gli ebrei vennero a conoscenza del suo gesto, lo rinchiusero "nel punto più profondo di una torre circolare, che era anche orrida e buia perché costruita con solida pietra".
Qui a Giuseppe era comparso Gesù che gli aveva consegnato la coppa e gliene aveva affidato la custodia. Quando, più di quarant'anni dopo Giuseppe venne liberato per intercessione dell'imperatore Vespasiano, non era invecchiato neppure di un giorno e per quel miracolo Vespasiano si sarebbe convertito al cristianesimo.
Giuseppe avrebbe quindi intrapreso il suo viaggio apostolico verso il Nord Europa recando con sé la coppa.
Tutto pacifico? Per niente: è destino che in questi racconti ogni particolare sia smentito o contraddetto da un altro scritto.
John di Glastonbury, nel XIV secolo, scrisse una sua "Chronica sive Antiquitates Glastoniensis Ecclesiae". Ebbene in quest'opera la Coppa del De Boron si è moltiplicata e sono divenute due ampolle che contenevano il sangue ed il sudore di Cristo.
A parte questo dettaglio, l'opera di de Boron venne continuata da un anonimo autore del ciclo della vulgata con l'opera "La Queste del Saint Graal" (la ricerca del Santo Graal) nella quale vengono introdotti una serie di elementi mistico-religiosi che sembrerebbero una derivazione dalle dottrine di Bernardo di Chiaravalle tanto che molti ritennero che l'Autore della "Queste" fosse, se non proprio S. Bernardo, almeno un monaco cistercense.
In un anonimo autore del XIII secolo (il "Grand Graal") la coppa subisce un'altra trasmutazione: diventa un libro che sarebbe stato scritto personalmente da Gesù "alla cui lettura può accedere solo chi è in grazia di Dio". In verità il libro, che si presume assistito da particolari quanto presunti poteri, è collegato sia a tradizioni ebraiche sia a tradizioni islamiche (11).
Nella bibliografia del Graal si introduce a questo punto una innovazione importante quando nel 1210 compare l'opera di Wolfram von Eschenbach e il Graal cambia, ancora una volta, denominazione ed oggettività; non è più una coppa ma una pietra chiamata "lapsit exillas" ed ha questa caratteristica: "Se un uomo guardasse la pietra per 200 anni il suo aspetto non cambierebbe: forse solo i suoi capelli diverrebbero grigi".
Orbene il termine di "lapsit exillas" utilizzato da von Eschenbach - che, per inciso, corrisponde a "lapis exilis" - è una definizione alchemica: "Hic lapis exilis extat precio quoque vilis / Spurnitur a stultis, amatur plus ab aedoctis" (12).
Esiste però un'altra interpretazione che legge "lapis exilis" come "lapis ex coelis" (cioè "pietra caduta dai cieli") e questa lettura sembra rispondere meglio alle intenzioni di Wolfram von Eschenbach per il quale la pietra sarebbe stata era uno smeraldo caduto dalla fronte di Lucifero e portato sulle terra dagli angeli rimasti neutrali durante la ribellione.

LA PIETRA CELESTE E LE SUE MUTAZIONI
Secondo la tradizione queste "pietre celesti" sono cioè dei tramiti fisici tra uomo e Dio: esse sarebbero tipiche della Terra di Sarraz. In altre parole la tradizione delle Pietre celesti è di origine Medio-Orientale e ci ricordano la Kaaba (13) e la pietra dell'esilio della tradizione Cabalistica (che vi individua la "Shekinah", ossia la manifestazione di Dio nel mondo materiale), l'Urna (Rubino incastonata nella fronte di Shiva, l'Organo metafisico simboleggiato nel "Terzo Occhio" che consente l'introspezione).
Wolfram asseriva di aver attinto notizie da un libro di un certo Kyot di Provenza, il quale - a sua volta - sarebbe stato ispirato da un maestro, islamico "esperto della saggezza delle stelle" di nome Flegitanis o Flegetanis.

IL GRAAL IN TERRA DI BRITANNIA
È chiaro che un discorso come quello sul Graal non possa essere condotto secondo schemi precostituiti. Gli elementi e le varianti di cui ci si deve occupare sono troppi per non essere costretti a frequenti divagazioni. Comunque dopo le variazioni sul tema delle origini, credo sia tornato il momento di esaminare le peripezie del Graal in terra di Britannia.
Le vicende che accompagnano il Graal dopo l'arrivo di Giusepe di Arimatea in quest'angolo di mondo sono molteplici e, per giunta, diverse a seconda delle fonti; ritengo tuttavia che sia possibile extrapolare una specie di schema storico-leggendario dalla cosiddetta "materia d'Inghilterra".
Dunque: Giuseppe di Arimatea termina il suo peregrinare a Glastonbury e vi fonda una Chiesa affidando la coppa ad un guardiano denominato, di volta in volta, "Ricco pescatore" o "Re pescatore" (14).
Prescindendo dalla qualifica, il suo nome viene trascritto in maniera diversa a seconda delle versioni, ma dovrebbe suonare come Pelles, Parlan, Pellehan, ma anche Hebron e Bron. Quanto alla sua parentela prossima potrebbe essere stato il cognato di Giuseppe d'Arimatea e nonno (o zio, o cugino) di Parsifal che spesso viene confuso con lo stesso Giuseppe (15).
Passano alcuni secoli poi tutti dimenticano il luogo della dimora del Re Pescatore: il Graal, di fatto, è perduto.
Ora Wolfram don Escenbach ci racconta che un certo "Balin il Selvaggio" ferisca, con la lancia di Longino l'ultimo guardiano ovvero il discendente del Re Pescatore chiamato, a seconda delle versioni Parlan, Pellehan o Amfortas (altri dice che il colpo fosse inferto da Varlans con la spada di Davide): sulla Britannia si abbatte la maledizione che i Celti chiamavano Wasteland (la terra desolata) scatenata dal "colpo doloroso". Il Re ferito ora viene definito "magagnato" (in Inglese arcaico "Maimed King" cioè il "Re mutilato").
Per annullare la Wasteland (la maledizione) - spiega Merlino ad Artù - è necessario ritrovare il Graal perduto, simbolo della purezza perduta dal Re pescatore che, per l'occasione si è assimilato con Re Artù.
Un cavaliere che a seconda dei casi è Parsifal (il puro folle) o Galland (il cavaliere vergine) arriva alla reggia di Artù (ovvero alla reggia del Re Pescatore, o alla reggia di Amfortas) e senza sapere cosa sta facendo, va ad occupare lo "scranno periglioso", una sedia tenuta vuota intorno alla tavola rotonda su cui può sedere (pena l'annientamento) solo il cavaliere più virtuoso del mondo, il predestinato a trovare il Graal.
In questo momento, dopo una serie di peripezie, il Graal si trova a Corbenic (o Carbonek o Munsalvaesche), nel castello del Graal. Parsifal giunge così al cospetto della coppa. Ma non osa porre le domande "Che cos'è il Graal?" e "Di chi è al servizio il Graal?": in questo modo egli contravviene al precetto evangelico "bussate e vi sarà aperto".
Il Graal per questa ragione scompare per la seconda volta. Ma Parsifal non abbandona la ricerca: Dopo anni di meditazione, Parsifal sarà in compagnia del figlio Galahad e questi riuscirà a trovarsi, a sua volta, di fronte al Graal, porrà le rituali domande e saprà che il Graal altro non è che "...il piatto nel quale Gesù Cristo mangiò l'agnello con i suoi discepoli il giorno di Pasqua... ...Perché questo piatto fu gradito a tutti e tutti lo chiamano Santo Graal".
Il Re magagnato guarisce, la Wasteland viene annullata, re Artù va a morire a Camlann e Merlino sparisce nella sua tomba di cristallo (o d'aria) vittima del raggiro di Morghausen.
Ma non dobbiamo illuderci che la storia del Graal, vera o presunta che fosse, finisca qui. Se potessimo rifarci al tempo reale di accorgeremmo di trovarci intorno all'anno 540 e Parsifal o Galahad dovrebbe aver riportato il Graal a Sarraz (o, secondo altre versioni, nel Paese di Prete Gianni).
È solo da questo momento in poi che perdiamo ogni traccia del Graal. La sua possibile collocazione è oggetto unicamente di ipotesi e di altre leggende.

IL DESTINO DEL GRAAL OGGETTO FISICO
Secondo la leggenda il Graal, come oggetto fisico, sarebbe scomparso alla fine del VI secolo: ma non se ne parla fino al XII secolo quando ricompare nuovamente agli onori della cronaca. Qual è il motivo di tanto rinnovato interesse intorno ad un mito apparentemente perduto nella memoria storica perché dimenticato da secoli?
Accade che, a partire dal 1095 molti cavalieri si recano in Terra Santa per partecipare alle Crociate e, per forza di cose, entrano in contatto con le tradizioni religiose ed esoteriche locali. Soprattutto i Templari stabiliscono rapporti di buon vicinato con il "Vecchio della Montagna" e con la Setta degli Assassini. È probabile che qualcuna delle vecchie tradizioni (forse proprio quella cui fa riferimento Chrétien de Troyes) parlava di un sacro contenitore e delle avventurose vicende di cui era stato protagonista 500 anni prima.
Di sicuro c'è che attraverso i crociati la leggenda tornò in Europa e vi si diffuse. È del resto probabile che anche il Graal sia stato materialmente ritrovato dai Templari o da altri crociati e riportato nel vecchio continente.
Questa ipotesi dovrebbe essere alla base di una diffusa credenza in base alla quale svariate località si contendono l'onore di custodirlo anche se nuove teorie vengono elaborato ad ogni pie' sospinto, sicché oggi esistono intere biblioteche che riguardano i predatori di coppe perdute:
Ve ne do qui di seguito un saggio sintetico.

Il Graal è in Francia:

- nel Castello di Gisors - La fortuna di questa ipotesi è legata al complesso di leggende che circondano i Templari. Questi, come ho già detto, in Oriente sarebbero entrati in contatto con la setta degli Assassini che adorava una misteriosa divinità chiamata Baphomet. Per alcuni Baphomet e Graal erano la stessa cosa. Prima di essere sgominati gli Assassini lo avrebbero affidato ai Templari che lo avrebbero portato in Francia verso la metà del XII secolo. Potrebbe allora non essere un caso che Wolfram von Eschenbach chiamasse "Templeisen" i cavalieri che custodivano il Graal nel castello di Re Amfortas: il leggendario Graal farebbe quindi parte dell'altrettanto favoloso tesoro dei Templari e si troverebbe in qualche sotterraneo non ancora individuato, del Castello di Gisors.

- nel Castello di Montségur - Queste teoria è invece legata ai miti che circolarono intorno ai Catari. Dopo la dispersione del culto post manicheo alcune dottrine Zoroastriane vennero assorbite dai Catari o Albigesi. Gli albigesi erano giunti in Europa dal Medio Oriente, passando per la Turchia, e per i Balcani; si erano stabiliti in Francia nel XII secolo Nel 1244, perseguitati dal Papato e dalla monarchia Francese, furono sterminati e la fortezza di Montségur fu il loro ultimo baluardo. Anche in questa ipotesi ci da una mano Wolfram von Eschenbach per il quale il castello del Graal è simile al Trono di Salomone di Takht i-Sulaiman e si chiama Munsalvaesche, cioè "Monte Salvato" o "Monte Sicuro" (16).

- in Provenza - Secondo questa teoria il termine Graal corrisponderebbe alla contrazione di "Gr[oss] Aal" che, in una improbabile lingua dimenticata, avrebbe significato "Grande Tempio". Il tempio al quale si riferisce la teoria sarebbe stato costruito in una zona delle "Gorges du Verdon" in Provenza, che è delimitato dal disegno di uno zodiaco di 15 chilometri di diametro, tracciato sul terreno da fiumi e sentieri. È visibile solo da alta quota. La zona è stata considerata sacra fin dall'antichità; proprio Pitagora avrebbe elaborato la dottrina segreta dell'Aporreta, simboleggiata dal quadrato magico del "Sator". La località è detta anche "Isola dei Veglianti".

- un luogo identificato con l'intera Francia - La tesi è stata sostenuta da Jean Robin in "Le Royaume du Graal".

Il Graal è In Inghilterra:

- a Glastonbury - Tra la collina del Tor ed i resti dell'Abbazia esiste un pozzo che attualmente viene chiamato "Chalice Well" (pozzo del calice). L'esoterista Tudor Pole sostenne che Giuseppe di Arimatea vi avrebbe nascosto il calice al momento del suo arrivo in Inghilterra. In realtà la leggenda del "calice nel pozzo" è di origine recente e venne introdotta da Alfred Tennyson nel XIX secolo per i suoi "Idylls of the King". C'è da dire che il Chalice Well è legato dalla tradizione di altre due coppe: una di olivo, che è stata rinvenuta effettivamente nel pozzo qualche secolo fa (probabilmente si trattava di un oggetto rituale dei celti e dovrebbe ancora essere conservata in una collezione privata); un'altra che venne a lungo ricercata dall'occultista John Dee (17) che nel 1582 visitò più volte Glastonbury convinto che nel Chalice Well si celasse un vaso con l'elisir di lunga vita.

Il Graal è in Iran:

- a Takht-I-Sulaiman - Di fatto il Castello del Graal descritto da Wolfram von Eschenbach assomiglia molto alla località di Takht-I-Sulaiman, il principale centro del culto Zoroastriano in Iran: qui una volta i sacerdoti accendevano il simbolico "Fuoco Reale". Generalmente la località si identifica e confonde con la mitica Sarraz.

Il Graal è in Italia:

- a Torino - Il Graal vi sarebbe giunto perché portato dai pellegrini che si spostavano per l'Europa nel corso del medioevo o forse dai Savoia insieme alla Sacra Sindone. La notizia sarebbe confermata dalle statue, poste sul sagrato del tempio della Gran Madre di Dio, sulle rive del Po, che indicherebbero il vero nascondiglio della Coppa.

- a Bari - Non poteva mancare all'appello la regione più ricca di tradizioni arturiane (tomba compresa). La Storia dice che nel 1082 un gruppo di pellegrini portò a Bari dalla Turchia le spoglie di S. Nicola alle quali venne edificata una basilica. In realtà la traslazione del Santo sarebbe stata solo la copertura del ritrovamento del Graal (18). Sembra logico porsi la domanda sul perché la scelta di custodire le ossa cadde su Bari. Sembra che i motivi fossero almeno due: il primo fu relativa al fatto che pellegrini erano partiti proprio da Bari e da lì partivano le crociate; Il secondo fu un atto di omaggio a Roberto il Guiscardo, re normanno di Puglia, ed alleato del Papa, nella lotta contro Enrico IV.

- a Castel del Monte - La Puglia è presente anche con una seconda candidatura che sarebbe stata sostenuta dai Cavalieri Teutonici (19). Sarebbero stati proprio i Sufi a consegnare il Graal all'imperatore Federico affinché lo preservasse dalle distruzioni scatenate dalla Crociate. Si osserva in proposito che non a caso Castel del Monte è disegnato su una pianta in forma di coppa ottagonale e ne riprodurrebbe le fattezze (per alcuni lo stesso Castel del Monte sarebbe il Graal). Wolfram von Eschenbach sembra aver prestato il proprio avallo a questa tesi nel momento in cui, nel suo Parzival, evidenzia il legame tra le religioni monoteiste (la islamica, l'ebraica e la cristiana).

- a Genova - Nella cattedrale di Genova si trova tuttora un Sacro catino, un piatto di vetro verde di circa 40 cm. di diametro. Sarebbe stato trovato all'epoca delle crociate, durante il sacco di Cesarea del 1101. I crociati ritenevano che il piatto fosse ricavato da uno smeraldo e che si trattasse di un dono della Regina di Saba a Salomone. Nel XIII secolo Jacopo da Varagine scrisse: "Si raccontava ... che in quel piatto Cristo avesse mangiato durante l'ultima cena ... Che questo si avverò non possiamo saperlo ... ma non possiamo passare sotto silenzio il fatto che in certi libri degli inglesi si dice che, quando Nicodemo tolse il corpo di Cristo dalla Croce, egli raccolse il suo sangue in una stoviglia di smeraldo".

- in Valle d'Aosta - In Valle d'Aosta si troverebbe l'ultimo contenitore il cui nome sia etimologicamente correlato al Graal: dovrebbe essere la "grolla" dell'amicizia.

Il Graal è Spagna:

- a Valencia - Vi sarebbe stato portato probabilmente dai Catari al termine di una lunga serie di spostamenti: sarebbe stato portato prima a San Juan de la Peņa nel 1060 per essere trasferito, tre secoli dopo, a Saragozza nel 1399, poi a Barcellona nel 1409, a Valencia nel 1437, ad Alicante nel 1819, a Eivissa nel 1912, a Palma de Majorca nel 1812 e di nuovo a Valencia nel 1813. Vera o falsa che sia questa ipotesi sta di fatto che un oggetto denominato Graal a Valencia esiste veramente e periodicamente viene esposto al pubblico in una cappella della cattedrale (la Moncada).

LA LEGGENDA DEL GRAAL E IL SUO SIGNIFICATO
La leggenda del Graal, si sviluppò a partire dal XII secolo fino ai poemi ed al melodramma ("Parsifal" e "Lohengrin") di Richard Wagner.
Ripercorrendo questa strada ci rendiamo progressivamente conto che in origine probabilmente la narrazione non fu una parabola religioso-cristiana; solo in un secondo momento la vicenda venne letta come un tentativo, quasi scismatico, di legarla ad una simbologia cavalleresca indipendentemente dalla evoluzione in senso cristiano.
Come ho avuto modo di dire qui ed altrove, l'idea di base del Graal doveva essere quella del romanzo (forse non del poema incompiuto) di Chrétien de Troyes. Essa sostanzialmente ruota intorno alla processione cui assiste Perceval nella quale fa la sua prima comparsa il mistico vaso unitamente ad altri simboli.
Il simbolismo di Chrétien tuttavia non trova una chiara e adeguata espressione. Probabilmente lo scrittore pensava di approfondire il discorso in altra sede, ma purtroppo lasciò l'opera incompiuta.
Il problema del completamento dell'opera di Chrétien si era infatti posto fin dalla pubblicazione del Perceval, cioè dalle primissime rielaborazioni di Wauchier de Denain, di Manessier e di Gerbert de Montreuil, tutti nel secolo XII. Nel secolo successivo (XIII) comparvero le elaborazioni di Wolfram von Eschenbach, Heinrich von Turlin e dell'anonimo gallese autore del "Peredur".
Naturalmente lo sviluppo più importante è quello di Robert de Boron, perché con lui il racconto assume il carattere definitivo che poi è divenuto tradizionale.
Dalla elaborazone di De Boron sono, in ogni caso, derivate tutte le successiva elaborazioni in prosa, tra le quali il "Lancellot-Graal" di Albert von Scharfenberg.

ALLA RICERCA DEL GRAAL (LA QUESTE)
Il Graal non finisce mai di stupirci e di riservarci sorprese.
Abbiamo visto che la coppa delle origini, in senso etimologico, equivaleva al latino "gradalis", che significa semplicemente "tazza". Dunque stiamo parlando di un contenitore, un calice.
Orbene: se passiamo a studiare il contenuto di questa espressione, ci rendiamo conto che questo tipo di oggetto, dal punto di vista mitologico, riveste un ruolo di primo piano in quanto si identifica con il grembo della Grande madre, e con la cornucopia dei Greci e dei Romani, ovvero con la coppa della vita dei Celti.
Molti eroi celtici (senza escludere il personaggio dei fumetti: Asterix) hanno avuto a che fare con magici calderoni; nel poema in gaelico "Preiddu Annwn", Re Artù sarebbe andato addirittura agli Inferi per recuperarlo. La tradizione cristiana non è da meno in quanto annovera almeno due sacri contenitori: il Calice dell'Eucarestia e la Vergine Maria. Nella Litania Lauretana essa è descritta come "Vas spirituale, onorabile ed insigne devotionis", ovvero come "vaso spirituale, dell'onore, e di unica devozione". Dico questo almeno per sottolineare il fatto che la divinità era divenuta manifesta nel grembo (vaso) della Madonna.
Chi ci vieta, allora, di pensare che il sacro Graal non fosse altro che una rivisitazione, in senso cristiano, della cornucopia?
Il Problema a questo punto si sposta perché nessuno ci impedisce di pensarlo; ma, al tempo stesso, nessuno può affermarlo disponendo di elementi probatori di una qualche certezza. Quello che possiamo affermare senza tema di smentite è che il Graal è collegato a tradizioni ebraiche ed islamiche.
Poi, intorno al XIII secolo lo scrittore tedesco von Eschenbach salta su a dirci che il Graal non è un calice, ma... una pietra caduta dal cielo. In sostanza von Eschenbach ci serve su un piatto di argento un elemento di complicazione: un diverso tipo di collegamento con la pietra nera de la Mecca ed anche col "Lapis Niger" (il meteorite sacro dei romani).
E la storia (letteraria) del Graal non si ferma qui.
Robert de Boron (anche lui del XIII secolo) narra che il Giuseppe D'Arimatea dell'inizio della storia, arrivato in Inghilterra piantò in terra il proprio bastone da cui nacque un albero; ebbene l'albero del miracolo dovrebbe esistere ancora. Esso avrebbe rappresentato il luogo ove Giuseppe consegnò il calice al primo dei custodi, al primo "Re pescatore".
Però, nessuno sa dove ciò sia avvenuto tant'è che proprio per effetto di questa "ignoranza", quando sull'Inghilterra si abbatte la maledizione della "Wasteland", è necessario lanciare la "queste".
Cosa esprima simbolicamente la ricerca del Graal?
Qualcuno ha detto che potrebbe essere molto semplicemente un artificio letterario per lanciare la Sagra di Parsifal. O per arricchire quella di Artù. Di certo non lo sappiamo.
Logica vorrebbe che a questo punto che, con il concludersi della ricerca, la storia del Graal avesse termine, insieme alla maledizione della Wasteland, insieme a Merlino e ad Artù.
Eppure non è così perché le Crociate, come abbiamo visto, riportato alla ribalta il Graal e ripropongono uno straordinario giro vizioso. Con una complicazione, però: che con il ritorno della storia in Europa la vicenda del Graal si bipartisce. C'è chi ritorna alla vecchia storia; ma c'è anche chi ama pensare che i crociati abbiano riportare fisicamente il Graal nel vecchio continente.
Si è però pensato che, alla fine del XII secolo, quando Chretien de Troyes decise di introdurre nella materia arturiana il motivo del "Vaso Sacro", potrebbe averlo fatto perché, in qualche modo, si era reso cosciente dei miti celtici incentrati sul "Calderone", e l'argomento gli sembrò particolarmente intrigante.
Potrebbe, allora, essersi verificata una della seguenti tre ipotesi:
- potrebbe essersi trattato di una scelta casuale, nel senso che lo scrittore si sia limitato a mettere per iscritto una tradizione orale esistente di per sé,
- ovvero Chrétien potrebbe essersi limitato a rielaborare in termini cristiani antiche leggende sui contenitori sacri,
- ovvero il Graal potrebbe aver costituito una geniale invenzione letteraria.
Sta di fatto che - come è accaduto per Re Artù - da otto secoli il Graal continua a stimolare la fantasia di intere generazioni di lettori fin da quando, intorno al 1190 Chrétien rese noto il suo "Perceval le Gallois ou le Compte du Graal". In soli vent'anni, il mito si era perfettamente definito e caratterizzato.
Un autentico miracolo mitologico, non c'è che dire.
Innanzi tutto Chrétien non dice nulla circa la sua natura. Nella descrizione della comparsa nel castello del "Re Pescatore" narra molto semplicemente l'evento con queste parole: "Per primo passa un ragazzo con una lancia insanguinata e sanguinante, poi due giovani ciascuno con un candelabro, e infine un graal".
È solo nel romanzo successivo di Robert de Boron ("Joseph d'Arimathie - Le Roman de l'Estoire du Graal"), che si parla del Graal come del calice dell'Ultima Cena. Per giunta de Boron ne parla una sola volta, in un inciso abbastanza slegato dal contesto e si comprende che, prima di essere utilizzato da Gesù, probabilmente doveva avere un nome diverso (20).
Appare chiaro che non sono certo queste le ragioni del grandissimo successo. C'è da chiedersi se queste ragioni non risiedessero altrove. Ad esempio nel fascino della "ricerca".

RICERCA... SEMPRE RICERCA
Nella vicenda del Graal, indubbiamente vi sono sufficienti elementi misteriosi da attirare l'attenzione di un pubblico selezionato quale doveva essere quello medievale.
A mio avviso, dati per risolti i misteri delle origini, c'è un punto pregiudiziale sul quale indagare: è noto che il Graal venne trasferito in Britannia. Perché proprio lì? Se consideriamo la reliquia solo dal punto di vista letterario la risposta è semplice: è in Britannia che sono nati i miti di Artù, ed è in Britannia che si svilupperà la storia del Graal.
Ma come la mettiamo con i sostenitori della sua esistenza materiale?
Questi fanno ipotesi diverse e tutte piuttosto ardite.
Secondo alcuni, Gesù, prima della crocifissione, sarebbe passato per la Cornovaglia dove avrebbe ricevuto in dono una coppa rituale da un Druido convertito a Cristo (?). Il druido ovviamente è Merlino.
Avvenuta la crocifissione, Giuseppe d'Arimatea avrebbe pensato bene di riportare il contenitore a colui che gliel'aveva donato dopo che era stato santificato col sangue di Cristo.
Ne deriva che Merlino funge da vero e proprio trait d'union tra la religione celtica e quella cristiana.
Comunque siano andate le cose è chiaro che il Graal viene coinvolto in peripezie che sono diverse a seconda delle fonti e ce ne sono abbastanza da solleticare le menti più curiose.
Ho già detto di Giuseppe d'Arimatea; ne ribadisco le linee essenziali solo perché si comprenda come entra nella nostra vicenda.
Quando Gesù risorse, come sappiamo, neppure gli apostoli ancora sapevano che fine avesse fatto il suo cadavere. I Giudei allora accusarono Giuseppe d'Arimatea, proprietario della tomba ove Cristo era stato deposto, di averne rubato il cadavere.
Giuseppe sarebbe stato imprigionato in una torre e privato del cibo. Nella prigione, gli sarebbe apparso Gesù che gli avrebbe affidato la sua coppa. In quella stesa occasione lo avrebbe iniziato ai misteri dell'Eucarestia.
Giuseppe sarebbe sopravvissuto grazie ad una colomba che, ogni giorno, depositava un'ostia nella coppa.
Giuseppe rimase nella prigione per circa quarant'anni; nel 70 d.C. l'imperatore Vespasiano lo avrebbe fatto liberare e Giuseppe se ne sarebbe andato in volontario esilio con sua sorella, col suo cognato Bron e con un piccolo gruppo di seguaci. Raggiunta la destinazione prescelta, avrebbe costruito una tavola, che ricordava il cenacolo, con tredici posti di cui uno occupato da un pesce, che rappresentava Gesù. Un altro posto vacante divenne, in altre parole, il posto dove era stato seduto il traditore: Giuda. Era il così detto "Seggio periglioso" (21).
Il primo atto che compì Giuseppe di Arimatea, una volta giunto a destinazione, sarebbe stato l'affidamento della reliquia a un guardiano denominato il "Re Pescatore". In effetti "Re Pescatore" non deve essere inteso come una persona singola ma, piuttosto, la qualificazione che una serie di persone assumevano succedendosi l'una all'altra.
Diverse sono le letture del nome del primo di essi (in genere si parla di Hebron o Bron) e la relazione di parentela con il nostro Giuseppe (a seconda dei casi cognato, nonno, zio, o cugino).
Tutto questo sarebbe accaduto nelle terre della Britannia, allora romana, ed a Glastonbury Giuseppe avrebbe fondato la prima chiesa Cristiana, dedicata a Maria, Madre del Cristo.
Qui sarebbe stato custodito il Graal, utilizzato come un normale calice durante la Messa, alla cui celebrazione prendeva parte tutta la compagnia di coloro che avevano seguito Giuseppe nell'esilio.
Alla morte di Giuseppe, Bron assunse il compito di custode del Graal, ed egli sarebbe stato il primo con la qualifica di "Ricco pescatore" o "Re pescatore" (22).
A questo punto la compagnia si sarebbe sistemata ad Avalon (23).
Alla morte di Bron, il compito della custodia del Graal sarebbe passato ad un uomo di nome Alain.
Nel "Parzival" di Wolfram Von Eschenbach, il ruolo di Re Pescatore era rivestito da un certo Anfortas (24).
Col secondo dei custodi il Graal sarebbe stato portato nel castello di "Muntsalvach" (la Montagna della Salvezza, dall'ubicazione sconosciuta). Il Re Pescatore avrebbe istituito uno specifico ordine cavalleresco, con lo scopo di proteggere il calice, chiamato "Ordine dei Cavalieri del Graal" per i quali avrebbe costruito una "Seconda Tavola del Graal", ove la reliquia avrebbe elargito ai cavalieri ostie consacrate. Il custode del Graal sarebbe quindi diventato Re e Sacerdote del Graal.
Dopo alcune generazioni, l'ultimo successore in ordine di tempo, l'Anfortas di Wolfram Von Eschenbach. venne ferito da un colpo di lancia nei genitali che lo rese sterile. Egli sarebbe stato il Re magagnato del quale parla Chrétien de Troyes, causa della Wasteland e ragione della "Queste".
Per il vero le cause della ferita fanno parte della tradizione poetica del "Parsifal" di R. Wagner (25), nella tradizione poetica comune, sono sconosciute anche se ci sono diverse versioni: per alcuni il Re Pescatore avrebbe perso la fede; per altri avrebbe rotto il proprio voto di castità per amore di una donna; per altri ancora sarebbe stato colpito accidentalmente da una lancia, da parte di uno straniero. Sta di fatto che il re ferito (Magagnato) causò la sterilità della terra sulla quale regnava (Wasteland).
Passando dalla "narrazione leggendaria" alla "verità letteraria" la lancia che ferì il re Pescatore fu identificata con la Lancia utilizzata da un soldato Romano, un certo Longino, per trafiggere il costato di Cristo sulla croce.
La lancia, spesso identificata con la spada Excalibur, sarebbe stata custodita nel Castello del Graal, con il piatto che era servito a sorreggere la testa di Giovanni Battista (26).
Sarebbe toccata al Mago Merlino la sorte di aver creato la Terza Tavola del Graal, chiamata "Tavola Rotonda" e, intorno ad essa, sedevano Re Artù ed i suoi dodici cavalieri.
Mi preme, a questo punto, far osservare due elementi di un'estrema importanza esoterica perché, secondo me, la dicono lunga sul significato di tutta la narrazione.
Innanzi tutto il numero 13 che ripropone nel simbolismo dall'ultima Cena alla Compagnia della Tavola Rotonda (lo ritroveremo pari pari anche nella compagnia dei Paladini di Carlo Magno). Come sappiamo il numero 13 nei paesi anglosassoni che ha un significato maleaugurante. In sua presenza si sogliono fare gesti apotropaici (27): il capo dei 13 è destinato a morire presto (si pensi a Gesù, ad Artù ed a Orlando); tra i 13 c'è sempre un traditore (è il caso di Giuda, di Mordred e di Gano di Maganza).
Non è poi da sottovalutare il valore iniziatico della ricerca del calice che inizia il giorno di Pentecoste (quando il Graal appare, come in un filmato, al centro della Tavola rotonda) per scomparire poco dopo. I più celebri cavalieri, Lancillotto, Galvano, Bors, Perceval e Galahad, allora, si impegnarono in una ricerca del Calice che doveva risanare il Re e la terra.
Galahad, Perceval e Bors raggiunsero Sarras, la città del Paradiso, dove il Graal era stato trasferito. Qui durante una Messa sarebbe apparso Cristo dapprima come celebrante, poi come un bambino, e infine come uomo crocifisso.
Galahad, in seguito alla visione, morì. Perceval ritornò al castello del Re Pescatore, per succedergli sul trono. Bors ritornò a Camelot.
Il Graal restò per i secoli successivi a Sarraz, che nessuno sa dove si trovi.
Ho ricostruito a fatica la "storia" qui sopra riassunta - pur se in miniera estremamente schematica - mettendo insieme gli episodi più frequentemente ricorrenti della "Materia di Bretagna".
Orbene: questa ricostruzione è fatta completamente al di fuori di un immaginario canone arturiano dal quale ho escluso escluse le opere posteriori al 1220.
Tra l'altro sono rimasti fuori "The Idylls of the King" di Tennyson (del 1885). Anche se nell'opera di Tennyson sono contenuti passaggi necessari per la comprensione della "Materia di Bretagna". Ad esempio è solo dagli Idilli che apprendiamo come lo stesso Giuseppe di Arimatea avesse nascosto il Graal nel "Chalice Well di Glastonbury" ("Il pozzo del calice") (28).
Per comprendere cosa potrebbe essere successo al di là della tradizione letteraria dobbiamo fare un passo indietro e ritornare, ancora una volta, all'Ultima Cena.
Il giorno della Passione, stando alla narrazione di Robert de Boron, il Graal sarebbe rimasto nelle mani di Giuseppe d'Arimatea. Ma è possibile che Giuseppe lo deponesse nel Sepolcro insieme al cadavere di Cristo perché all'epoca era uso comune deporre accanto al morto gli oggetti che gli erano appartenuti o in qualche modo erano connessi alla sua vita ed alla sua morte.
Ora la domanda è: esiste qualche dato storico che prova che questo atto fu veramente compiuto? La risposta, sorprendentemente, deve essere affermativa.
Come si presentava, all'epoca della sepoltura, il luogo dove venne composto il Morto del Golgotha?
È stato osservato che questo quesito ha costituito uno dei più intricati problemi archeologici.
Eppure i testi sono chiari ed i Vangeli sinottici si sono rivelati particolarmente preziosi. Ad esempio ci dicono che il colle della crocifissione era fuori delle mura di Gerusalemme, ma "vicino alla città"; il fatto che si trattasse di un colle pietroso lo fece soprannominare in ebraico "Gulgoleth", (corrispondente all'aramaico "Golgotha"), mentre in latino era detto "Calva", (vale a dire cranio calvo) ovverosia "Calvario" (29).
I medesimi Vangeli ci dicono ancora che sul pendio del Golgota c'era un giardino con ulivi e palme, dove il ricco Giuseppe di Arimatea (30), aveva fatto scavare un sepolcro per sé e per la sua famiglia e questo era ancora vuoto all'epoca della crocifissione.
Nella Giudea dei tempi di Gesù le sepolture venivano scavate in terreni soprelevati perché restassero, al riparo da inondazioni. In sostanza si trattava di camere a volta con un vano d'ingresso ed un secondo vano più interno che fungeva da vero e proprio sepolcro. In genere vi si trovavano sarcofagi di pietra o loculi (31) spesso a volte, con una fossa al centro della stanza, e banchi alle pareti.
Il Sepolcro di Giuseppe descritto nei Vangeli era di tipo signorile, come abbiamo potuto rilevare dagli scavi, con anticamera e camera funeraria; l'accesso molto basso consentiva la chiusura con una pietra circolare che vi veniva fatta rotolare: è il tipo del sepolcro di Lazzaro.
Tuttavia nel 70, una serie di dissesti dovuti alla guerra, ne modificarono la topografia.
Gerusalemme subì le vicende più tragiche della propria storia e che passarono ai posteri come "Guerra Giudaica": l'imperatore Tito pose l'assedio a Gerusalemme quell'assedio che, secondo la tradizione, avrebbe dato origine alla Diaspora millenaria, al saccheggio dei tesori del Tempio ed alla sua distruzione. Il Tempio venne demolito dalle fondazioni (32).
Le tradizioni cristiane che stavano appena nascendo ne furono sconvolte: il colle del Golgotha e il pendio contiguo - dove Giuseppe di Arimatea aveva fatto seppellire Gesù e dove probabilmente era stato posto il Graal - furono chiusi da un grosso muro di controscarpa per le necessità della difesa. Qui furono rovesciate enormi quantità di terra, per formare un terrapieno, nel quale Golgotha e Sepolcro furono sommersi.
Gerusalemme dovette, alla fine dell'assedio, cambiare il nome in "Aelia Capitolina".
In questa città "nuova" si costituì una comunità cristiano-giudaica segreta, guidata dal vescovo Marco, al quale toccò il compito di custodire il ricordo del Sepolcro.
Nel 312 Costantino conquistò il potere con l'appoggio determinante della minoranza cristiana ancora semiclandestina.
Quando, nel 324, Costantino prese possesso delle province orientali dell'impero incontrò Macario, nuovo Vescovo di Gerusalemme, che era la memoria storica del passato.
Riemersero, attraverso le sue parole, tre secoli di clandestinità, che lo stesso Macario conosceva solo attraverso la tradizione orale: i Luoghi di Cristo tornarono alla luce. Costantino e sua madre Elena decisero di scavare alla ricerca del Golgotha e del Sepolcro.
Durante gli scavi venne annunciato il ritrovamento, insieme a numerose altre reliquie, di una coppa che Elena ritenne essere quella stessa usata da Maria di Magdala che se ne sarebbe servita per raccogliere gocce del sangue di Cristo dopo la crocifissione.
Non è facile avanzare ipotesi sulle sorti della coppa di Elena.
A noi sono arrivati numerosi resoconti degli scavi promossi da Elena nel sito del Santo Sepolcro. Questi resoconti avevano il pregio della contemporaneità, ma nei documenti manca ogni accenno alla coppa.
Solo nel V secolo lo storico Olimpiodoro scrisse per la prima volta che la Coppa era stata portata in Britannia nel 410, subito prima che Roma fosse saccheggiata dai visigoti invasori.
Da questo punto in poi si innesta nella vicenda la "realtà romanzesca" della quale ho parlato. Naturale che essa è farcita con tutte quelle contraddizioni, di cui ho detto. E queste fanno perdere perfino l'identità della Coppa.
Ne è risultato che per alcuni si sarebbe trattato di un piccolo recipiente in pietra; per altri di una grande coppa d'argento, mentre certuni affermano che sarebbe stata incastonata da un artista romano in un recipiente d'oro impreziosito da pietre preziose.
Altri sostengono che si sarebbe trattato di un manufatto in legno.
Di fatto ormai è persa l'identità del Graal e non sappiamo se stiamo tutti parlando della stessa cosa e se la strada che il Graal avrebbe percorso corrisponda a quella della leggenda.
Ancora oggi continuiamo a chiederci se il Calice sia mai giunto a Roma e se sia finito in Britannia oppure no.
Si tratta evidentemente di interrogativi che sono destinati a restare tali almeno fino a quando e se saranno scoperti nuovi dati storici a far luce sulla vicenda.
Oggi come oggi dobbiamo contentarci di contare sulle ipotesi e ragionare in termini di probabilità.

INDIRIZZI DELLA LETTERATURA DEL GRAAL
A ben vedere, le storie del Graal da me riassunte si collegano a due diversi ceppi dei quali:
- il primo appartiene ad un filone storico nel senso scientifico del termine: appartenente cioè ai fatti documentati da scritti e scavi archeologici;
- il secondo, certamente il più cospicuo, è invece quello tratto dal corpo della letteratura Graaliana.
È indiscutibile che il secondo filone debba essere depurato dagli molti elementi che si sono aggiunti nel corso dei secoli e che con ogni probabilità hanno rivestito eventi reali di simbolismi e elementi allegorici (33).
Un esempio di interesse attuale per "la storia del Graal" è quello dell'ultimo film di Indiana Jones ("Indiana Jones e l'ultima Crociata").
Per il noto eroe cinematografico il Graal è un calice di legno di ulivo trasportato da Bron, cognato di Guseppe di Arimatea, nella fortezza di Monsalvat, sui Pirenei. Alcuni secoli dopo il Graal viene trovato da Perceval che lo porta nella sua patria, il Galles dove un certo Taliesin ne canta le lodi:

"Argentato come la spuma del mare, / Luminoso come lo specchio di Bronwyn, / Fragrante come la carne di Bldenwedd, / Potente come la spada di Bran; / Intagliato con incanesimi di benedizione / Nella lingua segreta dell'Est, / Questo vaso, il coracle stesso di Dio / Caccia il vecchio di fronte al nuovo."

Poco prima del 717 il Graal era stato trasferito ad Avalon, dove un eremita scriveva in un diario (ritrovato dal professore di Oxford) nel quale afferma di aver visto "...la modesta coppa di legno contenente il sangue di Dio, che risiedeva ad Avalon nei gloriosi giorni di Re Arturo, fregiata con simboli sacri risplendente della luce stessa della grazia."
Però, intorno al 950, i vichinghi saccheggiano la città portando il Graal verso est. Si ha notizia del saccheggio grazie ad un frammento ritrovato nell'Abbazia di Cantanez. Su tale frammento sta scritto: "...il calice del Nostro Signore scolpito nell'albero della pace su di un vassoio d'argento, su uno sciamito di smeraldo, rinato alla nostra casa dal Galhaut il Puro nei giorni di Arturo, allorché la giusta Logres cadde la più sacra fra le sacre reliquie col sangue ci portarono via alla loro terra di tenebre dove il Diavolo è signore."
È dei nostri giorni il tentativo di accostare la simbologia del Graal alla mitologia egiziana. Se ne è incaricato Vito Fischi nel suo lavoro "La Simbologia del cuore e la leggenda del Graal", pubblicato in Internet, sulla base di alcune premesse e di alcune interessanti considerazioni di ordine letterario.
Le premesse sono:
- che "il geroglifico egizio che indica il cuore è costituito da un piccolo vaso e per gli antichi egizi il cuore era la sede dell'anima" (34);
- che, alla morte il cuore veniva pesato, in presenza di Thoth, dal dio Anubi nella cerimonia della psicostasia (35) e da questa pesa veniva decisa la sorte dell'anima del defunto.
Gli argomenti di ordine letterario sono quelli che ho esaminato a proposito della descrizione di Chrétien de Troyes (Perceval che assiste alla processione del Graal).
A questo punto Foschi trae la prima conclusione: l'ostia, nutrimento del Re Pascatore, ed il Graal sono interconnessi nel senso che il Graal serve l'ostia.
Ne conseguirebbe, a maggior ragione che il Graal deve essere un calice.
Sulla base di questi passaggi il Foschi trae la conclusione: è proprio il calice che fa tornare alla mente il geroglifico egizio del cuore; ergo Graal e cuore hanno lo stesso valore.
Mi sorge a questo punto spontanea una comanda: la sequenza esposta dal Foschi è da considerare corretta? Perché, se così non fosse, perderebbe significato l'identificazione conclusiva.
Tanto per incominciare sono andato a consultare "Il segreto dei Geroglifici" di Christian Jacq e già i conti non mi tornano: il segno che traduce in egiziano la parola cuore è "ib" e per la verità il geroglifico non ha una figura definibile come "vaso" grande o piccolo che sia.
In effetti, in Egiziano se c'è una lettera paragonabile ad un contenitore, questo è il geroglifico che riproduce il suono "G" (duro).
A mio avviso quindi il ragionamento è viziato fin dalla premessa e non può essere accettato per quanto l'idea potesse sembrare interessante.

Note:
1. Il Graal, è variamente nominato: viene chiamato anche "Grail", "Sankreal", "Sanguinalia". Per la scuola di pensiero introdotta dall'occultista Dion Fortune, il termine San Graal sarebbe l'errata trascrizione di "Sang Real" e starebbe a designare la dinastia dei Merovingi. Per i giornalisti di ispirazione anglosassone (come Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln, si tratterebbe della stirpe di Gesù che, salvatosi dalla crocifissione, avrebbe dato vita a questa dinastia francese estintasi nel 751, ma che sarebbe ancora tra noi sotto le spoglie Segrete del "Priorato di Sion" e che attende il momento opportuno per ripristinare la monarchia universale.
2. La coppa con la bevanda dell'immortalità è infatti il simbolo del Bodhisatva Maythreya [N.d.A.]
3. La tradizione ed i Settanta affermavano che da esso avesse bevuto Mosé; un'altra tradizione lo faceva risalire ad Abramo che avrebbe ricevuto l'iniziazione per mano di Melchisedec appunto sotto le specie del pane e del vino.
4. Si pensi alla "lampada di Aladino", al "vello d'oro", alla "Arca dell'Alleanza", al "Baphomet" dei Templari fino alla "pietra filosofale" degli alchimisti.
5. Per T. H. White (autore de "La Spada nella Roccia") esisterebbe addirittura una "Secret School of the Grail".
6. Il Graal corrisponderebbe quindi all'intero pianeta, gigantesco generatore di energia spirituale; Il Graal, in questa visuale, sarebbe il simbolo "degli eventi dell'epoca primitiva, percepiti dalla sensibilità dell'animo".
7. In quello stesso poema Chrétien per primo chiamò Camelot la reggia di Artù ed introdusse alcuni personaggi del ciclo (tra cui Lancillotto e Ivano) e il tema dell'amor cortese. Nuove vicende della ricerca del Graal vennero aggiunte da Robert de Boron nel suo "Joseph d'Arimathie ou le Roman de L'Estoire dou Saint Graal" e nel "Perceval en prose": egli sviluppò anche il tema di Merlino nella "Estoire de Merlin". Questi due poemi non ci sono giunti in originale bensì in alcune versioni in prosa del cosiddetto "ciclo della vulgata", vasta serie di narrazioni redatta tra il 1215 ed 1235, nota anche come "Lancelot Graal ou Lancelot en Prose" (che comprende, tra l'altro, "L'Estoire del Saint Graal", la" Queste del Saint Graal" e la "Mort d'Arthur" attribuita a Walter Map). A questi si aggiunge uno dei più interessanti testi della letteratura medievale inglese: "Gawain and the Green Knight", composto da autore anonimo, intorno al 1350.
8. Abbiamo visto infatti che in ciò si accomunano alla Cornucopia della Mitologia Greco-romana. La tradizione cristiana annovera almeno due analoghi contenitori: il calice dell'Eucarestia e, sorprendentemente, la Vergine Maria che, nelle litanie lauretane, è descritta come "vas spirituale, vas honorabile, vas insigne devotionis". Infatti nel grembo della Madonna (vas) si era incarnata la divinità.
9. Meno probabile sembra l'opinione che attribuisce al Chrétien la pura e semplice invenzione letteraria del Graal.
10. "Io non oso raccontare, né riferire, né potrei farlo [....] le cose dette e fatte dai Grandi Saggi. Là sono scritte le ragioni segrete per cui il Graal è stato designato con questo nome"; ma Robert de Boron si costituisce anche depositario unico della storia del Graal e afferma: "A ce temps que je la retreis, / O mon Signour Gautier en peis / qui de mont Belyal estoit / unques retreites este n'avait". (Quando ho raccontato [la storia del Graal] in tempo di pace al mio Signore Gautier che proveniva dal Monte Belyal, non era mai stata raccontata prima).
11. È infatti messo in relazione con una terra chiamata "Sarraz", impossibile da collocare storicamente e geograficamente, ma comunque situata in medio oriente dalla quale, come afferma l'Autore, "ebbero origine i Saraceni". Essa non è in Egitto ma "si vede da lontano il Grande Nilo".
12. "Questa esile pietra è davvero di poco costo; disprezzata dagli sciocchi, ma ben apprezzata dai saggi" Arnoldo di Villanova (XIII secolo) che così definisce la pietra filosofale. Il Graal quindi corrisponderebbe a questa e sarebbe simbolicamente in grado di tramutare i metalli in oro, ovvero di permettere all'uomo di passare dallo stato bruto a quello di illuminato.
13. La Kaaba è l'Edificio sacro per eccellenza de La Mecca che racchiude la Pietra nera. Secondo la tradizione in origine sarebbe stata di colore e bianco e sarebbe piovuta dal cielo nel Giardino dell'Eden perché Adamo la utilizzasse come contenitore dei peccati degli uomini: proprio i peccati l'avrebbero fatta diventare nera. Secondo altra tradizione sarebbe stata consegnata ad Abramo dall'angelo Gabriele ed utilizzata per costruire la prima Kaaba. Già venerata prima dell'Islamismo insieme ad altre innumerevoli divinità. Fu l'unico oggetto che Maometto legittimò come sacro. Secondo l'esoterismo la Kaaba ha la forma più pura, espressione del Padiglione del Paradiso innalzato da Dio sulla terra ai tempi di Adamo (quello che poi sarebbe divenuto il modello del Tempio).
14. Così chiamato perché a somiglianza di Gesù avrebbe sfamato moltissime persone con un solo pesce.
15. Nel "Parzival" di Wolfram von Eschenbach, si chiama Amfortas e la sua figlia Repance sposa l'eroico fratellastro di Parsifal, il saraceno Firefitz. Firefitz e Repanse si recano in India, dove generano Prete Gianni, il misterioso sacerdote cristiano a capo di un potentissimo regno a lungo ricercato dai viaggiatori medievali.
16. Negli anni '30 il colonnello delle SS Otto Rahn, autore di "Crusade contre le Graal" e "La Cour de Lucifer", intraprese ricerche a Montségur ed in altre fortezze catare con l'appoggio del filosofo nazista Alfred Rosenberg. Non si hanno notizie precise sulla sorte di Rahn. Secondo Gerard de Sede ("Le trésor Cathare") venne rinchiuso in un campo di concentramento perché sapeva troppo. L'episodio comunque fornì a Pierre Benoit lo spunto per il romanzo "Montsalvat".
17. John Dee visse ai tempi (1527-1608) di Elisabetta I. Fu astronomo di corte, matematico, geografo, cartografo e scrittore. Confidente personale e consigliere della Regina, fu tra i principali protagonisti del Rinascimento inglese. A partire dal 1582, ebbe come partner Edward Kelly, alias Edward Talbot, con il quale condusse esperimenti di magia nera e necromanzia. Kelly possedeva infatti notevoli capacità parapsicologiche che a Dee mancavano del tutto. Inoltre, secondo la tradizione, avrebbe ricevuto dall'Angelo Uriele le istruzione per fabbricare il cosiddetto "Sigillum Emeth", un talismano di cera che facilitava la comunicazione con l'al di là e che oggi è custodito al British Museum.
18. I pellegrini della cronaca sarebbero in realtà stati cavalieri in missione per conto di Papa Gregorio VII il quale pensò bene di accaparrarsi la reliquia sottraendole alle rapaci mai dei Turchi. Le spoglie di S. Nicola sarebbero state trovate in una chiesa sconsacrata di Myra e solo successivamente sarebbero state individuate con quelle di S. Nicola.
19. L'ordine dei cavalieri Teutonici venne fondato nel 1190. Entrarono in contatto con i mistici Sufi, una setta islamica che adorava il Dio delle tre religioni; delle dottrina sarebbe stato seguace anche Federico II di Hohenstaufen (il Barbarossa).
20. "Io non oso raccontare, né riferire, né potrei farlo (...) le cose dette e fatte dai Grandi Saggi. Là sono scritte le ragioni segrete per cui il Graal è stato designato con questo nome".
21. Che venne chiamata Prima Tavola del Graal.
22. In ricordo del miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci ripetuto da Giuseppe di Arimatea che, in tal modo, avrebbe saziato l'intera compagnia con un solo pesce che posto nel Graal, e miracolosamente moltiplicato.
23. Un luogo che ancora oggi non è stato identificato.
24. La cui figlia sposa l'eroico saraceno Feirefiz e genera Prete Gianni.
25. Per la Verità nel Parsifal di Wagner il feritore è il Mago Klingsor il quale si è autoferito evirandosi. Quindi il Maganato è certamente Amfortas (ma non spppiamo dove fosse stato colpito) ma è anche Klingsor che si è mutilato; inoltre la Wasteland è sostituita dal Giardino delle ragazze-fiori di Kundry. C'è anche da osservare che è proprio Parsifal colui che riesce con successo nella Queste, uccide Klingsor, recupera il Graal e risana Amfortas.
26. Questi quattro oggetti, secondo una certa tradizione, avrebbero influenzarono molto profondamente la cultura successiva, tanto che nei semi delle carte da gioco italiane compaiono ancora le coppe (il Graal), le spade (la spada), i denari (il piatto) e i bastoni (la lancia di Longino).
27. Tant'è che nei Paesi anglosassoni il numero che porta sfortuna al massimo è proprio il 13. Nei grattacieli americani manca l'indicazione del 13° piano!
28. Tra l'altro alla tradizione degli idilli si collegano in vario modo alcuni Graal italiani come il Volto Santo della trazione Lucchese e della Lunigiana dove fu oggetto di dispute aspre fino a quando, intorno al 540 fu riportato in Medio Oriente scomparendo dalla memoria per secoli.
29. Quello che gli arabi chiamano "Ras", cioè testa, prominenza sassosa.
30. In realtà Giuseppe era un sanhedrita, originario di Ramataim, provenienza grecizzata in "Arimatea".
31. Detti in ebraico "kokhim".
32. Personalmente sono d'accordo con Johnson e con la sua storia degli Ebrei: la Diaspora iniziò molti secoli prima e fu una costante della storia ebraica.
33. Tanto per dirne una nel concetto di Terra Desolata, ad esempio, si può leggere il periodo di carestia che colpì l'Europa nel passato. E nei vari movimenti del Graal, qui sintetizzati, può essere documentata una reale traslazioni della reliquia nel corso dei secoli: Gerusalemme - Palestina; Glastonbury - Inghilterra; Muntsalvach - Montségur (Francia); Sarras - Siria?
Dove si trova Sarras? La città si troverebbe "ai confini dell'Egitto", e dal suo nome sembra derivare il termine "saraceno". La genericità della locuzione non consente una concreta identificazione: potrebbe trattarsi della Siria, della Giordania o dell'Iraq. Secondo lo scrittore trecentesco Albrecht von Scharffenberg, che scrisse "Il secondo Titurel", il Graal sarebbe custodito in un castello detto "Turning Castle" (Castello rotante). Le caratteristiche del castello sono assolutamente simili a quelle del palazzo persiano chiamato Takt-I-Taqdis, costruito nel VII secolo d.C. che era possibile far ruotare su grandi rulli di legno. Secondo un'altra leggenda nel castello si sarebbe trovata anche la Santa Croce di Gesù, sottratta da Gerusalemme dal re Chosroes II, che eresse il castello di Takt, il quale saccheggiò la Città Santa nel 614, portando la croce in Persia. Si diceva che insieme alla croce si trovasse il Graal. Quindici anni dopo, nel 629, l'imperatore bizantino Eraclio marciò sulla città di Takt, portando con sé la Croce a Costantinopoli. Con essa, egli potrebbe aver portato con sé anche il Graal. Costantinopoli divenne in seguito celebre per essere la città più ricca di reliquie dell'intera cristianità. La Sindone di Torino, ad esempio, fu custodita ad Edessa dal 33 d.C. (proprietà di re Abgar) al 15 Agosto 944, giorno in cui l'imperatore bizantino mandò un esercito ad appropriarsi della reliquia. Il sudario venne probabilmente preso dai Templari nel 1204, e da qui avrebbe raggiunto Lirey, in Francia. Come la Sindone, così il Graal potrebbe esser stato trovato a Costantinopoli durante le Crociate: ciò spiegherebbe il motivo per cui i romanzi del Graal comparvero improvvisamente sulla scena. Se il Graal raggiunse l'Europa, non è chiaro dove possa esser custodito. Potrebbe esser stato portato in Italia dai Savoia, che entrarono in possesso anche della Sindone. Per questo motivo si pensa possa trovarsi a Torino.
Secondo altri, il Graal sarebbe caduto in mano alla setta dei Catari, e portato nel castello di Montsegur ove, nel XX secolo, fu ricercato da un ufficiale nazista, Otto Rahn. Ma le teorie sono molte, e sono state raccolte tutte nella sezione dedicata ai "Luoghi" del Graal, che amplia alcuni dei dati qui presentati e raccoglie una gran quantità di ipotesi, tra le quali forse qualcuna nasconde un barlume di verità.
34. Thoth aveva la testa di un ibis perché l'uccello, quando piegava l'ala, assumeva la forma di un cuore, la sede della vita e della vera intelligenza.
35. La stessa funzione nella tradizione ebraica è attribuita all'angelo Mikael, divenuto il nostro S. Michele arcangelo. Un suo attributo è proprio la bilancia; anche nell'iconografia cristiana del Giudizio Universale è raffigurato con spada e bilancia, attributi della giustizia.

Testi della biblioteca dellAutore:
G. Annequin - "Le civiltà del Mar Rosso", Poitiers, 1974.
M. Ashley - "La leggenda di Camelot", Milano, 1996.
M. Ashley - "La leggenda del Santo Graal", Milano, 1998.
M. Ashley - "La leggenda dei Cavalieri della Tavola Rotonda", Milano, 1999.
F. Barbiero - "La Bibbia senza Segreti", Bergamo, 1989.
E. Bergheaud - "La leggenda del Graal", Poitiers, 1971.
J. L. Borges e M. Guerriero - "Manuale di zoologia fantastica" - Einaudi 1998.
A. Borst - "Movimenti religiosi e spirituali nell'alto Medioevo", in "I propilei", Milano, 1968.
F. Cuomo - "Storia ed epopea della Cavalleria", Milano, 1995.
M. Foss - "Miti e leggende dei Celti", Milano, 1998.
T. Guida - "L'estetica di Richard Wagner", [tesi di laurea], Napoli, 1963.
R. de Boron - "Joseph d'Arimathie ou le Roman du l'Estoire du Graal".
F. L. Ganshof - "L'alto Medioevo", in "I propilei", Milano, 1968.
P. Johnson - "Storia degli ebrei", Bergamo 1991.
Peter Tompkins - "La magia degli obelischi", Marco Tropea Editore 2001.

Articoli da Riviste:
"Storia Illustrata", Colloqui con i lettori, 1965, pag. 12.
Massimo Campanini - "Giordano Bruno", in Storia Illustrata, 1981, pag. 285.

stelical2003@yahoo.it


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