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LE MISTERIOSE PIETRE DEGLI DEI
di Stelio Calabresi
per Edicolaweb


Da Stonehenge a Carnac, dalle Piramidi ai Mohai, dall’omphalos ai ciottoli Aziliani, dalla Pietra di Faal alla Kaaba... tutta la storia della civiltà dell’uomo ruota intorno alle "pietre".
 

Le "ossa della terra" caratterizzarono la più antica cultura dello uomo... e non solo quella, ne costituirono il primo materiale da costruzione, il primo mezzo per comunicare agli altri il proprio pensiero.

È fuori discussone che le pietre, ma anche altri manufatti, abbiano rivestito un particolare significato, non solo strumentale, per l’uomo megalitico. Ma non solo per lui.
Questa circostanza era ben presente al redattore della Bibbia che dichiarò: "E Giosuè scrisse queste parole nel libro della legge di Jahveh e, presa poi una grande pietra, la eresse ivi sotto il terebinto che era sotto il santuario del Signore". Non sappiamo se si trattasse di un menhir o un altare. Certamente era un simbolo di alleanza.
Andando avanti nel tempo neppure i greci pensarono di sottrarsi al fascino della pietra. Essi venerarono l'omphalos, pietra di forma conico-arrotondata, posta nel tempio di Apollo a Delfi e ne fecero il punto centrale, l'ombelico del mondo.
Forse in quella stessa epoca (1), i Celti fecero di una pietra, la "Pietra di Faal", uno dei quattro doni che i Tuata de Danaan lasciarono agli uomini quando decisero di lasciare la terra.

Non mi sembra il momento di dilungarmi su tanti altri aspetti di pietre famose: vi tornerò tra breve.

GLI AEROLITI E LE PIETRE DEGLI DEI
Un geologo austriaco, Otto Much, stabilì - sulla base di calcoli di vari studiosi di chiara fama (2) - che il 5 giugno 8496 a.C. un corpo celeste di notevoli proporzioni, a causa di una inconsueta congiunzione Terra-Luna-Venere, era precipitato nell’Atlantico settentrionale spaccandosi in diversi frammenti.
Sulla terra del pleistocene prosperava la cultura dell’uomo di Crô Magnon che conservò nel mito il ricordo delle catastrofi che ne seguirono (tra le quali l’inabissamento di Atlantide ed il diluvio Universale del quale ho trattato in "I misteri del Diluvio nella storia e nel mito".
Indipendentemente dal fatto che la teoria di Much possa essere condivisibile, resta il fatto che gli antichi ebbero una vera e propria venerazione per le pietre cadute dal cielo.
Come ci fa osservare Peter Kolosimo, nell'antichità gli aeroliti furono "...avvolti da un alone magico: chiamati cerauni, bétili, pietre fulmine, pietre animate, erano considerati veri doni del cielo, forniti di virtù mirabolanti, se non addirittura abitati da divinità".
E Robert Charroux, ci parla di altre famose meteoriti dei tempi andati. Si pensi alla Pietra Nera della Kaaba (La Mecca) che fu portata dagli angeli, alle pietre del tempio del Sole dell'isola del Lago Titicaca che ricordavano la storia di giganti discesi dal cielo per edificare le prime case degli uomini; la pietra di Apollo che Eleno (3) avrebbe ricevuto da un dio; le pietre di Cibele del monte Ida (Troade), di Pessinunte (Frigia), di Creta e di Tebe; la Pietra di Diana ad Efeso accompagnata dalla celebre statua della dea; l’ancile romano lasciato cadere da Marte a protezione di Roma; la Pietra di Argo (Tracia) la cui natura sarebbe stata svelata al filosofo Anassagora; la pietra caduta nel 1492 e custodita nella Chiesa di Eisenheim in Alsazia (4).

AEROLITI E SCIENZA
Cosa fossero gli aeroliti è stato stabilito, fin dal 1795, dal fisico tedesco Ernst Florens Chladni di Wittenberg, ma la teoria venne accettata solo agli inizi dell'800 ad opera dal chimico M.H. Klaproth e dall'astronomo K. F. Rommelsberg entrambi tedeschi.
Questi studiosi videro negli aeroliti delle sopravvivenze del passaggio di comete "...da tempi immemorabili erano state considerate apportatrici di sfortuna, di epidemie, di catastrofi naturali, di grossi rivolgimenti politici. Quanto nel 44 a.C. Giulio Cesare morì ... molti posero l'avvenimento in relazione con la comparsa di un astro chiomato. E nel 68 d.C. qualcuno ci dirà che la fine di Nerone era stata annunciata da un fenomeno analogo."
Documenti storici di particolare importanza - come il papiro Ipuwer ed i geroglifici di Medinet Habu, del resto ci dicono che anche i figli del Nilo, parlavano di un astro il cui passaggio sarebbe stato all’origine o messo in relazione a grandi distruzioni. È sintomatico il racconto delle battaglie combattute da Ramses III, contro gli iperborei (popoli del mare) nel 1300 a.C. La leggenda narra di avvenimenti connessi al passaggio di una cometa che, simile a un tizzone ardente, avrebbe flagellato la Libia riducendola a un deserto sabbioso.
Ovviamente l’unico caso di evento "fortunato" connesso ad una cometa, è quella che apparve per indicare ai Re Magi la via per giungere al Salvatore.
Per inciso mi limiterò ad osservare che il segno celeste fu considerato favorevolmente solo dai Magi, mentre gettò nel panico Erode e la popolazione (5).

ALTRE PIETRE FAMOSE
Nel complesso monumentale di Palenque, c’è la Piramide delle iscrizioni. È stata scoperta nel 1949 da Albert Ruiz Lhuillier, risale al 692 d.C. ed è l’ultima dimora del re maya Pacal.

Palenque, Messico, ai giorni nostri. Decine di curiosi visitano il Tempio Maya delle Iscrizioni, datato 692 d.C. e scoperto nel 1949 dall’archeologo Albert Ruz Lhuillier. La piramide è per molti versi un inestricabile enigma.
Tanto per cominciare è piramide del mesoarmerica ad ospitare una tomba. In secondo luogo la pietra tombale è nota come "tomba dell’astronauta": certo la stranezza del bassorilievo non sfugge neppure al più feroce degli avversari degli ufologi (6).
Ma il tempio delle iscrizioni di Palenque non esaurisce il fenomeno che mi riguarda. Infatti il dottor Javier Cabreras Darquea, Peruviano, possiede una raccolta straordinaria. Il suo personale museo custodisce oltre ventimila pietre di andesite delle forme e dimensioni più svariate, con una caratteristica che le accomuna: tutte indistintamente sono coperte da segni e disegni le cui origini si perdono nella notte della preistoria. Le pietre del medico sono ben note agli studiosi americani che le conoscono come "I petroglifi di Ica": Ica è la piccolissima località dalla quale provengono.
Il giornalista nordamericano Steiger fa osservare che "In molte di queste pietre si vedono i progenitori dell’homo sapiens, esseri prima anfibi, poi rettili ed infine mammiferi, comunque anteriore alle scimmie (della tradizione darwiniana)".
Dirò per inciso che Cabreras è convinto di una assoluta follia: che questi esseri siano manipolazioni genetiche d una razza delle Pleiadi stanziati su una base esplorativa venusiana. Vero o falso? Impossibile dirlo. Cabreras si limita ad osservare che esisterebbero almeno altre 50.000 pietre analoghe e che il loro insieme costituirebbe un vero e proprio tesoro nazionale.
È fuori discussione che non tutti condividano gli entusiasmi del dottor Cabreras. Molti, come Federico Kauffmann Doig, ritengono che i Petroglifi di Ica altro non siano che le locali "Patacche" per turisti deficienti: Infatti già nel 1967 sarebbe stato rintracciato uno degli autori di questi petroglifi: un certo Basilio Uchuya il quale avrebbe confessato di essere l’autore delle incisioni sulle pietre laviche.
L’argomento non meriterebbe altro commento (7).
Tuttavia le avverse considerazioni sembrarono non convincere lo studioso francese Robert Charroux il quale, nel 1977, pervenne alla conclusione che i falsi di Uchuya non avevano nulla in comune con i petroglifi originali. Egli affermò: "Ho esaminato le pietre false incise da Uchuya e la differenza è palese, il tratto è pesante e grossolano. Non è possibile confondere questi disegni così maldestri con le magistrali incisioni autentiche. Vorrei sapere poi come ha fatto Basilio a realizzare, dal 1960 al 1967, ben 11.000 pietre. Esiste poi una collezione analoga, in Colombia. L’archeologo dilettante Jaime Gutierrez Lega ha raccolto un centinaio di piccole pietre, la più interessante delle quali, ribattezzata il disco genetico, è larga 22 centimetri e riporta, finemente incisa, quella che Gutierrez ritiene la struttura microscopica dei geni e dei cromosomi..."

A mio avviso il vero problema che avvolge i petroglifi è di natura diversa. Quelli di Ica non sono gli unici: il Sud America (non è il solo continente: ne conta anche l’Europa, ad esempio, ad Eisenheim) letteralmente pullula di pietre degli dei. Sono decisamente troppi per una possibile falsificazione!
Peraltro le pietre di Ica erano già note nel XVII secolo come è possibile verificare da documenti la cui autenticità non è stata mai messa in dubbio.
Possono esservi dei falsi fra le pietre del dottor Cabreras, è possibilissimo; Ma di qui a credere che siano tutte pietre "fasulle" ce ne corre. Vero è che il sospetto nasce legittimo sulla base di una diversa considerazione: dalla generale indifferenza dell’archeologia ufficiale nei confronti delle pietre di Ica.
In effetti questa "sottostima" si spiega col fatto che la zona è estremamente ricca di reperti molto più preziosi ed interessanti (dai reperti dei Paracas alle selci lavorate, ai disegni di Nazca).
Indipendentemente da ogni diversa considerazione sta di fatto che la cultura ufficiale peruviana è rimasta pressoché indifferente nei confronti delle pietre di Ica.
Mentre, per parte sua, Cabreras da tempo si è convinto che i disegni di Ica abbiano la medesima natura delle altrettanto enigmatiche linee di Nazca. A suo avviso nell’uno e nell’altro caso comparirebbero i medesimi disegni soprattutto tra quelli di natura geometrica.
E non solo: gli uni e gli altri sarebbero da collegarsi agli atterraggi degli abitanti delle Pleiadi. La prova, se di prova si tratta, starebbe nella scoperta di frammenti di un materiale scuro, infrangibile, capace di incidere il quarzo, fatta nell’anno 1955 da un geologo dell’Università di Lima, tale Klaus Dikudt. Il Dikudt, dopo vari test, si sarebbe infine reso conto che il materiale reagiva in modo anomalo agli esami; per giunta esso rimaneva inalterato anche quando veniva sottoposto ad una temperatura di 4000 gradi. Naturalmente resta ignoto cosa fossero i frammenti, a quale corpo appartenessero e, soprattutto, da dove provenissero.
Quando parliamo di corpi che escono fuori della comune esperienza, naturalmente possiamo fare solo due cose: descriverli o rilevare della somiglianze oggettive (8). È appunto il caso delle affinità tra le pietre di Ica ed una placca in metallo trovata ad Edmonton, in Canada.
Era i 4 novembre del 1967 quando un italiano residente ad Edmonton - tale Leonardo Romano - ebbe modo di osservare un globo luminoso che scendeva nel campo vicino alla fattoria nella quale si trovava. Nel posto del presunto atterraggio, dove la terra risultava bruciata, Romano trovò una piccola lastra di metallo (9). Va da sé che questo reperto è stato ignorato dalla scienza ufficiale. E quindi il mistero rimane.

Indubbiamente esistono (o sono esistiti) migliaia di reperti (10) che vengono ignorati - o peggio distrutti - per il semplice fatto di non corrispondere ad un modello precostituito e che potrebbero parlarci di epoche sconosciute della storia umana se solo fossimo capaci di dimenticare i nostri preconcetti accademici.
M. Cremo e R. Thompson lasciano, a questo proposito intendere, pur negandolo, che ci troviamo di fronte ad una congiura della disinformazione e parlano di un illogico quanto ingiusto "filtraggio della conoscenza".
Per quello che mi riguarda mi limiterò ad osservare, di fronte a fenomeni come quelli di cui sto per parlarvi, di una mancanza assoluta di correttezza tutte le volte in cui, quando non si riesce a spiegare una cosa, la cosiddetta "scienza" preferisce limitarsi ad ignorarla.
Mi riferisco a:
  • Il pestello con mortaio in pietra trovato da J.H. Neale, sovrintendente della Montezuma Tunnel Company, nel Table Mountaine di Tuolumne, datato a 33-35 milioni di anni fa insieme ad un cranio fossilizzato ed altri reperti anomali.
  • L'incavo rettangolare ritrovato all'interno di un blocco di marmo proveniente di una cava a nord-ovest di Philadelphia (11). Il pezzo sembra recare incisi segni alfabetici fatti da mani umane intelligenti.
  • La presunta impronta di suola di scarpa trovata dal dr. W.H. Ballou, nel 1922, in una roccia del Triassico (almeno 5 milioni di anni fa) (12).
  • La sfera metallica ritrovata in un deposito minerale del periodo Precambriano, datato oltre 2,8 miliardi di anni fa, in Sud Africa (13); A quanto pare il ritrovamento di tali sfere è "normale" nella zona mentre pare da escludere la naturalità del fenomeno.
  • Il petroglifo rinvenuto dalla spedizione scientifica Dohenny nel 1924 nel Canyon Havai Supai dell’Arizona che sembra la raffigurazione di un tirannosauro (14).
Ciò che più di tutto colpisce sono le cosiddette "ceramiche di Acambàro".
Acambàro è una località del Messico Meridionale nella quale lo studioso autodidatta Waaldemar Julsrud, ed il suo cameriere (Odilon Tinajero) riuscirono a raccogliere 32.000 statuette che rappresentavano diversi manufatti come pipe, rettili, dinosauri ed anche persone dai lineamenti più diversi: polinesiani, europoidi, negroidi, ecc. Il tutto frammisto ad animali impossibili come il dromedario americano ad una gobba (15), i denti di un tipo particolare di cavallo, dei rinoceronti di una specie estinta, scimmie giganti del Pleistocene sudafricano.
Non sappiamo assolutamente nulla su chi produsse quelle statuette che ci limitiamo a definire "di Acambàro". In termini di datazione relativa possiamo dire che sono più antiche di quelle di Ica.
Un tentativo di datarli con radiocarbonio non ha dato risultati ottimali comunque la produzione dovrebbe risalire alla metà del III millennio a.C. Questo collocherebbe la cultura di Acambàro più o meno all’epoca della piramide di Cuilcuilco a Città del Messico.
È inutile dire che, nonostante i soliti ipercritici, le statuette di Acambàro costituiscono l’ennesimo enigma.
Né a più precise conclusioni riesce a portarci il rullo compressore attribuito al popolo di Vicus dell’Altopiano di Nazca. E si badi che al popolo di Vicus non è mai stato accreditata l’invenzione della ruota! Tuttavia il reperto stavolta, è stato autenticato da un autorevole museo di Arte Precolombiana negli Stai Uniti come prodotto intorno al 300 a.C.
Tuttavia, se concentriamo la nostra attenzione sui petroglifi di Ica, sulle ceramiche di Acambàro, e sul contesto della storia nota possiamo azzardare la formulazione di alcune ipotesi.
I dinosauri si sono estinti circa 65.000.000 di anni fa, vale a dire circa 60.000.000 di anni prima della comparsa dell’uomo. Sembra perfettamente logico pensare che le prime generazioni di uomini non fossero in grado di compiere un lavoro da paleontologi per ricostruire, magari da un osso, bestioni estinti almeno da 5.000.000 di anni. Allora delle due l’una: o gli uomini del passato ebbero modo effettivamente di vedere i dinosauri (ed allora è da posticiparne notevolmente l’estinzione, ovvero è da retrodatare la comparsa dell'uomo e riscriverne la storia) oppure le pietre di Ica e le ceramiche di Acambàro sono un falso colossale.
Rimane in ogni caso una domanda che non possiamo incasellare in questo ragionamento: perché mai gli studiosi continuano a sprecare il loro prezioso tempo dietro a queste pietre?
In ogni caso gli enigmi che ci pongono le pietre non si esauriscono con i dinosauri di Ica. Anzi, i misteri iniziano da ben più lontano.
In effetti, potremmo individuare una costante comportamentale che accompagna la nascita e la crescita dell’uomo fin dalle epoche più remote. L’uomo si è sempre circondato di pietre e ha con esse delimitato in proprio habitat e lo hanno caratterizzato, quanto meno, come luogo di culto.
Mi riferisco ai "Circoli Megalitici", alle costruzioni tipiche della cultura megalitica costituiti da cerchi di pietre (menhir) disposte lungo una circonferenza, di solito raggruppate intorno ad un dolmen come a Stonehenge.
Una delle teorie più diffuse ritiene che i circoli megalitici servissero per rilevazioni astronomiche molto accurate: Per loro tramite l’uomo preistorico sarebbe stato in grado di osservare il punto del sorgere e del tramonto del sole e della luna arrivando a pronosticare le eclissi ed i movimenti delle stelle.
Troviamo circoli megalitici in Europa (Gran Bretagna), Africa (Gambia) ed in U.S.A. (nel Wyoming). Ricordiamo, in particolare, ancora le Standing Stones di Stenness e il cosiddetto Ring of Brodgar, ascrivibili ad un periodo compreso tra il 3000-2500 a.C.. Non possiamo poi dimenticare le presunte fortificazioni dell'età del ferro dette "Broch of Gurness" nelle isole Orcadi.
Circoli megalitici sono stati trovati anche in Perù, nei pressi di Arequipa, sul Coronado grande a 5480 m. di quota: un luogo di sepoltura nel quale sono stati rinvenuti vasellami, oggetti di legno e d'oro (16), tessuti e frammenti di conchiglie. Si tratta di tracce di culture sconosciute scomparse presumibilmente a seguito di una catastrofica eruzione in genere associata alla scomparsa di Atlantide ed all'innalzamento delle Ande. Questi Circoli andini sono chiamati "pascanas" dagli abitanti del luogo e sono ritenuti luoghi di tappa e di riposo sul cammino degli dei.

In ogni caso i petroglifi di Ica non esauriscono la casistica delle pietre "misteriose": esistono anche i petroglifi dell’Europa più noti con il nome di ciottoli Aziliani. Si tratta di pietre incise o dipinte all’età mesolitica (Maddaleniano) e ne è autore l'uomo di Crô Magnon (circa 30.000 anni fa). Ne fanno parte sia le pietre scoperte nelle caverne di Mas d'Azil che quelle di La Madaleine. Le opinioni non sono però concordi perché taluni ritengono che queste ultime in realtà provengano da Tarshish o Tartesso (17). Alcuni studiosi ritengono che i simboli incisi o dipinti costituiscano il primo esempio di alfabeto (18).
Ben più antiche sono altre pietre europee: le cosiddette pietre o tavolette di Glozel. Vengono riferite ad una cultura megalitica, per quanto anch’esse siano di tipo alfabetico. Furono disseppellite a Glozel nei pressi di Vichy (Francia) frammiste a reperti di provenienza magdaleniana. Sulla loro superficie si possono osservare incisioni simboliche e, allo stesso tempo, incisioni che sono interpretabili come simboli fonetici o alfabetici. Sono state ritenute dei falsi ma, se fossero autentiche si presenterebbe il solito problema: la necessità di rivalutare tutti i sistemi di datazione.
Non si può porre un limite alla casistica dei misteri impossibili. Abbiamo già detto di Tartesso o Tarshish, ma credo sia il caso di tornarci su.
Si tratta di una città semi-mitica della costa occidentale della Spagna, presso l’attuale Cadige. Ben nota ai greci per la grande abbondanza di argento e per essere la patria dell'"oricalco" è scomparsa dal novero delle località note per scomparire nelle nebbie del Mito come una novella Avalon. Si pensa che fosse edificata su un'isola della foce del Guadalquivir, dai fenici. Venne distrutta presumibilmente dai Cartaginesi nel V secolo a.C. (533), lasciando dietro di sé la leggenda, di una grande civiltà scomparsa (19).
Di Tartesso, comunque esistono anche due citazioni della Bibbia. Una prima volta il Libro dei Re, al cap. 10,22 dichiara: "Infatti il re aveva in mare la flotta di Tarshish insieme a quella di Hiram e ogni tre anni la flotta di Tarshish veniva portando oro, argento, avorio, scimmie e pavoni". Una seconda volta il capitolo 27,12 del Libro di Ezechiele dice: "Tarshish (Tarsis) era [nota]... per l'abbondanza di ogni ricchezza. Essi scambiavano le sue mercanzie con argento, stagno e piombo".
I pochi documenti che riguardano Elche (in primo luogo i Libri I e II delle "Storie" di Erodoto), parlano di una città d’arte ricca, dai gusti raffinati ma, purtroppo non ne consentono una precisa allocazione. Molti ritengono che il luogo sia stato sommerso dal mare o, come ho già detto, dal fiume Guadalquivìr. Tra le teorie più o meno immaginifiche sulla città di Tartesso ci sono quelle che la immaginano sepolta al di sotto di Siviglia, ovvero in località conosciuta Niebla e Ronda (lo confermerebbe il ritrovamento di antiche rovine), altri nei pressi delle costruzioni ciclopiche di Huelva.
Greci o Cartaginesi, o entrambi, non si posero il problema della sopravvivenza di una città che era nota fin dall’epoca della talassocrazia cretese; si limitarono a distruggerla per occuparne gli spazi economici, come era già avvenuto circa cinque secoli prima per Troia.
Probabilmente se ne occuparono quegli stessi fenici che avevano diffuso strane leggende sui pericoli della navigazione in Atlantico per nascondere la rotta dello Stagno verso la Bretagna.
L'anello detto di Tartesso, per quanto troppo breve per poter essere decifrato, rivela tuttavia alcuni dati storici di straordinaria importanza: innanzi tutto che, a fronte del coevo lineare "A", a Tartesso veniva utilizzata una scrittura lineare del tipo "B" ponendosi un gradino più avanti nella scala del progresso civilizzatore (20).
D’altro canto l’esistenza di una scrittura evoluta dovrebbe significare possibilità di una documentazione anche se, purtroppo, non siamo in grado di trovarla. Non possiamo neppure escludere che minoici ed etruschi la conoscessero. I caratteri impiegati sono simili a quelli etruschi e ce lo conferma anche Stradone, mentre nel 1920 l'archeologo tedesco Adolf Schulten affermò di averne trovato tracce nei pressi di Cadige, l’antica Gades.
Ebbene Gades è essa stessa una città del mistero che spesso si accomuna a Tartesso: entrambe sono state ritenute capitali o città principali di Atlantide ed il collegamento è di per sé sintomatico. Un re di Gades avrebbe avuto il nome di Gad[iro]. Il suo nome sarebbe derivato da Gadeiros, uno dei figli di Poseidon secondo quanto afferma Platone. Del resto la mitologia greca ricorda che Eracle soggiornò a Tartesso quando edificò le famose colonne che da lui presero il nome.
I Greci, in epoca storica, ebbero un vero e proprio culto per gli aeroliti. Ricorderò che venerarono col nome di "palta" le pietre che ritenevano cadute dal cielo o con il nome di "cerauni" (21).
Naturalmente non si può chiudere l’argomento "pietre" senza citare le tre sedi più famose almeno per il grosso pubblico la cui memoria corre, quasi automaticamente a Stonehenge in Gran Bretagna, all’allineamento megalitico di Carnac (Francia) ed ai Mohai dell’Isola di Pasqua.
Altri tre grandi misteri circondano i primi due siti megalitici - quindi provenienti dalla preistoria - mentre del terzo non si sa assolutamente niente tranne il fatto che i Mohai di Rapa Nui (è questa la denominazione con la quale i locali chiamano l’isola: ombelico del mondo) vennero prodotti da una civiltà che conosceva la scrittura.
Non è mai risultato possibile tentare la decifrazione dei Rongo Rongo.
Ma questa è un’altra storia di cui ci occuperemo un'altra volta.

Note:
1. Tra il terzo ed il secondo millennio a.C.: la prima invasione di Indo ariani faceva la sua comparsa sul palcoscenico della storia.
2. I cosiddetti Catastrofisti.
3. Indovino figlio di Priamo. Quella pietra, opportunamente, scossa, avrebbe mormorato il futuro al suo interprete.
4. La pietra di Eisenheim è accompagnata da una iscrizione: "Gli studiosi definiscono questo oggetto un miracolo di Dio, poiché nessuno finora ha mai sentito parlare, né ha scritto, né ha udito di qualcosa di simile".
5. La cometa di Halley, che è probabilmente quella del Vangelo di Matteo, veniva registrata anche dai Cinesi nel 240 e nel 12 a.C.
6. All’interno di questa c’è un gigantesco sarcofago di pietra chiuso da una pesantissima lastra di pietra finemente incisa. Essa Contiene le spoglie di re Pacal. Difficilmente sfugge una strana circostanza: il disegno della pietra tombale, che risale ad oltre mille anni or sono, ha tutta l’aria di rappresentare un razzo in volo con tanto di piedoni di atterraggio e getti di propulsione. Per giunta il re Pacal è posizionato nella tomba come un moderno astronauta nella sua navicella intento ad osservare in un oculare. Appare logico chiedersi se il sovrano maya abbia mai viaggiato su un’astronave spaziale oppure se la pietra di Palenque ricordi, in qualche modo degli alieni in visita ai maya. È Possibile che la tomba abbia semplicemente un significato simbolico tutto terrestre?
7. Viviano Domenici, responsabile delle pagine scientifiche del Corriere della Sera, ebbe occasione di ribadire che: "Gli esseri raffigurati sulle pietre fanno cose strabilianti: trapiantano cuori, fegati e cervelli con coltellacci da cucina poco consoni al loro altissimo livello tecnologico, ma del tutto uguali a quelli che i contadini peruviani, i falsari, usano ogni giorno. La stessa incongruenza la si riscontra nelle cavezze che imbrigliano gli animali fantastici, che sono identiche a quelle dei moderni asinelli. Anche nella strumentazione astronomica gli extraterrestri di Ica rivelano poca fantasia e rimirano il cielo stellato con cannocchiali che sembrano usciti da un film di pirati. Quanto ai dinosauri e alla deriva dei continenti, queste immagini sono copiate di sana pianta dai libri di scuola...".
8. Il mistero nascosto nelle pietre incise dagli "dei" in effetti resta tutto da rivelare. Ad esempio, è stato rilevato che la simbologia caratterizzante le pietre di Ica, vere o false che siano, equivalgono al mistero che circonda i glifi maya della lastra tombale di Palenque, solo parzialmente decifrati. Gli uni, come gli altri, sembrano unicamente parlarci di un remotissimo passato e quale la Terra probabilmente fu meta di visitatori (provenienti da dove?) mentre risulta assai facile contestare questa tesi che eccessivamente fantastica. Il problema vero è che negare con equivale a dare una spiegazione. Per questo motivo gli enigmi vuoi di Ica che di Palenque non potranno mai essere spiegati.
9. La lastra era lunga 17 centimetri e spessa solo 1 millimetro.
10. Si pensi, ad esempio, al "Meccanismo di Antikythera" del Museo Archeologico di Atene.
11. Il blocco fu estratto da una profondità di 18-20 metri e la notizia fu pubblicata nel 1831 sull'"American Journal of Science".
12. È mancante della parte anteriore ma si possono notarne almeno 2/3 e anche una cucitura di filo che doveva unire suola e tomaia.
13. Che presenta tre chiare scanalature che corrono parallele attorno al suo equatore.
14. Venne ritrovata con una patina ferruginosa che negli anni si è accumulata sulla superficie della roccia, nei solchi del glifo e attorno allo stesso (ciò richiede un lasso di tempo molto lungo). La curiosità è che i dinosauri si estinsero, in quella zona, più di 12 milioni di anni fa; a che epoca risale, quindi, questa incisione? Un'altra incisione ritrovata in Arizona, rappresenta un gigante che viene attaccato o attacca un mammuth. Chi erano questi giganti?
15. Tipico dell'Era glaciale ed estinto da milioni di anni.
16. Vi furono trovati essenzialmente gioielli tra i quali la statuetta d'oro detta "La dea delle nevi".
17. Tartesso, la città scomparsa, costituisce un mistero a parte del quale parleremo un’altra volta.
18. Uno dei simboli più ricorrenti è quello di una croce iscritta in un cerchio, simbolo di forza vitale che come la svastica compare in molti luoghi della terra.
19. Singolare la tesi sostenuta da Paul Brochardt (in Berliner Tageblatt, marzo 1928) che la colloca nella Piccola Sirte, località nella quale sarebbe custodita anche Troia, entrambe colonie Atlantidee (ma le scoperte di Schliemann non erano state ancora effettuate). In effetti l'autore imputa l'errore di dislocazione ai Greci (per ignoranza geografica): ciò avrebbe determinato la successiva confusione verificatasi ai tempi di Solone (V secolo) e di Erodoto (VI secolo). La tesi è riportata in G. D'Amato (in "Platone e l'Atlantide" - Genova, 1989, pp. 126-131) che la situa al di là delle Colonne d'Ercole, conosciute, ancor prima dei due scrittori, anche come Colonne di Atlante o Colonne di Melkart. Tutte le altre indicazioni, comprese quelle bibliche, sembrano collocarla alle bocche del Mediterraneo.
20. Ricorderò che a Creta la scrittura lineare del tipo "B" corrispondeva al Greco arcaico (Miceneo).
21. Si pensi al Palladio dell'Iliade; all'ègida di Atena; alla Cibele di Pessinunte venerata sotto forma di un blocco informe di pietra; alla fenicia Ishtar; all'Afrodite urania greca. In particolare Hermes costruì una lira paragonabile alla tromba del dio di Tiahuanaco.

Testi della biblioteca dell’Autore:
- Ch. Berlitz - "I misteri dei mondi perduti", Bergamo, 1977.
- P. e C. Kolosimo - "I Misteri dell'Universo", Milano, 1978.
- P. Kolosimo - "Odissea Stellare", Bergamo, 1977.
- F. Hitching - "Magia della terra", Bergamo 1979.
- Otto Muck - "I Segreti di Atlantide", Bergamo, 1986.
- Simone Waisbard - "Tiahuanaco, 10.000 ans d'énigmes incas", Paris, 1971.

Riferimenti da Edicolaweb:
- Mauro Paoletti - "Palenque l'ultimo steccato"
- Mauro Paoletti - "Ica: una pietra d troppo"
- Mauro Paoletti - "Nazca: geometrie aeronautiche"
- Mauro Paoletti - "Sulle orme degli avi"
- Valentino Rocchi - "Il meccanismo di Antikytera"

stelical2003@yahoo.it

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