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ARCANI ENIGMI...

 
RE ARTÙ
TRA SIMBOLO E LEGGENDA

di Stelio Calabresi
per Edicolaweb

 
Fin da quando preparai il mio primo viaggio in terra di Puglia ebbi modo di scoprire con stupore che questa regione denuncia strani, quanto inquietanti, collegamenti con le leggende connesse a Re Artù. Tra Monte S. Angelo, sul Gargano, e la cattedrale di Otranto si troverebbero ben tre delle quattro presunte tombe del Re.

Queste notizie mi hanno spinto, non solo a cercarle, ma a raccogliere quante più notizie possibili sui significati simbolico-esoterico che costituiscono il contenuto della leggenda.
Strano destino, quello di Re Artù: letteralmente scritto nelle stelle. E questo primo mistero è reso chiaro fin dal suo nome.
Come uomo visse (forse) nella Bretagna, ma ricevette la fama letteraria in terra di Francia dove condivise con il Paladino Orlando la visione di un sogno eroico che lo accompagnò finanche nell'italica "Apulia", lungo la via Francigena, percorsa da coloro ce si recavano, per devozione o per guerreggiare, in Terrasasanta.
Avremo modo di vedere in altro scritto quanto della leggenda possa sopravvivere ad un esame storico. Per il momento lo lasceremo in quella sorta di limbo compreso tra la partenza dei Romani della Bretagna e l'XI secolo: là dove la leggenda lo colloca con scarso rispetto delle questioni temporali.
E questa leggenda, cui per primo Chrétien de Troyes ritenne di ispirarsi, ci narra di un Re che, nella breve stagione del passaggio di consegne dai Romani agli Angli, si trovò in lotta con Pitti e Scoti provenienti dal di là del Vallo di Adriano, ma anche con Sassoni e Vichinghi provenienti della Norvegia e dalla Germania.
Inizialmente la fortuna gli arrise: riportò così una vittoria purtroppo effimera che comunque sarebbe riuscita a garantire un breve momento di pace e di tranquillità. Tuttavia le forze del celtico Annwn erano in agguato e finirono per farlo soccombere dinanzi all'avanzata inarrestabile della devastazione (la "vasted land" di romanzieri bretoni).
Del resto l'intera vicenda arturiana sembra tessuta di contraddizioni. Delle quali non sempre i personaggi che gli ruotano intorno (ed egli stesso) sono coscienti.
La "vasted land" che scatenerà, la porta con sé fin dal concepimento avvenuto nel tradimento e nella violenza (da quel momento tradimento e violenza saranno costanti onnipresenti) della quale sarà intessuta ogni azione per quanto nobile: Re di pace e di amore dovrà vivere con la spada in pugno; amante della famiglia e dell'amicizia, venne da entrambe tradito. Inventore della cavalleria, visse tra gli epigoni di un mondo che apparteneva ad una morente ed infruttifera celticità.
A questa celticità non potrà opporsi né Merlino (il consigliere fraudolento), né la strega Morgana, né i cavalieri della Tavola Rotonda, segnati tutti più o meno dal peccato originale, né tantomeno Mordred egli stesso figlio dell'inganno.
Gli elementi della leggenda sono troppo noti e non mi ci soffermerò più di tanto.
È difficile trovare corrispondenze puntuali relativamente ad Artù o Artorius o Arthur o comunque si chiamasse (1). Di volta in volta si è parlato di storicità a proposito di uno o più personaggi del ciclo (oltre ad Artù si è parlato della storicità di Myr-Dddyn (l'equivalente di Mirdinus o di Merlino) come della storicità di Lancelot du Lac (Lancillotto). Lo storico si è però trovato di fronte alle stesse difficoltà. Essenzialmente la impossibilità di far quadrare tempi e personaggi in una puntuale corrispondenza tra personaggi storici e gli omologhi leggendari.
Ovvio, a questo punto, che gli aspetti leggendari della saga abbiano preso il sopravvento per il semplice fatto di essere talmente affascinanti da rendere priva di significato qualsiasi ricerca più o meno paludata.

È pertanto su taluni degli aspetti mitici che intendo per il momento attirare l'attenzione del lettore, per la loro valenza simbolica, in sé sufficienti a fornire una chiave di lettura di eventi che, altrimenti, rischiano di restare confinati per sempre nel mondo della favola.
A mio avviso per percepire appieno il significato simbolico bisogna prima accettare due circostanze.
La prima è quella relativa al momento in cui si formò la leggenda. Come ho accennato ci troviamo alla fine della dominazione romana sulla Bretagna; sotto la spinta dei popoli scozzesi e Germanici (Sassoni) mai domati, gli Angli cercavano di ricostituirsi una unità ed un'identità nazionale: avevano perciò necessità di un simbolo intorno al quale raccogliersi.
La seconda è che quello stesso momento segnò la fine (sotto l'aspetto culturale) sia del mondo latino-pagano che di quello celtico-druidico: entrambi costretti a cedere il passo, pur se con notevoli resistenze, al mondo cristiano di Saint Patrick.

"Uther Pendragon", con l'aiuto di Merlino (o il mago druido Myr-Ddyn), riesce a sedurre Igrain.
Al frutto di questa unione viene dato il nome gaelico di "Arth-Wavr" (liberamente tradotto nel latino "Artorius" da cui deriva la traduzione romanza in Artù, in inglese "Arthur"). Il nome latinizzato ci parla di un'affinità con Artemis (la dea Diana dei romani) in quanto derivano entrambi dalla stessa radice indo-ariana "arta" o "artùmati" che indicano "splendore", ma anche il "tempo indeterminato" o "leggendario".
La connessione di Arth-Wavr con Artemis diventerà in seguito più evidente.

Ma l'accezione gaelica del nome di Artù richiama alla mente le forze della natura e la derivazione dalla radice "artùmati". Essa ci dice, in buona sostanza, che Artorius vive fuori dal tempo, in una dimensione più leggendaria più che storica. Del resto il trigramma (Arth-Wawr - Artù - Artemis??) si unisce al simbolo indoariano dell'orso, proprio del nome di Uther Pendragon, che simboleggia l'autentica forza della natura.
Non è un caso che ritroviamo il segno dell'orso in molte antiche mitologie (tra l'altro quella degli indiani Uroni americani e degli Ainu Giapponesi). Né può sfuggire il collegamento ad un preciso corrispondente eroe nella mitologia celtica: "Beowulf" (leggenda dell'VIII secolo d.C.) il cui nome - composto da orso e lupo - fa si che le vicende di Beowulf si riflettano su quelle di Artorius e viceversa.
Del resto il nome celtico Arth-Wavr, sia in Gaelico che in Gallese significa "Orsa Maggiore" e ne individua il destino di "capo" mentre le stelle che formano quella costellazione (il mistico numero "sette") sono un'icona della divinità che domina il mondo (graficamente si tratta del simbolo del quadrato, il reale, sormontato dal Triangolo, forma Trinitaria della divinità).
Natura e divinità riemergono anche nel nome dei genitori: la madre è Igrain che la "Chanson des Gestes" definisce "la Bionda" (cioè il grano maturo, il solstizio d'estate, il sole e la fertilità). Il nome di Uther (o Uthir) Pendragon, d'altra parte, in gaelico significa "meravigliosa testa del drago", rappresenta le correnti sotterranee della earth Force, l'impulso vitale che feconda: ricordate lindo ariano orso?
Molto probabilmente il mito proviene dalla preistoria celtica: all'epoca delle culture megalitiche di Carnac e Stonehenge; a mio avviso risalgono, cioè, all'epoca in cui l'uomo dell'emisfero boreale divenne cosciente della precessione degli equinozi e scoprì che la stella che allora individuava il Polo Nord si andava apparentemente spostando dalla Costellazione del Drago a quella dell'Orsa Maggiore (questo movimento conico dell'asse terrestre, si completa nella costellazione dell'Orsa minore, ove attualmente si trova la Stella Polare, e impiega per completarsi un periodo di 25.000 anni).
L'osservatore del cielo boreale credette di vedere nella costellazione dell'orsa maggiore un animale del quale conservava un ricordo ancestrale confuso che individuò in un drago. Il drago per lui si identificava in quelle forze che aveva imparato a conoscere sulla terra e che ne rappresentavano la forza vitale.
Il sangue del drago corrispondeva alle forze che circolano nella Terra come la linfa che fluisce in quelli che gli inglesi contemporanei "leys" (plurale di "ley", nel senso di sentiero, percorso della forza: linee terrestri di forza).
Noi troviamo questi "leys" nel Regno Unito legati a toponimi evocativi come "trono di Artù", "Anello di Artù" ed altri del ciclo arturiano.
Le località individuate da quei toponimi generalmente indicano località disposte lungo gli allineamenti magnetici detti "Scemb".
La parola è un acronimo, introdotto dall'astronomo Douglas Williams, formato dalle iniziali delle parole Standing stones [and stones circles] (vale a dire menhir e circoli di pietre), Camps and cairns, Earthwork (terrapieni quali gli accampamenti soprelevati), Mounds and pre-roman moats (monticelli e fossati pre-romani), Barrows (tumuli, compresi dolmen e pietre oscillanti).
Sento il dovere di chiarire che la nozione di Scemb è contestata sotto il profilo archeologico mentre altrettanto non si può dire sotto l'aspetto esoterico dove si collega alla presunta capacità dell'uomo megalitico di distribuire i propri monumenti in modo che risultino indissolubilmente legati al sottile filo dei "Leys".
Nel 1909 sir Norman Lockyer individuò i più importanti "leys" della Gran Bretagna e, in particolare gli allineamenti che formano il triangolo equilatero ai cui vertici si trovano Stonehenge, Grovery Castle e Old Sarum. Gli elementi costitutivi di quegli Scemb sono contraddistinti da località caratterizzate da toponimi detti Castles ed individuati con nomi come Bell (2), Broad (3), Bury, Burg, Borough, Cole e Cold (4), Dod (5), White e Wik (6).
Il concetto di Scemb è proprio dell'esoterismo più che dell'archeologia ed è simile alla dottrina cinese del Feng-Shui dove i "leys" sono noti come "lung-mei", cioè strade del drago. "Filosofi ed occultisti, da Aristotele in poi, hanno creduto che nell'universo ci fosse una fonte inesauribile di energia psichica, che andava rinnovata ogniqualvolta vi si attingeva".
"Art Wawr" e "Uther Pendragon" sono, quindi, come detto all'inizio, il segno di un destino fuori dell'umano, scritto nelle stelle. Essi stanno ad individuare "il capo, figlio delle stelle" e ci parlano di un divino immanente nella natura.
Quando riusciamo ad assimilare questo concetto possiamo comprendere il senso nascosto del concepimento per opera di magia che pone l'accento sulla presenza di una forza sovvertitrice del normale flusso causale degli eventi che caratterizza tutta la vicenda Arturiana (7). Di qui nasce il contrasto tra l'aspetto celtico del mito pagano e quello edenico-cristiano: entrambi tali da marchiare Artù fin nella più intima essenza.
È questo contrasto che ci spiega perché il rapporto Artù - Ginevra sia improduttivo mentre non lo è quello del rapporto Artù - Morgana. Il primo sfugge alla legge di magia: Ginevra è una comune mortale, Morgana è una strega che concepisce Mordred nella notte dei fuochi di Belthane.
Ma l'intervento della magia genera colpe e l'espiazione di questo peccato originale ne moltiplicherà gli effetti attraverso una interminabile inseguirsi di colpe ed espiazioni. La conclusione non potrà che essere la perdita della vita dell'eroe predestinato. E ciò consentirà ad Artù di assurgere egli stesso a simbolo.
Questi argomenti però ci portano al capo opposto della leggenda Arturiana dove si collocano i rapporti con "le donne": Viviana (la Signora del Lago), Morgana (la maga, sorella di Artù, la Morgausen del ciclo bretone) e Ginevra (o Genevere). Viviana e Ginevra sono ninfe delle acque (esse equivalgono alle antiche driadi) tipiche della cultura celtica. Speculari l'una rispetto all'altra, vita fertile la prima, vita sterile la seconda. Sono entrambe spiriti demoniaci: Genevere è un tipico agatodemone; Morgausen è, invece, una tipica cacodemone della mitologia nordica.
Su un piano Morgausen è una figlia legittime di Igrain e quindi Morgausen è sorellastra di Artur; ma su un piano esoterico esse rappresentano qualcos'altro.
Per comprendere cosa Morgana rappresenti nella vicenda Arturiana dobbiamo pensarla nella sua proiezione favolosa della evanescente Viviana, la Signora del Lago. Le tre donne del destino di Artù di fatto sono ipostasi dell'unica dea lunare, la divina Iside (prototipo della vergine-madre) o, il che è lo stesso, la "Triplice Ecate", la dea della luna. Esse non sono altro che l'aspetto di vita e di morte dell'eroe.
Ma questa conclusione ci propone un circolo vizioso perché ci riporta contemporaneamente ci riporta ad Artemis, ad Arta-Artur, alla raffigurazione simbolica dell'astro lucente sia al sole; in Artù convivono i principi dell'eterno femminino che dell'eterno mascolino.
In altri termini Artù è il perfetto Ermafrodito dei miti tessalici (di derivazione indo-ariana alla pari dei miti celtici), trasfigurati dalla sensibilità greca; ma sono, al tempo stesso l'alchemico Androgino, sterile e improduttivo. Sterile sarà infatti l'unione di Artù e Ginevra.
Ma sterile non sarà l'unione di Artù e Morgausen, per quanto occasionale e fugace. Esso, infatti, avviene su un piano diverso dove gli elementi celtici del mito prevalgono su quelli cristiani e si realizzano fuori della comune morale. Non è un caso che l'incontro avvenga ad Avalon (luogo magico per eccellenza) e durante i festeggiamenti per la primavera nella notte (ricordate la notte di Tristano e Isotta che smarriscono il senso della propria identità?).
Neppure il significato della presenza di Belthane è casuale.
"Belthane" è la divinità celtica della fecondità, dell'amore, della primavera. Da qui la superstite cultura pagana deriverà la notte magica del Sabba. Le "Notti sacre" della religiosità celtica, scandivano l'anno lunare con quattro feste: Valpurga (8), Lughnasadh (9), Halloween (10) e Imbolc (11).
Il frutto di questo incontro terreno sarà Mordred.
Su piano della realtà effettuale Artù, Morgausen e Mordred costituiscono i vertici di un triangolo che rappresenta appieno tutti i possibili contrasti tra nuovo e vecchio mondo, tra cristianesimo (impersonato da Artù) e paganesimo (incarnato in Morgausen). L'incontro sacro e legittimo secondo la morale celtica, per il cristiano Artù diviene un'aggravante del peccato di origine che già grava sul suo capo: più grave dovrà esere il prezzo dell'espiazione. Il senso di colpa che egli ne ricava è ben più pesante del colpo di lancia che ha ferito il Re pescatore (l'"Amfortas" di R. Wagner). Il simbolo di tale peccato è la perdita della fatidica Excalibur: il Re senza spada è come una terra inaridita la "vasted land" della leggenda.
Ginevra, rispetto a Morgausen, è il rovescio della medaglia: quanto Morgana rappresenta la coscienza ancestrale del mondo (la coscienza e la volontà dell'errore). tanto Genevere impersona la giovinezza di un mondo puro perché incosciente e non consapevole della colpa (si pensi ai due alberi, quello della vita e quello della conoscenza, nel Giardino di Eden).
Sul piano reale la sua presenza accanto ad Artù ne evidenzia la colpa, macchiandosi essa stessa del peccato di amore (il peccato originale): per questo finirà per pagare inconsapevole trascinando nel baratro il cavaliere senza macchia, Lancelot du Lac.
A Mordred non resta che il ruolo ingrato del traditore: personificazione del peccato e, al tempo stesso, strumento di morte e redenzione per Arthur.
È il dissolversi di questo triangolo che segna la fine del mondo antico: il carico di colpe che si accumulano reclamano l'espiazione nel supremo sacrificio di Arthur. Avalon scompare nella bruma del mito.
Avalon è quindi l'Eden, dove l'innocenza equivale all'incoscienza di chi non ha morso il frutto dell'albero; la sparizione di Avalon è l'equivalente celtico della cacciata dall'Eden; all'inverso e l'uomo della redenzione, colui che risana la terra, non potrà essere il colpevole Artù, ma Galaad (o secondo gli epigoni del ciclo, Parsifal): l'uomo del cristianesimo compiuto, il "Puro Folle".

Non si può chiudere un discorso su Re Artù senza occuparsi del significato dell'Excalibur.
Il Medioevo letteralmente pullula di spade straordinarie (si pensi alla "Joyeuse" di Carlo Magno, alla "Durlindana" di Orlando, alla "Fusberta" di Astolfo, alla spada "Notung" di Siegmund (12).
Si può tranquillamente affermare che l'esistenza di un cavaliere sia strettamente correlata ad una spada ed ai poteri magici di questa. Tutte le spade sono creazioni di magia o caratterizzate da poteri magici: esse sono lo strumento attraverso il quale il cavaliere compie imprese eccezionali (basti pensare alla strage di saraceni che il Paladino Orlando compie a Roncisvalle prima di soccombere, come ci narra "La Chanson de Roland").
Il ciclo di Artù non fa eccezione: la spada di Artù è l'Excalibur, l'unica connessa con gli elementi della terra e dell'acqua.
I mitografi hanno in tutti i modi tentato di darle una consistenza reale al punto a confonderla spesso una lancia.
La tradizione vuole che l'Exalibur sia stata ricavata dalla punta della lancia con la quale il centurione Longino trafisse il costato del Cristo: in quanto tale, viene associata, nelle saghe tedesche, alla "Heilinge Lance" (la ritroviamo al Kunstistörische Museum di Vienna.
Questa spiegazione non mi convince: essa si basa su un erroneo presupposto che vuole portare l'Excalibur fuori dal mito abbinandola al San Graal.
Del resto questa oggettivizzazione è tarda e corrisponde alla conversione del simbolo della spada in quello della croce cristiana (13).
L'Excalibur, in quanto omologa della "Haeilige Lance", ha origini più recenti di quelle immaginate da Chtétien de Troyes; mentre l'originale compare nei miti di molti popoli sotto diverse denominazioni e fin dalle epoche più remote.
Inutile dire che Excalibur conquistò la celebrità ed una forma di immortalità nelle leggende celtiche e che hanno consacrato il mito della "Spada nella Roccia". La versione di Thomas Mallory ne attribuisce la fucinatura a Merlino il quale, dopo la morte di Artù, l'avrebbe portata ad Avalon.
Tuttavia, secondo l'anonimo autore di "La mort d'Arthur", sarebbe invece stata gettata da Parsifal in uno stagno e restituita alla Signora del Lago.
Tradizioni esoteriche più tarde vogliono che l'Excalibur sia stata custodita da una setta esoterica detta dei "Fratelli Iniziati" (forse i Rosa Croce). La setta avrebbe lasciato tre indizi in forma di croce a Glastonbury, nel duomo di Modena ed in quello di Otranto; su tutte le croci compare la scritta "Hic iAcet Arturius rex in insulA Avalonia"; la combinazione di tali croce darebbe luogo ad un acrostico pittorico in cui le A sembrano individuare il circolo di megaliti di Stonehenge).
Quanto alle origini del mito non è difficile rilevare che la "spada nella roccia" è propria dei costumi dei cavalieri unni e sarmati. Essi avevano fornito truppe ausiliare ai romani ed è per loro tramite che la leggenda potrebbe essere passata in occidente e, forse, direttamente in Bretagna.
Presso i popoli unno-sarmati infiggere la spada nel terreno aveva il senso di metterla in comunicazione diretta con le correnti di forza della "Grande Madre". In tal modo la spada si caricava di magia, modificando, per così dire, la propria struttura e diveniva "magica" rendendo invincibile chi l'impugnasse. La spada resa magica, in altri termini, era il segno del comando.
Infatti la caratteristica dell'Excalibur era quella di essere "la spada dei Re", che rendeva invincibile (ma non invulnerabile) il possessore.
D'altra parte l'estrazione della spada dalla roccia era esso stesso un atto magico e la capacità di compierlo individuava, in maniera incontestabile, la persona del "Re" come capo carismatico.
Oggi è difficile percepire il complesso significato del simbolo perché nell'Excalibur hanno finito per confluire, confondendosi, aspetti simbolici di svariata provenienza e di diversa significazione.
Possiamo percepirne il senso solo se riusciamo a risalire alle origini del mito. Nella più antica mitologia celtica la spada equivale alla lancia (e questo spiega il senso dell'associazione di Excalibur alla "Heilige Lance"). Non è un caso che la lancia del "Dio Lugh" sia uno dei doni che i Tuata de Danaan lasciano agli uomini quando abbandonano la terra.
Ma il mito era destinato a cambiare sotto l'influsso della cultura germanica, perché si confonderà con la lancia di Odhinn. Per ottenere il segreto delle rune Odhinn dovrò restare impiccato per sette giorni e sette notti e cedere un occhio divenendo un veggente che, per tradizione, è cieco.
Naturalmente la leggenda, soprattutto nell'accezione del ciclo bretone, dove elementi di Arthur si fondono e confondono con elementi della "Chanson de geste", offrirebbe molti altri spunti di riflessione. Soprattutto per quanto riguarda gli sviluppi sull'Excalibur e sul Graal.
La leggenda, unitamente a quella di Orlando, probabilmente arrivò in terra di Puglia ad opera dei Normanni che l'avevano appresa sulle due sponde della Manica, sia nella tradizione francese che, in quella anglo-sassone.

Note:
1. Un Artù era noto ai romani come l'Anglo "Artorius", alleato e combattente a Mount Bandon nel 518 ed a Camlann nel 538 d.C., come riportatoci dagli "Annales Cambriae" e dalla "Historia Regum Britanniae".
2. Probabilmente derivato dal dio sole babilonese Bel o Baal.
3. Cioè largo.
4. Cole-Prophet = stregone, veggente.
5. Cioè lumaca per i suoi due corni, indica il bastone sacro e quello del rabdomante.
6. Palude.
7. In altre parole questo ci spiega il senso dell'intervento di Merlino nella vicenda della seduzione d'Igrain.
8. O, Belthane, che più o meno coincideva con l'equinozio di primavera tra il 30 aprile ed il 1° maggio.
9. Coincideva col solstizio d'estate tra il 31 luglio ed il 1° agosto.
10. Coincideva, più o meno, con l'equinozio di autunno, tra il 31 ottobre ed il 1° novembre.
11. Coincideva col solstizio d'inverno, tra il 31 gennaio ed il 1° febbraio.
12. Spezzata per intervento i Odhinn e ricongiunta da Siegfried.
13. Tale associazione deriva dalla stilizzazione del disegno della lama, dell'impugnatura e del guardamano) ed opera unicamente all'interno dell'unione dell'icona della spada e del Graal (di cui probabilmente mi occuperò un'altra volta (di fatto il Graal ha una diversa provenienza ed è molto più antico dell'Excalibur.

stelical2003@yahoo.it


									

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