
ARCANI ENIGMI...

UN GIALLO DELLA STORIA: IL MISTERO DEI BACCANALI NELLA ROMA DEL II° SECOLO a.C.
di Stelio Calabresi per Edicolaweb

Lo scandalo dei "Baccanali" ha più il carattere di un "giallo" che di una vicenda etico-religiosa, anche se finì col segnare il primo caso di repressione nella storia di Roma e del mondo mediterraneo occidentale.

IL QUADRO STORICO DI RIFERIMENTO
186 a.C. Roma si è affacciata sul Mediterraneo e lo sta trasformando "Mare Nostrum".
Sul piano storico le cose cominciano però a maturare nel 197 a.C. quando, da cinque anni, a Zama, ha chiuso, per il momento, la partita con Cartagine: la II guerra Punica (la guerra annibalica) è finita, la Grecia conquistata e Roma si appresta a fare guerra ad Antioco III, il Re della Siria col pretesto che aveva osato ospitare Annibale.
Tuttavia, ai giochi istmici del 196 a.C., veniva annunciato - con la solennità del caso - l’avvento della pax Romana per effetto della quale Roma assumeva il protettorato della Grecia mentre questa perdeva definitivamente la possibilità di costituirsi in soggetto politico autonomo.
Nell’attesa di chiudere in maniera definitiva i conti con i Cartaginesi, Roma si crogiolava nei "delenda Carthago" di Catone il Censore e si godeva il sudato frutto del benessere, dimentica della virtù di Lucrezia e di Cornelia.
In quei giorni Roma scopre il gusto della ricchezza e si sforza di apprendere velocemente come ci si gode la vita.
Ormai è finita l’epoca in cui (eravamo nel periodo delle guerre tarentine) gli ambasciatori degli "alleati" cartaginesi avevano scoperto con stupore che a Roma c’era un solo servizio di stoviglie "buono" e che questo passava di famiglia in famiglia per far onore agli ospiti.
Di lì a poco sarebbe arrivata la corruzione e l’oro di Massinissa; ma, per il momento i romani dovevano contentarsi del primo (grande) scandalo fatto in casa. Stava per scoppiare "il giallo dei Baccanali" in quell’ambiente posto al confine tra arretratezza (Catone) e lusso (Scipioni), alla fine del III sec. a.C., che è stato descritto così bene da Orazio con il suo "Graecia capta fere victorem cepit et artes intulit agresti Latio".
Qualche studioso (1) ha osservato che il contatto con l’oriente non aveva insegnato ai romani solo lettere ed arti. Con la conquista della Grecia, Roma aveva avuto libero accesso al patrimonio culturale, morale e sociale di una società vinta sul piano militare e politico, ma viva ed ancora vitale sotto il profilo sociale e culturale. La conseguenza fu che Roma ne subì una specie di sudditanza finendo per assorbire le tradizioni sociali proprie di quel popolo.
È chiaro che il nuovo stile di vita produsse, rispetto alla vittoria militare, mutamenti meno appariscenti ma non meno significativi anche nella vita familiare, sociale e nell’estrinsecazione del sentimento religioso. Quelli di nuova acquisizione erano il frutto di modelli di vita fino a quel momento sconosciuti.
Primo effetto dei nuovi atteggiamenti sociali fu uno dei tanti scandali che, da quel momento in poi caratterizzarono la tranquilla vita romana.
Lo scandalo dei "Baccanali" ha più il carattere di un "giallo" che di una vicenda etico-religiosa, anche se finì col segnare il primo caso di repressione nella storia di Roma e del mondo mediterraneo occidentale.

RELIGIONI MISTERICHE: IL CULTO DI DIONISO-BACCO ED I BACCANALI
Quando parliamo di religioni, antiche o moderne che siano, dobbiamo operare una grande distinzione.
Esiste un gruppo di religioni che definiamo "positive" o "rivelate" (che comprendono la maggioranza dei culti praticati) od anche "codificate".
Apparentemente non hanno alcunché di misterioso o segreto; i culti sono esercitati alla luce del sole senza preclusioni per particolari categorie di persone. Precetti e regole di vita e del culto, sono contenute in Libri Sacri rivelati dalla divinità direttamente a particolari soggetti della rispettiva storia (profeti, giudici, sacerdoti) che ne curano la stesura e la divulgazione.
Comprendiamo in questo gruppo l’ebraismo, il cristianesimo, l’Islam (2), ma anche l’Induismo, il Taoismo, lo Scintoismo etc.
Quando invece parliamo di "religioni misteriche" di fatto ci riferiamo soprattutto a particolari forme antiche di culto, nelle quali esiste una o più divinità, prive di connotazioni istituzionali, nella totale assenza di "rivelazione" o "dogmatismo", la cui diffusione si attua attraverso l’iniziazione.
Non si tratta di culti diffusi e istituzionalizzati in maniera massiva, ma, piuttosto, di forme cultuali individuali o praticati da gruppi ristretti.
Caratteristiche comuni dei culti misterici sono la segretezza e le connotazioni rituali (3). Tipico l’atto dell’iniziazione che conferisce al "neofita" la qualifica di "adepto" nel quale il termine "mistero-misterico" viene utilizzato come sinonimo di "segreto", di "vicenda inspiegabile" o, ancora di "verità non rivelabile".
Per quanto la terminologia antica implichi l’idea di segretezza, non esaurisce il concetto del "culto misterico". Il vero significato semantico del termine ruota intorno all’ètimo greco della parola "musteria". Pur essendo anche questa abbastanza oscura, in ogni caso si collega al concetto di iniziazione (si veda, ad esempio, il verbo greco "muw-muein" "iniziare" ed i sostantivi "muesis", "iniziazione", e "mustes", "iniziato" tradotti in latino con i corrispondenti "initia", "initiare" e "initiatio").
Sembra pertanto accettabile l’idea che i misteri corrispondessero e si esaurissero nei riti di iniziazione, concetto al quale si unì successivamente la dimensione della segretezza.
Orbene, se gli "iniziati" erano tenuti alla riservatezza (4), risulta impossibile ricostruire il contenuto e la vera natura dei riti misterici: scarsissime e approssimative sono, infatti, le fonti antiche cui è possibile far capo e che ci parlano di questi culti (5).
La cerimonia di iniziazione, di solito consisteva in un percorso inevitabile e, più o meno, irto di difficoltà che vincolava gli adepti al Dio; le iniziazioni erano tante quanti erano i vari gradi (il neoplatonico Teone di Smirne ne descrive cinque).
Tuttavia l’iniziazione possedeva una caratteristica aggiuntiva: quella della "soteriologicità": ciò significava che le iniziazioni ed i riti misterici proponevano una progressiva "salvezza" dell’iniziato attraverso il suo rapporto individuale con la divinità e senza il tramite e la mediazione del sacerdote.
Ebbene, il culto mistico di Dioniso-Bacco non sfuggiva a queste regole: Dioniso era una divinità molto antica (che sembra appartenere al pantheon indiano pre vedico; in oriente Dioniso era noto come Iacco), eroe e protagonista di una leggenda complessa e ricca di spunti esoterici. Era conosciuto da Omero, che lo descrisse con gli attributi che gli sono tipici; egli lo inserisce tra gli dei Olimpici.
Il suo culto è, attestato nell’area culturale micenea già alla fine del II millennio a.C., e probabilmente era arrivato in occidente lungo la cosiddetta strada del vino, ad opera della prima ondata di invasione indo-ariana.
La mitologia esiodea narra che Dioniso, figlio di Zeus e di Semele, sarebbe stato partorito da una coscia del padre, nella quale era stato cucito alla morte della madre che non era riuscita a completare la gravidanza (6).
Quasi voler dar credito alla teoria delle proprie origini, diventato adulto, Dioniso cominciò le proprie peregrinazioni tra Grecia ed Oriente.
Durante tali peregrinazioni introdusse in Grecia la vite ed il vino.
Fu perseguitato da Era, moglie di Zeus, gelosa e vendicativa, che lo rese pazzo.
In Frigia, venne guarito da Cibele e venne iniziato ai suoi misteri. Tornato in Grecia, vi introdusse le proprie feste iniziatiche: i Baccanali.
Nella sua essenza Dioniso-Bacco è una divinità enigmatica e contraddittoria.
I suoi mysteria ne rivelano appieno il carattere esclusivistico.
Per un’iscrizione di Cuma (risalente alla prima metà del V sec. a.C.) si legge che i profani, non iniziati, non possono riposare in quel cimitero: "nessuno ha diritto a riposare qui se non è un iniziato di Bacco".
Siamo tentati di dire che, proprio tale esclusivismo segnò le sorti del culto romano perché il senato - l’affermazione è di Tito Livio - vide nei seguaci di Bacco "quasi un altro popolo" (Liv. cit.13.14).
Quanto alla natura contraddittoria sembra che fin dalle origini, Dioniso sembra avere avuto nel culto due caratterizzazioni che, volta per volta, prevalevano nei diversi tempi e luoghi in cui il dio era venerato.
Da un lato Dioniso impersonò la natura che muore e rinasce (l’eterno ciclo di vita e di morte). Questo segno naturalistico, tipico della cultura di popolazioni rurali, si trasformò in un simbolo spirituale secondo cui il ciclo di rinascita e di morte del dio garantiva ai seguaci salvezza e immortalità. Tuttavia in questa veste Dioniso venne ben preso sostituito da Proserpina.
Nella seconda veste Dioniso fu un dio popolare ed orgiastico del vino e della vegetazione selvaggia. Venerato con danze frenetiche, "possedeva" i seguaci ai quali comunicava un entusiasmo estatico, folle, che esprimeva gioia, libertà e tutte le speranze di una vita felice oltre la tomba (7).
In questa seconda veste Dioniso fu il punto di riferimento del culto salvifico che si propagò dalla Grecia alle coste del Mediterraneo ellenizzato finché giunse a Roma agli inizi dell’età repubblicana.
Qui giunto Dioniso si sovrappose e si confuse col dio autoctono italico "Liber" e venne venerato in un tempio sull’Aventino insieme a Cerere e Libera. Tuttavia a seguito di questa confusione a Roma si salvò la sola connotazione agreste che, del resto, era quella del Dioniso delle origini; nel contempo perse la connotazione misterica.
Com’è, allora, che arriviamo ai Baccanali?
Per comprenderlo dobbiamo fare un passo indietro nello spazio perché Dioniso aveva conservato la connotazione misterica in tutta la Magna Grecia (soprattutto a Taranto, Locri ed altre città a partire dal V secolo a.C. dove fu associato a diverse dottrine escatologiche.
Così caratterizzato, tra il IV ed il III secolo, il culto passò in Sicilia, in Campagna e in Etruria.
In sostanza, già prima della seconda guerra punica (ultima metà del III sec.: 218 - 202 a.C.), Roma era di fatto circondata da territori in cui era diffuso il culto di Dioniso nella forma misterica.
Nel corso della guerra il culto misterico si diffuse anche nella res pubblica, probabilmente a causa degli spostamenti in massa di profughi e di prigionieri originari delle regioni meridionali.

L’AFFAIRE BACCANALI
L’"affaire" Baccanali scoppiò nel 186 a.C., appena quattro anni dopo che la pace di Magnesia aveva concluso la guerra alla Siria di Antioco III.
Tito Livio, nel suo Breviarium "Ab urbe condita" (XXXIX, 8 -18), pur lasciando diversi aspetti tuttora in ombra, ci ha lasciato una narrazione abbastanza puntuale dei fatti.
Credo che sia superfluo precisare che Livio non era uno scrittore di romanzi gialli ma uno storico: non si è preoccupato dello sfondo e perciò ha tagliato via le descrizioni di personaggi "strani" come rappresentanti della intellighenzia e del soprannaturale, indovini Etruschi, sacerdotesse campane, fantomatici testimoni a pagamento e membri della Roma "bene".
Va comunque detto che l’ambiente sociale, l'umanità che si aggirava nell’ambito di culti misterici, era una umanità sui generis e, in qualche modo, sospetta. Ce lo spiega il commediografo Plauto che dedicò all’ambiente in questione più di una commedia di questi anni: "Epidicus", "Sticus" e soprattutto "Bacchides".
Risulta abbastanza evidente il fatto che la "res publica" non potesse non prendere in considerazione quei soggetti in quanto potenzialmente pericolosi ed eversivi.
Nel 1640, una clamorosa conferma della narrazione di Livio: in Calabria (per la precisione a Tiriolo), venne trovata una iscrizione bronzea che riportava il testo del "senatus consultum de Baccanalibus", del 186 a.C. (8).
Livio scriveva la sua opera all’inizio dell’età augustea (vale a dire, circa due secoli dopo le vicende in questione) e delle due l’una: o non era molto informato sulla storia delle associazioni bacchiche a Roma, della loro struttura e dei rituali cui davano vita, oppure pagava lo scotto di una precisa posizione "politica".
Livio, infatti, ci fornisce due versioni diverse sull’origine dei Baccanali.
Nella prima versione (in 8,3 - 5), egli dichiara che il rito era stato introdotto in Etruria da "un greco di umili origini" ("Graecus ignobilis in Etruria primum venit..."), indovino, esperto di quei riti sacrificali notturni che all’inizio erano riservati a pochi, per essere poi diffusi indiscriminatamente tra uomini e donne ("Initia erant quae primo paucis tradita sunt, deinde volgari coepta per viros mulieresque").
Nella seconda versione (riferita in 13, 8 - 9) egli afferma che le cerimonie bacchiche erano giunte a Roma dalla Campania, dove all’inizio erano compiute di giorno da sole donne; solo in un secondo momento questi riti si sarebbero trasformati in episodi orgiastici notturni ad opera di una certa Paculla Annia.
Questa Pacullia era una sacerdotessa; per prima cominciò ad iniziare ai riti Bacchici anche degli uomini, a cominciare dai propri figli Minio ed Erennio Cerrino ("Pacullam Anniam Campanam sacerdotem eam primam omniam tamquam deum monitum immutasse; nam et viros eam primam filios suos initiasse, Minium et Herennios Cerrinus...").
Allora ci domandiamo: in definitiva chi erano i veri protagonisti dello scandalo? L’indovino etrusco di infime origini o la sacerdotessa campana?
Ma c’è ancora un dubbio al quale non possiamo dare ovviamente una risposta: la contraddizione rilevata nel racconto di Livio, dimostra che - già in epoca antica - non esistevano molte certezze circa la provenienza dei riti bacchici.
In ogni caso anche la contraddittorietà in un caso del genere, ha un suo significato. La circostanza che i romani ne collocassero l’origine alternativamente in Etruria o in Campania significa che i romani già conoscevano l’ambiente ellenistico per averlo incontrato, appunto, per il tramite dell’Etruria che si era spinta verso la Magna Grecia almeno due secoli prima (ricordate la battaglia navale di Cuma del 474 a.C.?) o attraverso "Nea-polis", la città nuova della magna Grecia situata nella Campania felix.
Ma può benissimo essere che avessero stabilito il contatto più, o meno contemporaneamente, dall’una e dall’altra parte.
Di due cose possiamo essere sicuri: che il culto bacchico era un culto antico e che i Romani lo conoscevano e praticavano da tempo. Ma solo nel corso della seconda guerra punica il culto era divenuto orgiastico e si era diffuso tanto da attirare l’attenzione del senato e del magistrato romano.
Allora quelli che Livio definisce "fondatori" probabilmente erano solo dei divulgatori spuntati nel momento più opportuno: quando, cioè, la società Romana era culturalmente pronta a recepirlo.
A questo punto le certezze bene o male acquisite spostano i termini del problema. La domanda che ci dobbiamo porre è la seguente: "perché il culto, mutuato dalla Magna Grecia, solo ad un certo punto venne considerato pericoloso per la res publica?"
Per rispondere a questo quesito dobbiamo tornare a Livio secondo il quale (9) l’indovino etrusco (in realtà il "greco di umili origini") avrebbe introdotto, in ambito italico, un culto caratterizzato da "riti segreti e notturni", in rapida espansione.
Poteva essere stato questo il motivo di fondo?
Continuiamo a seguire il ragionamento dello storico: il quadro che Livio fa dei baccanali è il più fosco che si possa immaginare: egli, infatti, passa a volo, dall’abuso di vino e di cibo, alla più irrefrenabile promiscuità di uomini, donne e fanciulli, fino alle più inaudite depravazioni ed ai crimina più vari che spaziano dalla violenza ("vis compulsava") al plagio di soggetti costretti alle più turpi falsità ("falsi testes, falsa signa testamentaque"), passando attraverso avvelenamenti e omicidi.
A ben considerarlo il complesso di queste accuse sembra, tutto sommato, esagerato come si può rilevare dall’inserimento di avvelenamenti e omicidi.
Il "Jus criminale" aveva iniziato a differenziarsi dal corpo del "Jus Publicum" (10) solo nel corso del VII sec. Ma, fino al VI sec. (con le "Leges XII tabularumm" e con l’introduzione della "juris dictio" del "praetor") il ius privatum era rimasto essenzialmente disciplinato dai "mores majorum" (consuetudine).
Questo naturalmente non significa che a Roma avvelenamenti ed omicidi non avessero luogo; significa piuttosto che:
- questi "crimina", tanto per cominciare, non dovevano costituire una casistica quantitativamente estesa al punto da creare allarme sociale;
- eccettuati i casi di uccisione di soggetti "in manu" (cioè privi di soggettività giuridica e quindi rientranti nelle facoltà potestative del "pater familias" come schiavi, soggetti minori, donne) questi casi rientravano nel sistema del "fas", dei "mores" ed erano sanzionati dalla faida privata (vendetta);
- tra il VII ed il VI sec. ricaddero nel sistema parimenti privato delle leges XII tabularum (talio) (11);
- dopo il VI secolo le XII tavole e la legge del taglione funzionavano benissimo e la casistica dei Praetores era abbastanza modesta;
- le XII tavole definirono per la prima volta diversi reati tra i quali "malumcarmen incantare" (incantesimo), il "fruges extantare", la "alienam segetem pellicere" (sortilegi rivolti alle messi), il "parricidium" (uccisione di un cittadino romano, un pater) e la "perduellio" (delitto contro la costituzione repubblicana) (12);
- a partire dal VI sec. i crimina ricaddero nel sistema repressivo dei Pretorres (praetor urbanus e praetor peregrinus);
- l’omicidio politico divenne un problema sociale solo all’epoca delle lotte tra Mario e Silla; il sistema sarà perfezionato in epoca imperiale (da Augusto in poi) e comunque non sembra che il diritto criminale avesse un grande sviluppo; l’applicazione del taglione rimase sempre nell’ambito del "jus privatum";
- un autonomo "crimen" di omicidio venne introdotto solo a partire dal II sec. quale estensione del "parricidium",
- per arrivare alla istituzionalizzazione di un diritto criminale come "ius publicum" si dovette aspettare il I sec. d.C. con Gaio, Ulpiano e per il definitivo assetto il VI sec. d.C. con Giustiniano I (muore nel 565 d.C.).
Per tornare al discorso dei Baccanali non possiamo tacere di quello che fu il complessivo atteggiamento romano verso i culti stranieri.
Possiamo asserire in tutta tranquillità che nei confronti di questi culti Roma non ebbe mai un atteggiamento precostituito e comunque non fu mai, seppure in epoca imperiale ispirato ad ostilità aprioristica tranne che nei confronti degli ebrei (13). Oggi diremo che i Romani preferirono tenere un atteggiamento che potremmo definire pragmatico e destinato a legittimare la supremazia sui popoli vinti, tenendosene "amiche" le divinità.

IL CASO DEL CULTO DELLA MAGNA MATER
Un esempio concreto è quello che si riferisce al culto di Cibele (la Magna Mater dei latini).
Originaria dell’Asia minore era colà venerata con il nome di Kubala o Kubaba (14) (che i Greci traslitterono con "Kubeles"), questa divinità venne adottata dai Frigi i quali misero in atto riti in onore suo e dello sposo Attis, simile per molti aspetti, a Dioniso tranne che per il fatto di essere stato evirato.
Dopo la Guerra del Peloponneso il culto di Attis e di Cibele passò in Grecia ove si diffuse quando già si era caratterizzato per le caratteristiche cerimonie iniziatiche. Era, a tutti gli effetti, un culto misterico del quale sappiamo, come è ovvio, molto poco.
Ebbene questa religione "misterica" venne introdotta a Roma per una precisa decisione Senatoriale (15). La decisione "politica" di far entrare Cibele a Roma fu adottata durante le campagne di Annibale in Italia.
Annibale era alle porte di Roma e, come accade in questi casi, i romani invocarono i loro santi (nel caso di specie andarono a leggere i Libri ereditati da Numa Pompilio salvati dalla distruzione). Sembra che una profezia dei Libri Sibillini venisse interpretata nel senso che il pericolo si sarebbe allontanato quando "la Madre degli Dei" fosse stata portata a Roma.
Così nell’anno 204 a.C. il senato romano ufficializzò il culto della dea facendo portare a Roma la "pietra nera" di Pessinunte, simbolo di Cibele (16). Per accoglierla venne costruito il tempio sul Palatino. Così, il 6 aprile di quell’anno Cerere approdò sul Tevere (17), accolta dal senato e dalla folla festante.
La spiegazione mitica dei Libri Sibillini, ci spiega chiaramente il vero significato dell’introduzione di questo culto a Roma.
Sotto l’aspetto "politico" i romani avevano necessità di stringere un legame forte con il regno ellenistico, di Pergamo. La "pietra nera" (forse un meteorite) servì magnificamente allo scopo: Cibele venne "romanizzata" e Roma legittimò in maniera propagandistica la propria egemonia nel Mediterraneo.
Questa interpretazione della vicenda, del resto, è confermata - sul piano storico - dai risvolti politici. La pietra nera, in attesa dell’edificazione del previsto tempio sulla via Sacra, venne accolta nel tempio della Vittoria sul Palatino e la collocazione topografica è già di per sé significativa: non a caso quel punto del colle ospitava le memorie più antiche di Roma insieme ai segni dei culti ancestrali di Vesta e dei Penati.
Questa collocazione rispondeva a due diverse esigenze: la prima era quella dell’inserimento di Cibele nel corpo della religione tradizionale (una sorta di rivitalizzazione della leggenda dell’origine troiana di Roma), la seconda rispondeva alla necessità di curare un collegamento con un’aristocrazia contraria a certe avventure. Per realizzare quest’ultimo scopo il culto venne epurato delle caratteristiche potenzialmente sovversive dei culti misterici.
Per la cronaca l’effettiva costruzione del tempio fu commissionata nel 204 a.C. e completata solo nel 191 a.C. quando Roma era alla vigilia dello scontro con Antioco III per l’accesso ai regni ellenistici.
Di fatto, quando Cibele arrivò ad Atene, agli inizi del V secolo a.C., venne interpellato l’oracolo di Delfi, ma anche Atene stava vivendo la guerra del Peloponneso) mentre Roma la guerra Annibalica.
Ad accogliere ed a gestirne il culto venero incaricati Cornelius Scipio Nasica e la matrona Claudia Quinta: due rappresentanti di "gentes" politicamente influenti a Roma (quella degli Scipioni e quella dei Claudii).
Deve in ogni caso rilevarsi che, nonostante l’ufficialità del culto di Cibele a Roma si nutrirono preoccupazioni, data la capacità eversiva dei culti stranieri; preoccupazioni superate con la scelta di gestione diretta del culto di Cibele.
Questa diversa posizione istituzionale spiega la sostanziale diversità di trattamento rispetto al culto di Dioniso.

I CULTI MISTERICI E L'IMPATTO SOCIALE
Da quanto abbiamo appena detto il culto bacchico non ebbe lo stesso trattamento giuridico né gli sponsor di quello di Cibele.
Esso si diffuse spontaneamente, ma fuori dalla religione tradizionale e fuori dalla tutela dei "mores majorum". Questo ne permise la repressione di cui ci stiamo occupando.
Al contrario i misteri di Cibele, pur essendo stati sottoposti al alcune restrizioni, sopravvissero nel tempo perché Cibele fu e restò una divinità "salutaris", vale a dire una divinità tutelare di Roma (18), rimanendo strettamente legata alle sue fortune indipendentemente dalle vicende politiche.
Ricordiamo che (siamo alla fine del II secolo a.C.) un suo gran sacerdote, certo Battakes, profetizzò la vittoria di Mario sui Teutoni; e nel 98 a.C. Mario in persona si recò in Asia Minore per compiere i sacrifici deliberati dal Senato a ringraziamento della dea.
Però il momento magico del culto di Cibele si ebbe in epoca imperiale, prima sotto Augusto e dopo sotto Claudio: sia il primo che il secondo appartenevano alla "gens" che aveva accolto all’inizio la dea Cibele. E con Augusto e Claudio caddero le proibizioni iniziali. Augusto inserì Cibele tra i numi tutelari della casa imperiale e fece riedificare l’antico tempio del Palatino, distrutto da un incendio.

I RITI BACCHICI ED IL SENSO MORALE ROMANO
A quanto pare, l’aspetto che offendeva maggiormente il senso civico del romano medio e, quindi di Livio, non era l’intrinseco contenuto ideologico del culto, quanto la natura clandestina e orgiastica dei riti.
Tuttavia il fatto che lascia perplessi è l’impossibilità di rispondere alla seguente domanda: perché si cominciò (e si finì) proprio dai baccanali?
Le caratteristiche di essere clandestini ed orgiastici non era certo una novità né a Roma, né nell’area mediterranea. Clandestinità e aspetto orgiastico erano una connotazione comune ai riti di Dioniso-Bacco sia in Grecia, che in oriente, in Tracia e in Egitto (19).
Con l’apertura dell’inchiesta sui riti Bacchici, in effetti, si va ad aprire un ciclo che sarà riproposto (non solo a Roma), tutte le volte che si dovrà dare inizio ad una sistematica persecuzione religiosa o politico-religiosa.
Appare però sospetto che Livio, di solito tanto attento e profondo non si renda conto della faziosità delle accuse che da quel momento si riproporranno nei processi ad associazioni - religiose ma anche politiche - effettivamente clandestine o ritenute tali (si pensi alle accuse mosse ai primi cristiani proprio a Roma (20)), nei processi a società segrete nelle realtà storiche più diverse (a cominciare dal caso dei Templari (21), fino al processo alle streghe (22), alla schoà).

LA SCOPERTA DELLA MACCHINAZIONE
Ma ci domandiamo ancora: come venne scoperta quella che lo storico definisce una "congiura", ossia una "macchinazione"?
Come si è talora scritto la narrazione liviana adesso assume i tratti del "dramma borghese", o della "commedia".
Racconta Livio (23) che due giovani amanti, P. Ebuzio e la liberta Ispala Fecennia, cercarono di plagiare il patrigno di Ebuzio, a sua volta desideroso di acquistare l’eredità del figlioccio, mediante l’iniziazione ai riti bacchici, con la complicità di Deuronia, anziana e saggia zia di Ebuzio.
Ma, ad un certo punto, Deuronia interessò del fatto il console Postumio e gli fece ascoltare le rivelazioni di Ispala sui baccanali.
Noi oggi chiameremmo "characters" (caratteristi) i protagonisti del dramma: Ebuzio ed Ispala sono i delatori e il patrigno è il "cattivo" di turno. Su di lui, "civis romanus", ricadde la responsabilità di aver dato accoglimento a riti stranieri.
La storia, romanzata, non è verificabile in mancanza di altri documenti di paragone. Tuttavia il velame della favola nasconde numerosi indizi e lo scopo perseguito da Livio appare quello di conferire un qualche contenuto ideale all’indagine del console Postumio.
La narrazione della storia di Ebuzio ed Ispala, consente allo storico la possibilità di conferire un tono drammatico alla seduta senatoria della "provocatio" (24) che ne seguì ed ai provvedimenti che ne scaturirono.
La drammaticità deriva automaticamente dal clima di eccezionalità e di emergenza propri della "scoperta" e della improbabile volontà di una cortigiana (cioè una "prostituta") di rivelare alla classe dirigente romana il livello di diffusione delle esperienze sovversive.
La rivelazione veniva peraltro fatta ad un’opinione pubblica che non ne era affatto ignara dal momento che perfino Plauto fa frequenti riferimenti ai Baccanali nelle commedie anteriori al 186 a.C.
Se ne deve desumere che, molto probabilmente, non fu né "congiura", né "scoperta".
Forse resta valido il clima di allarme sociale che dovette attrarre l’attenzione del magistrato romano il quale non potette far finta di niente.
Allora credo sia lecito dedurne che la versione rielaborata da Livio fu una vera e propria invenzione letteraria - fabbricata ad hoc a cose compiute - forse allo scopo di coprire il vero motivo della repressione, con un ben architettato intento moralistico. Nella peggiore delle ipotesi si trattò di una vera e propria "rielaborazione" dei fatti nell’ottica della "istituzionalità", propria del romano di età augustea.
Quali furono le conseguenze per i "collaboratori di giustizia ante litteram"?
I delatori Ebuzio e Fecennia (sempreché questi fossero i loro nomi reali) ricevettero i loro trenta denari sotto forma di premio di centomila assi di bronzo a testa; a Fecennia, inoltre, furono concessi diritti civili che, di solito, non rientravano nello status di una liberta, oltre alla protezione del senato.
A ben vedere, questi sono dettagli che fanno parte di una "dietrologia" e finiscono per accrescere il sospetto di una versione creata ad arte. I cosiddetti "testimoni" ci sembrano tanto degli "infiltrati" o "agenti provocatori" tesi, questa, che sembra trovare altrimenti conferma.
Tanto per cominciare, i nomi degli indiziati si rivelano corrispondere a persone appartenenti a famiglie romane vissute proprio nel periodo di riferimento.
In secondo luogo coloro che introdussero il culto dionisiaco - e ne curarono l’organizzazione - sono scelti attentamente tra soggetti di origine osco-campana. Campana era la sacerdotessa Paculla Annia e campani erano i suoi figli Minio e Erennio Cerrino.
Di origine campana è la delatrice Fecennia (mentre, nell’introduzione, Livio ha parlato di un indovino greco).
A me pare chiaro che Livio, il quale scriveva più di due secoli dopo gli eventi cui si riferiva, fu agevolato proprio dall’incertezza delle fonti (già ai suoi tempi!) nel dirottare le accuse verso gruppi ben individuati.
Proviamo a ragionare con gli elementi che abbiamo a disposizione; essenzialmente i nomi.
Pacullia è un nome decisamente improbabile e potrebbe non essere mai esistita; però possono essere rintracciati certi nomi a lei legati.
Infatti improvvisamente Livio salta su e afferma: "era chiaro (constabat esse) - che - i capi della congiura erano Marco Atinio della plebe romana, il falisco Lucio Opicernio e il campano Mino Cerrino: da costoro ebbero origine i delitti e le empietà, costoro erano i sommi sacerdoti e gli iniziatori del culto".
Dal mito Livio passa alla citazione di nomi reali, ben precisi.
Chi erano costoro?
- I Cerrini erano un gruppo gentilizio osco, citato di frequente nelle iscrizioni pompeiane.
- Il nome Atinio è collegabile alla famiglia degli Atinii, famiglia plebea nota per essere collegata a una tradizione di rinnovamento religioso.
- D’altra parte gli Atinii, sono anch’essi riconducibili all’ambiente osco-campano: un edile Maras Atinis figura su una iscrizione bacchica, a Pompei, più o meno dell’epoca della "congiura" dei Baccanali.
In pratica Livio si muove in un ambiente plebeo e precisamente nell’ambito di una plebe abbiente che risiedeva nella capitale.
Questa classe era formata da grandi commercianti (negotiatores), che provenivano dalla Magna Grecia ed a Roma erano concentrati, appunto, nell’area dell’Aventino.
Nel IV sec. l’Aventino era un’area topografica extra pomerio nella quale tradizionalmente risiedevano quelle gentes "straniere" delle quali si accoglievano i culti.
Forse non è un caso che sull’Aventino risiedesse l’altra protagonista dell’affaire: Ebuzia, la zia del delatore.
Sembra quindi probabile che proprio in quest’area (25), nella quale si affollavano elementi di origine etnica e di strati sociali differenti, il culto bacchico, abbia attecchito e proliferato a Roma.
Sarà utile ricordare che l’"aristocrazia plebea" (ci si perdoni il bisticcio) non era nuova a scalate del potere politico e religioso; a partire dal 367 a.C. (cioè dalla approvazione delle leges Liciniae Sextiae), il controllo delle cariche religiose era stato per così dire "democraticizzato" ed esteso ad elementi della plebe (26).
Ma negli anni della repressione dei Baccanali, il processo di democratizzazione - che sembrava inarrestabile - subì una battuta d’arresto quando il ceto dei "negotiatores" (vale a dire degli "homines novi") venne estromesso dal potere politico. Negli anni di passaggio dal III al II sec. (vale a dire tra il 218 e il 179 a.C.) gli homines novi si videro precluso l’accesso alle magistrature con la conseguente estromissione dal "cursus honorum".
Per una sorta di "questione morale" ante litteram, un plebiscito del 218 a.C. impediva l’accesso al senato a chi possedesse un censo tale da poter armare una nave da trecento anfore: questo divieto equivaleva ad escludere dal senato proprio il ricco censo dei "negotiatores".
Quegli anni, di fatto, segnano contemporaneamente una rivoluzione bianca ed una controrivoluzione aristocratica che tentava di recuperare potere emarginando le nuove forze economiche.
Naturalmente gli Aventiniani reagirono al sopruso, dando vita a tutta una serie di associazioni politico-religiose autoreferentisi in quanto svincolate dal controllo ufficiale dello Stato. Le élite commerciali, escluse dal potere, esercitarono la propria rivalsa aggregandosi in associazioni "politiche", cioè entrando nei quadri dirigenti del culto bacchico.

CARATTERISTICHE "POLITICHE" DEL CULTO BACCHICO
Il culto bacchico, nato come adesione religiosa ai "misteri" di Dioniso, ben presto divenne una consorteria che garantiva devozione (leggasi controllo), alle numerose persone aderenti senza vincolo di legami clientelari, vincolati unicamente da un’alleanza volontaristica basata su legami di tipo religioso.
Orbene, se questa impostazione è corretta ci dobbiamo domandare: chi c’era dietro la reazione aristocratica contro i nuovi culti considerati pericolosi per l’ordine sociale?
Noi non conosciamo il denunciante materiale. Sappiamo però che l’intervento delle autorità fu immediato.
Livio (XXIX, 18) riferisce che il Senato, riunitosi immediatamente, decise di promuovere un’inchiesta la più vasta possibile. Essa fu estesa anche al di fuori dell’Urbe, ad ogni città e paese della penisola ("fora et conciliabula").
A questo punto possiamo notare un fatto: il testo conservato nella tabula di Tiriolo è unitario; ma Livio parla - forse a ragione - di due diversi senatoconsulti. E il secondo doveva essere una specie di sintesi che riproduceva la lettera inviata dai consoli alle comunità alleate.

LA PROCEDURA SENATORIA E LE RISULTANZE DELL'INCHIESTA SENATORIALE
La prima seduta (Liv. XXIX, 14, 3-8) del Senato fu dedicata all’audizione della relazione del console Postumio, e adottati dei provvedimenti di emergenza; al termine della giornata il Senato emanò le direttive "programmatiche" incaricando i magistrati di impedire ulteriori riunioni dei Baccanti, di ricercare i partecipanti e di sottoporli a giudizio con la massima severità.
Nella seconda seduta (Liv. XXIX, 18, 7-9), il senato passò alle decisioni "politiche" a lungo termine: ordinò così la distruzione dei luoghi del culto e stabilì a quali condizioni dovesse rispondere un eventuale futuro esercizio del culto bacchico.

Se leggiamo criticamente il testo di Livio, possiamo notare che lo storico, nel suo racconto, indulge alla ricostruzione di avvenimenti quasi esclusivamente basati su particolari pittoreschi ma di scarso significato: molto si sofferma sulla libertà dei comportamenti sessuali degli iniziati.
Abbiamo anche osservato che questo tipo di narrazione gli serve per dipingere un quadro generale molto fosco del rito bacchico.
In questo quadro nebuloso si vanno a inserire le vere e proprie accuse di reati contro la persona (omicidio e violenza), contro la fede pubblica (falso) fino alla cospirazione contro la repubblica (perduellio).
Inutile dire che, naturalmente, la narrazione segue il filo della rivelazione di Ispala. Allo stesso modo fu condotta l’inchiesta del console Postumio.
Abbiamo visto però che le accuse di Ispala non erano certo inedite in relazione allo svolgimento dei riti bacchici. In Grecia, come in Italia tali riti si caratterizzavano per la promiscuità dei sessi e dell’età dei partecipanti, la presenza di maschi giovani e l’esclusione di adulti, il carattere notturno, la "follia" da possessione divina, l’eccessiva libagione.
Né è a dire che questo destasse meraviglia o riprovazione; nella società dell’epoca peraltro questi fatti non rivestivano alcun elemento che li caratterizzasse come "crimina".
È fuori dubbio che quegli elementi del rito favorissero ogni tipo di comportamento sessuale, certamente deviante per la morale pubblica (compresa l’omosessualità maschile).
È altrettanto fuori dubbio che a Roma, a differenza di quanto accadeva in Grecia, tali comportamenti non fossero ben accetti.
Ed è ancora possibile che, nell’atmosfera orgiastica del culto, trovassero posto comportamenti criminali legati a oscure storie di vendette familiari o personali (i "crimini" familiari cui allude Livio) (27).
Tuttavia appare fuori della realtà l’affermazione che Ispala pretendeva accadesse a chi si rifiutasse di fare o subire violenza.
Asseriva la delatrice che costui (o costei) veniva immolato come vittima sacrificale alla divinità. Sono le stesse affermazioni, rese da Ispala in due diverse occasioni, che ne rendono sospette la veridicità.
In un secondo passo, Ispala torna sull’argomento ed afferma che le vittime sarebbero state sacrificate in maniera teatrale, legate a macchine che le trascinavano in oscure caverne, per legittimare l’impressione che gli uccisi erano stati "rapiti dal dio".
Forse Livio dimentica che tale prassi corrispondeva effettivamente ad un momento dell’iniziazione di molti riti misterici: la morte rituale del neofita che era condizione per la rinascita come adepto.
Del resto dai riscontri processuali forniti proprio da Livio non è possibile ricavare alcun elemento a conferma dell’accusa dell’omicidio rituale.
Passando ora all’accusa di "cospirazione" (perduellio) anche questa sembra campata in aria.
Anche questa accusa, alla pari dell’omicidio rituale, sembra basata unicamente su un’interpretazione tendenziosa del cerimoniale d’iniziazione.
Livio usa ripetutamene i termini di "coniurare" e "coniuratio" per indicare la volontà - secondo la corrente terminologia latina - di formare una associazione garantita dal giuramento comune dei soci.
Livio ne trae la conclusione che la "coniuratio" fosse le stessa cosa della perduellio e che l’accordo fosse rivolto contro la repubblica.
Credo sia lecito un distinguo.
Sotto l’aspetto della semantica giuridica, "coniurare" e "coniuratio" debbono leggersi come "cum-iurare" e "cum-iuratio" (giurare insieme) e non hanno nulla in comune con la perduellio ("per-duellum" alto tradimento).
Sappiamo benissimo che tutti gli adepti di culti misterici o inziatici di solito prestavano giuramento e questo era normale in Grecia come a Roma dove gli aspiranti "pronunciavano le formule di preghiera ripetendo le parole del sacerdote" (come afferma lo stesso Livio, XXIX, 18, 3).
La tradizione del giuramento ha una vita lunghissima tanto che viene formulato ancor oggi nelle iniziazioni massoniche: si giura che non si rivelerà ciò che avviene durante i riti e, comunque, persegue la finalità ad instaurare una intensa solidarietà tra i membri del gruppo.
Del resto proprio Livio ci informa che, scatenata la repressione, la notizia del pericolo si diffuse, sulla catena della solidarietà, rapidamente in tutta l’Italia mediante lettere dei cosiddetti congiurati ("litteris hospitum").
La qualifica di "hospites" che Livio dà ai supposti congiurati, si riferiva proprio al legame di "ospitalità", "solidarietà", tipico del costume romano che consisteva in un legame tutto personale.
In altri termini, il giuramento con cui si legavano gli adepti bacchici indubbiamente creava una "società segreta": solo che il segreto da mantenere era la verità "comunicata" dal dio, non certo il segreto di una congiura politica per il sovvertimento della repubblica.

NATURA E MOTIVI DELLA REPRESSIONE
Se analizziamo l’aspetto giuridico della repressione, riusciamo a comprendere i motivi per i quali il senato romano decise di ingerirsi nei sentimenti religiosi di gran parte del popolo dichiarando i baccanali dionisiaci centro di una pericolosa organizzazione sovversiva.
Gli elementi da prendere a base dell’analisi sono due documenti già ampiamente menzionati in precedenza:
- il resoconto di Livio
- il testo noto del Senatusconsultum.
Abbiamo visto che la prima fase dell’inchiesta fu caratterizzata da una vera e propria caccia ai sacerdoti del culto e di tutti coloro che avessero giurato di praticarlo e questa impegnò moltissimo i magistrati. I consoli peraltro dovevano bloccare anche il ripetersi di riunioni e di cerimonie, a Roma e fuori Roma.
Ma il contenuto giuridico del Senatusconsultum è abbastanza generico: pare che nell’affaire il senato non si fosse preoccupato di questioni relative al culto né all’offesa che si andava ad arrecare al dio Bacco nel momento in cui gli si denegava improvvisamente il culto. Probabilmente la decisione senatoria fu adottata in un momento di assoluta emergenza; e una siffatta situazione doveva anche giustificava le misure repressive del tutto eccezionali.
Che le direttive impartite ai consoli fossero eccezionali (come è stato rilevato sia da storici che da giuristi, anche se le fonti antiche non ne fanno menzione) sembra assodato.
Livio se la cava con una brevissima frase: "quaestionem extra ordinem consulibus mandant".
Questa espressione normalmente viene intesa nel senso che "il Senato conferì al console in via straordinaria potere e facoltà di azione" e, in altri termini il Senato avrebbe proceduto ad una mera estensione dell’imperium consolare.
Ma, sotto un più corretto profilo di diritto, sembra più corretto leggerla come "inchiesta da svolgere fuori dall’ordine normale, cioè con precedenza sugli altri compiti".
Questa conclusione appare più chiara ove si passi ad esaminare quelli che furono i risultati dell’inchiesta.
Livio (in XXIX, 17-18) riferisce che vennero promessi premi per chi avesse voluto candidarsi per ulteriori delazioni; a tale scopo si assegnò il termine di un giorno per la comparizione volontaria.
Con questa promessa i consoli in effetti provocarono ed ottennero un certo numero di confessioni spontanee.
Ottenuto il primo effetto, i consoli cominciarono l’istruttoria fuori del Pomerio, processando sul posto i congiurati che erano fuggiti.
Ancora Livio ci dice che i consoli fecero trattenere in prigione i congiurati che non si fossero macchiati di crimina per reati sessuali o reati comuni. I colpevoli di quei delitti furono mandati a morte.
Per la verità Livio non parla di condannati a morte tra i colpevoli: la pena capitale non poteva essere irrogata né dal senato né dai consoli: tuttavia la "verberatio ad mortem" era implicita nell’accusa di perduellio e si ritrova anche nell’iscrizione di Tiriolo.
In questa edizione gli specialisti hanno rilevato numerose irregolarità (ad esempio manca la formula relativa all’introduzione dell’argomento da parte dei consoli che era una formula di stile di ogni Senatusconsultum).
Queste irregolarità, come si è detto, hanno determinato il convincimento che l’iscrizione di Tiriolo non fosse il testo originale quanto una sua trasposizione, ovvero una copia della lettera che informava le comunità italiche delle direttive senatoriali.
Ma c’è un’altra interpretazione possibile.
Il Senato stava commettendo un abuso e di ciò era cosciente. Restava tuttavia il problema dell’atteggiamento da assumere per mascherare questa ingerenza almeno nei confronti degli alleati delle comunità italiche, imponendo anche ad essi le proprie decisioni prese fuori dalle competenze fissate dai trattati federativi, come era in uso nel II sec. a.C.
In effetti i consoli si affidarono ad un testo ambiguo per il quale la sanzione riguardava i romani ma non "...comminata direttamente ai foederati né imposta ai loro tribunali; ... mentre si faceva capire agli alleati che la potenza egemonica si attendeva da essi un’uguale severità" (Arangio-Ruiz).
Infatti non ci nascondiamo che l’affaire segnò un momento estremamente importante anche per quanto riguarda la storia delle relazioni tra Roma e i socii italici. L’evento segnò in assoluto, qualunque ne fosse la formulazione, la prima intromissione del senato romano nella loro altrui sfera di autonomia.
Ma c’è ancora un aspetto della sanzione capitale che risulta essere decisivo per una corretta lettura della storia dell’evento "Baccanali".
Nella complessiva tradizione repubblicana esisteva un principio più volte ribadito nella legislazione, che molti vogliono risalisse all’età regia e che Livio definisce "unica garanzia di libertà" (Livio, Ab Urbe condita, III, 55, 4).
Il cittadino romano, condannato a morte o alla fustigazione, aveva un ultimo rimedio difensivo nella "provocatio ad populum" (appello al popolo); egli in altri termini poteva pretendere che il magistrato convocasse il "comitium centuriatum" affinché esso confermasse la condanna o pronunciasse l’assoluzione.
Nei processi per i Baccanali non viene mai menzionata la "provocatio", fatto incredibile considerato che tra i condannati di Roma c’erano soprattutto cittadini romani.
Né possiamo pensare che la clausola manchi in quanto il senato stava agendo per delega legislativa popolare: di fatto il popolo fu riunito solo per ascoltare la comunicazione di un "senatusconsultum" già deliberato.
Il sospetto è che tutta la vicenda si sia svolta in un clima di "caccia alle streghe" e che questo sia più che fondato: non fu lasciato alcuno spazio per considerazioni di ordine costituzionale, ché anzi vi fu una preordinata volontà di limitare la libertà di riunione mediante il terrore di una pena altamente infamante ed inappellabile.

CATONE IL CENSORE ED I BACCANALI
È chiaro che a Roma i Baccanali non "godessero di buona stampa" soprattutto tra i "ben pensanti". Probabilmente il grado di popolarità medio è ben espresso dal commediografo Plauto. Nelle sue commedie li deride per la loro carica di volgarità, per il chiasso, l’invasamento, e per l’ostilità verso gli estranei.
Pressoché identica la valutazione del console Postumio nel discorso, riportato da Livio, con cui comunica al popolo le decisioni senatorie.
Il tono della narrazione è, oserei dire, di stile giornalistico: allarmistico quanto basta ma, nello stesso tempo, contraddittorio. Che fine ha fatto la segretezza di cui Livio ha tinto i Baccanali? Dove è finita la segreta "perduellio"?
Livio attribuisce a Postumio queste parole: "...voi sapete non solo per sentito dire, ma per lo strepito e per gli ululati notturni che risuonano per tutta la città, che ci sono i Baccanali: da un pezzo in tutta l’Italia e ora anche a Roma in molti luoghi; peraltro non sapete di cosa si tratti: e alcuni credono che sia una religione, altri un gioco o uno scherzo permesso".
Il fatto è che i Baccanali erano un segreto "di Pulcinella": Postumio era perfettamente consapevole del fatto che stava parlando ad una nuova maggioranza di persone che - magari senza reagire - guardava con fastidio al rumore dei Baccanali.
Questa maggioranza accoglieva con favore la decisione del Senato di "scoprire" la congiura.
Ipotesi - questa - confermata autorevolmente dalla testimonianza di Marone riportata da Sant’Agostino nel suo "De civitate Dei" (6, 9): l’erudito avrebbe dichiarato che: "I Baccanali vengono celebrati con tale follia, che non si possono compiere cose simili se non da menti turbate. Ma esse in un secondo tempo dispiacquero ad un senato più sano di mente (sanior) che comandò di abolirle."
E avrebbe aggiunto: "dopo molti anni il senato arrossì della loro furiosa scelleratezza, sicché proibì di celebrarli in Roma".
I passi di Varrone e di Livio in pratica ci dicono che nell’ultimo scorcio dell’età repubblicana, la repressione dei Baccanali venne decisa dalla "nuova" maggioranza che si era creata in senato, maggioranza che era considerata "sana".
Questa considerazione ci porta alla conclusione che:
- per molti anni le associazioni bacchiche erano state tollerate e che
- nella decisione di abolirle si deve vedere l’espressione di una differente scelta politica.
Ma è arrivato il momento di sciogliere il dilemma di chi stesse dietro l’affare dei Baccanali.
Non a caso abbiamo parlato di una scelta politica. E non v’è dubbio che la nuova tendenza politica, (espressa nella volontà di creare nuovi strumenti repressivi e autoritativi) ebbe come ispiratore Catone il Censore che potrebbe essere considerato il padre spirituale di una tendenza dichiaratamente di tipo "reazionario". Quindi, a nostro avviso da Catone discendeva la volontà di reprimere ogni manifestazione religiosa sulla base di una astratta, quanto potenziale e forse pretestuosa valutazione di "pericolosità" (28).
Dobbiamo anche dire, onestamente, che la prova di questa asserzione è testualmente inesistente e risiede piuttosto nell’analisi storica generale del periodo in cui si svolsero i fatti analizzati.
Infatti teniamo conto che la politica perseguita da Roma fino alle guerre puniche era una politica di tipo imperialistico, ma comunque appoggiata:
- dalla nobiltà senatoria (composta da antiche famiglie patrizie e plebee, la cui ricchezza era soprattutto terriera); questa di fatto deteneva il potere politico perché esercitavano il "cursus honorum" e cioè le magistrature;
- dalla classe equestre (cioè il ceto del nuovo capitalismo formato da soggetti di imprese che avevano collegato le proprie fortune alla politica espansionistica a danno di altre potenze mediterranee: vale a dire Cartagine, Grecia, Macedonia ed assira).
CATONE IL CENSORE E PUBLIO CORNELIO SCIPIONE L'AFRICANO
Questa politica perseguita dai dirigenti romani - di fatto - era basata sulla comunanza di interessi di due gruppi (quello della vecchia e della nuova aristocrazia).
All’interno del blocco dirigente, esteriormente compatto, non mancavano però motivi di attrito sia politici che culturali; il che portava alla messa in campo di forze antagoniste.
L’affaire dei Baccanali va giusto ad inserirsi in uno di questi conflitti nei quali le fazioni sono rappresentate da figure contrapposte emblematiche: Catone il Censore e la "gens" degli Scipioni.
Publio Cornelio Scipione detto "l’Africano", e il fratello Lucio, erano stati, i protagonisti della seconda guerra punica. In particolare Publio, dopo la vittoria di Zama, era divenuto un soggetto dall’individualismo esasperato che in qualche modo sfuggiva ai vecchi schemi. Peraltro il più famoso degli Scipioni era imbevuto di cultura greca (oggi si definirebbe un progressista).
Esattamente al vertice opposto, Marco Porcio Catone (il conservatore), era il campione della tradizione, schierato contro le manifestazioni estreme della società nuova: per quanto esercitasse il commercio (tramite prestanome) ufficialmente esecrava il lusso e la Grecia, patria di tutte le possibili forme di corruzione.
Nel 187 a.C., Catone riuscì a liberarsi degli Scipioni e della loro "grecomania"; Eletto censore, aveva dato vita ad un programma di moralizzazione pubblica e privata (oggi diremo "questione morale" o "mani pulite"). Agli occhi di Catone i Baccanali, per giunta greci di origine, erano il meglio della "corruzione". A partire dal 186 a.C. divenne difficile sottrarsi alla rivalità maniacale di Catone.
Catone era imbattibile quando si trattava di lanciare il sasso e nascondere la mano. Anche in questo caso, infatti, le prove dell’esercizio di una regia da parte sua sono labili almeno quanto suggestive: sappiamo che Catone scrisse l’orazione "De coniuratione", (e, guarda caso, i Baccanali furono considerati appunto una "coniuratio"): ma di quest’opera conosciamo solo il titolo e poco più.
Esiste un indizio maggiormente probante, valido ai fini di determinare quale fosse la posizione di Catone: un estensore del "Senatusconsultum de bacchanalibus" fu L. Valerius, identificabile con Lucio Valerio Flacco, amico e collega di Catone nell’esercizio della magistratura.
Tornando alla questione "baccanali" possiamo senz’altro ritenere (mancano le prove concrete inoppugnabili), sulla sola base di una valutazione della ideologia politica catoniana che:
- la Grecia non fu il vero motivo della repressione, né lo fu la follia dionisiaca;
- il vero pericolo, per il conservatorismo della classe senatoriale, stava proprio nella aggregazione di masse di disadattati (comprese donne e schiavi) ed era questo che poteva diffondere allarme e agitazione sociale.
In altre parole la soppressione dei Baccanali non fu determinata certo dalla loro origine straniera (infatti gli adepti del culto di Cibele, non subirono restrizioni o persecuzioni di sorta sebbene i riti dei suoi sacerdoti non fossero né meno "selvaggi" né meno scandalosi di quelli di Bacco).
La vicenda dell’antagonismo di Catone e degli Scipioni sembra una spiegazione valida della differenza di trattamento tenendo presente che, allontanato P. Cornelio Scipione (29), il culto bacchico non venne poi soppresso: il senato non aveva alcuna intenzione di eliminare il fondamento stesso del culto che consisteva nella volontà del dio di essere venerato a modo suo.
Si continuò così a venerare Bacco anche dopo che erano state sciolte le associazioni private del suo culto, ma, stavolta, sotto il controllo di sacerdoti ufficiali.
In questa maniera si evitò di coinvolgere la divinità nella repressione dei suoi seguaci, mentre si integrava la massa degli iniziati in un culto "addomesticato". Così le celebrazioni Bacchiche proseguirono a Roma e in Italia anche dopo il 186 a.C. (come dimostra l’iconografia e le fonti letterarie di età repubblicana).
Peraltro, durante l’età di Cesare, il culto bacchico visse addirittura una seconda giovinezza.
Nel II secolo, infatti, esistette un vero e proprio collegio di iniziati e, in una lista di Muscolo (in pieno Lazio), è stato trovato un elenco di cinquecento nomi di adepti, schiavi e liberti.
Esistono, peraltro, numerose rappresentazioni su sarcofagi e affreschi (ancor oggi sonno celebri gli affreschi della cosiddetta "Villa dei misteri" di Pompei), caratterizzati da simboli dionisiaci.
Quella del 186 a.C. fu esclusivamente un’operazione politica.

APPENDICE 1: BACCO, BACCANTI, EVOHÉ

Bacco
Il Termine Bacco è Greco (Bakcos), corrisponde al latino Bacchus.
Quasi a conferma della sue origini asiatiche, la parola nasce dal sanscrito "bag", "bhaga" = dio. Questi termini in greco corrispondono a "baca" e "bakca" = festa religiosa (in sanscrito "vakh", armeno "vakhel", irlandese "bogh-aim" tutte con lo stesso significato). Da notare che in greco esista anche il verbo "bakceuw" (= agito violentemente) cui corrisponde il gaelico "bakh" = ebbro, irlandese "bakh-aim" = ubriacare.
Per altri il termine deriverebbe da radici che significano strepitare, vociare: come il sanscrito "bukk" = gridare, l’armeno "buka'" = che grida.
Dioniso fa parte delle divinità olimpiche della Mitologia greca: era figlio di Zeus e di Selene, dio del vino e dell’ebrezza.
Nelle più antiche leggende e nei culti arcaici spesso si parla di un androgino dalla testa di toro, detto "Bacco Taurocefalo" (30).
Nel medioevo troviamo una sopravvivenza del Bacco Taurocefalo nella raffigurazione di "Bacco acheronteo" o "Satana taurocefalo" che sarebbe stato venerato dalle streghe nei loro Sabba: si tratterebbe, in effetti del "Baphomet" della cui venerazione vennero accusati i templari.
La veste di Bacco, dei suoi sacerdoti e dei suoi seguaci era costituita da una pelle di cerbiatto detta Nèbride (dal greco "Nhbros" = cerbiatto).

Le Baccanti
Secondo Schuré erano eredi delle sacerdotesse druidiche, adoratrici della triplice Ecate, evocatrici di Bacco ipogeo, androgino dalla testa di toro.
Si trattava di figure muliebri che facevano parte dei cortei e dei riti bacchici. Ebbre, venivano invasate dal Dio che se ne serviva per atti osceni. Durante i cortei, ben presto divenuti riti fallici, esse avanzavano al grido di Evohé.

Evohè
Era il grido delle baccanti.
I nostri insegnanti di greco ci dicevano che questa parola non aveva traduzione.
Innanzi tutto, sotto l’aspetto esoterico, Schuré (ne "I grandi iniziati") gli attribuisce la portata di grido sacro degli iniziati.
Sotto l’aspetto esoterico e steganografico mi sembra corrispondere all’acronimo ebraico "Jod-He-Vau-He" ebraico dove:
- Jod (= Simbolo di Dio/Osiride) indicava la divinità;
- He-Vau-He l'eterno femminino e la triade cosmogonica (ogni lettera corrispondeva, in altri termini ad un ordine delle scienze; le arti del Jod, sia in Mosè che in Orfeo, erano riservate agli iniziati del primo grado sempreché cercassero di mobilitare l'interesse del popolo attraverso la poesia, le arti ed i simboli viventi di tali scienze: per questo l'evohè era il grido sacro delle cerimonie dionisiache alle quali, oltre agli iniziati, erano ammessi anche i semplici aspiranti ai Misteri Minori);
- In quanto tale era derivato dal Libro dei Morti: Osiride dice "io sono chi sono" che, nell’edizione greca della Bibbia (quella dei LXX), diviene "egw eimi o wn" (io sono colui che è);
Infatti, a mio avviso, il Greco "euoi" è un anagramma di "ieou"; esso, a sua volta è l'acronimo di:
- - i = egli
- - e = è
- - o = colui che
- - u = è [triplice come le tre gambe della U: uno e trino]
Analogamente, in rapporto con l'ebraico IHVH (= Geova) diviene l'acronimo di:
- "Iod" = I = egli
- "He" = E = è
- "Vau" = V = colui che
- "He" = E = è
Sia in egizio che in Ebraico, che in Greco tutti questi acronimi esprimono il mistero dell'unità e trinità di Dio.

APPENDICE 2: IL SENATUS CONSULTUM DE BACANALIBUS DEL 186 a.C.

Il testo originale della tavola:
Q MARCIUS L F S POSTUMIUS L F COS SENATUM CONSOLUERUNTT N OCTB APUD AEDEM
DUELONAI SC ARF M CLAUDI M F L VALERI P F Q MINUCI C F DE BACANALIBUS QUEI FOEDERATE
ESENT ITA EXDEICENDUM CENSUERE NEIQUIS EORUM SACANAL HABUISE VELET SEI QUES
ESENT QUEI SIBEI DEICERENT NECESUS ESE BACANAL HABERE EEIS UTEI AD PR URBANUM
ROMAN VENIRENT DEQUE EEIS REBUS UBEI EORUM VTR A AUDITA ESENT UTEI SENATUS
NOSTER DECENERET DUM NE MINUS SENATORIBUS CADESENT A RES COSOLETUR BACAS VIR NEQUIS ADIESE VELET CEIVIS ROMANUS NEVE NOMINUS LATINI NEVE SOCIUM
QUISQUAM NISEI PR URBANUM ADIESENT ISQUE DESENATOUS SENTENTIAD DUM NE
MINUS SENATORIBUS CADESENT QUOM EA RES COSOLERETUR IOUSISENT CENSUERE
SACERDOS NEQUIS VIR ESET MAGISTER NEQUE MELIER QUISQUAM ESET NEVE PECUNIAM QUISQUAM EORUM COMOINEMHABUISE VELET NEVE MAGISTRATUR NEVE PRO MAGISTRATUO
NEQUE VIRUM NEQUE MULIEREM QUIQUAM FECISSE VELET
NEVE POST HAC INTER SED CONIOURA SE NEVE COMVOVISE NEVE CONSPONDISB
NEVE COMPROMESISE VELET NEVE QUISQUAM FIDEM INTER SED DEDISE VELET SACRA IN DOVOLTOD NE QUISQUAM FECISSE VELEI NEVE IN POPLICOD NEVE IN PREIVATOD NEVE EXTRAD URBEM SACRA QUISQUAM FECISE VELET NISEI
PR URBANUM ADIESET ISQUE DE SENATUOS SENTENTIAD DUM NE MINUS SENATORIBUS CADESENT QUOM EA RES COSOLERETUR IOUSISET CENSUERE HOMINES PLOUS V OINVORSEI VIREI ATQUE MULIERES SACRA NE QUISQUAM FECISE VELET NEVE INTER IBEI VIREI PLOUS DUOBUS MULIERIBUS PLOUS TRIBUS
ARFUISE VELENT NISEI DE PR URBANI SENATUOSQUE SENTENTIAD UTEI SUPRAD SCRIPUTUM EST HAICE UTEI IN CONVENTIONID EXDEICATIS NE MINUS TRINUM NOUNDINUM SENATUOSQUE SENTENTIAM UTEI SCIENTES ESETIS EORUM SENTENTIA ITA FUIT SEI QUES ESENT QUEI AVORSUM EAD FECISENT QUAM SUPRAD
SCRIPTUM EST ESIS REM CAPUTALEM FACIUNDAM CENSUERE ATQUE UTEI HOCE IN TABOLAM AHENAM INCEDERETIS ITA SENATUS AIQUOM CENSUIT UTEIQUE EAM FIGIER IOUBEATIS UBI FACILUMED GNOSCIER POTISIT ATQUE UTEI EA BACANALIA SEI QUA SUNT EXATRAD QUAM SEI QUID IBEI SACRI EST
ITA UTEI SUPRAD SCRIPTUM EST IN DIEBUS X QUIBUS VOBEIS TABELAI DATAI ERUNT FACIATIS UTEI DISMOTA SIEN IN AGRO TEURANO (31)

Traduzione:
Quinto Marzio (figlio di Lucio) e Spurio Postumio (figlio di Lucio) consoli, il 7 ottobre, hanno consultato il Senato nel tempio di Bellona.
Hanno assistito, alla redazione (del senatoconsulto) Marco Claudio (figlio di Marco), Lucio Valerio (figlio di Publio), Quinto Minucio (figlio di Caio).
Hanno ritenuto opportuno di ordinare agli alleati quanto segue riguardo ai baccanali.
Nessuno di loro voglia avere un baccanale. Se vi sono di quelli che dicono che per loro è necessario avere un baccanale, vengano a Roma dal Pretore urbano e, una volta ascoltate le loro parole, decida, intorno a queste cose, il nostro Senato, purché mentre si discute di ciò siano presenti non meno di cento senatori.
Nessun uomo, cittadino romano o latino, né alcun alleato voglia accostarsi alle Baccanti se non andrà dal Pretore urbano il quale delibererà secondo la sentenza del Senato, purché siano presenti non meno di cento senatori, mentre si discute di ciò. (Hanno decretato)
Nessun uomo sia sacerdote. Nessun uomo né donna sia capo dei sacrifici. Né alcuno di loro voglia avere in comune denaro e nessuno voglia nominare uomo o donna magistrato.
Né oltre a ciò, vogliano vincolarsi con giuramento, voto, promessa o obblighi né vogliano promettersi aiuto reciproco.
Nessuno voglia celebrare riti sacri in segreto; nessuno voglia celebrare riti sacri in pubblico o in privato, né fuori la città se non andrà dal Pretore urbano il quale delibererà secondo la sentenza del Senato, purché mentre si discute di ciò siano presenti cento senatori. (Hanno decretato)
Nessuno voglia celebrare riti sacri ai quali assistano più di cinque persone, due maschi e tre femmine, se non dietro deliberazioni del Pretore urbano e del Senato, come é stato scritto sopra.
Il Senato, ha ritenuto opportuno che annunziate queste cose in assemblea nel termine di ventiquattro giorni, che siate a conoscenza della sua deliberazione: se vi saranno di quelli che agiranno in modo contrario a quanto è stato scritto sopra, è stata decretata per loro la pena di morte, che incidiate ciò su una tavola di bronzo da far affiggere dove possa essere facilmente conosciuta e che così come è stato scritto, nel termine di dieci giorni, da quando vi avrà consegnata la lettera, siano distrutti nell'agro Teurano i Baccanali, se ve ne è alcuno, eccetto il caso in cui vi sia qualcosa di sacro.

(Tradotta dal Prof. Puccio Giuseppe il 9 novembre 1969
a cura del comune di Tiriolo)

Note:
1. Ad esempio, il Granelli.
2. In una parola le religioni dei popoli del "libro".
3. Oggi li definiremmo "Sette" o "consorterie".
4. Si tratta del cosiddetto "mistero esoterico": l’iniziato che ricevesse l’illuminazione non potrebbe rivelarlo neppure se trovasse le parole per farlo. Questo ci spiega la necessità di fare ricorso al simbolo per richiamare alla mente dell’interlocutore una immagine per rendere un concetto indefinibile. Siamo, in altri termini, nel campo tipico del metalinguaggio ovvero della steganografia.
5. Oltre ai culti ufficiali divinità intestatari di cuti misterici più importanti furono Dioniso, Orfeo, Demetra e Kore (in Grecia), Iside (in Egitto) Cibele e la Grande Madre (in Asia Minore), Mitra (in Persia, nell’attuale Iran).
6. Hera, a conoscenza delle tresca amorosa di Zeus e Semele, convinse quest’ultima a far sì che Zeus le si mostrasse in tutta la sua divina maestà. Semele ne rimase arsa ma il figlio nascituro si salvò e Zeus dovette provvedere al completamento della gestazione prestando la propria coscia a mo’ di utero.
7. I suoi cultori somigliavano un po’ ai cultori di Mevlana della danza vorticosa.
8. Durante lo scavo delle fondamenta del palazzo omonimo. Il principe Cigala, si rese immediatamente conto dell’importanza del reperto ed inviò la tavola a Vienna perché i filologi d’oltre Alpe la decifrassero. Gli studiosi compresero che si trattava del Senatusconsultum del 186 a.C., che proibiva i Baccanali.
Il testo latino, con espressioni arcaicizzanti riflette il linguaggio giuridico tipico del senato romano dell’epoca. Dopo i nomi dei due consoli in carica e quelli degli altri magistrati che hanno redassero il testo, viene imposto "...ai Romani e agli alleati di non celebrare i Baccanali".
"Nessuno, uomo o donna che sia potrà essere capo o sacerdote dei Baccanali, nessuno dovrà essere seguace dell’associazione; è proibito unirsi e legarsi con giuramento, raccogliere denaro, promettersi aiuto reciproco. È vietato altresì celebrare i riti sacri in pubblico, in privato e in segreto; soltanto il pretore urbano, dopo essersi consultato e avere ottenuto l’assenso del Senato, potrà concedere a non più di cinque persone il permesso di celebrare un Baccanale. Per coloro che contravverranno a tali disposizioni è comminata la pena di morte. Il provvedimento si conclude con l’ordine di scolpire su tavole di bronzo la decisione del Senato e di diffonderla nei luoghi ove più facilmente potrà essere conosciuta. Entro dieci giorni dalla consegna della tavola, tutti i luoghi dove si tenevano i Baccanali, a meno che non contengano altari o statue sacre, dovranno essere demoliti."
Questo testo ha destato numerose perplessità. In esso infatti sono state notate alcune irregolarità: all’inizio manca la formula consueta relativa all’introduzione dell’argomento da parte dei consoli, che invitano l’assemblea a deliberare. Questa formula, che si trova negli altri senatoconsulti tramandati nel II secolo a.C., non poteva mancare anche in questo. Anche l’utilizzo di altre formule abbreviate non sembra in linea con le caratteristiche di editti pubblici analoghi. Qual è la spiegazione? Molto probabilmente l’iscrizione non contiene il testo originale del Senatusconsultum, ma un suo adattamento, e cioè la lettera che i consoli inviarono alle comunità italiche alleate per comunicare loro le decisioni prese dal senato Romano in merito alla repressione dei Baccanali nei territori non sottoposti a Roma, e per dare alle autorità locali le direttive tendenti a ottenerne l’applicazione.
Abbiamo detto che la copia a noi giunta proviene da Tiriolo, in Calabria; in effetti, il luogo di destinazione è aggiunto al termine del testo, in caratteri più grandi, che indicano un’altra mano (IN AGRO TEURANO, "nel territorio dei Teurani"). Ciò significa, con ogni certezza, che la lettera dei consoli era una circolare che doveva essere inviata a tutte le comunità alleate; in un secondo tempo, alla copia è stata aggiunta l’indicazione del luogo (il contenuto era uguale per tutte le copie).
L’originale delle tavola è attualmente conservato a Vienna, ma dal 1969 una copia è presente anche a Tiriolo.
9. Ab urbe condita, XXXIX, 8.2-8 cit.
10. O Jus populicum: era essenzialmente il diritto che atteneva alla "organizzazione politica e religiosa della civitas" (Guarino).
11. Un esempio di applicazione di legge del taglione (talio): "Ubi membrum rupsit, ni cum eo pacit, talio esto".
12. Anche se una "perduellio" esisteva anche in periodo regio, era rimesso alla cognizione di due magistrati straordinari: i "duoviri perduellionis".
13. Non deve trarre in inganno, a questo proposito l’atteggiamento nei confronti dei Cristiani. In primo luogo essi vennero confusi, durante la dinastia Giulio Claudia con gli ebrei. Erano questi i sediziosi contro cui operò Claudio Nerone la propria persecuzione indipendentemente dalle storia romanzate e dall’agiografia di parte. Da Domiziano in poi l’ambiente era stato inquinato da Giuliano cosiddetto Apostata e comunque i cristiani non vennero perseguitati per la propria religione ma unicamente perché rifiutavano sistematicamente il giuramento alla persona dell’Imperatore.
14. Sia Kubala che Kubaba sono attestate dalla presenza di statue nel Museo di Ankara.
15. Come si evince da Livio ("Ab urbe condita", XIX, 15), Ovidio ("Fasti", IV, 259), Varrone ("De lingua latina", VI, 15).
16. La tradizione della venerazione delle pietre proveniva direttamente dalle culture megalitiche: le pietre, in altre parole aveano un particolare significato, non solo strumentale, per l'uomo preistorico.
La pietra di Pessinunte del resto non era l’unico caso noto; ricordiamo altre famose pietre come quella ricordata nella Bibbia è scritto "E Giosuè scrisse queste parole nel libro della legge di Jahveh e, presa poi una grande pietra, la eresse ivi [un menhir o un altare che significava alleanza] sotto il terebinto che era sotto il santuario del Signore". Per parte loro i greci veneravano l'onfalos, pietra di forma conico-arrotondata, posta nel tempio di Apollo a Delfi che ritenevano contrassegnasse il punto centrale o, meglio, l'ombelico del mondo. Nella cultura celtica era nota la Pietra di Faal; Ma ricordiamo ancora la Kaaba, i Monumenti ed i Circoli megalitici e, infine i Ciottoli aziliani. Si veda Barbiero, La Bibbia senza segreti, parte I, Abramo; F. Hitching, Magia della terra.
17. Per il Virgilio della Eneide lo stesso Enea va alla ricerca delle Terra della Grande Madre e, guarda caso, approda nel Lazio, cioè al confine dell’Etruria.
18. Veniva rappresentata con una corona turrita, che richiamava le mura dell’urbe e ne enfatizzava il rapporto con la città.
19. Si veda il mio articolo su Giano Bifronte, pubblicato in acam.it dove ho dimostrato che miti come quelli di Giano, Bacco, Iacco provenivano dall’India pre-Vedica ed avevano seguito la strada della vite (Bacco-Iacco), contrariamente a quelli che erano divenuti miti celtico-germanici che avevano seguito la strada della Birra.
20. Adoratori di un asino e mangiatori di bambini.
21. Accusati di eresia e di comportamenti contro natura (...)
22. Ne tratterò in un prossimo articolo.
23. Ab Urbe condita, XXIX, 9-12.
24. Provocatio è l’atto di accusa criminale.
25. Cioè fuori dalle mura di Roma.
26. Contemporaneamente gli interpreti dei libri Sibillini erano stati portati dal numero di due a quello di dieci: di fatto questi oracoli erano stati resi accessibili anche ai plebei. Queste vittorie politiche avrebbero favorito anche la naturalizzazione di molte divinità d’importazione, come la triade di Cerere, Libero e Libera.
27. Ma dobbiamo spiegarci: nella fase della repressione dei Baccanali, Roma si trovava nella fase di passaggio, giuridicamente parlando, dalla sfera del fas a quella del jus (Guarino, Pugliese), fase nella quale al sistema della vendetta privata andava sostituendosi il sistema della Jurisdictio del Praetor e la messa in stato di accusa mediante il sistema della provocatio.
28. Del Resto Catone esprimeva un atteggiamento politico coerente; non possiamo certo dimenticare il suo famosissimo "delenda Carthago".
29. Isolatosi volontariamente a Liternum, sulle sponde del lago che oggi si chiama "di Patria", nel napoletano.
30. Viene menzionato nel XXIX inno orfico. Secondo Schuré (I grandi iniziati) il Bacco Taurocefalo, di origine popolare, non ha nulla a che vedere col Bacco della tradizione Orfica dove la divinità si trasfigura per rappresentare il Dioniso celeste, simbolo dello spirito divino.
31. Da Signainferre.it

Bibliografia essenziale

Tra le numerose pubblicazioni sui culti misterici, si consigliano:

- Arangio-Ruiz, "Istituzioni di diritto Romano", Roma, 1959
- Paolo Brezzi, "L’impero romano e il Cristianesimo - dalle origini alla metà del V sec.", in "Guida allo studio della civiltà romana antica" di Vincenzo Ussai e Francesco Arnaldi, Napoli, vol. II, 1959
- Bruhl A., "Liber Pater. Origine et expansion du culte dionysiaque à Rome et dans le monde romain", De Boccard, Parigi 1953
- Burkert W., "Antichi culti misterici", Laterza, Bari 1991
- De Marini Avonzo F., "Il senato romano nella repressione penale", editore, Torino 1977
- Farioli M., "Le religioni misteriche", Xenia, Milano 1998
- Giulio Giannelli, "Storia di Roma dalle origini alla morte di Cesare", in "Guida allo studio della civiltà romana antica" di Vincenzo Ussai e Francesco Arnaldi, Napoli, vol. II, 1959
- Antonio Guarino, "Il diritto romano - Caratteri e fonti", in "Guida allo studio della civiltà romana antica" di Vincenzo Ussai e Francesco Arnaldi, Napoli, vol. II, 1959
- Paul Johnson, "Storia degli ebrei", Milano, 1992
- Tito Livio, "Ab urbe condita", Milano
- Giovanni Pugliese, "Diritto criminale romano", in "Guida allo studio della civiltà romana antica" di Vincenzo Ussai e Francesco Arnaldi, Napoli, vol. II, 1959
- Mario Rorelli, "Storia degli Etruschi", Bergamo, 1981
- Nicola Turchi, "Il paganesimo", in "Guida allo studio della civiltà romana antica" di Vincenzo Ussai e Francesco Arnaldi, vol. I, Napoli, 1959
- Francesco Arnaldi, "Letteratura dalle origini alla morte di Augusto", in "Guida allo studio della civiltà romana antica" di Vincenzo Ussai e Francesco Arnaldi, vol. I, Napoli, 1959

Riferimenti da Internet:
- Alessandro Coscia, "Baccanali: La repressione di un culto religioso nella Roma antica", acam.it
- Zoia A., "Il Senatus Consultum de Bachanalibus", in Zetesis, 2, 2001

stelical2003@yahoo.it


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