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IL CATACLISMA PLEISTOCENICO

di Pier Giorgio Lepori
per Edicolaweb

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IL SOLE CHE FUGGE
Ufficialmente è cognizione diffusa che l’unico personaggio esistito che mai parlò di Atlantide era Platone; la realtà è ben diversa.
Il mito del Continente perduto è diffuso e si lega profondamente alle vicende di molte civiltà sparse nella storia e in particolar modo all’egizia e alle precolombiane.
Non solo: la percezione inconscia della catastrofe si intreccia al mito del "sole capriccioso" che in più civiltà, a partire dalla fine del Pleistocene, diviene paura profonda e stile di vita religioso.
Mi preme fare un cappello alla possibilità che il mito dell’Atlantide rispecchi la reale storia di Santorini e della scomparsa civiltà minoica.
La prima considerazione da fare è di stampo cronologico: l’epopea dell’isola risale al 3.500 a.C., ossia 3.000 anni prima dell’Atene periclea in cui viveva Platone stesso (V sec. a.C.).
Platone, nei "Dialoghi", è molto preciso: parla di 9.000 anni prima del racconto di Solone tramandato dai sacerdoti egizi.
Santorini fu distrutta da un’eruzione vulcanica di impressionante potenza che, senza dubbio, influenzò il pensiero e l’esistenza dei popoli mediterranei.
L’Atlantide scomparve inghiottita dai flutti a causa di un cataclisma che non aveva le caratteristiche dell’esplosione vulcanica; i riferimenti al Continente si ritrovano in ogni parte del mondo e in ogni popolo a prescindere dalla sua collocazione mediterranea.
Platone parla oltretutto di una terra posta aldilà di Atlantide stessa a cui si poteva giungere sfruttando le isole "che stavano di fronte" come ponte di terra.
L’Africa era conosciuta dalle civiltà del nostro mare, era chiamata Libia.
Il filosofo accenna a continenti posti aldilà dell’Atlantico, oltre le colonne d’Ercole, luoghi inaccessibili e misteriosi.
La civiltà minoica scomparve lasciando tracce archeologiche chiare: l’Atlantide lasciò, al contrario, un segno indelebile nell’animo di ogni essere umano in tutti i luoghi della Terra.
Parlando del "sole capriccioso", il pensiero vola ad un’antica leggenda degli indiani Ute, popolo che ha dato il nome all’odierno stato degli Utah: quella di Ta-wats contro Ta-vi.
In breve, Ta-wats, il dio-lepre, mentre riposava fu scottato apposta da Ta-vi, dio-sole; il dio-lepre si arrabbiò e lo inseguì fino ai confini del mondo, attese la sua ricomparsa e gli scagliò tre frecce di cui solo l’ultima a segno che sbriciolò il dio-sole e, con un’enorme esplosione, i pezzi precipitarono sulla Terra scatenando un’apocalisse. Ta-wats tentò di fuggire ma fu bruciato in tutto tranne che nella testa; essa rotolò per il mondo finché gli occhi non esplosero per il calore sgorgandovi da essi lacrime a fiotti che piovvero come un diluvio sulla Terra tutta. Alla fine il dio-sole fu processato poiché sconfitto dal dio-lepre e costretto a un duro regime di controllo che altro non è se non le stagioni ed il suo sorgere o il suo tramontare lungo il tragitto che lo obbligherà a vita da oriente-occidente.
Si può riscontrare nel mito un chiaro accenno alla dislocazione; terremoti e maremoti contribuirono all’innalzamento degli oceani, fenomeno dovuto oltretutto allo scorrere delle placche sull’astenosfera: ovvero il diluvio.
Il sole sarebbe "caduto" per un chiaro effetto ottico dovuto allo slittare sull’asse nord-sud dell’intera crosta terrestre.
Vorrei considerare anche un altro fatto: la possibilità che il racconto degli Ute, oltre a rivelare un cataclisma endogeno di portata immane, si riferisca anche ad un fenomeno esogeno come ad esempio un’incredibile pioggia meteorica originatasi per un impatto o un’esplosione causata dall’ingresso di un corpo celeste nel limite di Roche.
È quasi impossibile qui non accennare continuamente al testo di Brennan: all’inizio di questo articolo ho sottolineato l’improbabilità di teorizzare un crash tra il sistema solare e i frammenti di Gamma2 Vel per una banale questione cronologica; ma non è esclusa a priori l’ipotesi di una correlazione tra la dislocazione della crosta terrestre ed un evento scatenante come quello inerente un corpo celeste che sfiorasse o impattasse il nostro pianeta.
In tal senso Brennan l’ha ipotizzata giusta, solamente ha sbagliato attore di riferimento.
Immaginiamo infatti che cosa significhi per un asteroide, ad esempio, superare il Limite di Roche: più grande è il diametro della montagna astrale, più devastante la conseguente deflagrazione. Senza contare il fatto che la massa dell’asteroide influirebbe notevolmente sugli equilibri gravitazionali del pianeta generando convulsioni mareali sulla superficie in grado forse di attivare una dislocazione su vasta scala della crosta.
Questa ipotesi parte dal fatto che né i Flem-Ath né Hapgood si soffermino a pensare alle cause di un fenomeno simile che, molto probabilmente, deve essere attivato da un’enorme apporto di energia per potersi verificare.
Immaginiamo per un attimo il famoso Cubo di Rubrick, assai in voga negli anni ’80 era. Ricordiamo il simpatico rompicapo in cui, con una sola combinazione di mosse, si arriva ad allineare per ognuna delle facce del cubo tutti i segmenti appartenenti ad un unico colore. In un certo senso la crosta terrestre si comporta in questa maniera ma, invece di allinearsi alla maniera del cubo, inizia a sfregare i confini della placche tra loro finché, almeno due di queste, non vanno in collisione iniziando a convergere tra loro spinte dal gioco d’incastro delle altre. In; in quel punto si accumula un’incredibile quantità di energia meccanica che, al punto di rottura, genera un fenomeno di bradisismo o di subsidenza con conseguenze drammatiche di cui è costellata la storia dell’uomo e della Terra.
Il riferimento al cataclisma del dicembre 2004 nel Sud-Est asiatico è purtroppo ancora una volta il pallido ma terribile parallelo che oggi possiamo fare con l’ipotesi della dislocazione: il punto di rottura ha creato uno scalino sottomarino di 30/40 metri circa e la spaccatura di faglia si è protratta sul fondo oceanico per 1.000 km circa!
L’idea di incatenare il sole al suo corso, affinché non deragli mai più dalla propria traiettoria, era un punto fermo nella psicologia degli antichi.
Il più classico esempio, che grazie alla Dislocazione trova un senso logico alla sua esistenza, è l’Intihuatana "la pietra che incatena il sole" presente sulla più alta sommità della città di Machu Picchu.
Merita attenzione questo passaggio anche e soprattutto per un’altra situazione: quella città era popolata in maggioranza da giovani donne e risveglia l’antica leggenda della perduta città di Vilcabamba.
Verso la metà del XVI secolo, l’imperatore inca Manco II decise di sottrarre la civiltà e la cultura del proprio popolo ai Conquistadores e si rifugiò insieme a tre figli in una località inaccessibile a chiunque, esattamente su una sommità delle montagne che dominasse la vallata Urubamba. Pizarro e i successivi generali spagnoli mai riuscirono ad identificare il luogo della città segreta.
Nel 1911 Hiram Bingham scoprì la città inaccessibile di Machu Picchu, convinto che fosse Vilcabamba la Vecchia, dove le Vergini del Sole acconsentivano a tutti i desideri del loro Re. Furono raccolti una serie di scheletri inviati successivamente a George Eaton dell’università di Yale; ebbene, tranne alcuni maschi giudicati effeminati, nessun maschio robusto era presente nel campione ma solo ossa appartenenti al sesso femminile.
Le finalità nel mantenere un rifugio occulto pieno di giovani donne possono essere date dal senso di sopravvivenza: così come Colorado Springs è dotata del più audace bunker anti-atomico del pianeta, da cui ricostruire l’umanità in caso di conflitto nucleare globale, così Vilcabamba, alias Machu Picchu, avrebbe dato nuovamente il via alla stirpe umana qualora si fosse verificato nuovamente il diluvio.
La collocazione in montagna, su alte vette, avrebbe assicurato la difesa dalle acque montanti.
L’Intihuatana, cui ho accennato in precedenza, è presente proprio qui a Machu; se la "pietra che incatena il sole" è davvero legata all’evento di una dislocazione della crosta, allora è ipotizzabile che gli altri megaliti solari sparsi per il pianeta abbiano la stessa funzione.
Uno di questi megaliti appartiene al popolo degli Anasazi scoperto a Chaco Mesa, nel New Mexico, Stati Uniti da parte di Anna Sofaer. È conosciuto come lo "stiletto del sole" poiché la luce che penetra attraverso i solchi della pietra disegna dei cunei somiglianti ad uno stiletto.
In pratica funziona così: tre lastre di pietra, del peso ciascuna di due tonnellate, sono state disposte in maniera tale che la luce cada su di un petroglifo spiraliforme che segnala i solstizi estivi-invernali e gli equinozi primaverili-autunnali. Il minimo spostamento della luce dalla spirale stagionale avrebbe indicato un nuovo capriccio solare e un disastro dunque imminente.
Anche il monumento celeberrimo di Stonehenge rientra in questo tipo d’interpretazione nella logica conseguente al disastro dislocativo; la forma a ferro di cavallo corrisponderebbe al tracciato solare alba-tramonto e l’apertura a ferro di cavallo orientata ad accogliere i raggi del sole al solstizio estivo.
Le popolazioni scioccate dal ricordo di quei giorni terribili avrebbero potuto ancora una volta controllare le velleità della stella tramite veri e propri, nonché accurati e complessi, "osservatori solari"; essi avrebbero imbrigliato nella forma a ferro di cavallo il movimento del sole nei vari periodi stagionali, controllandone la rotta giorno dopo giorno ed assicurando serenità al futuro della Terra.
Per tornare al tema iniziale della diffusa credenza in un continente simile ad un’isola scomparso per un cataclisma, vi è una leggenda indicativa in tal senso: quella appartenente al popolo Okanagan inerente il paradiso perduto, l’isola "Samah-tumi-whoo-lah", alla lettera "l’Isola dell’Uomo Bianco".
Gli Okanagan affermavano che molto tempo fa in quest’isola abitavano i giganti dalla pelle bianca capeggiati da una regina chiamata Scomalt cui essi tributavano ogni onore; lei poteva creare tutto ciò desiderava.
Una guerra tra giganti turbò la pace millenaria di quel regno e Scomalt intervenne dividendo l’isola in due parti e in una di queste relegò i giganti ribelli abbandonandola all’oceano; tutti perirono tranne un uomo ed una donna i quali costruirono una canoa e, navigando di isola in isola, arrivarono alla terraferma.
Il popolo Okanagan era legato ai Kutenai di cui poco si sa tranne che per la loro posizione geografica nel continente americano e per un’altra caratteristica: ogni notte essi cercavano la stella Polare; qualora non l’avessero vista al proprio posto nei cieli la fine sarebbe stata imminente.
Questi uomini, indiani del Nord America, avevano capelli ondulati, barba rada e pelle chiara. Furono i Piedi Neri a chiamarli Kutenai, ovvero "uomini bianchi"; gli Okanagan li chiamavano "skelsa’ulk", ovvero "genti d’acqua".
L’antropologo americano Franz Boas era convinto che essi condividessero il sistema mitologico con gli Okanagan, il popolo di "Samah-tumi-whoo-lah"...

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