UN GIALLO DELLA STORIA: IL MISTERO DEI BACCANALI
NELLA ROMA DEL II° SECOLO a.C.
di Stelio Calabresi
per Edicolaweb
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IL CASO DEL CULTO DELLA MAGNA MATER
Un esempio concreto è quello che si riferisce al culto di Cibele (la Magna Mater dei latini).
Originaria dell’Asia minore era colà venerata con il nome di Kubala o Kubaba (14) (che i Greci traslitterono con "Kubeles"), questa divinità venne adottata dai Frigi i quali misero in atto riti in onore suo e dello sposo Attis, simile per molti aspetti, a Dioniso tranne che per il fatto di essere stato evirato.
Dopo la Guerra del Peloponneso il culto di Attis e di Cibele passò in Grecia ove si diffuse quando già si era caratterizzato per le caratteristiche cerimonie iniziatiche. Era, a tutti gli effetti, un culto misterico del quale sappiamo, come è ovvio, molto poco.
Ebbene questa religione "misterica" venne introdotta a Roma per una precisa decisione Senatoriale (15). La decisione "politica" di far entrare Cibele a Roma fu adottata durante le campagne di Annibale in Italia.
Annibale era alle porte di Roma e, come accade in questi casi, i romani invocarono i loro santi (nel caso di specie andarono a leggere i Libri ereditati da Numa Pompilio salvati dalla distruzione). Sembra che una profezia dei Libri Sibillini venisse interpretata nel senso che il pericolo si sarebbe allontanato quando "la Madre degli Dei" fosse stata portata a Roma.
Così nell’anno 204 a.C. il senato romano ufficializzò il culto della dea facendo portare a Roma la "pietra nera" di Pessinunte, simbolo di Cibele (16). Per accoglierla venne costruito il tempio sul Palatino. Così, il 6 aprile di quell’anno Cerere approdò sul Tevere (17), accolta dal senato e dalla folla festante.
La spiegazione mitica dei Libri Sibillini, ci spiega chiaramente il vero significato dell’introduzione di questo culto a Roma.
Sotto l’aspetto "politico" i romani avevano necessità di stringere un legame forte con il regno ellenistico, di Pergamo. La "pietra nera" (forse un meteorite) servì magnificamente allo scopo: Cibele venne "romanizzata" e Roma legittimò in maniera propagandistica la propria egemonia nel Mediterraneo.
Questa interpretazione della vicenda, del resto, è confermata - sul piano storico - dai risvolti politici. La pietra nera, in attesa dell’edificazione del previsto tempio sulla via Sacra, venne accolta nel tempio della Vittoria sul Palatino e la collocazione topografica è già di per sé significativa: non a caso quel punto del colle ospitava le memorie più antiche di Roma insieme ai segni dei culti ancestrali di Vesta e dei Penati.
Questa collocazione rispondeva a due diverse esigenze: la prima era quella dell’inserimento di Cibele nel corpo della religione tradizionale (una sorta di rivitalizzazione della leggenda dell’origine troiana di Roma), la seconda rispondeva alla necessità di curare un collegamento con un’aristocrazia contraria a certe avventure. Per realizzare quest’ultimo scopo il culto venne epurato delle caratteristiche potenzialmente sovversive dei culti misterici.
Per la cronaca l’effettiva costruzione del tempio fu commissionata nel 204 a.C. e completata solo nel 191 a.C. quando Roma era alla vigilia dello scontro con Antioco III per l’accesso ai regni ellenistici.
Di fatto, quando Cibele arrivò ad Atene, agli inizi del V secolo a.C., venne interpellato l’oracolo di Delfi, ma anche Atene stava vivendo la guerra del Peloponneso) mentre Roma la guerra Annibalica.
Ad accogliere ed a gestirne il culto venero incaricati Cornelius Scipio Nasica e la matrona Claudia Quinta: due rappresentanti di "gentes" politicamente influenti a Roma (quella degli Scipioni e quella dei Claudii).
Deve in ogni caso rilevarsi che, nonostante l’ufficialità del culto di Cibele a Roma si nutrirono preoccupazioni, data la capacità eversiva dei culti stranieri; preoccupazioni superate con la scelta di gestione diretta del culto di Cibele.
Questa diversa posizione istituzionale spiega la sostanziale diversità di trattamento rispetto al culto di Dioniso.

Note:
14. Sia Kubala che Kubaba sono attestate dalla presenza di statue nel Museo di Ankara.
15. Come si evince da Livio ("Ab urbe condita", XIX, 15), Ovidio ("Fasti", IV, 259), Varrone ("De lingua latina", VI, 15).
16. La tradizione della venerazione delle pietre proveniva direttamente dalle culture megalitiche: le pietre, in altre parole aveano un particolare significato, non solo strumentale, per l'uomo preistorico.
La pietra di Pessinunte del resto non era l’unico caso noto; ricordiamo altre famose pietre come quella ricordata nella Bibbia è scritto "E Giosuè scrisse queste parole nel libro della legge di Jahveh e, presa poi una grande pietra, la eresse ivi [un menhir o un altare che significava alleanza] sotto il terebinto che era sotto il santuario del Signore". Per parte loro i greci veneravano l'onfalos, pietra di forma conico-arrotondata, posta nel tempio di Apollo a Delfi che ritenevano contrassegnasse il punto centrale o, meglio, l'ombelico del mondo. Nella cultura celtica era nota la Pietra di Faal; Ma ricordiamo ancora la Kaaba, i Monumenti ed i Circoli megalitici e, infine i Ciottoli aziliani. Si veda Barbiero, La Bibbia senza segreti, parte I, Abramo; F. Hitching, Magia della terra.
17. Per il Virgilio della Eneide lo stesso Enea va alla ricerca delle Terra della Grande Madre e, guarda caso, approda nel Lazio, cioè al confine dell’Etruria.