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HORUS IL ROSSO: IL SEGRETO DI MARTE
di Pier Giorgio Lepori per Edicolaweb
parti precedenti:

INTRODUZIONE »
L’ETERODOSSIA »
L’IPOTESI AFFASCINANTE »
SEGNI DI VITA DEL GEMELLO »
MORTE DI UN PIANETA
Sappiamo ad oggi che una varietà di animali, detti pogonofori, riescono a sopravvivere in ambienti giudicabili come estremi: a pressioni enormi causate dai movimenti tettonici, all’interno di vulcani sottomarini attivi. Molto semplicemente, essi secernono una sostanza che genera dei ‘tubi’ protettivi all’interno dei quali essi si addensano in colonie. Per nutrirsi fanno uso non di sostanze organiche bensì di minerali contenuti in acque ad alta temperatura.
L'introduzione, evidentemente funzionale ad un concetto, dimostra che sebbene l’ambiente esterno sia importante al fine dello svilupparsi della vita, questa può manifestarsi in una serie di forme non sempre coerenti con il tipo biologico cui siamo abituati a considerarla da sempre. Quindi un pianeta che presentasse, ad altezza data (ovvero l’equivalente del livello marino terrestre), una pressione pari a quella che sperimenteremmo a 30.000 metri d’altezza sul nostra pianeta, non esclude a priori forme biologiche semicomplesse o comunque diversificate rispetto alla vita come ci aspettiamo che sia; la presenza dei pogonofori in ambienti privi di acqua, smonterebbe il paradigma secondo cui questo elemento è "conditio sine qua non" per lo sviluppo biologico.
Eppure, per tornare su Marte, esistono oltretutto prove quasi inconfutabili della presenza di acqua in epoche remote su questo mondo lontano e che poi, inspiegabilmente, essa sia svanita nel nulla.
Glbert Levin, studioso coinvolto nel progetto Viking, è convinto dell’esistenza di una antichissima forma di vita sul Pianeta Rosso e non semplicemente unicellulare o batterica bensì complessa e soprattutto circondata da acqua sotto forma di laghi, mari, oceani e fiumi, spingendosi ad ipotizzare un’atmosfera umida, evidentemente respirabile e in grado di esprimere stagioni miti su tutta la superficie planetaria. Il requisito riconosciuto ufficialmente dall’assise scientifica internazionale, a fronte anche di osservazioni uguali e contrarie (vedi i pogonofori), è che l’acqua sia comunque elemento principe per lo sviluppo della vita.
Marte non può ospitare che acqua allo stato solido e in quantità minime racchiuse ai poli, data la temperatura media di -23° circa presente su tutta la superficie; individuata grazie agli ‘spettri a riflessione’, l’acqua, mantenuta in un bacino ghiacciato di 1.000 km ca., è racchiusa tutta al polo settentrionale, mentre quello meridionale è composto da ossido di carbonio. Eppure le astronavi esplorative fotografarono un mondo solcato dai tipici meandri costruiti dall’acqua e oltretutto un’acqua che, ad un certo momento, prese una piega distruttiva e catastrofica. La morfologia marziana è inquietante: le sue forme sono estreme e frastagliate. Il Pianeta ha i vulcani più alti del sistema solare e le profondità maggiori per i calanchi che ne fendono la superficie. Non essendoci un livello marino, come accennavo, gli scienziati hanno individuato un ‘livello dato’ convenzionale che esprime un vulcano come Olympus con una vetta a 27.000 m sul livello dato e le Valles Marineris con profondità medie di -7.000 m al di sotto del livello dato. A sud-est del vulcano si trova un’area detta Rigonfiamento di Tharsis corredata di 3 vulcani a scudo denominati Arsia, Pavonis e Ascreus con altezze medie ragguardevoli: 10.000 m sul livello dato. Le estremità orientali delle Valles Marineris sfociano in un territorio caotico zeppo di detriti dove prendono forma le Ares Vallis, canali che attraversano una zona detta Chryse Planitia; altri canali raggiungono l’area sommandosi alle Ares Vallis e la loro origine è chiara: essi furono generati da immense inondazioni che fluirono dall’emisfero meridionale di Marte a quello settentrionale poiché ‘scorrevano a valle’.
Un mistero irrisolto del pianeta, ma facilmente intuibile, è il gradino che forma un cerchio enorme depressivo che interseca a 35° l’equatore marziano con un dislivello di 3.000 m medi tra il lato meridionale e quello settentrionale. Inoltre, il 93% dei crateri presenti su Marte si trova nell’emisfero sud mentre quello nord risulta essere ‘liscio’ tranne che per una parte del Rigonfiamento di Tharsis che interseca il limite. La corrispettiva eccezione del lato sud sono due enormi crateri detti Argyre ed Hellas, provocati da impatti titanici probabilmente cometari.
Questa divisione estrema e assai marcata del pianeta, è uno dei punti principali che denunciano un immenso cataclisma occorso a Marte repentinamente in epoche neanche troppo remote e che cancellò per sempre la massiccia presenza di acqua e forse di vita.
Esistono due immagini in successione eseguite dall’orbiter Viking che mostrano il salire di una sorta di ‘tromba d’acqua’ dalle profondità del pianeta; il tutto fu riportato dal dr. Leonard Martin (Lowell Observatory - Arizona) nel 1980. Di Pietro e Molenaar calcolarono, pulendo le fotografie, che la colonna verticalizzasse a più di 60 m/s. e questo si sposa con un’ipotesi molto recente per cui l’acqua si troverebbe allo stato liquido a profondità superiori ai 200 m sotto la superficie marziana.
Un rapporto dell’Exobiology Program Office (presieduto da Carl Sagan, M. Carr del "Geological Survey" US, D. Des Marais dell’"Ames Research Center" NASA e A Meyer, HQ NASA) non lascia spazi a dubbio alcuno: l’affermazione sulla presenza di acqua in epoche passate è perentoria: canali dendritici, isole a forma di goccia, erosioni acquee sulle ‘sponde’ dei crateri Argyre ed Hellas testimoni di un’atmosfera umida e densa, ricca di piogge, ad alto valore erosivo, bacini fluviali ed oceanici. Il rapporto esprime un dato certo: l’acqua in un preciso momento si comportò in maniera violenta, scavando i canali di Chryse Planitia con una potenza inverosimile, facendo ipotizzare riversamenti oceanici repentini fuori da bacini profondi mediamente 50 o 500 metri. Sono stati identificati anche sedimenti simili a quelli presenti nei nostri laghi con spessori di 5.000 metri a riprova del fatto che l’acqua era presente sul pianeta da tempo immemore; nel rapporto si parla del fluire di fiumi per centinaia di milioni d’anni. Ma quando avvenne il disastro è ancora un’ipotesi aperta e in questo senso presenta una triplice visione:
- il cataclisma avvenne molti milioni di anni fa; conseguentemente l’ultima presenza di acqua sul pianeta è antichissima.
- uno studio sui meteoriti marziani dimostrerebbe che sia l’acqua sia forme di vita non complesse potessero esistere sul pianeta non più di 600.000 anni or sono.
- altri studiosi propendono per un cataclisma che avrebbe ucciso Marte meno di 17.000 anni or sono.
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