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IL CATACLISMA PLEISTOCENICO
di Pier Giorgio Lepori per Edicolaweb

La teoria di Charles Hapgood sulla dislocazione della crosta terrestre alla base del cataclisma globale che colpì anche Atlantide.

INTRODUZIONE
Vi sono innumerevoli ipotesi sulla scomparsa del continente Atlantide e si dividono equamente tra cause endogene e cause esogene; nella recensione "Le Urla del Silenzio",
relativa al testo di Herbie Brennan, mi soffermai su una causa scatenante di origine cosmica, ovvero quella relativa all’incontro tra il nostro sistema planetario e alcuni frammenti della supernova Vela F esplosa tra i 14.000 e gli 11.000 anni a.C., e comunque non prima di 30.000 anni or sono, nelle più remote regioni del cielo (Nebulosa di Gum).
In realtà dobbiamo contraddire il testo di Brennan, da considerarsi comunque estremamente interessante per l’accurata analisi degli indizi probatori. Paolo Maffei (1), docente di astrofisica all’Università di Perugia e nel 1976 dirigente dell’Osservatorio Astrofisico di Catania, ci racconta una storia diversa in merito.
Gamma2 Vel era una nova esplosa circa 11.000 anni or sono con uno spettro simile alle supernovae di classe II; l’espansione conseguente alla deflagrazione, nei primi istanti e con spettro a calare dalla radiazione blu a quella rossa in tali oggetti, è pari a velocità approssimate intorno ai 15/20.000 km/s.
Parliamo dunque di potenze vicine ad 1/20 o 1/15 della velocità della luce (300.000 km/s circa).
La distanza di Gamma2 Vel non era di 45 anni luce, come afferma Brennan, bensì, grazie alle misurazioni della pulsar rimasta al posto dell’oggetto iniziale, di 1.500 anni luce circa: ciò significa che, qualora l’intruso avesse avuto ragione dei bastioni del sistema solare, ci avrebbe raggiunti, a velocità costante (e abbiamo visto che non è così), dopo 30.000 anni o - nel caso più repentino - 16.000 anni circa Ciò significa che dovrebbe ancora abbattersi su di noi.
Maffei afferma oltretutto che l’evento non ebbe luogo prima di 30.000 anni or sono riducendo di fatto del 50% le possibilità dell’ipotesi di Brennan.
Le cause esogene di origine spaziale rimangono sempre affascinanti e all’ordine del giorno in certuni ambienti; è interessante in merito a ciò il testo "L’enigma di Marte" (2) di G. Hancock, che sarà oggetto di prossimi approfondimenti: sia il pianeta rosso sia la nostra Terra furono in passato oggetto di impatti devastanti in grado di cancellare la vita in brevi istanti o rivoluzionare l’andamento della storia. Ne abbiamo parlato ampiamente nella recensione "Obiettivo Terra - Un’umanità sterminata 65 milioni di anni fa" a proposito della sospetta corrispondenza cronologica tra l’evento KT e la scomparsa della presunta civiltà gliptolitica di Ica.

In questo articolo, dunque, affronteremo un’ipotesi geologica sorprendente che, al solito, è passata in sordina poiché rivoluzionaria ma al contempo non scomoda nei riguardi, ad esempio, della tettonica a placche. Tale ipotesi, divenuta poi teoria, è in grado di spiegare le anomalie antropologiche, storiche, archeologiche, che incontra la ricerca sul proprio cammino. Queste, oggi veri e propri enigmi, potrebbero assurgere a pagine di pura scienza speculativa e in grado di gettare nuova luce sul passato dell’umanità e del pianeta.
In più, e non da ultimo, il testo riaccende la considerazione di Atlantide dimostrando la possibilità che, precedentemente agli eventi geologici oggetto della teoria, civiltà evolute oggi scomparse popolarono la superficie della Terra raggiungendo vette intellettuali e tecnologiche di notevolissima portata. Sono convinto che detta teoria possa essere annoverata tra le fila dell’Eterodossia.
Il testo analizzato è alquanto famoso: si tratta di "When the Sky Fell. In search of Atlantis" di Rand and Rose Flem-Ath (trad. "La Fine di Atlantide", ed. Piemme 1997).

QUANDO IL CIELO CADDE
Uno degli scambi epistolari meno noti nella storia dell’Ortodossia è quello che avvenne tra Albert Einstein e il professor Charles Hutchins Hapgood, nato a New York nel 1904 e al tempo docente in un’università del New England. Il grande fisico era convinto che la tesi di Hapgood fosse esatta date le argomentazioni a sostegno ed il fatto che la crosta terrestre abbia dato origine a spostamenti significativi in un breve periodo di tempo e più volte. Sulle prime non sembra significare nulla tutto ciò, del resto la tettonica a placche già spiega lo scrollarsi delle spalle da parte della crosta terrestre. Bisognerà aspettare il 1955, vigilia della morte di Albert Einstein, quando incontrandosi i due il fisico gli confessò che le nozioni di gradualità care ai geologi erano solo delle convenzioni e che i fatti non necessariamente le giustificassero.
Le variazioni climatiche repentine avvenute sul pianeta in diversi periodi della sua storia e i dati empirici raccolti da altre discipline, non ultime l’archeologia e la paleontologia, possono essere spiegati, qualora si ammettesse che, di tanto in tanto, la crosta terrestre sostanzialmente rigida subisca vaste dislocazioni: così si esprimeva Einstein nella prefazione al testo di Hapgood "Earth’s Shifting Crust". (3)
La dislocazione della crosta terrestre ha delle conseguenze straordinarie e terribilmente drammatiche per un pianeta e in special modo abitato: in pratica l’intera litosfera scorre contemporaneamente e repentinamente, come se poggiasse su cuscinetti, al di sopra dell’astenosfera, ultimo baluardo prima del mantello, provocando in superficie eventi geologici e climatici di una violenza parossistica come terremoti, maremoti e inondazioni. La portata degli eventi è naturalmente "biblica" e il risultato più eclatante che ne deriva è che intere parti continentali possono ritrovarsi a latitudini completamente diverse da quelle originarie con disastrosi effetti climatici generali su tutto il continente interessato; il pianeta, inoltre, subisce una notevole inclinazione del proprio asse.
Uno dei fenomeni che si possono osservare mentre l’intero territorio scivola a valle, è l’effetto del cielo e del sole che cadono dalla parte opposta della dislocazione con effetti psicologici devastanti sui sopravvissuti.
Il brusco spostamento contemporaneo di tutte le placche facilita un travaso immane degli oceani dal proprio alveo; un vero e proprio diluvio universale: le onde degli tsunami possono arrivare anche a centinaia, migliaia di metri d’altezza. I corrugamenti terreni potrebbero generare montagne in brevi periodi e spianare allo stesso modo i rilievi esistenti.
Brennan si sofferma su scoperte archeologiche testimoni di un evento parossistico. Anche i Flem-Ath riporteranno prove di uno spaventoso cataclisma avvenuto 11.000 anni or sono sul nostro pianeta; saranno proprio queste l’oggetto di studio e considerazione su cui costruire l’intero paradigma della dislocazione, a partire dalle anomalie dei ghiacci groenlandesi e antartici fino ai mutamenti culturali subitanei della fine del Pleistocene, passando per le drammatiche ed enigmatiche estinzioni di massa dei mammiferi. Fino ad identificare il Continente Perduto in una precisa terra ancora presente sul pianeta e non scomparsa tra i flutti dell’Atlantico.

IL PROLOGO
Al "Keene State College" Hapgood, insieme ai suoi, iniziò a studiare una serie di mappe in cui vaste zone di continenti, tra cui quello americano, risultavano raffigurate e libere dai ghiacci prima che venissero addirittura scoperte dagli esploratori europei. La più incredibile è quella che raffigura un terzo dell’Antartide libera dai ghiacci.
Tutte le mappe hanno una caratteristica comune e inquietante: è come se fossero state disegnate con un diverso rapporto di posizione tra i continenti e le attuali latitudini dei poli. (4) Abbiamo già parlato ampiamente della mappa di Piri Reis ma è bene ricordare che una delle sue caratteristiche fondamentali è la proiezione longitudinale delle terre rappresentate in un periodo in cui la longitudine non era stata ancora calcolata. Questo ci dà la prova, mediante calcoli accurati, della correttezza relativa alla suddivisione in spicchi del pianeta e conseguentemente il posizionamento originale della Terra di Maud (Antartide).
Risalire alla latitudine non era un problema e la sorpresa fu quella di constatare uno slittamento maggiore di 400 miglia circa più a sud.
Immaginiamo che cosa potrebbe essere accaduto; anche se Platone, alla luce della Dislocazione, assume un’importanza storico-descrittiva assoluta e dunque ha già rivelato il dramma degli Atlantidi.
I superstiti dello slittamento si ritrovano a solcare l’oceano, intanto placatosi, alla ricerca di terre nuove ove sbarcare. Il problema maggiore era quello del cibo e dell’acqua, della sopravvivenza dei più deboli, dei feriti, senza contare il micidiale shock psicologico unito alla certezza dell’avvenuta fine del mondo.
Sui versanti continentali, contemporaneamente, le popolazioni di montagna scampate alle onde anomale e ai terribili terremoti abbattutisi sulle proprie nazioni iniziarono a scendere verso le valli sconvolte dagli eventi e sulle rive dei mari per accertarsi dello sfacelo appena avvenuto.
Un pallido parallelo lo abbiamo potuto constatare all’indomani del terribile tsunami che ha distrutto 7.000 km di costa nel Sud Est Asiatico il 26 dicembre 2004. Non dobbiamo dimenticare lo spostamento dell’asse terrestre di 6 centimetri e lo slittamento di 30 metri a danno dell’Isola di Sumatra.
L’importanza storica assunta dai testi platonici, grazie alla teoria della dislocazione, si vede nella descrizione che, nelle "Leggi", fa degli scampati al disastro.
Platone ipotizza un mondo desertico, decimato umanamente con scenari post-atomici disseminati di carcasse e cadaveri di animali; i pochi armenti rimasti indussero l’uomo a portarli al pascolo al fine di allevarli e assicurarsi cibo.
È il presupposto per l’addomesticamento degli animali e per l’emergere dell’agricoltura.
Interessante notare come, prima di Platone, i racconti in tal senso non erano nozionistici, scientifici bensì esclusivamente mitologici. Gli dei e le dee erano alla base delle attività di pastorizia e agricoltura.
Platone va oltre, presupponendo la rinascita dell’agricoltura all’indomani della distruzione di una civiltà avanzatissima cancellata da eventi terribili.
L’agricoltura è un dilemma per gli storici che tentano di capire come si è originata a partire dalla fine del Pleistocene e dell’Era Glaciale.
Il botanico russo Vavilov interpretò l’approccio analitico di A. de Candolle (5) raccogliendo 50.000 specie vegetali in tutto il mondo ed individuando 8 centri originari indipendenti dall’intervento umano, in diretta relazione con le più grandi catene montuose.
Vavilov dimostrò che le prime coltivazioni si trovavano ad altezze medie di 1.500 metri, riaccendendo involontariamente l’ipotesi degli scampati ai diluvi oceanici che si rifugiarono sulle alture del mondo al fine di difendersi da disastri di quel tempo.
Il racconto di Platone, che parla di un evento accaduto 9.000 anni prima del racconto di Solone, corrisponde all’età sospetta: 9.600 a.C..
Dobbiamo tener presente che i capovolgimenti climatici della fine del Pleistocene furono dettagliati solo dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Quando gli Atlantidi giunsero sulle terre abitate da popolazioni più retrograde furono, per il loro portamento e preparazione culturale e scientifica, scambiati per divinità; essi ressero le sorti di un mondo devastato.
La leggenda dei Viracochas inizia ad avere un senso storico.
Caratteristica della teoria dislocativa è proprio quella di dare spiegazione a qualsiasi enigma che non si sposa con le concezioni ortodosse. Gli scampati cercarono zone dove erano assicurate stabilità climatica, apporto di luce finalizzato alle coltivazioni e protezione dal mare grazie alle altitudini.
Esistevano tre regioni che rispondevano a tali caratteristiche e si ponevano tra l’attuale equatore e la sua precedente posizione; tutte si trovano a 1.500 metri d’altezza ed è stato dimostrato che l’agricoltura è nata proprio qui: Lago Titicaca, Spirit Cave in Thailandia e Sorgenti del Nilo Blu.
I Flem-Ath sottolineano il fatto che, contemporaneamente, agli antipodi del globo, l’umanità sviluppa il senso agricolo.
La teoria spiega questo fatto: America meridionale e Asia sud-orientale erano in zone agli antipodi e sostanzialmente subirono danni irrilevanti e mutamenti minimi conservando una notevole stabilità morfologica e climatica; la loro posizione era infatti su di un piano orizzontale della dislocazione, dove i cambiamenti sono ridotti a zero. Il grande dramma lo subirono i territori posti sul piano verticale del fenomeno. La posizione degli Atlantidi scampati alle sorgenti del Nilo li spinse a risalire le correnti del fiume fino a giungere presso la civiltà egizia, allora non ancora sviluppata del tutto, dove essi trasmisero le loro conoscenze aiutando gli egizi ad evolvere nella grande civiltà che conosciamo.

IL SOLE CHE FUGGE
Ufficialmente è cognizione diffusa che l’unico personaggio esistito che mai parlò di Atlantide era Platone; la realtà è ben diversa.
Il mito del Continente perduto è diffuso e si lega profondamente alle vicende di molte civiltà sparse nella storia e in particolar modo all’egizia e alle precolombiane.
Non solo: la percezione inconscia della catastrofe si intreccia al mito del "sole capriccioso" che in più civiltà, a partire dalla fine del Pleistocene, diviene paura profonda e stile di vita religioso.
Mi preme fare un cappello alla possibilità che il mito dell’Atlantide rispecchi la reale storia di Santorini e della scomparsa civiltà minoica.
La prima considerazione da fare è di stampo cronologico: l’epopea dell’isola risale al 3.500 a.C., ossia 3.000 anni prima dell’Atene periclea in cui viveva Platone stesso (V sec. a.C.).
Platone, nei "Dialoghi", è molto preciso: parla di 9.000 anni prima del racconto di Solone tramandato dai sacerdoti egizi.
Santorini fu distrutta da un’eruzione vulcanica di impressionante potenza che, senza dubbio, influenzò il pensiero e l’esistenza dei popoli mediterranei.
L’Atlantide scomparve inghiottita dai flutti a causa di un cataclisma che non aveva le caratteristiche dell’esplosione vulcanica; i riferimenti al Continente si ritrovano in ogni parte del mondo e in ogni popolo a prescindere dalla sua collocazione mediterranea.
Platone parla oltretutto di una terra posta aldilà di Atlantide stessa a cui si poteva giungere sfruttando le isole "che stavano di fronte" come ponte di terra.
L’Africa era conosciuta dalle civiltà del nostro mare, era chiamata Libia.
Il filosofo accenna a continenti posti aldilà dell’Atlantico, oltre le colonne d’Ercole, luoghi inaccessibili e misteriosi.
La civiltà minoica scomparve lasciando tracce archeologiche chiare: l’Atlantide lasciò, al contrario, un segno indelebile nell’animo di ogni essere umano in tutti i luoghi della Terra.
Parlando del "sole capriccioso", il pensiero vola ad un’antica leggenda degli indiani Ute, popolo che ha dato il nome all’odierno stato degli Utah: quella di Ta-wats contro Ta-vi.
In breve, Ta-wats, il dio-lepre, mentre riposava fu scottato apposta da Ta-vi, dio-sole; il dio-lepre si arrabbiò e lo inseguì fino ai confini del mondo, attese la sua ricomparsa e gli scagliò tre frecce di cui solo l’ultima a segno che sbriciolò il dio-sole e, con un’enorme esplosione, i pezzi precipitarono sulla Terra scatenando un’apocalisse. Ta-wats tentò di fuggire ma fu bruciato in tutto tranne che nella testa; essa rotolò per il mondo finché gli occhi non esplosero per il calore sgorgandovi da essi lacrime a fiotti che piovvero come un diluvio sulla Terra tutta. Alla fine il dio-sole fu processato poiché sconfitto dal dio-lepre e costretto a un duro regime di controllo che altro non è se non le stagioni ed il suo sorgere o il suo tramontare lungo il tragitto che lo obbligherà a vita da oriente-occidente.
Si può riscontrare nel mito un chiaro accenno alla dislocazione; terremoti e maremoti contribuirono all’innalzamento degli oceani, fenomeno dovuto oltretutto allo scorrere delle placche sull’astenosfera: ovvero il diluvio.
Il sole sarebbe "caduto" per un chiaro effetto ottico dovuto allo slittare sull’asse nord-sud dell’intera crosta terrestre.
Vorrei considerare anche un altro fatto: la possibilità che il racconto degli Ute, oltre a rivelare un cataclisma endogeno di portata immane, si riferisca anche ad un fenomeno esogeno come ad esempio un’incredibile pioggia meteorica originatasi per un impatto o un’esplosione causata dall’ingresso di un corpo celeste nel limite di Roche.
È quasi impossibile qui non accennare continuamente al testo di Brennan: all’inizio di questo articolo ho sottolineato l’improbabilità di teorizzare un crash tra il sistema solare e i frammenti di Gamma2 Vel per una banale questione cronologica; ma non è esclusa a priori l’ipotesi di una correlazione tra la dislocazione della crosta terrestre ed un evento scatenante come quello inerente un corpo celeste che sfiorasse o impattasse il nostro pianeta.
In tal senso Brennan l’ha ipotizzata giusta, solamente ha sbagliato attore di riferimento.
Immaginiamo infatti che cosa significhi per un asteroide, ad esempio, superare il Limite di Roche: più grande è il diametro della montagna astrale, più devastante la conseguente deflagrazione. Senza contare il fatto che la massa dell’asteroide influirebbe notevolmente sugli equilibri gravitazionali del pianeta generando convulsioni mareali sulla superficie in grado forse di attivare una dislocazione su vasta scala della crosta.
Questa ipotesi parte dal fatto che né i Flem-Ath né Hapgood si soffermino a pensare alle cause di un fenomeno simile che, molto probabilmente, deve essere attivato da un’enorme apporto di energia per potersi verificare.
Immaginiamo per un attimo il famoso Cubo di Rubrick, assai in voga negli anni ’80 era. Ricordiamo il simpatico rompicapo in cui, con una sola combinazione di mosse, si arriva ad allineare per ognuna delle facce del cubo tutti i segmenti appartenenti ad un unico colore. In un certo senso la crosta terrestre si comporta in questa maniera ma, invece di allinearsi alla maniera del cubo, inizia a sfregare i confini della placche tra loro finché, almeno due di queste, non vanno in collisione iniziando a convergere tra loro spinte dal gioco d’incastro delle altre. In; in quel punto si accumula un’incredibile quantità di energia meccanica che, al punto di rottura, genera un fenomeno di bradisismo o di subsidenza con conseguenze drammatiche di cui è costellata la storia dell’uomo e della Terra.
Il riferimento al cataclisma del dicembre 2004 nel Sud-Est asiatico è purtroppo ancora una volta il pallido ma terribile parallelo che oggi possiamo fare con l’ipotesi della dislocazione: il punto di rottura ha creato uno scalino sottomarino di 30/40 metri circa e la spaccatura di faglia si è protratta sul fondo oceanico per 1.000 km circa!
L’idea di incatenare il sole al suo corso, affinché non deragli mai più dalla propria traiettoria, era un punto fermo nella psicologia degli antichi.
Il più classico esempio, che grazie alla Dislocazione trova un senso logico alla sua esistenza, è l’Intihuatana "la pietra che incatena il sole" presente sulla più alta sommità della città di Machu Picchu.
Merita attenzione questo passaggio anche e soprattutto per un’altra situazione: quella città era popolata in maggioranza da giovani donne e risveglia l’antica leggenda della perduta città di Vilcabamba.
Verso la metà del XVI secolo, l’imperatore inca Manco II decise di sottrarre la civiltà e la cultura del proprio popolo ai Conquistadores e si rifugiò insieme a tre figli in una località inaccessibile a chiunque, esattamente su una sommità delle montagne che dominasse la vallata Urubamba. Pizarro e i successivi generali spagnoli mai riuscirono ad identificare il luogo della città segreta.
Nel 1911 Hiram Bingham scoprì la città inaccessibile di Machu Picchu, convinto che fosse Vilcabamba la Vecchia, dove le Vergini del Sole acconsentivano a tutti i desideri del loro Re. Furono raccolti una serie di scheletri inviati successivamente a George Eaton dell’università di Yale; ebbene, tranne alcuni maschi giudicati effeminati, nessun maschio robusto era presente nel campione ma solo ossa appartenenti al sesso femminile.
Le finalità nel mantenere un rifugio occulto pieno di giovani donne possono essere date dal senso di sopravvivenza: così come Colorado Springs è dotata del più audace bunker anti-atomico del pianeta, da cui ricostruire l’umanità in caso di conflitto nucleare globale, così Vilcabamba, alias Machu Picchu, avrebbe dato nuovamente il via alla stirpe umana qualora si fosse verificato nuovamente il diluvio.
La collocazione in montagna, su alte vette, avrebbe assicurato la difesa dalle acque montanti.
L’Intihuatana, cui ho accennato in precedenza, è presente proprio qui a Machu; se la "pietra che incatena il sole" è davvero legata all’evento di una dislocazione della crosta, allora è ipotizzabile che gli altri megaliti solari sparsi per il pianeta abbiano la stessa funzione.
Uno di questi megaliti appartiene al popolo degli Anasazi scoperto a Chaco Mesa, nel New Mexico, Stati Uniti da parte di Anna Sofaer. È conosciuto come lo "stiletto del sole" poiché la luce che penetra attraverso i solchi della pietra disegna dei cunei somiglianti ad uno stiletto.
In pratica funziona così: tre lastre di pietra, del peso ciascuna di due tonnellate, sono state disposte in maniera tale che la luce cada su di un petroglifo spiraliforme che segnala i solstizi estivi-invernali e gli equinozi primaverili-autunnali. Il minimo spostamento della luce dalla spirale stagionale avrebbe indicato un nuovo capriccio solare e un disastro dunque imminente.
Anche il monumento celeberrimo di Stonehenge rientra in questo tipo d’interpretazione nella logica conseguente al disastro dislocativo; la forma a ferro di cavallo corrisponderebbe al tracciato solare alba-tramonto e l’apertura a ferro di cavallo orientata ad accogliere i raggi del sole al solstizio estivo.
Le popolazioni scioccate dal ricordo di quei giorni terribili avrebbero potuto ancora una volta controllare le velleità della stella tramite veri e propri, nonché accurati e complessi, "osservatori solari"; essi avrebbero imbrigliato nella forma a ferro di cavallo il movimento del sole nei vari periodi stagionali, controllandone la rotta giorno dopo giorno ed assicurando serenità al futuro della Terra.
Per tornare al tema iniziale della diffusa credenza in un continente simile ad un’isola scomparso per un cataclisma, vi è una leggenda indicativa in tal senso: quella appartenente al popolo Okanagan inerente il paradiso perduto, l’isola "Samah-tumi-whoo-lah", alla lettera "l’Isola dell’Uomo Bianco".
Gli Okanagan affermavano che molto tempo fa in quest’isola abitavano i giganti dalla pelle bianca capeggiati da una regina chiamata Scomalt cui essi tributavano ogni onore; lei poteva creare tutto ciò desiderava.
Una guerra tra giganti turbò la pace millenaria di quel regno e Scomalt intervenne dividendo l’isola in due parti e in una di queste relegò i giganti ribelli abbandonandola all’oceano; tutti perirono tranne un uomo ed una donna i quali costruirono una canoa e, navigando di isola in isola, arrivarono alla terraferma.
Il popolo Okanagan era legato ai Kutenai di cui poco si sa tranne che per la loro posizione geografica nel continente americano e per un’altra caratteristica: ogni notte essi cercavano la stella Polare; qualora non l’avessero vista al proprio posto nei cieli la fine sarebbe stata imminente.
Questi uomini, indiani del Nord America, avevano capelli ondulati, barba rada e pelle chiara. Furono i Piedi Neri a chiamarli Kutenai, ovvero "uomini bianchi"; gli Okanagan li chiamavano "skelsa’ulk", ovvero "genti d’acqua".
L’antropologo americano Franz Boas era convinto che essi condividessero il sistema mitologico con gli Okanagan, il popolo di "Samah-tumi-whoo-lah"...

PERCHÉ L'ATLANTIDE
Cercando ulteriori argomentazioni di supporto alla tesi di Hapgood, ho trovato un interessante articolo di Mario Tozzi, appartenente al Cicap, sulla mappa di Piri Reis.
Il Cicap è quell’organo dedito al "controllo sulle affermazioni paranormali" utilissimo al fine di non deviare dal corso ortodosso della scienza che, fondamento della conoscenza, ancora ci dice che, ad esempio, gli uomini primitivi abitavano nelle caverne e che avevano difficoltà nell’approvvigionamento di cibarie e provviste e si prendevano a clavate sul cranio tutti i giorni della loro esistenza, trascinando le proprie donne-scimmia in giro per le caverne; la stessa scienza che definì i primitivi come "trogloditi" senza considerare che i trogloditi sono un popolo presente nel sud dell’odierna Tunisia e che poco hanno a che fare con le usanze presunte degli "uomini preistorici"; e quali poi: i neanderthalensi? Gli Australopitechi? I Cro-Magnon? Non si sa...
Non è il caso di Tozzi, comunque, che porta avanti una critica serrata ma intelligente nei confronti delle affermazioni fatte verso la mappa in questione; è egli stesso che ne afferma l’unicità e l’importanza nello scacchiere di confronto ortodosso-eterodosso. Il problema principale è che afferma questo come principio di base del proprio articolo:

"La famosa carta di Piri Re’is è stata fino ad oggi considerata la prova migliore che antichi astronauti abbiano visitato il pianeta Terra e abbiano lasciato tracce importanti e nascoste del proprio sapere."

Dissentiamo profondamente da tutto questo.
Dato il fatto che Tozzi cita direttamente le fonti del prof. Hapgood e dei Flem-Ath mi preme sottolineare che alcun accenno mai è stato fatto da questi studiosi in tal merito; qualora una folta schiera di seguaci delle visioni di Kolosimo abbia poi inquinato l’aspetto della ricerca scientifica, speculativa pura sull’Atlantide, è un problema che riguarda anche l’eterodossia.
Hapgood e i Flem-Ath fanno riferimento agli atlantidi, uomini, solo uomini appartenuti ad un passato rovinoso e sfortunato che ha impedito loro di potersi evolvere e dare un aspetto diverso all’umanità com’è oggi; l’ipotesi è quella di un supercontinente perduto abitato da esseri umani che non avevano assolutamente bisogno di supporti alieni:

"Secondo Von Daeniken - che in questo caso riprende idee di Jacques Bergier e Robert Charroux - nella carta di Piri figurano catene montuose che furono scoperte solo nel 1952, per le quali sarebbero stati necessari rilevamenti fotografici da altissima quota. Da quel momento la carta dell’Atlantico è stata considerata una delle prove più convincenti della presenza di astronauti alieni in tempi antichissimi, ma va ricordato che fu solo Von Daeniken a ipotizzare l’uso di fotografie aree prese da dischi volanti come fonte per la carta, e non Hapgood o altri."

Sono perfettamente d’accordo; non solo: basta leggere la mia recensione su Charroux per determinare la mia considerazione e quella di parecchi come me su questo sinistro personaggio.
Pauwels e Bergier, al contrario, fanno parte di una schiera diversa le cui origini culturali, gli ambienti in cui si sono evoluti (soprattutto Pauwels) nulla hanno a che fare con l’ortodossia e tanto meno con l’eterodossia stessa bensì con una visione magico-occulta del mondo che vanta radici antichissime e che ha visto il proprio realizzarsi nel movimento nazista. Il libro "Il Mattino dei Maghi" è infatti diviso tra prima parte introduttiva al Realismo Fantastico e una vera e propria seconda parte tutta dedicata alle fondamenta occulte del nazionalsocialismo.
Chiedo comunque a Tozzi: perché parlare di extraterrestri allora se il riferimento è ad Hapgood?
L’inciso è perfettamente inutile a meno che non si voglia trovare comunque una giustificazione anti-eterodossa in tal senso.
E infatti arriva la critica, puntuale, di tipo geologico:

"Chi afferma, invece, che si tratti proprio dell’Antartide commette diversi errori. Per primo si confonde la topografia subglaciale con la topografia senza ghiacci: la prima è diversa da una ipotetica superficie libera dai ghiacci a causa di 293.778.800 km3 di ghiaccio che giacciono sia sul continente che sulle isole aggregate. Il peso di questi ghiacci ha schiacciato e ribassato il continente antartico di centinaia di metri tanto che Il rimbalzo isostatico del continente - una volta rimosso il ghiaccio- ne innalzerebbe la topografia subglaciale da un minimo di 50 metri fino a un massimo di 950 (dall’interno alle zone di margine), come un pezzo di legno immerso a forza in acqua. Inoltre, si deve considerare che, se il ghiaccio che attualmente occupa l’Antartide fosse invece liquefatto, il livello del mare salirebbe di circa 70-80 metri. Da questo punto di vista, l’attuale topografia subglaciale del continente (ricostruibile con metodi geofisici indiretti) e l’attuale linea di costa sono molto diversi rispetto a quelli di un‘ipotetica Antartide libera dai ghiacci. Se fosse stata realmente rappresentata una parte del continente sud-polare priva della calotta glaciale, si sarebbe dovuta porre ad altre quote topografiche anche la linea di costa, che sarebbe perciò stata molto diversa da quella attuale. Insomma, saremmo di fronte al contorno di un’Antartide senza ghiacci, ma con la linea di costa corrispondente a quella attuale (con i ghiacci), cosa palesemente impossibile. Si parla cioè di due oggetti differenti, che non possono essere messi a paragone: il contorno del continente cambia a seconda che ci sia una coltre glaciale oppure no.
In secondo luogo, la carta di Piri è completamente mancante di linee di livello della topografia (le isoipse) e dunque non può essere confrontata con alcun profilo sismico o topografico che sia, se non facendo assunzioni prive di senso scientifico. Non c’è modo cioè di sapere quale fosse l’andamento del rilievo, dove fossero le valli e dove le montagne nella carta di Piri Re’is, e dunque non c’è modo di confrontarlo con gli attuali andamenti altimetrici né dell’Antartide né di altri continenti.
Infine, nuovi dati sismici (ottenuti negli anni ‘80) mostrano in via definitiva che non esiste alcuna relazione fra la carta dell’Atlantico e quella reale: la topografia corretta per tenere conto del rimbalzo isostatico non mostra alcuna somiglianza degna di nota. Come dimostrato dai campioni di ghiaccio e di rocce e dai dati palinologici e del radiocarbonio, la regione antartica è stata coperta da una calotta glaciale ben sviluppata fra 40.000 e 6.000 anni fa. Più precisamente il massimo sviluppo della calotta glaciale si realizzò esattamente fra 21.000 e 16.000 anni fa. L’ultima volta che l’Antartide fu completamente libera dai ghiacci fu però solo 14 milioni di anni fa: ciò significa che in nessun momento "utile" per gli uomini ci fu un continente privo di ghiacci che potesse essere topografato, visto che i primi ominidi risalgono, al massimo, a 3 milioni e mezzo di anni fa."

E qui qualche errore, al contrario, lo ha commesso proprio il Tozzi.
Precisiamo: il rimbalzo isostatico è una teoria del tutto reale, comprovata ed utilizzata sempre come parametro costante nella misurazione e determinazione del suolo effettivo del continente antartico al di sotto di una coltre pari a 2.400 metri circa di ghiaccio medi che preme il continente verso l’astenosfera; pertanto è logico che i profili del subcontinente antartico fossero profondamente diversi al tempo della Dislocazione; peccato che anche in questo caso Hapgood fu molto preciso. Anzitutto non ha mai affermato il totale esser sgombro del continente dai ghiacci; seguendo la divisione ufficiale che la scienza fa di Antartide in due parti, ovvero la Minore e la Maggiore, reputa che l’Antartide Minore fosse quella posizionata al di fuori del circolo polare al tempo della Dislocazione, mentre l’Antartide Maggiore, da sempre oppressa dal permafrost, si sarebbe presentata bianca e gelida com’è oggi poiché residente all’interno del Circolo Polare Antartico. Vedremo in seguito che alcuni miti la ricordano proprio in questa maniera.
La superficie del territorio Minore, considerando l’alta presenza di isole, potrebbe essere approssimata ad 1/3 se non ad ¼ dell’intera massa; pertanto il rimbalzo isostatico si ridurrebbe, dagli ipotetici 50 metri centrali ai 950 costieri, ai 10 metri centrali fino ai 200 costieri che sono certo delle cifre, specialmente le costiere, notevoli; ma che giustificano assolutamente le cosiddette "imperfezioni" di profilo dovute ad effettive linee di terra diversificate,
Nel 1960 l’aeronautica militare statunitense affermò tramite il colonnello Ohlmeyer che:

"...i particolari geografici mostrano che la parte inferiore della mappa coincide in maniera notevole con i risultati dell’indagine sismica eseguita..."

In "maniera notevole" significa che, chiaramente, non si può pretendere la raffinatezza di una rilevazione satellitare o fotografica aerea. Era l’aeronautica statunitense stessa che l’affermava in tal senso.
Bisognerebbe sapere, al contrario, quali analisi portate negli anni ‘80 smentiscono categoricamente la possibilità di identificare il continente con l’antica Poseidonia.
A proposito di fallacia del metodo sismico sostenuta da Tozzi, riporto quel che afferma Emanuele Bozzo, del Dipartimento di Scienze della Terra all'Università di Genova (che ha sicuramente ispirato Mario Tozzi):

"La migliore informazione sulla struttura crostale profonda viene fornita dai profili a rifrazione sismica profonda e dai rilievi gravimetrici."

Non solo: Tozzi avrebbe letto: 50 metri di rimbalzo isostatico al centro del continente e 950 metri sulle coste. In realtà si parla di 500 metri in Antartide Minore e 950 metri in Antartide Maggiore, ma solo se liberassimo l’intero continente dalla pressione dell’ ice-load (calotta glaciale); anche perché da scansione sismica risulta che il basamento continentale dell’Antartide è così suddiviso:

-.2/4 km sotto la superficie dell’oceano per l’Antartide Minore.
- livello superficie per l’Antartide Maggiore.

È lo stesso Bozzo che, citando il rimbalzo isostatico di Drewry, dimostra come l’Antartide Minore si innalzerebbe di 150 metri qualora venissero liberate porzioni continentali dallo spessore del permafrost pari ad 1 chilometro.
Rand e Rose Flem-Ath riportano una mappa strutturale dell’ice-load in cui è raffigurato lo spessore del permafrost medio inerente l’Antartide Minore: 1/1,2 km. Pertanto è facile immaginare come il profilo costiero della Penisola Antartica fosse sicuramente diverso rispetto ad una sovrapposizione millimetrica.
Inoltre: la polemica si basa sulle isoipse, le linee che indicano nelle mappe altipiani, fiumi, bassopiani, pianure e via di questo passo. Indubbiamente la mappa di Piri Reis non ne contiene nemmeno una a cercarla oro.
Per forza: si tratta di un portolano; i portolani erano - e sono tuttora - carte nautiche purissime in cui la cosa più importante non è capire se esiste una montagna 40 miglia ovest rispetto a dove sono posizionato ora nell’interno di costa che sto per raggiungere; bensì tracciare le rotte, le posizioni di isole ed affioranti e gli eventuali venti che imperversano in quella porzione di mare, correnti comprese. Basta dare un’occhiata ad una, ad esempio, batimetrica odierna: le terre emerse sono raffigurate completamente bianche semplicemente perché non serve il loro dettaglio fisico.
Possiamo tranquillamente affermare che quella striscia di terra è la penisola antartica.
Non solo: Tozzi parla di antichità della calotta glaciale Antartica facendo di tutta l’erba un fascio; in effetti la parte orientale del continente bianco, con spessori dell’ice-load di 4,3 km, sembrerebbe essere coperta da non meno di 150/200 milioni di anni or sono; la parte occidentale in questione, da rilevazioni effettuate nel 1977, riporta età approssimate ai 50.000 anni fa.
Da principio: scoperte archeologiche avvenute nel continente artico e nelle regioni direttamente adiacenti - tra cui la Norvegia - narrano una storia diversa. Rolv Lie e Stein-Erik Lauritzen, zoologi norvegesi, nell’estate 1993 scoprirono ossa di orso polare a 250 km a nord del Circolo Polare Artico.
Il problema risiede in un’affermazione dei geologi ordinari per cui tra 80.000 e 10.000 anni fa, essendo la Norvegia coperta da ghiacci, non sarebbe stata possibile la vita. E poi resti di lupi, topi selvatici formiche e polline!
Le abitudini dell’era glaciale, o presunte tali, erano in contraddizione con le scoperte poiché detti animali avevano necessità di cacciare per sopravvivere e questo non sarebbe stato possibile secondo i canoni glaciologici ordinari. Se la teoria della dislocazione, al contrario di una crosta rigida, avesse ragione, allora ipotizzando uno spostamento generale della crosta gli eventi di mutazione morfologica delle terre antipode sposterebbero le terre attuali di parecchie miglia rispetto ai poli terrestri favorendo climi più miti sia in Antartide che in Artide.
Il discorso risiede in una revisione dei carotaggi effettuati in Antartide con uno studio più approfondito di ciò che abbiamo dato come scontato per troppo tempo e probabilmente non fu così; a tal merito rimando alla recensione sull'"Ipotesi del Killer Stellare", in cui sono riportate le scoperte scientifiche a queste latitudini, che dimostrano climi temperati e non estremi come quelli odierni.
È lecito obiettare che i ghiacci antartici delle regioni occidentali potrebbero essere di gran lunga più recenti.
Non è un caso che, come riportato dai Flem-Ath, le latitudini artiche interessate dai ritrovamenti archeologici non inerenti ai climi odierni, sono casualmente poste agli antipodi delle regioni antartiche ipotizzate fuori dal circolo polare prima della Dislocazione. Questo significa che la zone del Polo Nord analizzate erano anch’esse al di fuori del Circolo Polare Antartico e ciò spiegherebbe la presenza di fossili tipici delle zone temperate.
È lecito pensare ad un’ipotesi simile così come al plateau oceanico atlantico, considerato da sempre ultra milionario, che presenta al contrario sedimenti non più vecchi di 8.000 anni or sono. Le stesse caratteristiche di alcune rocce osservate dall’Alvin sono caratterizzate da segni chiari di ossidazione atmosferica, provando il fatto che le remote regioni sommerse dell’Atlantico un tempo erano in superficie.

IL PARADISO PERDUTO
Gli Haida erano una tribù canadese tra le più evolute al mondo e al pari degli egizi o dei greci erano terrorizzati dai movimenti tellurici; ma sapevano altresì che un dio chiamato Sacro-Eretto-e-Mobile fungeva da puntello della Terra. Dal suo petto si erige il Pilastro dei Cieli. La perdita di controllo di quest’ultimo avrebbe scatenato la caduta della volta celeste con conseguenze disastrose.
L’arrivo degli Haida nelle Isole Regina Carlotta è datato 12.000 a.C.. Anche questo popolo era convinto di essere scampato ad un diluvio universale e le sue origini erano da ascriversi ad una remota e meravigliosa città collocata su una terra lontanissima.
Il fatto misterioso, ma che grazie alla Dislocazione può essere facilmente argomentato, sta nel dialetto Haida facente parte delle lingue Na-Denè che, secondo i glottologi, hanno affinità con la lingua dei Sumeri, la più antica civiltà mesopotamica con oltre 6.000 anni di storia.
Intorno agli inizi del XX secolo, a Nippur, gli archeologi esumarono 35.000 tavolette d’argilla considerate come gli annales del popolo sumerico.
I Sumeri raccontarono, scolpendole sull’argilla, le proprie origini da cercarsi a Dilmun, una misteriosa isola montagnosa persa nell’oceano; anche qui gli scampati al diluvio, provocato da Enlil - dio dell’aria e della pioggia - che tramò insieme al dio Sole, si rifugiarono su una imbarcazione nella quale trasportarono il seme di ogni vita - vedi Noè - e attraccarono su di un monte vicino Nippur.
L’isola si trovava nell’Oceano Indiano, verso sud; verso l’Antartide...
Il mito degli Haida e il mito sumerico sulle proprie origini presentano non una semplice affinità nella narrazione bensì una inquietante sovrapponibilità.
È dubbia la possibilità che dette popolazioni possano aver avuto contatti diretti; la probabilità reale è quella che prevede un antenato culturale, un sistema di pensiero, religioso e filosofico, comuni ad entrambi.
Gli Aymarà sono invece la popolazione ancora residente sul lago Titicaca, dove ancora guardano all’orizzonte le rovine di Tiahuanaco. Su questa città ne abbiamo dette molte, non mi dilungherò ulteriormente; ma le notizie riportate da questo popolo sono degne di nota.
Dopo il diluvio essi raccontano che una popolazione straniera giunse sulle rive del lago per fondare una grande città; ma gli Aymarà stessi, organizzato un esercito di resistenza, ingaggiarono una guerra contro gli "invasori" uccidendoli tutti.
Non è noto il perché di questo mito ma all’interno vi si scorgono le origini di Tiahuanaco.
Il mito è riduttivo se non consideriamo una peculiarità degli Aymarà che ha dell’incredibile: nel 1984 un matematico boliviano, Guzman de Rojas, fece fare un balzo in avanti notevole ai software di traduzione simultanea inglese-resto del mondo. Il sistema era l’"atamiri" che in lingua aymarà significa "interprete".
Molto semplicemente: il software era basato sulla struttura logica molto ferrea della lingua Aymarà che poteva essere tranquillamente utilizzata e trasformata in algoritmo computerizzato finalizzato alle traduzioni.
Alcuni glottologi ritengono talmente pura questa lingua tanto da non essersi mai evoluta come gli altri idiomi bensì creatasi dal nulla. Oppure, più semplicemente, insegnata agli Aymarà, noti e bravissimi agricoltori ed allevatori, da una popolazione civilizzata ed estremamente progredita.
L’utilizzo di una lingua unica e semplice, quasi un esperanto, in grado di globalizzare l’intera umanità è una conquista avvenuta da pochi decenni grazie alla diffusione dell’inglese che si presta moltissimo al compito, oppure all’informatica e al linguaggio matematico che, pur non essendo semplice, ha sicuramente le caratteristiche dell’universalità.
La lingua Aymarà assolse a questo compito già migliaia di anni fa ed è difficile che possa essersi originata all’interno di un popolo fiero ma semplice, culturalmente parlando.
Chi era però la popolazione che fondò Tiahuanaco?
Secondo Posnansky si trattava delle genti di Aztlan, l’antica terra d’origine degli Aztechi, l’isola del paradiso perduto posta ad est del continente sud americano.
La storia di Aztlan fu rivelata da Montezuma stesso, re e sacerdote azteco, al Conquistador Cortès: la parte interessante è l’etimologia del nome Aztlan, significa infatti "bianchezza"; Montezuma la definì come una "terra lucente e brillante, di un biancore candido che conteneva sette città sacre ai piedi di una montagna sacra".
Purezza o... ghiaccio?
Gangadhar Tilak, il Lokayama, "capo del popolo" indiano, fu il primo ad opporre una resistenza passiva contro gli inglesi. Il Mahatma Gandhi lo elesse a proprio mentore spirituale; quando fu incarcerato non poté continuare gli studi che egli aveva iniziato sui Veda, i testi sacri dell’induismo. Fu la Regina Vittoria ad accordargli tale privilegio, ovvero di dotarlo di lume e penna in cella affinché potesse continuare gli studi interrotti per la prigionia. Dopo la liberazione, nel 1903, diede alla luce il suo testo più famoso, "The Arctic Home of the Vedas", in cui sosteneva che il paradiso perduto dei Vedanta fosse collocato su di un isola sprofondata nell’Oceano Artico.
Lo stesso mito si trova presso i persiani con l’Airyana Vaejo, il paradiso dei persiani anch’esso perso e coperto sotto una spessa coltre di ghiaccio.
Fu Warren W.F., fondatore della Università di Boston, ad influenzare il grande indiano. Egli era convinto che i miti dell’isola del paradiso perduto, della caduta del cielo e del diluvio, fossero una cosa sola e si rivelassero come il retaggio di un’esperienza realmente accaduta al genere umano, travolto da un’immane catastrofe planetaria.
Un racconto simile è riportato nel Ko-ji-ki, "Memorie degli eventi antichi" commissionato dall’imperatore giapponese Temnu a Hieda no Are, l’uomo più dotato di memoria nell’intero paese del sol levante, perché raccontasse il passato ad uno scriba che l’avrebbe redatto.
In pratica si racconta che una coppia solare piantò una lancia agli antipodi del mondo e le gocce che caddero dalla punta, dopo averla estratta dalle acque, si consolidarono in un’isola, La coppia scese sull’isola, vi piantò la lancia al centro e intorno costruì un palazzo; lì era l’asse del pianeta intorno a cui tutto ruotava.
L’isola che si chiamava Onogorojima, "Isola della Goccia Congelata", era posta nei pressi del polo e la lancia rappresentava l’asse terrestre.
Anche Warren intuì il cataclisma dislocativo riflettendo sul perché mai uomini avessero dovuto abitare in quelle aree estreme ed inospitali: semplicemente perché un tempo non erano tali.
Anche i nativi delle Americhe chiamavano l’isola "bianca terra"; l’Antartide era infatti ammantata di neve per due terzi.

CRONACHE DALL'ATLANTIDE
11.600 a.C., un mattino come tanti o una sera come tante; animali al pascolo, genti nelle loro case o immerse nelle attività quotidiane; brezze leggere, sempre molto miti, temperate; vapori umidi si alzavano dagli acquitrini tropicali africani e atlantidei; la punta meridionale del Sud America era attraversata da un clima primaverile, stormi di uccelli in volo o il cinguettio di quelli posatisi sugli alberi rompevano il silenzio continentale; lo stormire delle fronde, il vociare dei popoli nelle proprie città le uniche melodie di un eden reale, storico. Poi un suono misterioso, profondo, gutturale, che prendeva origine dalle viscere della Terra; il suono divenne rumore, frastuono per poi trasformarsi in un boato roboante, terrificante, apocalittico su tutta la superficie di Gaia mescolato ad un tremito parossistico. Dapprima sussultorio, ondulatorio per finire in movimento, slittamento, uno scivolare via dalle proprie fondamenta.
Era iniziata una terrificante Dislocazione della crosta terrestre, sciagurato fenomeno dalle conseguenze apocalittiche.
Lo scivolare via della crosta sul mantello costringeva gli oceani ad uscire dal proprio alveo e inondare le terre emerse con un diluvio biblico.
Quando tutto si placò, iniziò la terza fase, quella criogenica. Le terre, un tempo poste a latitudini temperate, si ritrovarono spostate verso i poli. Manti di neve e strati di ghiaccio iniziarono ad occultare le terre di Atlantide e i resti della sua civiltà.
La storia era terminata, iniziava il mito.
La scomparsa, improvvisa, repentina, dei mammut è ascrivibile alla fine del Pleistocene, epoca appartenente ai 9/8.000 anni a.C.. Nelle zone agli antipodi dell’Antartide/Atlantide lo stesso dramma colpiva i mammiferi dominatori della Siberia, trasformando quest’ultima in una antonomastica fredda e desolata landa.
È curioso constatare come Solone, per bocca di Platone, riportasse il racconto di Sonchi di Sais, sommo sacerdote egizio custode dei segreti tramandati dagli antichi agli Egizi stessi, relativo all’Atlantide ponendo il tempo del cataclisma esattamente 9.000 anni prima di lui.
In pratica, parlando nel 560 a.C. , il periodo in questione doveva essere il 9.560 a.C. circa. Se aggiungiamo i nostri anni finiamo nell’11.000 a.C. stesso, data ormai famosa per l’Eterodossia.
I Flem-Ath individuano 16 punti logici fondamentali nel racconto di Sonchi di Sais.
Prima di questo, dobbiamo riflettere su un’affermazione forte del sacerdote: egli svela il racconto a Solone per amore della patria e delle due città natali che "ebbero in comune la dea fondante..."
Avere in comune una dea o una divinità in genere significa provenire da un ceppo familiare unico di cui si ignorano le radici.
Ufficialmente la storia greca prende le mosse da migrazioni achee ed indoeuropee avvenute intorno all’XI sec. a.C. circa.
Non abbiamo riferimenti di sorta ad origini comuni con gli Egizi che pure non hanno a che fare alcunché con la stirpe indoeuropea e tanto meno con quella achea.
I 16 punti del racconto di Sonchi di Sais sono davvero illuminanti e si possono considerare come tracce effettive di una storia reale che ci porta in un mondo come noi mai abbiamo conosciuto e che anzi neghiamo. Ecco i punti discussi:
- l’epoca risale al 9.600 a.C.
- mutamento del corso solare
- terremoti globali
- inondazioni globali
- isola
- continente
- molto al di sopra del livello marino (a proposito di "rimbalzo isostatico"...)
- molte montagne elevate
- scogliere vertiginose a picco sull’oceano
- altre isole
- abbondanti risorse minerarie
- al di là delle colonne d’Ercole
- in un luogo remoto dell’Atlantico
- nel vero oceano
- il Mediterraneo come baia rispetto al vero oceano
- il continente reale circonda il vero oceano.
È abbastanza chiaro, leggendo i 16 punti, il risultato conseguente.
Si tratta della visione del mondo dal punto di vista di un atlantideo e, probabilmente, dopo una Dislocazione.
La posizione dei popoli determina la visione del mondo; per i cinesi la propria nazione è "il regno di mezzo" mentre per gli europei, o gli americani, si tratta dell’estremo oriente.
La divisione geo-politica fra est ed ovest è un pregiudizio o una convenzione che dipende, esclusivamente, dal punto di vista dell’osservatore. Ed è lo stesso punto di vista che potrebbe aver sviato il nostro pensiero sul posizionamento continentale di Atlantide.
Per gli antichi, e i greci in particolare, il mondo allora conosciuto altro non era se non un disco che vedeva al nord l’Europa e a sud la Libia e l’Asia dove queste ultime erano la globalità terrena meridionale.
L’Asia intera era racchiusa in quella porzione che noi chiamiamo Medio Oriente e la Libia rappresentava l’intera Africa. Tutt’intorno si estendeva l’Oceano.
Letteralmente, la posizione "aldilà delle Colonne d’Ercole" pone di fatto il Continente nella porzione settentrionale dell’Atlantico; ma Sonchi parlava chiaramente di un "luogo remoto dell’Oceano Atlantico"; Aristotele parlava, ricordiamolo, di Oceano o Atlantico indifferentemente (Aristotele - "Sull’Universo"); pertanto non è detto che le coordinate geografiche del Continente Perduto dovessero posizionarsi assolutamente nel quadrante nord.
L’antica concezione dell’Atlantico visto come oceano globale entrò in crisi tra XV e XVI secolo all’indomani delle prima esplorazioni e conquiste dell’intero globo terracqueo da parte dei navigatori europei.
L’idea di affrontare un vasto continente blu senza soluzione di continuità spaventava gli esploratori.
Una suddivisione in quadranti ben precisi corroborati da nomi propri (Indiano, Pacifico, Atlantico) avrebbe aiutato molto la navigazione e l’intraprendenza.
Non dobbiamo dimenticare che allora la Terra presentava ancora luoghi inaccessibili e misteriosi, dove era più la paura e la superstizione a regnare piuttosto che la ragione.
Oggi la situazione è radicalmente diversa e oltretutto siamo in grado di osservare il pianeta da un satellite. Le concezioni geo-politiche, abbiamo detto, partono da presupposti relativi al punto di visione; la concezione del globo terracqueo sotto un profilo geografico o meglio oceanografico è totalmente diversa.
Nella mappa abbiamo una visione del tutto estranea al concetto europeista, nordamericano o asiatico del mondo; la mappa mondiale del cosiddetto "primo mondo" parte da una prospettiva nord-occidentale o nord-orientale del pianeta; gli oceani sono cinque e i continenti sette (visione europea).
Gli oceanografi, che da tempo parlano di un "oceano mondiale", puntano la prospettiva di visione a sud di Gaia, nell’Antartide e svelano così un oceano unico e un continente unico.
Si tratta di due punti cruciali nella descrizione di Sonchi di Sais. Non solo: il continente unico "circonda l’intero oceano, quello vero"; ed effettivamente il mediterraneo sembra un’insignificante baia di fronte alla magnificenza di una visione antartica. O atlantidea.
Le rilevazioni sismiche effettuate sul continente antartico rivelano non una compattezza tipica di un continente bensì una gigantesca isola continentale le cui dimensioni attuali sono pressoché identiche a quelle del nord Africa e del Medio Oriente uniti. È ricchissima di risorse minerarie, è attraversata da alte montagne, è più bassa della realtà a causa della pressione, non uniforme, che il permafrost esercita sulla superficie; aldilà della Penisola di Maud, si estendono gruppi di isole minori che collegano al Sud America: "...e dalle isole di fronte si passava al continente posto aldilà...".
Il racconto prosegue con i famosi dettagli topografici della città di Atlantide.
A noi interessa riportare l’ubicazione geografica della capitale secondo la ricostruzione fatta dai Flem-Ath; ancora una volta è il racconto di Sonchi di Sais ad essere riassunto in 4 punti fondamentali che servono ad orientarsi verso una ipotetica collocazione della perduta città di Atlantide:
- si estendeva su una grande pianura
- era vicina all’oceano
- quasi al centro perfetto, in lunghezza, del continente
- era circondata da montagne.
La mappa ci svela la posizione ipotetica della grande capitale.
Partendo dal presupposto che solo l’Antartide Minore fosse al di fuori del circolo polare, si restringono notevolmente gli spazi a disposizione per la rilevazione. Si traccia poi una retta ortogonale che suddivida in due parti perfette il continente; vengono identificate le montagne allora libere dai ghiacci e si giunge alla posizione ipotetica della città sprofondata.
Platone per bocca del sacerdote egizio parla di una città vicina all’oceano, circondata da montagne, collocata quasi al centro del continente esteso in lunghezza, che vedeva di fronte a sé delle isole e si trovava su una grande pianura.

CONCLUSIONI
Che Hapgood abbia veramente trovato l’antica Atlantide?
Secondo questa visione riportata fin qui, dovremmo semplicemente andare a scavare in quella zona.
Il termine "semplicemente" è davvero eufemistico: le difficoltà tecniche, economiche e fisiologiche che incontreremmo durante una spedizione del genere rasentano l’incredibile. Vi sono 1,2 km di spessore glaciale che ci dividono dal suolo antartico o atlantideo, a seconda dei diversi punti di vista.
E non è detto che, una volta raggiunto il fondo, non si abbia davvero "raggiunto il fondo"; penetrare il permafrost per non trovare nulla?
Oppure per rivoluzionare la Storia?
Atlantide ci ha lasciato migliaia di indizi per ricostruire la sua grande storia culminata nell’apocalisse pagana; scavare l’ice-load antartico è impresa sovrumana e non è detto che Hapgood abbia ragione.
Ma lasciatemi dire, dopo aver letto il testo dei Flem-Ath, che qualche ragionevole dubbio, insieme ad un’immensa speranza, mi sono rimasti dentro.

Note:
1. Paolo Maffei - "I Mostri del Cielo!", Milano 1976 pag. 110 e seguenti.
2. Graham Hancock - "L’Enigma di Marte", Il Corbaccio 1997.
3. C.H. Hapgood - "La dislocazione della crosta terrestre", trad. it. Einaudi 1961.
4. Si tratta della famosa Mappa di Piri Reis; cfr.
5. Al fine di scoprire l’origine geografica di una specie coltivabile basta capire dove sorge spontaneamente senza interventi umani.


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