HORUS IL ROSSO: IL SEGRETO DI MARTE
di Pier Giorgio Lepori
per Edicolaweb

Trova largo consenso nella scienza l’idea che il pianeta fosse vivo un tempo e che la sua morte abbia tratto origine nello spazio profondo. Un monito per Gaia.
INTRODUZIONE
Quando gli occhi dell’umanità videro per la prima volta il pianeta Marte, attraverso le immagini ravvicinate delle sonde orbiter come i Mariner e successivamente dei lander come il Viking, la prima impressione provocata fu una profonda delusione nel vedere e constatare che la superficie del corpo celeste era completamente deserta, sterminata nel suo nulla. Gli scienziati del Jet Propulsion Laboratory di Pasadena ebbero la conferma razionale di ciò che avevano sempre sostenuto, le cui implicazioni psicologiche e filosofiche nel genere umano ancor più avrebbero rinforzato una condizione lampante agli occhi di tutti: la stirpe degli uomini e la sua solitudine cosmica sono un assunto di base, e quest’ultima, almeno fino a prova contraria, tutta da confutare. Nel frattempo, il sistema solare confermò il suo essere una landa senza vita dai confini incerti, immerso nel suo silenzio profondo che lo accompagna dai primordi della sua storia quando, ancora solo nube di gas e polveri, iniziava la propria gravitazione e costruzione intorno alla stella madre, il Sole.
Le immagini, considerate di rara bellezza al tempo, confermarono un globo crivellato da proiettili cosmici cometari o meteoritici, del tutto simile, né più né meno, ad altre superfici quali Mercurio o la Luna; i canali di Schiaparelli, che tanto fecero sognare la civiltà di due secoli or sono, altro non erano se non effetti luce-ombra creati da prospettive di visione troppo distanti dalla Terra per poter parlare di un valido dettaglio visivo; le ipotesi di una civiltà abitante il Pianeta Rosso a noi contemporanea svanirono in un attimo di fronte alle impietose fotografie che documentavano da distanze ravvicinate, di contro al telescopio di Schiaparelli, un’affascinante desolazione; affascinante sì, meravigliosa; ma pur sempre desolazione. I campioni prelevati dal pianeta ed analizzati a bordo del Viking confermarono una palla di roccia e sabbia inerte, in cui ipotizzare solamente la possibilità di vita o semplicemente presenza organica sarebbe stata impresa da folli.
I giorni sulla Terra trascorrevano nel solito caos politico e sociale degli anni ’70 e Marte fu inserito in programmi a lunga scadenza in relazione alla sua esplorazione; non c’era fretta, le indagini potevano essere tranquillamente condotte da casa sulle fotografie degli orbiter americani.
Fino al 25 luglio del 1976, giorno in cui Tobias Owen, membro della squadra che ideò il Viking presso il JPL osservando attentamente il fotogramma 35A72 che immortalava una vasta area di una zona planetaria chiamata Cydonia, esclamò: "Mio Dio... e questo cos’è?"