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HORUS IL ROSSO: IL SEGRETO DI MARTE
di Pier Giorgio Lepori
per Edicolaweb


Trova largo consenso nella scienza l’idea che il pianeta fosse vivo un tempo e che la sua morte abbia tratto origine nello spazio profondo. Un monito per Gaia.
 
 

INTRODUZIONE
Quando gli occhi dell’umanità videro per la prima volta il pianeta Marte, attraverso le immagini ravvicinate delle sonde orbiter come i Mariner e successivamente dei lander come il Viking, la prima impressione provocata fu una profonda delusione nel vedere e constatare che la superficie del corpo celeste era completamente deserta, sterminata nel suo nulla. Gli scienziati del Jet Propulsion Laboratory di Pasadena ebbero la conferma razionale di ciò che avevano sempre sostenuto, le cui implicazioni psicologiche e filosofiche nel genere umano ancor più avrebbero rinforzato una condizione lampante agli occhi di tutti: la stirpe degli uomini e la sua solitudine cosmica sono un assunto di base, e quest’ultima, almeno fino a prova contraria, tutta da confutare. Nel frattempo, il sistema solare confermò il suo essere una landa senza vita dai confini incerti, immerso nel suo silenzio profondo che lo accompagna dai primordi della sua storia quando, ancora solo nube di gas e polveri, iniziava la propria gravitazione e costruzione intorno alla stella madre, il Sole.
Le immagini, considerate di rara bellezza al tempo, confermarono un globo crivellato da proiettili cosmici cometari o meteoritici, del tutto simile, né più né meno, ad altre superfici quali Mercurio o la Luna; i canali di Schiaparelli, che tanto fecero sognare la civiltà di due secoli or sono, altro non erano se non effetti luce-ombra creati da prospettive di visione troppo distanti dalla Terra per poter parlare di un valido dettaglio visivo; le ipotesi di una civiltà abitante il Pianeta Rosso a noi contemporanea svanirono in un attimo di fronte alle impietose fotografie che documentavano da distanze ravvicinate, di contro al telescopio di Schiaparelli, un’affascinante desolazione; affascinante sì, meravigliosa; ma pur sempre desolazione. I campioni prelevati dal pianeta ed analizzati a bordo del Viking confermarono una palla di roccia e sabbia inerte, in cui ipotizzare solamente la possibilità di vita o semplicemente presenza organica sarebbe stata impresa da folli.
I giorni sulla Terra trascorrevano nel solito caos politico e sociale degli anni ’70 e Marte fu inserito in programmi a lunga scadenza in relazione alla sua esplorazione; non c’era fretta, le indagini potevano essere tranquillamente condotte da casa sulle fotografie degli orbiter americani.
Fino al 25 luglio del 1976, giorno in cui Tobias Owen, membro della squadra che ideò il Viking presso il JPL osservando attentamente il fotogramma 35A72 che immortalava una vasta area di una zona planetaria chiamata Cydonia, esclamò: "Mio Dio... e questo cos’è?"

L’ETERODOSSIA
Un trait-d’union sottile unisce le opere di Graham Hancock a partire da "Impronte degli Dei" fino a L’enigma di Marte (ediz. Il Corbaccio – 1997) del quale ci occupiamo in quest’articolo. Abbiamo già potuto constatare che Hancock fa parte di quella schiera di studiosi, avventurieri, appassionati non tanto di misteri inspiegabili, atti a lasciare un dubbio nelle coscienze che sia funzionale alle varie edizioni sull’argomento, quanto di una vera e propria scienza alternativa e d’avanguardia che chiamiamo "Eterodossia".
La ricerca di Hancock si incentra nella considerazione dell’esistenza e della storia pilotate da eventi catastrofici; vedremo in articoli e recensioni che faranno seguito a quest’ultimo (e già lo abbiamo potuto constatare in nuce all’interno di precedenti analisi) che peculiarità dell’Eterodossia, addirittura la considerazione della causa motrice del corso storico, è infatti il catastrofismo.
Differente la visione dell’Ortodossia che ha come motore primo l’evoluzionismo lineare e quindi un divenire incruento, di trasformazione degli eventi che si susseguono durante il processo storico. Il rischio che corre l’Eterodossia si impernia sugli inquinamenti ad opera dei profeti di sciagura. Una delle differenze sostanziali tra gli eterodossi e i profeti di sciagura consiste nello spiegare, da parte dei primi, il processo di trasformazione degli eventi - non ultimo quello biologico - mediante l’ipotesi dei cataclismi considerandone la regolarità ciclica con cui essi si abbattono sul pianeta Terra oppure nel sistema solare; si cerca poi una sottile linea di congiunzione tra eventi drammatici avvenuti sulla superficie di Gaia e misteriose cicatrici presenti nella famiglia cosmica; in particolar modo in quella interna ovvero, in primis, Marte.
L’Eterodossia si distingue dai profeti catastrofisti anche e soprattutto per la considerazione distaccata e laica di un evento come, ad esempio, il KT o Tunguska. Anche se esistono "tentazioni" moraliste nel disegnare uno scenario etico in seno ai fenomeni catastrofici, e Hancock stesso non ne è immune, la ricerca eterodossa prende spunto da questi aspetti al fine di trovare e ratificare le prove scientifiche e tecniche, dimostrabili in laboratorio, per avvalorare la propria tesi.
I profeti di sciagura non emancipano bensì opprimono l’umanità, sventolando un evento parossistico come la mannaia brandita da un dio sadico e macellaio che sembra non aver altro desiderio che distruggere ciò che egli stesso ha creato; oppure esaltando le conseguenze di un titanico e manicheo scontro tra potenze sovrannaturali uguali e contrarie che si fronteggiano sullo scacchiere cosmico. Un cataclisma è soltanto il sostantivo che la ragione umana, densa di autoconservazione ed istinto di sopravvivenza, vittima impotente di fronte alla grandiosa violenza della natura, utilizza per descrivere un semplice evento circostanziato come l’impatto tra un pianeta e una cometa; altro non è se non una casualità probabilistica contenuta in uno scenario di tipo "spin", mero incidente di percorso negli equilibri gravitazionali e quantici dell’Universo.

L’IPOTESI AFFASCINANTE
La distanza che ci separa dal Pianeta Rosso, in realtà, è solo una questione di spazi poiché le storie dei due pianeti, Terra e Marte, si intersecano da milioni di anni. Alcuni meteoriti trovati sulla superficie di Gaia rientrano nella casistica degli SNC ("Shergotty, Nakhla, Chasingy" ovvero i nomi dati ai primi tre frammenti reperiti), frammenti provenienti direttamente dal pianeta gemello. La composizione chimica analizzata non lascia dubbi sulla loro provenienza e il tutto ha portato la scienza a considerare la pioggia meteoritica marziana come una costante di scambio materiali tra noi e il Rosso. Colin Pillinger del "Planetary Sciences Research Institute", in Gran Bretagna, ha calcolato che le quantità di materiale provenienti da Marte che piovono annualmente sulla superficie terrestre sono pari a più di 100 tonnellate.
Famoso è il reperto ALH84001 che nell’agosto 1996 fece sobbalzare l’intera comunità umana con la scoperta, ancora non ben precisata, di organismi similari a batteri fossili. Il meteorite fu ritrovato in Antartide e l’ipotesi più accreditata spostava l’origine degli organismi a 3,6 miliardi di anni or sono. Un secondo meteorite, EETA7901 scoperto nell’ottobre del 1996, confermava l’esistenza di tracce di vita fossilizzata ma non superiori ad un periodo di 600.000 anni fa. Si iniziò a parlare di un mondo parallelo che vide lo svilupparsi di uno dei più grandi misteri che è la vita, contemporaneamente al manifestarsi del fenomeno sul nostro pianeta; il tutto riaccese le ipotesi di "terraforming", ovvero "terraformare", rendere simile al nostro habitat quello marziano al fine di riportare il pianeta ad una condizione di vivibilità e di colonizzazione umana in un prossimo futuro. Qualcuno è pronto addirittura a giurare che la problematica maggiore sia di carattere economico e non tecnologico, poiché la tecnologia in tal senso è già di nostro dominio.
Mentre le tecnologie cavalcano i tempi superandoli, il mistero della vita rimane un giallo irrisolto dove le molteplici ipotesi si rincorrono e si smentiscono a vicenda; i laboratori più attrezzati ed evoluti della comunità globale ancora non sono riusciti minimamente a ricreare, artificialmente, il fenomeno biologico.
Rimane dunque il dubbio che la più grande delle alchimie cosmiche sia intimamente connessa alla legge del caso o peggio del caos; e sarebbe una contraddizione in termini dato l’altissimo grado di organizzazione che il fenomeno biologico presenta. Non la pensano così parecchi scienziati e uno di costoro, Fred Hoyle, dell'Università di Cambridge, è convinto che lo svilupparsi della vita a distanze relativamente brevi nel tempo tra il formarsi del pianeta (4,5 mld di anni) e l’apparire di quest’ultima (3,9 mld di anni) sia da ascriversi a latori esoterrestri, ovvero importata sotto forma di molecole o germi di base contenuti in grandi comete interstellari che fungono da RNA cosmico. Le collisioni tra alcune di queste e il pianeta natale avrebbero sparso le spore su tutta la superficie, o su gran parte, dando il via ad un processo evolutivo a catena fino ai complessi biologici odierni. La vita sarebbe rimasta in stato criogenico nelle comete per essere liberata al momento dell’impatto.
L’ortodossia è molto legata all’univocità dell’evento terrestre e non è molto disposta ad accettare una causa esogena: ma allora perché la Terra e non Marte si chiede Hancock? La struttura e i comportamenti orbitali del Rosso, del resto, sono assolutamente identici ai nostri:

PROFILI
TERRA
MARTE
Inclinazione asse planetario 23,5° 24,935°
Periodo di rotazione 23h, 56’, 5’’ 24h, 39’, 36’’
Precessione (oscillazione assiale ciclica) Idem Idem
Morfologia planetaria Ellittica Ellittica
Stagioni 4 4
Piano equatoriale Inclinato sull’orbita Inclinato sull’orbita

Ad oggi, oltretutto, ci sono prove inconfutabili e sostenute dalla maggioranza degli astronomi e degli esobiologi che su Marte in tempi antichi esistevano mari, oceani, laghi e fiumi e l’atmosfera era molto più densa e umida di quella odierna. Tutte condizioni che preludono alla possibilità di sviluppo biologico. Anche complesso.
Pertanto, quale differenza qualitativa potrebbe esistere tra una cognizione della vita come assolutamente terrestre o un’ipotesi di terraforming da parte di agenti esoterrestri? La vita potrebbe essersi sviluppata anche su Marte e fu successivamente cancellata da eventi oscuri ed inquietanti di cui il pianeta ancora ne porta segni palesi.

SEGNI DI VITA DEL GEMELLO
Quando Percival Lowell, negli anni a cavallo tra il XIX ed il XX secolo, affermò che su Marte esistevano sistemi di canalizzazione che trasportavano acqua dai poli alle zone aride dell’equatore non si rese conto del grande segno indelebile che avrebbe lasciato nell’animo degli americani. Già ebbe la sua grande parte in tutto ciò l’astronomo italiano Schiaparelli e si ipotizza che le idee di Lowell, ridicolizzate dagli scienziati, diedero grande impulso alla ricerca e all’esplorazione marziana.
Con estrema puntualità arrivarono le sonde NASA Mariner 9 e Viking 1 e 2 con il compito di fotografare l’intero pianeta e smentire le storie fino allora circolate. E così fu.
È meno noto che nel 1976 il lander Viking 2 effettuò esperimenti di indagine biologica che andarono a buon segno: le reazioni chemiosintetiche e fotosintetiche sui reperti di Marte non lasciavano dubbi in merito. Un esperimenti fu, ad esempio, lo "scambio di gas" dove i reperti al suolo rilasciarono quantità di ossigeno a contatto con sostanze organiche nutrienti.
Il lavoro degli orbiter Viking 1 e del Mariner 9 non fu meno importante quando, sorvolando alcune zone in particolare, essi fotografarono oggetti solo apparentemente naturali ma che, al contrario, presentano caratteristiche artificiali, a testimonianza che un tempo su Marte otre ad una vita batterica, unicellulare, probabilmente ve ne era una intelligente...
Tutti conosciamo il "Volto di Cydonia", misterioso oggetto che ricorda un volto antropomorfo dotato di "nemes", l’antico copricapo faraonico egizio, o le strane "architetture" che sono adiacenti. In realtà alcune anomalie furono fotografate già nel 1972 e riguardavano presunte strutture piramidali nella zona denominata Elysium. La prima notizia fu data su Icarus, elitaria rivista americana nel 1974 da Gipson Jr. e Ablordeppy: ivi si descrivevano non solo figure piramidali bensì anche poligonali; le prima con diametro di base pari a 3 km mentre le seconde arrivavano fino a 6 km. Si parlava di montagne, chiaramente, ma con un’innaturale precisione geometrica. Nel 1977 il celeberrimo astronomo Carl Sagan si espresse dicendo che dette strutture meritavano un’indagine più accurata e dettagliata fino ad ipotizzare, nientemeno, che una missione umana sul Pianeta Rosso. E fu il primo ad appaiarle non solo alle strutture sudamericane o egizie bensì a profili esistenti anche ad un’altra latitudine planetaria, in un zona denominata Cydonia.
In questa zona, fotografata da 1.500 km d’altezza nel 1976 da Owen mediante l’orbiter Viking 1 e racchiusa in un quadrante di 50/55 km, si osservano dei veri e propri monumenti disposti in maniera troppo intelligente per poter essere semplici rilievi naturali. Il Volto la fa da padrone ma vedremo, in seguito, che Hancock ipotizza una funzione tesa a catturare l’attenzione di eventuali osservatori del pianeta, piuttosto che conferirle il protagonismo della scena: non è infatti quest’ultimo il centro della scena bensì l’armonia delle strutture circostanti di cui esso ne fa solamente parte.
Di Pietro e Moleenar, i due studiosi che diedero il nome alla piramide pentagonale situata proprio a Cydonia (piramide D&M), rilevarono che l’oggetto era stranamente e perfettamente allineato con l’asse di rotazione del pianeta direzione nord-sud; come la Grande Piramide di Khufu. Il monumento egizio e la misteriosa montagna marziana hanno lo stesso orientamento sui due rispettivi pianeti. Il Volto è a 16 km di distanza.
Hoagland commentò chiedendo quante probabilità abbiamo di avere due "monumenti" dall’aspetto terrestre su un pianeta lontano e a brevissima distanza l’uno dall’altro. Fu Hoagland stesso che identificò altri artifici non lontano dalla faccia: la cosiddetta "Città" e il "Forte": la Città è un insieme rettilineo di massicce strutture mentre il Forte è caratterizzato dai due tipici margini dritti. Anche il mound Tholus, che presenta un’inquietante similitudine con Silbury Hill, e la Piazza della Città inducono all’artificiosità: quest’ultima, oltretutto, è costituita da una pianta "a croce di collimazione", ossia quattro colline che circondano una quinta posta al centro.
C. O’Kane, Mars Project britannico, è convinto che non si tratti di frattali: i frattali sono figure armoniche ma assolutamente naturali (la natura tende a ripetere le forme dal macro al micro, ad esempio un sasso ed una montagna hanno le stesse caratteristiche morfologiche); computer sofisticati utilizzati in zone di guerra per la rilevazione di strutture artefatte, non lascia dubbi in merito ai presunti monumenti di Marte. O’Kane sottolinea il fatto che ci troviamo di fronte a troppe anomalie tutte concentrate in un unico punto. Ma per giungere a conclusioni ben definite, tutta la prima parte del testo di Hancock non riguarda i misteri monumentali di Cydonia, bensì l’evento più formidabile che la scienza abbia mai potuto affrontare: l’estinzione della vita su Marte.

MORTE DI UN PIANETA
Sappiamo ad oggi che una varietà di animali, detti pogonofori, riescono a sopravvivere in ambienti giudicabili come estremi: a pressioni enormi causate dai movimenti tettonici, all’interno di vulcani sottomarini attivi. Molto semplicemente, essi secernono una sostanza che genera dei ‘tubi’ protettivi all’interno dei quali essi si addensano in colonie. Per nutrirsi fanno uso non di sostanze organiche bensì di minerali contenuti in acque ad alta temperatura.
L'introduzione, evidentemente funzionale ad un concetto, dimostra che sebbene l’ambiente esterno sia importante al fine dello svilupparsi della vita, questa può manifestarsi in una serie di forme non sempre coerenti con il tipo biologico cui siamo abituati a considerarla da sempre. Quindi un pianeta che presentasse, ad altezza data (ovvero l’equivalente del livello marino terrestre), una pressione pari a quella che sperimenteremmo a 30.000 metri d’altezza sul nostra pianeta, non esclude a priori forme biologiche semicomplesse o comunque diversificate rispetto alla vita come ci aspettiamo che sia; la presenza dei pogonofori in ambienti privi di acqua, smonterebbe il paradigma secondo cui questo elemento è "conditio sine qua non" per lo sviluppo biologico.
Eppure, per tornare su Marte, esistono oltretutto prove quasi inconfutabili della presenza di acqua in epoche remote su questo mondo lontano e che poi, inspiegabilmente, essa sia svanita nel nulla.
Glbert Levin, studioso coinvolto nel progetto Viking, è convinto dell’esistenza di una antichissima forma di vita sul Pianeta Rosso e non semplicemente unicellulare o batterica bensì complessa e soprattutto circondata da acqua sotto forma di laghi, mari, oceani e fiumi, spingendosi ad ipotizzare un’atmosfera umida, evidentemente respirabile e in grado di esprimere stagioni miti su tutta la superficie planetaria. Il requisito riconosciuto ufficialmente dall’assise scientifica internazionale, a fronte anche di osservazioni uguali e contrarie (vedi i pogonofori), è che l’acqua sia comunque elemento principe per lo sviluppo della vita.
Marte non può ospitare che acqua allo stato solido e in quantità minime racchiuse ai poli, data la temperatura media di -23° circa presente su tutta la superficie; individuata grazie agli ‘spettri a riflessione’, l’acqua, mantenuta in un bacino ghiacciato di 1.000 km ca., è racchiusa tutta al polo settentrionale, mentre quello meridionale è composto da ossido di carbonio. Eppure le astronavi esplorative fotografarono un mondo solcato dai tipici meandri costruiti dall’acqua e oltretutto un’acqua che, ad un certo momento, prese una piega distruttiva e catastrofica. La morfologia marziana è inquietante: le sue forme sono estreme e frastagliate. Il Pianeta ha i vulcani più alti del sistema solare e le profondità maggiori per i calanchi che ne fendono la superficie. Non essendoci un livello marino, come accennavo, gli scienziati hanno individuato un ‘livello dato’ convenzionale che esprime un vulcano come Olympus con una vetta a 27.000 m sul livello dato e le Valles Marineris con profondità medie di -7.000 m al di sotto del livello dato. A sud-est del vulcano si trova un’area detta Rigonfiamento di Tharsis corredata di 3 vulcani a scudo denominati Arsia, Pavonis e Ascreus con altezze medie ragguardevoli: 10.000 m sul livello dato. Le estremità orientali delle Valles Marineris sfociano in un territorio caotico zeppo di detriti dove prendono forma le Ares Vallis, canali che attraversano una zona detta Chryse Planitia; altri canali raggiungono l’area sommandosi alle Ares Vallis e la loro origine è chiara: essi furono generati da immense inondazioni che fluirono dall’emisfero meridionale di Marte a quello settentrionale poiché ‘scorrevano a valle’.
Un mistero irrisolto del pianeta, ma facilmente intuibile, è il gradino che forma un cerchio enorme depressivo che interseca a 35° l’equatore marziano con un dislivello di 3.000 m medi tra il lato meridionale e quello settentrionale. Inoltre, il 93% dei crateri presenti su Marte si trova nell’emisfero sud mentre quello nord risulta essere ‘liscio’ tranne che per una parte del Rigonfiamento di Tharsis che interseca il limite. La corrispettiva eccezione del lato sud sono due enormi crateri detti Argyre ed Hellas, provocati da impatti titanici probabilmente cometari.
Questa divisione estrema e assai marcata del pianeta, è uno dei punti principali che denunciano un immenso cataclisma occorso a Marte repentinamente in epoche neanche troppo remote e che cancellò per sempre la massiccia presenza di acqua e forse di vita.
Esistono due immagini in successione eseguite dall’orbiter Viking che mostrano il salire di una sorta di ‘tromba d’acqua’ dalle profondità del pianeta; il tutto fu riportato dal dr. Leonard Martin (Lowell Observatory - Arizona) nel 1980. Di Pietro e Molenaar calcolarono, pulendo le fotografie, che la colonna verticalizzasse a più di 60 m/s. e questo si sposa con un’ipotesi molto recente per cui l’acqua si troverebbe allo stato liquido a profondità superiori ai 200 m sotto la superficie marziana.
Un rapporto dell’Exobiology Program Office (presieduto da Carl Sagan, M. Carr del "Geological Survey" US, D. Des Marais dell’"Ames Research Center" NASA e A Meyer, HQ NASA) non lascia spazi a dubbio alcuno: l’affermazione sulla presenza di acqua in epoche passate è perentoria: canali dendritici, isole a forma di goccia, erosioni acquee sulle ‘sponde’ dei crateri Argyre ed Hellas testimoni di un’atmosfera umida e densa, ricca di piogge, ad alto valore erosivo, bacini fluviali ed oceanici. Il rapporto esprime un dato certo: l’acqua in un preciso momento si comportò in maniera violenta, scavando i canali di Chryse Planitia con una potenza inverosimile, facendo ipotizzare riversamenti oceanici repentini fuori da bacini profondi mediamente 50 o 500 metri. Sono stati identificati anche sedimenti simili a quelli presenti nei nostri laghi con spessori di 5.000 metri a riprova del fatto che l’acqua era presente sul pianeta da tempo immemore; nel rapporto si parla del fluire di fiumi per centinaia di milioni d’anni. Ma quando avvenne il disastro è ancora un’ipotesi aperta e in questo senso presenta una triplice visione:
  • il cataclisma avvenne molti milioni di anni fa; conseguentemente l’ultima presenza di acqua sul pianeta è antichissima.
  • uno studio sui meteoriti marziani dimostrerebbe che sia l’acqua sia forme di vita non complesse potessero esistere sul pianeta non più di 600.000 anni or sono.
  • altri studiosi propendono per un cataclisma che avrebbe ucciso Marte meno di 17.000 anni or sono.

LA DINAMICA DELL'ECCIDIO
Ancora una volta ci troviamo di fronte all’enigma del meccanismo con cui un cataclisma ipotetico, o comunque osservabile nei segni lasciati su un corpo, si sia potuto manifestare. Così come per "Il Killer Stellare" di Brennan) anche in questo caso ci soffermiamo sulle osservazioni. Hancock ne elenca 10:
  • orbita planetaria eccezionalmente eccentrica;
  • velocità di rotazione più lenta del dovuto;
  • assenza quasi totale di campo magnetico;
  • movimento altalenante dell’asse N-S molto disordinato con repentini cambi di orientamento del pianeta rispetto al Sole;
  • vaste dislocazioni della crosta marziana con spostamenti delle masse polari all’equatore e viceversa;
  • il 93% dei crateri concentrato nell’emisfero sud;
  • 3.000 m di dislivello tra l’emisfero sud e un misterioso bacino circolare nell’emisfero nord;
  • la scarpata del bacino ha una superficie liscia costante lungo tutto il pianeta;
  • presenza dell’incredibile voragine delle Valles Marineris dovuta al crollo della crosta;
  • presenza dei crateri "a compensazione" sul lato opposto delle Valles perpendicolari al rigonfiamento di Tharsis.
L’ipotesi geologica, come causa del bacino settentrionale, non trova riscontro in alcuna dinamica conosciuta in grado di generare una depressione di tale portata e il fenomeno rimane tuttora sconosciuto.
Poi arrivò W.K. Hartmann il quale, su "Scientific American" nel ’77, ipotizzò un impatto asteroidale o cometario in grado di scorticare un pianeta; il dilemma si allargò alla quantità di impatti: molteplici o uno parossistico? Si proseguì ipotizzando un addizionale bombardamento che, dopo aver distrutto il lato settentrionale, né ridisegnò i confini grazie ad un’immensa attività vulcanica provocata dal fenomeno e che, lava prima ed erosione dopo, rese liscia la superficie nord di Marte.
Alcuni scienziati fecero notare che un’attività di questo tipo non avrebbe potuto mai far scomparire i miliardi di detriti in maniera asettica e il quesito fu posto in maniera forte: l’erosione non era in grado di portare un’operazione di "pulizia" così titanica e oltretutto non si osservavano voragini tali da poter funzionare come depositi. Quindi il materiale doveva essere stato scagliato via dalla superficie e pertanto gli impatti, probabilmente, non avvennero a nord bensì proprio a sud del pianeta generando una reazione espulsiva apocalittica.
Il geografo Patten e l’ingegnere Windsor furono i primi ad ipotizzare un bombardamento a sud e non a nord del Pianeta Rosso, stroncando l’idea che l’emisfero meridionale fosse più antico, data la grande presenza di crateri da impatto. Essi trovarono anche il responsabile della catastrofe immaginando, secondo la legge di Bode, la presenza di un decimo pianeta lì ove esiste la fascia asteroidale, chiamato Astra, esploso per essersi avvicinato troppo al Limite di Roche marziano; nella deflagrazione frammenti del planetoide si sarebbero rovesciati su Marte concentrandosi sul bersaglio meridionale.
Questa visione ha un punto molto debole, ovvero la effettiva esistenza di Astra e il meccanismo con cui esso si sarebbe avvicinato troppo al Limite di Roche del Pianeta Rosso. Ma l’idea che il bombardamento si fosse concentrato a sud piuttosto che a nord trovava sempre più consenso tra gli studiosi.
Opposti al Rigonfiamento di Tharsis e alla depressione settentrionale, si trovano gli immensi crateri da impatto di Hellas, Isidis e Argyre: il primo ha dimensioni pari a 2.000x1.600 km ed è profondo 5 km, il secondo 1.000 km di diametro e il terzo 630 km di diametro.
Patten e Windsor immaginano l’evento all’arrivo di Hellas: 40.000 km orari, più di 100 km di diametro, penetra Marte fin nel magma interno provocando una convulsione subito compensata dal rigonfiarsi di Tharsis e dall’aprirsi delle fenditure nelle Valles Marineris; subito dopo arrivarono i due colpi di grazia di Isidis e Argyre. Questi ultimi con diametri di 50 e 36 km ciascuno.
Quando la Terra fu colpita dall’oggetto K/T, subì uno sconvolgimento immane con onde sismiche che si propagavano in ogni parte del pianeta concentrandosi particolarmente sul lato opposto, in India, generando i Trappi del Deccan; secondo Patten e Windsor, su Marte accadde la stessa cosa ma con un’intensità 100 volte superiore.
Ma un fenomeno ancora più devastante è accaduto sul Pianeta Rosso: l’intero emisfero nord è stato spazzato via come reazione agli impatti che scagliarono nel cosmo uno strato di crosta pari a 3 km di profondità. Patten e Windsor si spingono oltre anche nella cronologia dell’evento registrando il campo ad un periodo compreso tra 15.000 e 3.000 anni or sono.
D.S. Allen e J.B. Delair, parlano del frammento di materia astrale generato da un’esplosione simile ad una supernova denominato Phaeton giunto troppo vicino a Marte e alla Terra intorno agli 11.500 anni or sono.
Similmente si esprimono anche V. Clube e W. Napier astronomi della "Oxford University" aggiustando il tiro: non materiale proveniente da novae, bensì dal frammentarsi di una cometa interstellare nel Sistema Solare meno 20.000 anni or sono che seminò morte tra i pianeti. Questa data ha un’importanza strategica per la nostra visione e Hancock non manca di sottolinearlo. Inoltre trova corrispondenza tra le datazioni della Sfinge egizia e il presunto cataclisma gaio-marziano avvenuto nella stessa epoca.
Sappiamo con certezza che all’indomani dell’ultima glaciazione, terminata intorno al 9.000 a.C., enormi catastrofi si sono repentinamente abbattute sul nostro pianeta e le date coinciderebbero con il disastro di Marte, presumendo dunque la stessa causa.
Gli Egizi espressero una connessione profonda tra Marte e la Terra e più in dettaglio tra Marte e la Sfinge. Pianeta e monumento erano considerati manifestazioni di Horus ed entrambi venivano chiamati con lo stesso nome, Horakhti, "Horus dell’Orizzonte". Marte era conosciuto anche come "Horus il Rosso" e la stessa Sfinge, per molto tempo, fu dipinta con il medesimo colore.
Ma allora che cosa morì effettivamente sul Pianeta Rosso? Aveva un’atmosfera densa e umida, era ricco di acqua, possedeva un forte campo magnetico come Gaia; sono stati osservati indizi e tracce di processi organici.
E ancora, dobbiamo capire se il Volto di Cydonia, insieme ai suoi misteriosi monumenti di contorno, sono un gioco di ombre o una bizzarria geologica.
Che cosa è morto realmente su Marte, si chiede Hancock?

TRACCE MARZIANE SU GAIA
Il sito di Cydonia, di cui parleremo approfonditamente e specificamente in un prossimo articolo, è quanto di più anomalo sia mai stato osservato in tutto il sistema solare. Le coincidenze matematiche e artificiali, caratteristiche dei presunti monumenti di Marte, presenti in un’area racchiusa in 2 minuti d’arco, non convincono gli studiosi AOC ("Artificial Origins at Cydonia") della loro casualità. La matematica racchiusa nelle loro misure ed orientamenti - che presentano ripetizioni coerenti e costanti al loro interno - oltre ad essere in linea con la scienza sacra degli antichi (la Costante Aurea e la costante tetraedrica), induce a leggere il complesso come un enorme progetto intelligente realizzato appositamente per lasciare un messaggio a chi avrebbe in seguito localizzato le anomalie iniziando la ricerca sui perché di tutto questo.
Altra caratteristica che aumenta il valore del complesso, visto come la più grande scoperta mai realizzata dall’umanità (al di là del chiaro valore intrinseco che essa reca con sé), è l’aver individuato siti terrestri perfettamente in linea con i numeri di Marte e la storia stessa del pianeta. Oltre alla tradizione egizia, anche gli Aztechi di Teotihuacan costruirono la Città Sacra secondo le misure che si riscontrano nella presunta architettonica del complesso di Cydonia.
Tanto per iniziare, Teotihuacan è posta a 19,5° di latitudine nord, vicino Città del Messico. Questa cifra, ovvero 19,5, riguarda un preciso angolo detto "costante tetraedrica" cui accennammo in un precedente articolo (vedi L’inquietante Mistero dei Cerchi nel Grano - Una Cydonia ad Avebury) e che caratterizza una serie di angoli presenti nella piramide D&M, il tetraedro pentagonale orientato verso il Volto nella piana marziana in analisi. Una caratteristica saliente della piramide D&M è che "sa dove si trova": il rapporto trigonometrico "e/pi" è espresso in 0,865; questo rapporto lo si trova 4 volte all’interno della piramide D&M; questa a sua volta ha il proprio apice posizionato a 40,86° lat. nord; il calcolo trigonometrico di tangente di 40,86 (che quindi "tocca" il puto apicale) è pari a 0,865...
In più sono riportati 10 rapporti "pi", 10 valori "e", 4 valori "e/pi"; risulta davvero difficile poter immaginare una tale insistenza matematica in una formazione naturale.
Ebbene, a Teotihuacan, la Piramide del Sole è posta a 19,69° lat. nord, come l’ampiezza dell’angolo del suo quarto livello; il corrispondente angolo della Piramide della Luna è di 19,5°, costante tetraedrica ricorrente in tutto il complesso di Cydonia.
Non solo: Hugh Harleston, ingegnere civile americano, nel 1974 presentò, al 41° Congresso degli americanisti, un rivoluzionario studio su Teotihuacan introducendo l’unità di misura STU (Standard Teo Unit, Unità di misura Costante di Teotihuacan ): 1059 metri. Le strutture della città sacra erano state tutte realizzate secondo una sequenza ben precisa di STU: 9, 18, 24, 36, 54, 72, 108, 144, 162, 216, 378, 540, 720 STU: questa sequenza deriva da valori matematici espressi nella Precessione degli Equinozi, fenomeno noto già dalle più remote radici dell’umanità.
Come funziona? L’asse terrestre ha un’oscillazione di 1 minuto che da il via ad un ciclo di vero rullio e beccheggio planetario di 25.920 anni; l’effetto primario di questa oscillazione si riscontra nelle apparenti variazioni di posizione delle stelle nel cielo. La data precisa in cui si può vedere l’effetto è all’equinozio di primavera, ovvero il 21 marzo, nell’emisfero settentrionale: si tratta di un lento scorrere delle costellazioni zodiacali sul radiante di fondo ove sorge il sole; la rivoluzione è pari ad 1° ogni 72 anni; dato che ad ognuna di queste (12) è stata attribuita una sezione di 30° sull’eclittica ne consegue che ciascuna ospita il sole all’equinozio per 2160 anni nel proprio quadrante (30x72=2160) e dunque 25.920 anni la durata dell’intero processo (2160x12=25.920).
Il numero predominante nel fenomeno è il 72 ed è detto "codice precessionale"; questo è presente, come multiplo e come divisore, nelle costanti STU del complesso azteco: gli elementi perimetrali della Piramide della Luna e il lato della Piramide del Sole (rispettivamente 378 e 60) se moltiplicati per multipli di 10 (base logaritmica) e in particolare per 100.000 danno rispettivamente l’una la circonferenza e l’altra il raggio della Terra.
Anche la Piramide D&M si comporta in questa maniera. La stessa caratteristica si ritrova nella Grande Piramide di El Gizah: circonferenza e raggio terrestri. La Piramide di Khufu ha orientamenti ben determinati e le sue misure denunciano il proprio "sapere dove si trova" sulla superficie di Gaia: peculiarità presenti a Teotihuacan e, ben più inquietante, su Marte.
Di seguito alcune "coincidenze" matematiche dei 3 siti:
  • angolo di inclinazione della Grande Piramide: 51°51’40’’; il coseno di quest’angolo è pari 0,618, arrotondamento della costante "phi", ovvero l’Aurea;
  • latitudine della Grande Piramide: 29°58’51’’; arrotondato a 30° (poiché non fu tenuto conto della diffrazione atmosferica) il coseno di 30° è pari a 0,865 rapporto "e/pi" (come la piramide D&M...): in pratica i 3 siti sono allineati verso lo stesso punto tra di loro.
Quando Legon, matematico britannico, dimostrò che le piramidi di El Gizah erano in correlazione tra loro secondo un singolo tema unificante lo fece così: racchiuse in un modello in scala rettangolare le tre piramidi. Questo rettangolo esprimeva dimensioni in cubiti pari a:
  • 1417,5 orientamento E-W
  • 1732 orientamento S-N
Queste misure equivalgono a 1000 x sqrt 2 e 1000 x sqrt 3; la diagonale che attraversa il rettangolo è pari a 1000 x sqrt 5: tali valori sono stati riscontrati circa 20 volte all’interno della piramide D&M.
Ma dove volevano arrivare le antiche popolazioni terrestri secondo la visione di Hancock?
Al di là della possibilità, comunque non accertata, di una civiltà esistente sul pianeta rosso in tempi remoti successivamente uccisa da un cataclisma, è indubbio che qualche problema Marte lo abbia subito. Civiltà o meno, il gemello reca chiare tracce di violenza parossistica attribuibili ad eventi catastrofici che ne hanno mutato per sempre la fisionomia.
Harleston, lo scopritore della costante STU, elaborò anche un’altra teoria relativa al mito di Xipe Xolotl, gemello di Quezalcoatl (ovvero Il Serpente Piumato); Teotihuacan stessa era rappresentata come un "fiammeggiante serpente piumato". Nel mito si faceva riferimento alla sorte di scorticati vivi per entrambe le divinità.
Il parallelo di Harleston in senso astronomico lasciava presagire ad un pianeta infuocato, gemello di Marte, scorticato sulla superficie e Marte stesso, Xipe Xolotl il fiammeggiante dio rosso d’oriente, costretto a ritrarsi in una nuova posizione nel sistema. Tecnicamente Marte è davvero stato scorticato. L’emisfero settentrionale presenta infatti una depressione ellittica di 3 km rispetto alla superficie totale; c’è da chiedersi quale corrispettivo oggettuale, al di là del mito, abbia potuto ridurre il pianeta in quello stato. Deve essere oltretutto qualcosa di "fiammeggiante", simile ad un "serpente piumato" e dunque "che vola". Solo un oggetto ben preciso risponde a queste caratteristiche: una cometa.
Le comete, a volte con teste di parecchie decine di km in diametro, sono in grado di trasformarsi in proiettili che viaggiano a velocità di 250.000 km/h e un eventuale impatto con un pianeta come il nostro risulterebbe, eufemisticamente, apocalittico. Un bolide di quel tipo è in grado di scorticarne la superficie se non, addirittura, di far esplodere il pianeta.
I Libri della Fondazione di Edfu, conservati dagli Egizi, narrano una storia leggendaria, ma dai canoni classici, sui cicli e ricicli delle varie epoche. Vi fu un tempo con un’età dell’oro in cui gli Dei vivevano su un’isola, la Terra nativa degli Esseri Primordiali che fu successivamente distrutta da tempeste e inondazioni causate da un "grande serpente". Chi scampò al disastro si stabilì in Egitto dando vita agli "Dei Costruttori che edificarono nel tempo primordiale i Sovrani della Luce". Essi furono coloro che gettarono le fondamenta di tutte le piramidi e trasmisero la perduta Religione Stellare praticata dai Faraoni.
Il culto del Benben, pietra piramidale posta alla sommità di un obelisco nel tempio di Het Benben ad Eliopoli, ha sicuramente un’origine meteoritica e in particolare un meteorite orientato in ferro; questo tempio era definito "La Dimora della Fenice", il mitico uccello che risorge dalle sue ceneri. Per gli Egizi la Fenice era l’Uccello Bennu strettamente legato al tempio di Het Benben. Secondo una leggenda questo uccello costruiva dapprima un nido con spezie e rami aromatici e quindi si gettava nel fuoco lasciandovisi consumare; dal fuoco sorgeva una nuova fenice che, dopo aver imbalsamato le ceneri del progenitore in un uovo di mirra le recava ad Eliopoli sull’altare di Ra.
Molto simile al Quetzacoatl, il Bennu ha queste caratteristiche:
  • Vola;
  • ritorna a intervalli, lunghi;
  • è consumata dalle fiamme;
  • rinasce o si rinnova ad ogni ritorno;
  • è legata fortemente all’osservazione di un meteorite.
Ancora una volta ci troviamo di fronte ad un diagramma che ci ricorda una cometa.
Hancock ipotizza che il codice occulto, espresso dagli antichi in relazione a fenomeni di questo tipo, nasconda una realtà incredibile e particolarmente pericolosa. Con la variante che le ancestrali popolazioni della Terra ne conoscevano il terribile segreto e hanno tentato di tramandarlo fino a noi: la frantumazione di una cometa responsabile dei bombardamenti dell’XI° e del IX° millennio a.C. (esatta durata precessionale dell’Età del Leone, rappresentata dalla Sfinge in correlazione con l’insieme di monumenti che "congelano" una precisa configurazione astrale sul suolo desertico di El Gizah, configurazione che avrebbe avuto luogo proprio nel 10.500 a.C. con l’allineamento delle tre piramidi assieme alla cintura di Orione contemporaneamente allo sguardo della Sfinge portato verso il sorgere del sole all’equinozio di primavera nel quadrante zodiacale del Leone e il coincidere tra la Via Lattea e il Nilo all’orizzonte: Rostau). Quello stesso bombardamento può aver massacrato il gemello della Terra, Marte, portando via per sempre il suo passato vitale.

IMPATTI DEVASTANTI
Il 25 giugno del 1178, stando al racconto che Gervasio di Canterbury fece nella "Cronaca", la Luna fu colpita da un oggetto di notevoli dimensioni assimilabile ad un asteroide o peggio ad una cometa.
Jack Hartung, astronomo americano, diede chiare indicazioni sulle coordinate d’impatto (30°/60° lat. Nord e 75°/105° long. Est) e proprio lì fu trovato il cratere Giordano Bruno, causato da una collisione di notevole intensità, stando all’osservazione dei materiali piroclastici e, per le scie di luminose lasciate, anche di recente impatto.
Calame e Mulholland misurarono con rifrazione laser dall’osservatorio di McDonald nel Texas i comportamenti tellurici lunari. Essa aveva un’oscillazione di 15 metri sull’asse per un periodo di tre anni circa.
Un comportamento di questa tipo assimila il satellite ad una campana ancora in vibrazione dopo essere stata colpita; tale vibrazione ha una durata di 20.000 anni e quindi testimonia un impatto recente e particolarmente violento, molto vicino alle osservazioni dell’evento di Canterbury. Se fosse avvenuto sulla Terra le conseguenze catastrofiche sarebbero state incommensurabili.
Il 30 giugno 1908 tocca al pianeta Terra per una collisione avuta con un oggetto fortunatamente più piccolo ma non meno pericoloso nei pressi del fiume Tunguska (Vedi il libro qui prelevabile "Il mistero della Tunguska"), in Siberia: più di 2.000 kmq di foresta furono abbattuti come fuscelli. Il bolide aveva un diametro non più grande di 70 metri ed esplose a circa 6 km d’altezza. La forza detonante era compresa tra i 10 e i 30 megaton; il fragore fu udibile a più di 1.000 km di distanza, il "fungo" dovuto alla deflagrazione era alto più di 20 km e fu osservato a 400 km dalla zona colpita; per molto tempo l’atmosfera rimase ionizzata a tal punto che la differenza tra giorno e notte fu ridotta al minimo. Se l’impatto con il pianeta fosse avvenuto solo tre ore dopo (dunque non alle 7,00 ora locale bensì alle 10,00 ora locale) avrebbe centrato in pieno Mosca. La prima conseguenza è che il fenomeno avrebbe cambiato il corso della storia.
Nell'articolo "Obiettivo Terra: un’umanità sterminata 65 milioni di anni fa" abbiamo ampiamente parlato dell’evento KT avvenuto 65 milioni di anni fa e nel recente "Il Cataclisma Pleistocenico" è stato approfondito il tema della Dislocazione della crosta terrestre introdotto da Charles Hapgood negli anni 60. La confutazione ortodossa riguarda il meccanismo con cui il fenomeno avviene e ad oggi non esistono quantità di energia sufficienti, autoprodotte dal pianeta, a scatenare il titanico sommovimento contemporaneo di tutte le zolle.
Hancock ipotizza che una collisione con un corpo astrale di dimensioni ragguardevoli potrebbe innescare un evento di quel tipo. Non è forse noto a tutti che più di trenta anni dopo l’uscita del testo di Hapgood e a due anni dall’uscita di quello dei Flem-Ath, un gruppo di ricercatori del Caltech affermarono, in un articolo su Science del 25 luglio 1997, che in periodi racchiusi tra 550 e 530 milioni di anni fa il pianeta subì un disastroso cataclisma di cui, conseguenza incredibile, fu una vasta dislocazione della crosta sul mantello con addirittura variazioni di 90° nella rotazione dell’asse. Quindi all’equatore si ritrovarono i poli e viceversa.
L’astronomo Peter Schultz dimostrò che fenomeni simili si manifestarono anche su Marte con l’osservazione di depositi polari a 180° dall’equatore (agli antipodi quindi) che sono caratteristici di antichi poli. Su Gaia sono stati identificati 140 crateri da impatto alcuni particolarmente recenti; ma non è escluso che la Terra abbia potuto subire più di 130.000 collisioni nel corso della sua storia e ancora ne potrebbe subire. Vediamo in dettaglio i rischi recenti.
Nel 1989 abbiamo incrociato un asteroide di 500 m di diametro in un punto in cui, come pianeta, eravamo appena 6 ore prima; un eventuale impatto avrebbe liberato energia per 1.000 megaton; la velocità era di circa 75.000 km/h. È catalogato, ora, come Asclepio 4581. Il problema è che fu identificato solo 3 settimane dopo il suo passaggio. Nel 1937 Ermes si avvicinò con spostamento di 5° orari ed effettuò un flyby in 9 giorni. Svanì nel nulla e non fu più osservato. La sua dimensione variava tra 1 e 2 km di diametro.
Il 19 e il 25 maggio del 1996 si avvicinarono al pianeta (500.000 e 600.000 km) due immensi asteroidi identificati come 1996 JA e 1996 JG solamente 4 giorni prima il loro affacciarsi nei nostri cieli.
Nel dicembre 1997 fu osservato l’asteroide 1997XF11 il cui comportamento fu studiato durante i tre mesi successivi: si tratta di un corpo da 2 km di diametro e la situazione è ancora oggetto di studio e polemica.
Marsden, astronomo della Harvard University, rese note le possibilità di un impatto con questi nel 2028.
Correzioni successive parlarono di avvicinamento strettissimo (meno di 40.000 km) oppure di errore grossolano nel calcolo ipotizzando il passaggio a più di un milione di km. Fatto sta' che ancora oggi l’impatto è da considerarsi "non probabile ma anche non impossibile (Marsden)".
Di particolare interesse sono anche le esplosioni atmosferiche pari mediamente a 1 kiloton. La più spettacolare fu quella del 3 agosto 1963 avvenuta tra Sudafrica e Antartide: 500 k/ton. Il 9 aprile del 1984 un capitano di un aereo mercantile giapponese vide un’esplosione a 650 km Est di Tokio; il fungo salì in pochi minuti da 4.000 metri a 18.200.

LE COMETE COLPISCONO REALMENTE I PIANETI
Nel mese di luglio 1994 assistemmo al più grande bombardamento planetario mai osservato nella storia.
L’evento fu unico e fornì al corpus degli scienziati una serie incredibile di informazioni non ultime quelle sulle caratteristiche "inseminative" delle comete viste come trasportatori di elementi organici di base, fondamento per lo sviluppo di molecole funzionali alla vita così come la conosciamo.
La S-L9 era una cometa osservata appena un anno prima (24 marzo 1993) da E. e C. Shoemaker insieme all’astronomo David Levy; apparentemente di massa univoca, si scoprì ben presto che era formata da 21 frammenti che viaggiavano in formazione; la loro rotta fu tracciata a ritroso e si scoprì che nel 1992 un passaggio troppo vicino a Giove, spezzò il corpo primordiale poiché sottoposto alle forze gravitazionali del limite di Roche del pianeta stesso. La cometa passò oltre per ritornare, un anno dopo, in rotta di collisione.
Il 16 luglio 1994, ore 11,27 EDT (Eastern Daylight Time), dopo alcune schermaglie dovute ai frammenti A-D, giunse il frammento E causando un "cratere" (in realtà un ferita, dato lo stato gassoso del gigante) di 15.000 km di diametro; il frammento F impresse una ferita da impatto di 26.000 km, mentre il G terminò l’opera con 33.000 km di voragine. L’esplosione causò una meteora che si alzò a più di 3.000 km sulle nubi e i gas scatenati raggiunsero temperatura al doppio di quelle presenti sulla superficie solare. L’energia d’impatto, secondo il parere di Verschuur, fu di almeno 100 megaton; la potenza dell’urto corrispose a circa 5 milioni di esplosioni, in contemporanea, sul tipo Hiroshima. Il titolo di questo paragrafo è ripreso dalla dichiarazione che, all’indomani del fenomeno, fu rilasciata da Eugene Shoemaker.

CRONACHE DALL'APOCALISSE
Quali sono i fenomeni meccanici che occorrono al momento di un impatto devastante con corpi celesti vaganti?
Diversi e tutti chiaramente drammatici se non catastrofici, anche se le conseguenze dell’impatto dipendono fortemente da tre fattori:
  • massa dell’intruso;
  • impatto al suolo;
  • impatti oceanico.
Vediamo il primo caso con massa dell’oggetto pari a 10 km di diametro (probabilmente l’oggetto del K/T), velocità d’ingresso a 30 km/s (108.000 km/h...!) e impatto al suolo (studio del prof. T. Palmer, Nottingham Trent University, Inghilterra):
  • evaporazione del bolide di roccia in pochi secondi;
  • formazione di un cratere di 180 km di diametro;
  • elevazione stratosferica di una meteora incandescente con temperature quasi solari.
Specifica il dr. E. Spedicato (Facoltà di Matematica e Statistica, Università di Bergamo):
  • solo il 10% dell’energia liberata, racchiuso nell’onda d’urto, scatenerebbe venti incandescenti da 480° circa a 2.400 km/h in una zona distante 2.000 km da "ground-zero" con una durata di 40 minuti;
  • a 10.000 km di distanza avremmo venti a 100 km/h, intorno ai 30° con una durata di 14 h.
V. Clube, del "Dipartimento di Astrofisica" di Oxford e W. Napier del "Royal Armagh Observatory", ipotizzano terremoti al massimo grado in ogni punto del globo che percorrerebbero il pianeta per alcune ore con ampiezze d’onda verticali di parecchi metri.
Gli incendi causati contemporaneamente su tutta la superficie lancerebbero in atmosfera 50 milioni di tonnellate di fumo che si mescolerebbero con i 100.000 km3 di ceneri e polveri fluttuanti in atmosfera generando uno dei più temibili "inverni nucleari" con conseguente estinzione di tutte le specie vegetali miracolosamente scampate all’onda d’urto ardente.
La meteora generata fonderebbe azoto e ossigeno generando ossidi di azoto i quali, interagendo in emulsione con l’acqua, creerebbero acido nitrico; dal materiale vegetale bruciato si sprigionerebbe acido solforico.
È pacifica la totale scomparsa dello strato protettivo dell’ozono; questo fenomeno aggiungerebbe ai precedenti il bombardamento (letale) ad opera di radiazioni ultraviolette derivanti dal vento solare. I calcoli approssimativi sulla stima delle vittime sono intorno ai 5 miliardi di individui, praticamente un evento di livello estinzione.
Nei casi di oggetti da 2 km di diametro o 0,5 km di diametro la situazione non è comunque delle migliori. Se il caso dei 10 km lo possiamo annoverare tra gli apocalittici, i due appena citati non sono da meno.
Ipotizzando un impatto al suolo con un oggetto da 2 km di diametro, si sprigionerebbe un’energia superiore ai 2 milioni di megaton, in pratica quasi il doppio del potenziale nucleare presente negli arsenali terrestri e deflagrato contemporaneamente. Immaginando un asteroide da 0,5 km, il computo è sui 10.000 megaton, un’energia molti milioni di volte superiore all’esplosione di Hiroshima.
Lo shock da impatto sulla psicologia umana sarebbe devastante: in capo a poche ore tutte le regole etiche raggiunte in migliaia di anni di storia andrebbero in frantumi; i feriti sarebbero incalcolabili e i dispositivi di soccorso probabilmente non adeguati al cataclisma; il numero di morti, impressionante, scatenerebbe epidemie su scala mondiale quasi impossibili da arginare. Il Nord del mondo, forse, potrebbe accennare ad una reazione; il cosiddetto Sud verrebbe spazzato via inesorabilmente.
Se i cataclismi scatenati da impatti al suolo sono violentissimi, quelli oceanici sono incommensurabili.
In un articolo sull’"Astronomical Journal", P. Goda e J. Hills del "Los Alamos National Laboratory" (New Mexico) affermarono che un asteroide di appena 0,2 km di diametro in impatto con l’oceano, solleverebbe onde profonde alte 5 metri; riversandosi sulle coste; onde di questo tipo arrivano fino a 200 metri di altezza con conseguenze intuibili... un’onda di questo ordine è in grado di ricoprire le Terre Basse (Olanda e Danimarca), Long Island e Manhattan: centinaia di milioni di morti in pochi istanti.
Qualora l’asteroide fosse di 500 metri di diametro, l’ampiezza delle onde profonde varierebbe da 50 a 100 metri e gli tsunami vedrebbero ondate da 1 km di altezza mentre un oggetto da 1 km arriverebbe a scatenare tsunami da 8 km di altezza; qualora l’oggetto non fosse di roccia ma di ferro allora le onde anomale potrebbero raggiungere i 28 km di altezza!

IL CASO SWIFT-TUTTLE
Gli astronomi tengono d’occhio almeno 450 comete che intersecano l’orbita terrestre, tra cui Halley. Una di queste è la Swift-Tuttle ed è considerata l’oggetto più pericoloso osservato dal genere umano. Essa è la madre delle Perseidi, lo sciame di meteoriti caratteristico dei periodi estivi in luglio e agosto. Quando si avvicina al perielio alcune circostanze la portano ad essere pericolosamente troppo vicina a noi tanto da far ritenere agli astronomi che un suo avvicinamento al perielio in fine luglio potrebbe scatenare una collisione con il nostro pianeta.
La storia degli incontri con questa cometa inizia nel 1862 grazie ad un’osservazione del Cape Observatory, Sudafrica. L’osservazione inquietò gli scienziati poiché fu osservato un comportamento mai rilevato prima in oggetti simili: cambiò direzione con una traiettoria modificata di 10 sec/arco durante il fly-by. La domanda che ci si pose fu: si tratta di un’anomalia o di una costante?
Nel 1973 B. Marsden, maggior esperto di calcoli orbitali presso l’"International Astronomical Union", riprese il caso della S-T evidenziando il problema chiamato "effetto Cape"; secondo i suoi calcoli sarebbe tornata tra il ’79 e il 1983. Ciò non accadde ed ulteriori studi, basati su corrispondenze con gli avvistamenti registrati del 69 a.C., del 188 d.C. e del 1737, ricalcolarono il suo arrivo intorno al 1992, con perielio al 25 novembre. I calcoli erano giusti e nel 1992 S-T arrivò con perielio all’11 dicembre. Il periodo era di circa. 134 anni e il prossimo passaggio fu previsto per luglio 2126, esattamente l’11; ma qualora l’effetto Cape avesse fatto sentire il suo peso allora il perielio si sarebbe trovato intorno alla fine di luglio, il 26, con conseguente impatto planetario intorno al 14 agosto 2126.
Nell’ottobre del 1992 Marsden emanò un comunicato IAU (il 5636) in cui si evidenziava il rischio collisione con la S-T. Seguirono polemiche feroci. Marsden rifece i calcoli e stabilì che il lasso di errore poteva essere di 2 giorni circa rispetto alla data dell’11 luglio e pertanto non vi sarebbe stato rischio alcuno di impatto con la cometa; appuntamento al 3044, dunque.
In realtà come affermato da C. Chapman del "Planetary Science Institute" americano, nessuno ha idea del comportamento effettivo di questa cometa e di come possa influire sulla sua traiettoria il famoso effetto Cape.

MESSAGGI DAGLI EGIZI
Gli Egizi, nei Testi delle Piramidi, hanno sempre sostenuto l’origine e la destinazione stellare dei Faraoni e del genere umano.
La perduta Religione delle Stelle vedeva in alcune aree dell’Universo la madre del nostro esistere e poneva il punto su alcune costellazioni in particolare tra cui il Toro, il Leone e l’Orione; queste dominavano l’aldilà egizio, ovvero il Duat.
La galassia della Via Lattea, nostra patria cosmica, è in continuo movimento e tutte le stelle che vi dimorano sono in movimento anch’esse, tra cui il Sole, in un equilibrio gravitazionale ormai assodato. In tempi recenti il nostro sistema è passato attraverso le spire nebulose dell’Orione, la nebulosa che si trova al di sotto delle tre stelle a cintura, e tale passaggio è stato considerato difficoltoso; il sistema solare avrebbe subito turbamenti che si protrassero in eventi cosmici grandiosi in 20.000 anni circa di storia. La difficoltà sembra essere dipesa dalla costellazione del Toro.
È strano come gli Egizi ponessero attenzione proprio a queste costellazioni ed esprimessero il mistero attraverso non solo i testi ma anche imperiose opere monumentali tra cui El Gizah e il complesso di Dashur (le piramidi Rossa e Inclinata); mentre infatti le tre piramidi di Gizah rappresentano la cintura di Orione, le due piramidi di Dashur simulano il sistema del Toro e due stelle in particolare: Aldebaran e Epsilon Tauri; Aldebaran è una super gigante rossa e non è un caso che la piramide di Dashur abbia lo stesso colore, il rosso occhio del Toro.
La sfinge, dal canto suo - identificata con il pianeta Marte, era colorata alla stessa maniera e guardava, simulacro dalla stessa morfologia, la costellazione del Leone all’equinozio di primavera di un periodo incluso tra i 13.000 e i 10.000 anni or sono; Hancock afferma che il messaggio potrebbe essere: "considera Marte all’equinozio di primavera nell’era del Leone".
Se consideriamo tutto questo, scopriamo che:
  • Marte era un tempo solcato da fiumi e mari, con un’atmosfera densa e respirabile probabilmente in tempi molto recenti;
  • Sulle sua superficie esiste un oggetto simile ad un volto contornato da oggetti piramidali strutturati secondo costanti matematiche che ritroviamo nella piana di Gizah e non solo;
  • Il pianeta è stato devastato da impatti cometari o asteroidali in un periodo geologicamente non del tutto remoto, anzi appaiabile al cataclisma pleistocenico che fece uscire la Terra dall’ultima glaciazione in maniera cruenta.
Noi siamo influenzati dai comportamenti della casa madre (la galassia); l’ipotesi è che questi eventi sono stati solo "riscoperti" dalla scienza ufficiale e l’antichità ne avesse già piena consapevolezza.
Nel Libro dei Morti il sole è rappresentato da Ra, che letteralmente è "colui che viaggia sulle acque dell’abisso"; milioni di anni sono passati sul mondo ed egli viaggia per milioni di anni attraverso spazi immensi, segue la rotta sugli abissi d’acqua fino al luogo da egli più amato e poi si immerge ponendo fine ai suoi giorni...
Una lettura astronomica trova un riscontro fortissimo nelle parole poetiche del Libro:
  • il Sole compie un’orbita completa intorno al piano galattico in 250 milioni di anni;
  • esso non viaggia in forma pianeggiante bensì altalenante con un movimento simile all’ondulazione dei delfini; esso si immerge al di sotto del piano galattico per poi, ciclicamente, tornare alla superficie e ricominciare daccapo. Il punto più basso e quello più alto vengono percorsi in 60 milioni di anni e solo dopo 30 milioni di anni risale attraverso il denso piano galattico.
Le nubi di Oort e la fascia di Kuiper condividono lo stesso destino del Sistema e gli influssi energetici che attivano o comunque turbano l’equilibrio delle comete ivi contenute si fanno sentire maggiormente nel momento del passaggio attraverso il piano più denso della galassia. Si tratta delle nebulose compatte meglio note come "nubi molecolari giganti".
Il passaggio all’interno dell GMC (gigantic molecular clouds) avviene con intervalli di 30 milioni di anni ed hanno effetti attivanti e turbativi nei confronti della Nube di Oort dove risiedono, dormienti, più di 100 miliardi di comete. L’energia attiva proiettili in grado di scagliarsi al di fuori della nube e iniziare la loro folle corsa verso l’interno del Sistema Solare influenzate dalla gravità solare.
Geologi, paleontologi, matematici e astronomi hanno riconosciuto una stretta correlazione tra il ciclo dei 250 milioni di anni di rivoluzione intorno al disco galattico e la grandi estinzioni di massa; nonché, naturalmente, una correlazione tra gli intervalli oscillatori di 30 milioni di anni e le estinzioni intermedie; all’interno di queste è possibile calcolare una devianza di 9 milioni di anni che sul piano astronomico è estremamente futile.
Hoyle e Wickramasinghe (Cardiff University) sostengono che l’evento K/T fu causato da una cometa il cui passaggio continuo nell’orbita di Giove l’abbia frammentata in una gerarchia di proiettili uno dei quali fu il responsabile del cataclisma cretacico/terziario. 30 milioni di anni prima vi fu un evento similare (94 milioni di anni or sono) e la stessa cosa avvenne 32 milioni di anni dopo l’evento K/T.
Hoyle e Wickramasinghe sostengono che la presenza di iridio nei sedimenti avvalori ancor di più l’ipotesi extraterrestre e cometaria; della stessa idea sono anche Asaro ed Alvarez (vedi "Il Cataclisma Pleistocenico").

CONCLUSIONI
Non riusciremo mai a capire con certezza se gli AOC di Marte siano effettivamente monumenti realizzati da una civiltà esistente sul pianeta gemello e cancellata per sempre da un evento catastrofico simile al nostro K/T avvenuto in epoche particolarmente ravvicinate alla nostra. Una cosa è chiara: il pianeta era vivo e ora, con chiare tracce di bombardamenti violentissimi, non lo è più.
La riflessione da fare risiede non solo nella possibilità che una civiltà abbia avuto sviluppo su Marte e possibilmente sia entrata in contatto con uomini estremamente avanzati presenti in quelle epoche su Gaia; ma, e soprattutto, se il destino che ha segnato l’odierna configurazione di Marte non sia stato condiviso dalla Terra nel medesimo istante cancellando Atlantide e altre, presupposte, civiltà planetarie.
E se, infine, l’attenzione che poniamo ai rischi cosmici non sia insufficiente rispetto al suo potenziale apocalittico.

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