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HORUS IL ROSSO: IL SEGRETO DI MARTE
di Pier Giorgio Lepori per Edicolaweb
parti precedenti:

INTRODUZIONE »
L’ETERODOSSIA »
L’IPOTESI AFFASCINANTE »
SEGNI DI VITA DEL GEMELLO »
MORTE DI UN PIANETA »
LA DINAMICA DELL'ECCIDIO
Ancora una volta ci troviamo di fronte all’enigma del meccanismo con cui un cataclisma ipotetico, o comunque osservabile nei segni lasciati su un corpo, si sia potuto manifestare. Così come per "Il Killer Stellare" di Brennan) anche in questo caso ci soffermiamo sulle osservazioni. Hancock ne elenca 10:
- orbita planetaria eccezionalmente eccentrica;
- velocità di rotazione più lenta del dovuto;
- assenza quasi totale di campo magnetico;
- movimento altalenante dell’asse N-S molto disordinato con repentini cambi di orientamento del pianeta rispetto al Sole;
- vaste dislocazioni della crosta marziana con spostamenti delle masse polari all’equatore e viceversa;
- il 93% dei crateri concentrato nell’emisfero sud;
- 3.000 m di dislivello tra l’emisfero sud e un misterioso bacino circolare nell’emisfero nord;
- la scarpata del bacino ha una superficie liscia costante lungo tutto il pianeta;
- presenza dell’incredibile voragine delle Valles Marineris dovuta al crollo della crosta;
- presenza dei crateri "a compensazione" sul lato opposto delle Valles perpendicolari al rigonfiamento di Tharsis.
L’ipotesi geologica, come causa del bacino settentrionale, non trova riscontro in alcuna dinamica conosciuta in grado di generare una depressione di tale portata e il fenomeno rimane tuttora sconosciuto.
Poi arrivò W.K. Hartmann il quale, su "Scientific American" nel ’77, ipotizzò un impatto asteroidale o cometario in grado di scorticare un pianeta; il dilemma si allargò alla quantità di impatti: molteplici o uno parossistico? Si proseguì ipotizzando un addizionale bombardamento che, dopo aver distrutto il lato settentrionale, né ridisegnò i confini grazie ad un’immensa attività vulcanica provocata dal fenomeno e che, lava prima ed erosione dopo, rese liscia la superficie nord di Marte.
Alcuni scienziati fecero notare che un’attività di questo tipo non avrebbe potuto mai far scomparire i miliardi di detriti in maniera asettica e il quesito fu posto in maniera forte: l’erosione non era in grado di portare un’operazione di "pulizia" così titanica e oltretutto non si osservavano voragini tali da poter funzionare come depositi. Quindi il materiale doveva essere stato scagliato via dalla superficie e pertanto gli impatti, probabilmente, non avvennero a nord bensì proprio a sud del pianeta generando una reazione espulsiva apocalittica.
Il geografo Patten e l’ingegnere Windsor furono i primi ad ipotizzare un bombardamento a sud e non a nord del Pianeta Rosso, stroncando l’idea che l’emisfero meridionale fosse più antico, data la grande presenza di crateri da impatto. Essi trovarono anche il responsabile della catastrofe immaginando, secondo la legge di Bode, la presenza di un decimo pianeta lì ove esiste la fascia asteroidale, chiamato Astra, esploso per essersi avvicinato troppo al Limite di Roche marziano; nella deflagrazione frammenti del planetoide si sarebbero rovesciati su Marte concentrandosi sul bersaglio meridionale.
Questa visione ha un punto molto debole, ovvero la effettiva esistenza di Astra e il meccanismo con cui esso si sarebbe avvicinato troppo al Limite di Roche del Pianeta Rosso. Ma l’idea che il bombardamento si fosse concentrato a sud piuttosto che a nord trovava sempre più consenso tra gli studiosi.
Opposti al Rigonfiamento di Tharsis e alla depressione settentrionale, si trovano gli immensi crateri da impatto di Hellas, Isidis e Argyre: il primo ha dimensioni pari a 2.000x1.600 km ed è profondo 5 km, il secondo 1.000 km di diametro e il terzo 630 km di diametro.
Patten e Windsor immaginano l’evento all’arrivo di Hellas: 40.000 km orari, più di 100 km di diametro, penetra Marte fin nel magma interno provocando una convulsione subito compensata dal rigonfiarsi di Tharsis e dall’aprirsi delle fenditure nelle Valles Marineris; subito dopo arrivarono i due colpi di grazia di Isidis e Argyre. Questi ultimi con diametri di 50 e 36 km ciascuno.
Quando la Terra fu colpita dall’oggetto K/T, subì uno sconvolgimento immane con onde sismiche che si propagavano in ogni parte del pianeta concentrandosi particolarmente sul lato opposto, in India, generando i Trappi del Deccan; secondo Patten e Windsor, su Marte accadde la stessa cosa ma con un’intensità 100 volte superiore.
Ma un fenomeno ancora più devastante è accaduto sul Pianeta Rosso: l’intero emisfero nord è stato spazzato via come reazione agli impatti che scagliarono nel cosmo uno strato di crosta pari a 3 km di profondità. Patten e Windsor si spingono oltre anche nella cronologia dell’evento registrando il campo ad un periodo compreso tra 15.000 e 3.000 anni or sono.
D.S. Allen e J.B. Delair, parlano del frammento di materia astrale generato da un’esplosione simile ad una supernova denominato Phaeton giunto troppo vicino a Marte e alla Terra intorno agli 11.500 anni or sono.
Similmente si esprimono anche V. Clube e W. Napier astronomi della "Oxford University" aggiustando il tiro: non materiale proveniente da novae, bensì dal frammentarsi di una cometa interstellare nel Sistema Solare meno 20.000 anni or sono che seminò morte tra i pianeti. Questa data ha un’importanza strategica per la nostra visione e Hancock non manca di sottolinearlo. Inoltre trova corrispondenza tra le datazioni della Sfinge egizia e il presunto cataclisma gaio-marziano avvenuto nella stessa epoca.
Sappiamo con certezza che all’indomani dell’ultima glaciazione, terminata intorno al 9.000 a.C., enormi catastrofi si sono repentinamente abbattute sul nostro pianeta e le date coinciderebbero con il disastro di Marte, presumendo dunque la stessa causa.
Gli Egizi espressero una connessione profonda tra Marte e la Terra e più in dettaglio tra Marte e la Sfinge. Pianeta e monumento erano considerati manifestazioni di Horus ed entrambi venivano chiamati con lo stesso nome, Horakhti, "Horus dell’Orizzonte". Marte era conosciuto anche come "Horus il Rosso" e la stessa Sfinge, per molto tempo, fu dipinta con il medesimo colore.
Ma allora che cosa morì effettivamente sul Pianeta Rosso? Aveva un’atmosfera densa e umida, era ricco di acqua, possedeva un forte campo magnetico come Gaia; sono stati osservati indizi e tracce di processi organici.
E ancora, dobbiamo capire se il Volto di Cydonia, insieme ai suoi misteriosi monumenti di contorno, sono un gioco di ombre o una bizzarria geologica.
Che cosa è morto realmente su Marte, si chiede Hancock?
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