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ARCANI ENIGMI...

 
CONSIDERAZIONI SULLA "MAGIA":
LA MAGIA TRA ISIDE E ZOROASTRO

di Stelio Calabresi
per Edicolaweb

 
    parti precedenti:

INTRODUZIONE »
LA TERMINOLOGIA DELLA MAGIA ("SUPERSTIZIONE", "MAGIA", "SCIAMANO") »

DEFINIZIONE DI MAGIA
Mi domando, allora, se sia possibile dare una definizione razionale di "Magia".
Stando all’opinione di Eliphas Levi, sopra riferita, la Magia sarebbe una sopravvivenza (cioè una "superstizione") e, al tempo stesso, la prova che le antiche credenze avrebbero avuto una loro validità in un momento in cui non erano divenute superstizioni.

È difficile dire cosa sia oggi la magia perché a molti dei fenomeni ad essa (la cosiddetta "Magia naturale") riferiti sono stati riconosciuti i crismi della scientificità; la Magia ha sempre vissuto in quella zona grigia (che gli anglosassoni definiscono "twilight zone"), tra la consapevolezza e l'immaginario.
Lo studioso Sir James Frazer (ne "Il Ramo d'oro") ha affermato che la magia si sostanzia in un dominio su forze impersonali, al contrario della religione che comporta la subordinazione a forze sovrumane ma personali.
La scuola sociologica francese identifica la religione con un atteggiamento comunitario di fronte al sacro e, di conseguenza, bolla la magia di atteggiamento antisociale (l’esempio è quello della cosiddetta "magia nera" o "goetia").
In particolare Marcel Hauss ed Henri Hubert ("Ésquisse d'une théorie générale de la magie") vedono nella magia un tentativo di impossessamento virtuale di forze sovrannaturali.
I maghi, per la loro caratteristica di esclusività si costituiscono in una casta chiusa di adepti.
La magia diviene, così, il regno dell’ambiguità: è, al tempo stesso, morale ed immorale; buona e cattiva ecc. (gli stessi Magi soggiacquero, fuori dell’Iran, a tale ambiguità, praticando un cattiva magia).

Si dice comunemente che "Mago" è colui che padroneggia l'uso ed i poteri degli esseri, delle cose, delle idee: in una sorta di simbiosi tra magia e scienza il mago esperimenta di entrambe la più intima natura. Egli, in altri termini, è il "sapiente" la cui conoscenza - diversa da quella scientifica - si estende al di là del mondo spirituale.

Orbene: tutte queste teorie, a causa della loro descrittività. portano alla inevitabile conclusione che una definizione di "magia" risulti impossibile sotto un profilo oggettivo. È un fatto che qualunque tentativo di definirla ha un senso solo in un ambito storico-descrittivo, cioè con riferimento ai vari momenti storici, in relazione a "chi" la pratica, al "dove" viene praticata e soprattutto al "perché".
Questo modo di considerare il problema ha, almeno, il pregio di spiegarci perché i maghi sono stati sempre oggetto di considerazione ma con nomi diversi nel corso del tempo: in Grecia essi furono i Magousaioi; in Iran furono Iâtukân (stregoni); in Persia ed Arabia furono Hashishin e, in generale, furono e sono Sciamani in vari luoghi della terra.
Ebbene, a dispetto di ogni tentativo di classificazione, dobbiamo accettare il fatto che non si tratti di figure diverse. Tutti hanno in comune il presupposto della "iniziazione magica" (fenomeno tipicamente esoterico di trasmissione di conoscenza iniziatica altrimenti inesprimibile) e sono caratterizzati dalla posizione istituzionale che i comunque maghi assumono all’interno del rispettivo gruppo sociale.
Prendiamo ad esempio lo sciamano, del quale possediamo, fuori dai miti, l’unica documentazione esistente.
Lo sciamano si forma durante un periodo di apprendistato nel quale un anziano fornisce le necessarie conoscenze mediche, astrologiche, magiche; la sua consacrazione ha luogo attraverso riti iniziatici (culminanti in una guarigione magica o in una esperienza extracorporea): l’iniziazione segna la nascita di un uomo nuovo (cioè, letteralmente, un "adepto"), purificato, capace di leggere nelle stelle, di parlare il linguaggio segreto della natura, di garantire al clan un contatto col divino, magari con l’ausilio di droghe.
Lo sciamano, in altri termini, garantisce al gruppo sociale una funzione di "medicine-man" ma, soprattutto, una funzione sacerdotale in senso stretto, cioè una intermediazione tra umano e divino attraverso l'estasi (non a caso si sostiene che gli sciamani sia Teurgi specialisti della arcaica tecnica dell'estasi).
In corrispettivo gli viene riconosciuto, nell’ambito del gruppo sociale di appartenenza, un ruolo di assoluto predominio.
È questa, infatti, la posizione che riveste il sacerdote-sciamano nelle società mesopotamiche, egiziane ed israelitiche. Come afferma Serge Sauneron, l’istituzione sacerdotale va ricercata "...nel grande silenzio della preistoria, al tempo in cui il capo tribù, che incarnava in se stesso la forza vitale di tutto il suo clan, interprete della volontà del dio e agente della sua azione, era responsabile della vita materiale dei suoi sudditi, onnipotente riguardo alle forze naturali ch'egli dominava con il suo potere magico illimitato".

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