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IL CATACLISMA PLEISTOCENICO
di Pier Giorgio Lepori per Edicolaweb
parti precedenti:

INTRODUZIONE »
QUANDO IL CIELO CADDE »
IL PROLOGO »
IL SOLE CHE FUGGE »
PERCHÉ L'ATLANTIDE »
IL PARADISO PERDUTO
Gli Haida erano una tribù canadese tra le più evolute al mondo e al pari degli egizi o dei greci erano terrorizzati dai movimenti tellurici; ma sapevano altresì che un dio chiamato Sacro-Eretto-e-Mobile fungeva da puntello della Terra. Dal suo petto si erige il Pilastro dei Cieli. La perdita di controllo di quest’ultimo avrebbe scatenato la caduta della volta celeste con conseguenze disastrose.
L’arrivo degli Haida nelle Isole Regina Carlotta è datato 12.000 a.C.. Anche questo popolo era convinto di essere scampato ad un diluvio universale e le sue origini erano da ascriversi ad una remota e meravigliosa città collocata su una terra lontanissima.
Il fatto misterioso, ma che grazie alla Dislocazione può essere facilmente argomentato, sta nel dialetto Haida facente parte delle lingue Na-Denè che, secondo i glottologi, hanno affinità con la lingua dei Sumeri, la più antica civiltà mesopotamica con oltre 6.000 anni di storia.
Intorno agli inizi del XX secolo, a Nippur, gli archeologi esumarono 35.000 tavolette d’argilla considerate come gli annales del popolo sumerico.
I Sumeri raccontarono, scolpendole sull’argilla, le proprie origini da cercarsi a Dilmun, una misteriosa isola montagnosa persa nell’oceano; anche qui gli scampati al diluvio, provocato da Enlil - dio dell’aria e della pioggia - che tramò insieme al dio Sole, si rifugiarono su una imbarcazione nella quale trasportarono il seme di ogni vita - vedi Noè - e attraccarono su di un monte vicino Nippur.
L’isola si trovava nell’Oceano Indiano, verso sud; verso l’Antartide...
Il mito degli Haida e il mito sumerico sulle proprie origini presentano non una semplice affinità nella narrazione bensì una inquietante sovrapponibilità.
È dubbia la possibilità che dette popolazioni possano aver avuto contatti diretti; la probabilità reale è quella che prevede un antenato culturale, un sistema di pensiero, religioso e filosofico, comuni ad entrambi.
Gli Aymarà sono invece la popolazione ancora residente sul lago Titicaca, dove ancora guardano all’orizzonte le rovine di Tiahuanaco. Su questa città ne abbiamo dette molte, non mi dilungherò ulteriormente; ma le notizie riportate da questo popolo sono degne di nota.
Dopo il diluvio essi raccontano che una popolazione straniera giunse sulle rive del lago per fondare una grande città; ma gli Aymarà stessi, organizzato un esercito di resistenza, ingaggiarono una guerra contro gli "invasori" uccidendoli tutti.
Non è noto il perché di questo mito ma all’interno vi si scorgono le origini di Tiahuanaco.
Il mito è riduttivo se non consideriamo una peculiarità degli Aymarà che ha dell’incredibile: nel 1984 un matematico boliviano, Guzman de Rojas, fece fare un balzo in avanti notevole ai software di traduzione simultanea inglese-resto del mondo. Il sistema era l’"atamiri" che in lingua aymarà significa "interprete".
Molto semplicemente: il software era basato sulla struttura logica molto ferrea della lingua Aymarà che poteva essere tranquillamente utilizzata e trasformata in algoritmo computerizzato finalizzato alle traduzioni.
Alcuni glottologi ritengono talmente pura questa lingua tanto da non essersi mai evoluta come gli altri idiomi bensì creatasi dal nulla. Oppure, più semplicemente, insegnata agli Aymarà, noti e bravissimi agricoltori ed allevatori, da una popolazione civilizzata ed estremamente progredita.
L’utilizzo di una lingua unica e semplice, quasi un esperanto, in grado di globalizzare l’intera umanità è una conquista avvenuta da pochi decenni grazie alla diffusione dell’inglese che si presta moltissimo al compito, oppure all’informatica e al linguaggio matematico che, pur non essendo semplice, ha sicuramente le caratteristiche dell’universalità.
La lingua Aymarà assolse a questo compito già migliaia di anni fa ed è difficile che possa essersi originata all’interno di un popolo fiero ma semplice, culturalmente parlando.
Chi era però la popolazione che fondò Tiahuanaco?
Secondo Posnansky si trattava delle genti di Aztlan, l’antica terra d’origine degli Aztechi, l’isola del paradiso perduto posta ad est del continente sud americano.
La storia di Aztlan fu rivelata da Montezuma stesso, re e sacerdote azteco, al Conquistador Cortès: la parte interessante è l’etimologia del nome Aztlan, significa infatti "bianchezza"; Montezuma la definì come una "terra lucente e brillante, di un biancore candido che conteneva sette città sacre ai piedi di una montagna sacra".
Purezza o... ghiaccio?
Gangadhar Tilak, il Lokayama, "capo del popolo" indiano, fu il primo ad opporre una resistenza passiva contro gli inglesi. Il Mahatma Gandhi lo elesse a proprio mentore spirituale; quando fu incarcerato non poté continuare gli studi che egli aveva iniziato sui Veda, i testi sacri dell’induismo. Fu la Regina Vittoria ad accordargli tale privilegio, ovvero di dotarlo di lume e penna in cella affinché potesse continuare gli studi interrotti per la prigionia. Dopo la liberazione, nel 1903, diede alla luce il suo testo più famoso, "The Arctic Home of the Vedas", in cui sosteneva che il paradiso perduto dei Vedanta fosse collocato su di un isola sprofondata nell’Oceano Artico.
Lo stesso mito si trova presso i persiani con l’Airyana Vaejo, il paradiso dei persiani anch’esso perso e coperto sotto una spessa coltre di ghiaccio.
Fu Warren W.F., fondatore della Università di Boston, ad influenzare il grande indiano. Egli era convinto che i miti dell’isola del paradiso perduto, della caduta del cielo e del diluvio, fossero una cosa sola e si rivelassero come il retaggio di un’esperienza realmente accaduta al genere umano, travolto da un’immane catastrofe planetaria.
Un racconto simile è riportato nel Ko-ji-ki, "Memorie degli eventi antichi" commissionato dall’imperatore giapponese Temnu a Hieda no Are, l’uomo più dotato di memoria nell’intero paese del sol levante, perché raccontasse il passato ad uno scriba che l’avrebbe redatto.
In pratica si racconta che una coppia solare piantò una lancia agli antipodi del mondo e le gocce che caddero dalla punta, dopo averla estratta dalle acque, si consolidarono in un’isola, La coppia scese sull’isola, vi piantò la lancia al centro e intorno costruì un palazzo; lì era l’asse del pianeta intorno a cui tutto ruotava.
L’isola che si chiamava Onogorojima, "Isola della Goccia Congelata", era posta nei pressi del polo e la lancia rappresentava l’asse terrestre.
Anche Warren intuì il cataclisma dislocativo riflettendo sul perché mai uomini avessero dovuto abitare in quelle aree estreme ed inospitali: semplicemente perché un tempo non erano tali.
Anche i nativi delle Americhe chiamavano l’isola "bianca terra"; l’Antartide era infatti ammantata di neve per due terzi.
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