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ARCANI ENIGMI...

 
UN GIALLO DELLA STORIA: IL MISTERO DEI BACCANALI
NELLA ROMA DEL II° SECOLO a.C.

di Stelio Calabresi
per Edicolaweb

 
    parti precedenti:

IL QUADRO STORICO DI RIFERIMENTO »
RELIGIONI MISTERICHE: IL CULTO DI DIONISO-BACCO ED I BACCANALI »
L’AFFAIRE BACCANALI »
IL CASO DEL CULTO DELLA MAGNA MATER »
I CULTI MISTERICI E L'IMPATTO SOCIALE »
I RITI BACCHICI ED IL SENSO MORALE ROMANO »

LA SCOPERTA DELLA MACCHINAZIONE
Ma ci domandiamo ancora: come venne scoperta quella che lo storico definisce una "congiura", ossia una "macchinazione"?
Come si è talora scritto la narrazione liviana adesso assume i tratti del "dramma borghese", o della "commedia".
Racconta Livio (23) che due giovani amanti, P. Ebuzio e la liberta Ispala Fecennia, cercarono di plagiare il patrigno di Ebuzio, a sua volta desideroso di acquistare l’eredità del figlioccio, mediante l’iniziazione ai riti bacchici, con la complicità di Deuronia, anziana e saggia zia di Ebuzio.
Ma, ad un certo punto, Deuronia interessò del fatto il console Postumio e gli fece ascoltare le rivelazioni di Ispala sui baccanali.
Noi oggi chiameremmo "characters" (caratteristi) i protagonisti del dramma: Ebuzio ed Ispala sono i delatori e il patrigno è il "cattivo" di turno. Su di lui, "civis romanus", ricadde la responsabilità di aver dato accoglimento a riti stranieri.
La storia, romanzata, non è verificabile in mancanza di altri documenti di paragone. Tuttavia il velame della favola nasconde numerosi indizi e lo scopo perseguito da Livio appare quello di conferire un qualche contenuto ideale all’indagine del console Postumio.
La narrazione della storia di Ebuzio ed Ispala, consente allo storico la possibilità di conferire un tono drammatico alla seduta senatoria della "provocatio" (24) che ne seguì ed ai provvedimenti che ne scaturirono.
La drammaticità deriva automaticamente dal clima di eccezionalità e di emergenza propri della "scoperta" e della improbabile volontà di una cortigiana (cioè una "prostituta") di rivelare alla classe dirigente romana il livello di diffusione delle esperienze sovversive.
La rivelazione veniva peraltro fatta ad un’opinione pubblica che non ne era affatto ignara dal momento che perfino Plauto fa frequenti riferimenti ai Baccanali nelle commedie anteriori al 186 a.C.
Se ne deve desumere che, molto probabilmente, non fu né "congiura", né "scoperta".
Forse resta valido il clima di allarme sociale che dovette attrarre l’attenzione del magistrato romano il quale non potette far finta di niente.
Allora credo sia lecito dedurne che la versione rielaborata da Livio fu una vera e propria invenzione letteraria - fabbricata ad hoc a cose compiute - forse allo scopo di coprire il vero motivo della repressione, con un ben architettato intento moralistico. Nella peggiore delle ipotesi si trattò di una vera e propria "rielaborazione" dei fatti nell’ottica della "istituzionalità", propria del romano di età augustea.
Quali furono le conseguenze per i "collaboratori di giustizia ante litteram"?
I delatori Ebuzio e Fecennia (sempreché questi fossero i loro nomi reali) ricevettero i loro trenta denari sotto forma di premio di centomila assi di bronzo a testa; a Fecennia, inoltre, furono concessi diritti civili che, di solito, non rientravano nello status di una liberta, oltre alla protezione del senato.
A ben vedere, questi sono dettagli che fanno parte di una "dietrologia" e finiscono per accrescere il sospetto di una versione creata ad arte. I cosiddetti "testimoni" ci sembrano tanto degli "infiltrati" o "agenti provocatori" tesi, questa, che sembra trovare altrimenti conferma.
Tanto per cominciare, i nomi degli indiziati si rivelano corrispondere a persone appartenenti a famiglie romane vissute proprio nel periodo di riferimento.
In secondo luogo coloro che introdussero il culto dionisiaco - e ne curarono l’organizzazione - sono scelti attentamente tra soggetti di origine osco-campana. Campana era la sacerdotessa Paculla Annia e campani erano i suoi figli Minio e Erennio Cerrino.
Di origine campana è la delatrice Fecennia (mentre, nell’introduzione, Livio ha parlato di un indovino greco).
A me pare chiaro che Livio, il quale scriveva più di due secoli dopo gli eventi cui si riferiva, fu agevolato proprio dall’incertezza delle fonti (già ai suoi tempi!) nel dirottare le accuse verso gruppi ben individuati.
Proviamo a ragionare con gli elementi che abbiamo a disposizione; essenzialmente i nomi.
Pacullia è un nome decisamente improbabile e potrebbe non essere mai esistita; però possono essere rintracciati certi nomi a lei legati.
Infatti improvvisamente Livio salta su e afferma: "era chiaro (constabat esse) - che - i capi della congiura erano Marco Atinio della plebe romana, il falisco Lucio Opicernio e il campano Mino Cerrino: da costoro ebbero origine i delitti e le empietà, costoro erano i sommi sacerdoti e gli iniziatori del culto".
Dal mito Livio passa alla citazione di nomi reali, ben precisi.
Chi erano costoro?

  • I Cerrini erano un gruppo gentilizio osco, citato di frequente nelle iscrizioni pompeiane.
  • Il nome Atinio è collegabile alla famiglia degli Atinii, famiglia plebea nota per essere collegata a una tradizione di rinnovamento religioso.
  • D’altra parte gli Atinii, sono anch’essi riconducibili all’ambiente osco-campano: un edile Maras Atinis figura su una iscrizione bacchica, a Pompei, più o meno dell’epoca della "congiura" dei Baccanali.
In pratica Livio si muove in un ambiente plebeo e precisamente nell’ambito di una plebe abbiente che risiedeva nella capitale.
Questa classe era formata da grandi commercianti (negotiatores), che provenivano dalla Magna Grecia ed a Roma erano concentrati, appunto, nell’area dell’Aventino.
Nel IV sec. l’Aventino era un’area topografica extra pomerio nella quale tradizionalmente risiedevano quelle gentes "straniere" delle quali si accoglievano i culti.
Forse non è un caso che sull’Aventino risiedesse l’altra protagonista dell’affaire: Ebuzia, la zia del delatore.
Sembra quindi probabile che proprio in quest’area (25), nella quale si affollavano elementi di origine etnica e di strati sociali differenti, il culto bacchico, abbia attecchito e proliferato a Roma.
Sarà utile ricordare che l’"aristocrazia plebea" (ci si perdoni il bisticcio) non era nuova a scalate del potere politico e religioso; a partire dal 367 a.C. (cioè dalla approvazione delle leges Liciniae Sextiae), il controllo delle cariche religiose era stato per così dire "democraticizzato" ed esteso ad elementi della plebe (26).
Ma negli anni della repressione dei Baccanali, il processo di democratizzazione - che sembrava inarrestabile - subì una battuta d’arresto quando il ceto dei "negotiatores" (vale a dire degli "homines novi") venne estromesso dal potere politico. Negli anni di passaggio dal III al II sec. (vale a dire tra il 218 e il 179 a.C.) gli homines novi si videro precluso l’accesso alle magistrature con la conseguente estromissione dal "cursus honorum".
Per una sorta di "questione morale" ante litteram, un plebiscito del 218 a.C. impediva l’accesso al senato a chi possedesse un censo tale da poter armare una nave da trecento anfore: questo divieto equivaleva ad escludere dal senato proprio il ricco censo dei "negotiatores".
Quegli anni, di fatto, segnano contemporaneamente una rivoluzione bianca ed una controrivoluzione aristocratica che tentava di recuperare potere emarginando le nuove forze economiche.
Naturalmente gli Aventiniani reagirono al sopruso, dando vita a tutta una serie di associazioni politico-religiose autoreferentisi in quanto svincolate dal controllo ufficiale dello Stato. Le élite commerciali, escluse dal potere, esercitarono la propria rivalsa aggregandosi in associazioni "politiche", cioè entrando nei quadri dirigenti del culto bacchico.

Note:
23. Ab Urbe condita, XXIX, 9-12.
24. Provocatio è l’atto di accusa criminale.
25. Cioè fuori dalle mura di Roma.
26. Contemporaneamente gli interpreti dei libri Sibillini erano stati portati dal numero di due a quello di dieci: di fatto questi oracoli erano stati resi accessibili anche ai plebei. Queste vittorie politiche avrebbero favorito anche la naturalizzazione di molte divinità d’importazione, come la triade di Cerere, Libero e Libera.
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