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OBIETTIVO TERRA: UN’UMANITÀ STERMINATA 65 MILIONI DI ANNI FA
di Pier Giorgio Lepori
per Edicolaweb


L’asteroide precipitato tra il cretaceo ed il terziario oltre ai dinosauri uccise anche una superciviltà.
 
 

La teoria dell’evoluzione lineare sta alla base degli assunti archeologici e storici della nostra cultura; anzi a dire la verità li condiziona addirittura: quando qualche scoperta "avulsa" viene alla luce, immediatamente la si annovera tra il falso o l’impossibile poiché stride con detta teoria.
Alcuni ritrovamenti archeologici vengono messi al bando oppure lasciati appositamente sotto traccia poiché sarebbero in grado, qualora approfonditi, di ribaltare l’intero equilibrio cognitivo cui siamo abituati dall’inizio della nostra storia culturale.
Il diagramma dell’evoluzione lineare è molto semplice: alla fine del Pleistocene, gruppi umani usciti dalla glaciazione iniziano percorsi di vita fatti non solo di caccia e sopravvivenza, bensì anche di pastorizia e primi approcci agricoli, passando di fatto da una condizione di nomadismo ad una di sedentarietà. La prima conseguenza è la creazione di villaggi e centri protourbani con veli di organizzazione sociale e standardizzazione dei rapporti tra individui.
Sono gli albori di una politica, del riconoscersi "cittadinanza"; probabilmente nascono le prime regole non scritte, quel codice comportamentale che permette la convivenza; si radicano le credenze religiose che danno il via ai "controller" psico-sociali. L’ultima fase è la nascita di un codice univoco finalizzato alla comprensione nelle tribù ossia la scrittura. Le leggi e le regole iniziano ad essere codificati, i simboli assumono carattere interlocutorio.
Da questo istante in poi si entra nella Storia e nell’accezione convenzionale di Civiltà.
Questa teoria si inscrive in un arco di circa 8.000 anni dalla fine dell’ultima glaciazione - Pleistocene, appunto - fino al nostro periodo, l’epoca moderna, ultima parte del Quaternario.
L’assunto di base da cui principia la lineare, risiede nell’assoluta preistoricità dei periodi precedenti, nei quali è pressoché impossibile trovare sia le condizioni naturali generali (climatiche, geologiche e geografiche) favorevoli, sia le capacità/abilità umane in grado di smentire il diagramma. L’umanità preistorica è assolutamente involuta, le vette intellettuali, salvo cuspidi in antichità, si concentrano tutte negli ultimi 2.000 anni.
La storia dell’uomo, intesa come presenza fisica sul pianeta, secondo le convenzioni ortodosse, ha un milione di anni. Le ossa dei nostri antenati testimoniano una morfologia, soprattutto cranica, più simile agli ominidi che alla nostra configurazione attuale, partendo dagli 800 cm3 del Neanderthal fino al nostro range di 1300-1700 cm3.
Si tratta di una capacità cranica posizionata, in media, al doppio delle precedenti in media. In alcuni casi si arriva fino a 4/5 volte rispetto ai crani dei nostri avi.
Un tempo, a partire da 300 milioni di anni fa circa, tra il Paleozoico ed il Mesozoico, a cavallo tra Permiano e Triassico, i dominatori del pianeta erano i Sauri, unità biologiche non complesse, perlopiù mastodontiche e colonizzanti ogni angolo più remoto di terre, cieli, continenti, mari e laghi. La loro origine, autoctona, vanta la nostra stessa provenienza, gli esseri unicellulari e i protozoi residenti negli antichi oceani.
L’aspetto terrestre era di gran lunga diverso da quello attuale; i supercontinenti Gondwana e Laurasia occupavano due terzi della superficie ed un immenso oceano primordiale ne faceva da corona.
Circa 50 milioni di anni più tardi il collasso tra zolle tettoniche avrebbe generato l’ipercontinente Pangea e l’intero globo terracqueo avrebbe goduto di una nettissima distinzione. L’uomo non era nemmeno nei pensieri di Dio.
Tra il Cretaceo ed il Terziario, limite noto con la sigla di KT, il pianeta avrebbe conosciuto una tra le più grandi ferite catastrofiche della propria esistenza: 65 milioni di anni fa un immenso asteroide pose per sempre fine alla stirpe dei sauri impattando la terra a velocità parossistica, scagliandosi nella zona compresa tra Atlantico e Centro America.
Le successive stagioni sarebbero state invivibili e costellate da una prima glaciazione dovuta alla immensa nube di detriti scagliati in atmosfera dal proiettile cosmico. Iniziava l’era del Terziario sotto una luce sinistra, la luce schermata del sole e l’avvio della stirpe dei mammiferi, animali più complessi e resistenti dei Sauri.
Eppure vi sono delle anomalie nel processo degne di nota e di attenzione.

In questo articolo prendo spunto dal testo di Cornelia Petratu e Bernard Roidinger "Le pietre di ICA", Edizioni Mediterranee, Roma 1996, Biblioteca dei Misteri.
Contrariamente alle precedenti recensioni mi addentrerò in riflessioni al di là del racconto mero del testo poiché considero questo scritto, e soprattutto le implicazioni contenute e conseguenti, un’enorme possibilità di virata culturale del pensiero e degli standard di visione della preistoria.
Farò riferimento oltretutto al n. 68 dei "Quaderni" de "Le Scienze", ottobre 1992, per quanto riguarda le scoperte relative all’asteroide killer.

IL PROLOGO
Alcune pietre in andesite, scoperte nei deserti sud americani (peruviani per l’esattezza) vicini alla cittadina di Ica, 360 km da Lima, recano graffiti raffiguranti comportamenti, discipline e morfologie di una civiltà risalente ad un periodo di 65 milioni di anni fa, estremamente evoluta e contemporanea ai sauri. La scomparsa di questa umanità potrebbe essere stata determinata da una catastrofe endogena o esogena, non ne abbiamo sentore in tal senso.
Dapprima considerate come falsi, le pietre furono sottoposte ad analisi, partendo dal sottile strato di ossidazione che ricopriva sia le pietre che le incisioni. Di questo se ne occupò, nel giugno 1967, la "Compagnia Mineraria Mauricio Hocshild"; la supervisione fu affidata a Louis Hocshild, presidente, e al geologo Eric Wolf. I dati furono impressionanti: le ossidazioni riportavano indietro i graffiti di 12.000 anni.
Preoccupato da un errore grossolano, Wolf fece ripetere le analisi al dr. Joseph Frenchen, dell'"Istituto di Mineralogia e Petrografia" dell’Università di Bonn. Il 28 febbraio del 1969 il responso fu lo stesso: 12.000 anni circa. È impossibile quindi stabilire l’esatta collocazione cronologica della stirpe che incise questa enciclopedia "gliptolitica"; ma la cosa più importante risiede nel fatto che non si tratta di un falso. Le raffigurazioni ivi incise, tra cui la convivenza tra uomini e un tyrannosaurus, sposta, per logica descrittiva, l’epoca ad un centinaio di milioni di anni or sono.
Le pietre rivelano l’esistenza di una civiltà sconosciuta, contemporanea ai grandi sauri, collocata 64 milioni di anni prima dell’ipotesi lineare. Ben 11.000 sono le pietre raccolte e conservate nello studio del dr. Cabrera, scopritore e detentore del sito da dove esse provengono. L'ex chirurgo ha dedicato l’intera sua esistenza, mutando una brillante carriera avviata, a catalogare, spiegare e difendere le Pietre di Ica.

UN’ANOMALIA NELLA STIRPE
La stirpe cui accenniamo è naturalmente quella umana e l’anomalia riguarda un antenato in specifico che ha messo in crisi l’assise archeologica internazionale che, naturalmente, si è difesa con i soliti mezzi. Forse non tutti conoscono l’"Uomo di Mouillans"; personalmente non lo conoscevo nemmeno io, ma la storia di questo ramo dell’umanità ha dell’incredibile.
In sostanza non sappiamo nulla del Mouillans; i suoi resti furono ritrovati casualmente quando si cercavano quelli del Neanderthal sulle coste algerine e marocchine.
Questo avo è considerato unico, sia fisiologicamente che culturalmente; ne furono ritrovati a centinaia inumati in tombe comuni.
Il carbonio 14 rivelò un’età di 12.000 anni, ma nessuno ne conosce la provenienza né tantomeno ha un’idea dell’improvvisa comparsa di questo ceppo.
La sua costituzione ha una caratteristica inconfondibile, ovvero il cranio allungato con la base cranica rotonda. In pratica il teschio del Mouillans conservava tratti morfologici infantili, immutabili nella sua rotondità. Mentre il cranio cresceva, il volto rimaneva piccolo, gli occhi incavati e i denti presentavano la mancanza del terzo molare (anatomista inglese Arthur Keith) che, secondo l’opinione dei craniologi moderni, mancherà anche a noi in un prossimo futuro.
Il rapporto volto/fronte negli europoidi è di 3 a 1 mentre nel Mouillans arrivava a 5 a 1. I lineamenti erano particolarmente delicati e moderni e, soprattutto, non avevano nulla a che vedere con i tratti forti della razza negroide.
Negli strati in cui furono ritrovati i resti, vennero alla luce anche gli utensili dei Mouillans, realizzati con una tipologia di lavorazione molto complessa, avanzata e totalmente nuova, senza nessuna concomitanza con altre scoperte relative all’epoca, nessuna documentabilità di livello planetario.
Il cranio aveva la capacità cerebrale più grande che l’umanità abbia mai conosciuto: fino a 2.300 cm3; ciò testimonia una intelligenza fuori dagli schemi e probabilmente un’intellettualità sconosciuta perfino ai nostri giorni.
Un’affascinante considerazione fu fatta dal Dr. Dreman, della "Capeto University" che si chiese se si trattasse di un naufrago del futuro...
La struttura ossea del cranio, allungata e fragile di costituzione, mal si accorda con i periodi di vita del Mouillans; è come se fosse apparso alcuni milioni di anni in anticipo rispetto alle previsioni dei fisiologi i quali immaginano un’evoluzione in tal senso per un lontano futuro dell’umanità. A meno di non ammettere che il paradigma evolutivo dalle realtà più semplici a quelle estremamente complesse non sia lineare ma ricorrente.
Il Mouillans rappresenterebbe uno stadio evolutivo avanzatissimo retrodatando la comparsa dell’uomo a decine, forse centinaia, di milioni di anni fa e non semplicemente uno o due.
Si è voluto vedere nella morfologia dell’Uomo di Mouillans una somiglianza, quanto meno controversa, con i cosiddetti "Grigi" alieni, ma fermo restando la possibilità non scartabile a priori dell’esistenza di razze aliene umanoidi, è davvero difficile poter avvalorare una tesi di questo tipo senza un adeguato "case study" in tal senso. Ad esempio oggettistica non solo di raffinata manifattura ed unica nel suo genere ma soprattutto di sconosciuta provenienza oltre che di impossibile interpretazione sull’uso o il ritrovamento di mezzi assolutamente fuori tempo e luogo rispetto all’epoca; non che il Mouillans non lo fosse, ma le analisi portate sulla composizione ossea ne testimoniano l’assoluta autoctonia terrestre.
Si potrebbe confutare ciò mettendo in discussione l’autoctonia terrestre stessa dell’uomo e pertanto ipotizzare un’origine aliena della razza umana, ma ci troveremmo in un contesto molto distante dalla trattazione in essere e dallo scopo di quest’ultima.

ANOMALIE NELLE RAFFIGURAZIONI
La casistica inerente le raffigurazioni incise sulle pietre di Ica conduce ad un’unica considerazione: siamo di fronte alla più importante scoperta del nostro tempo che non incide solamente in campo archeologico ma antropologico in senso lato ed assoluto.
La storia, il pensiero e le dottrine che fino ad oggi hanno costituito il nostro bagaglio culturale potrebbero essere messe in seria discussione. L’intera concezione scientifica relativa all’arco evolutivo umano, ad oggi ritenuta caposaldo di pensiero, cadrebbe inesorabilmente.
La comprovata autenticità della gliptoteca peruviana, retrodata la presenza della razza umana sul nostro pianeta ad almeno 65 milioni di anni or sono.
Questo significa che l’origine della nostre stirpe si perde nella notte dei tempi.
Come siamo arrivati a determinare un’epoca così remota in cui collocare questa civiltà che il Dr. Cabrera chiama gliptolitica?
Semplicemente osservando i graffiti stessi e analizzandone alcune caratteristiche di importanza fondamentale. Non è tanto la presenza di animali preistorici quali il T-rex o lo stegosauro, bensì la chiara coesistenza tra queste specie e quella umana; vi sono scene di caccia in cui la quotidianità è intrisa di convivenza; addirittura uomini nell’atto di cavalcare uccelli di notevoli dimensioni e dall’incredibile somiglianza con gli pterodattili; ma una delle raffigurazioni meno facilmente discutibili risulta essere la rappresentazione del ciclo biologico di uno stegosaurus. È il caso di fermarci a riflettere.
La scienza ci ha insegnato che il metodo empirico, e dunque la sperimentazione ed osservazione diretta di un fenomeno, è metodologia vincente e probabilmente l’unica via per dimostrare l’assoluta oggettività di alcuni fatti.
Una delle scienze in cui questa via è non solo praticata ma necessaria è sicuramente la medicina in genere.
Le osservazioni direttamente compiute sul campo permettono di approfondire e fondare le conoscenze strutturali, ad esempio, del corpo umano, dei suoi componenti e dei processi base atti alla riproduzione, all’alimentazione, all’esistenza e al congetturare qualora in presenza di individui vivi. In altri casi è l’esplorazione dei cadaveri che ci svela le strutture del nostro corpo.
Questo aspetto è molto importante ritornando alle pietre di Ica. Innanzitutto perché non si può negare che l’artista avesse di fronte un "modello" o che comunque stesse riproducendo graficamente qualcosa suggerito da altri che, giocoforza, l’avrebbero osservato nella realtà. Ma avrebbe potuto trattarsi di un cadavere o dell’immaginazione dell’artista.
È difficile assemblare aspetti oggettivi di una realtà se non si ha nemmeno la percezione di questa; nel caso dello stegosaurus si è di fronte alla rappresentazione di un ciclo biologico e quindi in presenza "contemporanea" di un evento che si sta svolgendo nel medesimo tempo di computazione.
Quell’umanità ha visto il ciclo di trasformazione dello stegosaurus e pertanto si può concludere che fu contemporanea all’animale.
Le implicazioni le immaginiamo tutti; ma vi sono conseguenze ben più profane che possiamo subito analizzare.
Sappiamo, o presumiamo, che i dinosauri fossero ovipari; l’artista raffigura il ciclo biologico mettendo in risalto stadi di trasformazioni in successione dello stegosauro. Questa dinamica è alla base di una metamorfosi e non di una crescita. Si tratta di una caratteristica degli anfibi i quali, dopo la dischiusa delle uova, passano da uno stato larvale fino all’animale adulto e formato.
Altri cicli biologici sono rappresentati, tra cui: il tirannosauro, il lambeosauro, il brontosauro ed il triceratopo.
Una serie di 205 pietre illustra il ciclo vitale dell’Agnathus, un pesce preistorico che, al contrario dei precedenti sauri, visse sul pianeta 300 milioni di anni fa circa.
Se il metodo dell’osservazione è alla base della veridicità di un fenomeno e della sua possibile rappresentazione nel dettaglio e nel corso della sua evoluzione, c’è di che pensare...
Altra pesante prova a carico della vetustà di una razza umana sconosciuta alla storia ordinaria, sono le 48 andesiti che illustrano il ciclo biologico del megachiropterus, un pipistrello enorme vissuto circa 63 milioni di anni or sono; inoltre il graffito ne presenta la riproduzione come un uccello e non come un mammifero.
La gliptoteca di Cabrera è suddivisa in argomenti, così come una normalissima biblioteca; egli ha voluto interpretare in tal maniera lo sforzo immane compiuto dagli antichissimi cesellatori i quali probabilmente attuarono la "registrazione" degli eventi culturali più pregnanti per un motivo ben preciso: la consapevolezza, probabilmente, di non sopravvivere ad un evento straordinario e drammatico.
Alcune pietre raffigurano uomini intenti nell’osservare, tramite un vero e proprio cannocchiale/telescopio, una sorta di cometa o corpo incandescente nel cielo terrestre; in alcuni casi l’osservazione è portata a cavallo di misteriosi mezzi simili ad uccelli, ma dal chiaro aspetto meccanico dovuto alla rappresentazione schematica e metallica dei mezzi in questione.
Le pietre di Ica possono essere di fatto annoverate nel gruppo degli Ooparts.
Sempre a proposito delle raffigurazioni, una in particolare avvalora certe tesi inerenti la geologia del tempo.
Si tratta di due andesiti che riportano un "mappamondo" con configurazioni continentali completamente diverse da quella odierna, ove si contano 8 masse terrestri "galleggianti" su un oceano intervallato da "fiumi" marittimi che lambiscono le coste continentali. Ci troviamo di fronte ad uno stadio intermedio prima dell’attuale configurazione tettonica risalente ad un "range" temporale posizionato tra 100 e 45 milioni di anni fa.
Sulla scorta dei grandi numeri possiamo ipotizzare che la raffigurazione dia un’idea della conformazione planetaria del periodo cretacico-terziario, ovvero 70-60 milioni di anni fa; è esattamente il periodo in cui si presume siano state redatte le iscrizioni gliptolitiche.
L’implicazione, che oserei definire inquietante, svela una conoscenza dell’intero globo terracqueo da parte di questa civiltà che aveva cognizione della sfericità terrestre e di eventuali proiezioni ortogonali delle carte. Mi vengono in mente le origini cartografiche della mappa di Piri Reis o del mappamondo di Oronzio Fineo, di Mercator...
Gli uomini gliptolitici avevano sviluppato una notevole conoscenza tecnica nell’arte della medicina e più in specifico della chirurgia. Alcune raffigurazioni rappresentano delicati interventi cardiaci con il paziente sottoposto a esocircolazione sanguigna tramite un’apparecchiatura simile ad una pompa. Uno dei "medici" interviene con una incisione tramite, chiaramente illustrato, un bisturi. La caratteristica peculiare di queste incisioni è la figura del paziente visto in sezione, che rivela un’ampia cognizione anatomica dell’uomo.
La capacità di intervento chirurgico presuppone anche una conoscenza approfondita degli aspetti patologici e dell’anamnesi; conseguentemente dobbiamo ipotizzare la padronanza dell’uomo gliptolico nella diagnostica e nelle prognosi post-operatorie, che presuppongono, a loro volta, cognizioni farmaceutiche pre e post operazione come interventi anestetici e successivamente analgesici, antinfiammatori e curativi.
Cabrera ha in questo senso suddiviso le 11.000 andesiti in suo possesso a seconda dell’argomento ivi trattato, catalogandole per dottrina: medicina, geologia, astronomia, zoologia e via discorrendo.
L’intento di questa umanità appare chiaro: lasciare un messaggio, annales litici a testimonianza della presenza di una civiltà consapevole del fatto che, da lì a breve, non sarebbe più esistita. Essa volle lasciare una traccia per i posteri, un "memento" per chi avrebbe popolato il pianeta "dopo".

OBIETTIVO TERRA:
UN EVENTO DI LIVELLO "ESTINZIONE" NEL CRETACEO

Ma "dopo che cosa"? Dopo quale evento o fenomeno?
Vi sono due visioni della storia nel panorama dotto, cui ho accennato in "Le Urla del Silenzio": quella evoluzionista e quella catastrofista. Ad oggi il paradigma dell’evoluzione lineare è quello vincente, nel senso cui abbiamo accennato all’inizio dell’articolo. Eppure, prove sempre più schiaccianti a favore di una interpretazione violenta dei cambiamenti globali stanno minando il terreno del cammino storico graduale.
L’ipotesi della supernova killer, causa di distruzione del continente atlantideo, riportata da Brennan, dovrebbe riguardare uno dei molteplici impatti cosmici che torturarono il pianeta nelle ere passate; quest’ultimo addirittura in epoca storica.
Gli impatti asteroidali, meteoritici o cometari sono rari ma non unici come si potrebbe presumere: lo scudo atmosferico e quello elettromagnetico delle fasce di Van Allen, non sempre si sono trovati all’altezza della situazione e proiettili vaganti di una certa consistenza colpirono con una violenza inaudita la superficie di Gaia.
In questo paragrafo affronteremo un discorso di solito accennato e lo esploreremo a fondo.
Negli anni ’90, dopo circa quindici anni di studio, un gruppo di scienziati capeggiati da Walter Alvarez e Frank Asaro, rispettivamente geologo dell’Università di Berkeley in California l’uno, chimico nucleare al Lawrence Berkeley Laboratory l’altro, affermarono di aver risolto il mistero dell’eccidio dei sauri: 65 milioni di anni fa un asteroide di 10 km di diametro impattò il pianeta alla fantastica velocità di 10 km/s (36.000 km/h ca.).
L’energia liberata dall’esplosione fu pari allo scatenarsi dell’intero arsenale nucleare terrestre ma moltiplicato per 10.000: l’Apocalisse!
Le conseguenze furono infernali: dalle piogge acide alle tempeste, dai terremoti ai maremoti, freddo e buio cui fecero seguito riscaldamento per effetto serra ed incendi ovunque.
Quali furono gli indizi che portarono all’ipotesi e dunque alla tesi?
Anzitutto un’estinzione in massa, reputata repentina dagli specialisti; poi anomalie chimiche, minerali ed isotopiche; quindi la presenza globale di queste tracce.
Inoltre, fattore molto importante, la discontinuità tra le rocce sedimentarie fossilifere originatasi 65 milioni di anni fa: animali fino ad allora presenti negli strati sedimentari, scompaiono improvvisamente.
La discontinuità definisce il limite tra Cretaceo e Terziario ed è nota come "limite KT" (Kreide = Cretaceo in tedesco).
Quali furono i tempi dell’estinzione?
Alvarez individuò sedimenti di argilla simili a quelli scoperti nella Gola del Bottaccione (Umbria, Italia) da cui partì l’indagine, in strati calcarei da 6 metri. Il tempo medio in cui si depositarono i calcari, durante un periodo di polarità invertita (sigla 29R) di 500.000 anni, fanno presupporre che gli strati d’argilla e l’estinzione possano essersi sviluppati in un migliaio d’anni.
Jan Smit, dell'Università di Amsterdam, ha condotto uno studio simile sui sedimenti di Caravaca, Spagna del sud, dove la stratigrafia è molto più precisa: i tempi di estinzione si sarebbero svolti in 50 anni; un lasso di tempo, di fronte alla cronologia geologica normale, spaventosamente rapido.
Alvarez e Asaro si concentrarono su un metodo maggiormente efficace per rilevare la datazione del fenomeno e lo individuarono nella misurazione dell’iridio. L’iridio è un metallo raro sulla terra e la sua presenza è dovuta massimamente ad apporti esterni come la continua pioggia di polveri che proviene dallo spazio o il precipitare di meteoriti nel corso delle ere.
Le dimensioni della presenza di iridio nella crosta terrestre sono pari ad una costante di 0,03 parti per miliardo rispetto alle 500 parti per miliardo presenti nelle meteoriti litoidi.
La caduta costante di iridio potrebbe dare l’idea dell’antichità di un sedimento: ad es., più iridio si rileva, maggiore è il tempo di deposizione trascorso.
L’ipotesi sullo strato di Gubbio era così strutturata:
  • ipotesi di sedimentazione del limite KT in 10.000 anni;
  • in assenza di organismi a guscio calcareo e quindi senza carbonato di calcio prodotto dalla fossilizzazione di questi;
  • presenza del 95% di carbonato di calcio e 5% di argilla negli strati superiori;
  • 50% di argilla nel limite KT.
Quindi: qualora l’ipotesi fosse vera, il rapporto iridio/argilla, sia negli strati superiori ed inferiori sia nel KT, dovrebbe essere simile.
Nel 1978, dopo accurate analisi chimiche dello strato KT, si scoprì che la presenza di iridio era assimilabile alle quantità depositatesi negli strati superiori (29R) in 500.000 anni.
L’ipotesi dell’asteroide era più che sensata per poter giustificare una presenza massiccia di iridio come non si era mai vista prima; inoltre, sulla scorta della scoperta, 100 scienziati circa in 21 laboratori di 13 paesi impegnati nella "Gubbio Connection", trovarono negli strati corrispondenti al KT in 95 paesi al mondo, valori anormali di iridio.
Ma c’è di più...
Sempre Jan Smit, nel 1981, scoprì delle sferule di basalto nel KT di Carvaca; ne fu confermata la presenza anche nel KT di Gubbio.
L’origine è quella di goccioline di basalto fuse dall’impatto e raffreddatesi repentinamente durante la traiettoria balistica fuori atmosfera; si trasformarono poi in argilla per alterazione chimica. Equivalgono alle tectiti vetrose, più ricche di silicati e determinate da impatti più modesti.
La composizione chimica del basalto KT fa pensare che sia originario di crosta oceanica, pertanto l’impatto deve aver interessato una zona marina.
Bruce Bohor, dell'"US Geological Survey", di Denver e Triplehorn dell'Università dell’Alaska, scoprirono anche granuli di quarzo con struttra atomica da impatto. I granuli, infatti, presentano delle lamelle planari che si intersecano generando bande di deformazione e sono indicative di shock da velocità.
Granuli di quarzo si trovano, a riprova, nei siti sperimentali nucleari o nei crateri da impatto come il Meteor Crater, dell'Arizona.

OBIETTIVO TERRA:
COINCIDENZE INQUIETANTI TRA IL PROIETTILE E LE FIGURE DI ICA

Due pietre in particolare riportano raffigurazioni che sembrano incastrarsi perfettamente all’interno del discorso fin qui portato; l’una è la pietra dei continenti, l’altra quella raffigurante un uomo che osserva la volta celeste solcata da un corpo simile ad una cometa oppure ad un asteroide, comunque incandescente e particolarmente vicino al pianeta.
La prima pietra, quella dei continenti, sorta di rappresentazione del globo come doveva essere 65 milioni di anni or sono, rappresenta non solo le terre emerse intercorse da mari o da apparenti canali marini ma anche una certa configurazione atmosferica che, a detta di Cabrera, testimonierebbe un effetto serra particolarmente violento e strutturato su scala mondiale. Si riconoscono infatti graffiti del tutto simili ad immensi strati di vapore avvolgenti il pianeta intero.
La seconda pietra riporta un uomo che osserva la volta celeste con un cannocchiale, impossibile da confondere con qualsivoglia altro oggetto o interpretabile in altra maniera alcuna; e in peculiar modo sta osservando un corpo incandescente, completo di coda infuocata, che solca i cieli di Gaia e che probabilmente si scaglierà sulla Terra stessa.
Questa raffigurazione è graffita anche su altre pietre dove l’osservazione avviene, ad esempio, a bordo di "uccelli meccanici": uomini sempre dotati di cannocchiali puntano un corpo del tutto simile ad una cometa o ad un meteorite, asteroide in cui la caratteristica costante è l’energia che lo avvolge.
Interessante è il chiaro dominio medio aereo espresso dalla civiltà di Ica, nonché una notevole tecnologia in grado di appaiare questo misterioso popolo alle vette dei nostri giorni.
Effetto serra, strati di vapore, asteroidi o comete; un popolo che lascia delle testimonianze scolpite sulla roccia, probabilmente poiché riconosciuta come l’unico materiale in grado di conservare le documentazioni "a memoria" e portarle nel futuro resistendo a qualcosa di terrificante.
Asaro e Alvarez, discorrendo sul "killer cosmico", descrivono i modelli di impatto relativi ad una cometa o ad un asteroide, considerando il diametro base (10 km) degli oggetti che giustifica un evento di livello estinzione.
Un asteroide di tali dimensioni, al momento dell’impatto, creerebbe un vuoto atmosferico enorme e l’impatto trasformerebbe l’energia cinetica in calore risolvendosi, come già descritto in apertura, in un’esplosione non atomica ma 10.000 volte più potente dell’intero arsenale nucleare terrestre. I materiali vaporizzati verrebbero scagliati in atmosfera attraverso il vuoto meccanico e la sfera di fuoco espellerebbe il materiale fuori dall’atmosfera stessa, scagliandolo in orbite pronte a farlo precipitare in qualsiasi parte del pianeta.
Chi ha letto "L'ipotesi del Killer Stellare", si ricorderà del mistero relativo ai massi erratici: com’è possibile che massi enormi la cui morfologia geologica e la composizione chimica li fa appartenere senza dubbio alle catene montuose del Nord America si trovino in Siberia?
Le prove raccolte smentirono l’apporto della meccanica glaciale; quei massi furono scagliati violentemente e repentinamente in quei luoghi, non vi giunsero delicatamente e nell’arco di un tempo enorme. C’è di che riflettere...
L’impatto di una cometa è terribilmente più distruttivo; anzitutto si parla di un cratere da impatto di 150 km di diametro; qualsiasi forma di vita all’interno del cerchio di fuoco verrebbe annientata ed inoltre inquietano i modelli ipotetici di un evento livello estinzione: buio, freddo, incendi, piogge acide ed effetto serra.
A proposito delle pietre di Ica - in particolare quelle descritte in questo paragrafo - uno dei paralleli inquietanti è proprio l’effetto serra.
Abbiamo visto che la pietra del mappamondo riporta una raffigurazione di nubi stratificate da vapore.
Nel 1981 Emiliani, dell'Università di Miami, Krause, dell'Università del Colorado e Eugene Shoemaker, lo scopritore della famosa cometa, hanno sancito che un impatto oceanico, oltre ad immettere polvere di roccia in atmosfera immetterebbe anche vapore acqueo; esso risiederebbe più a lungo creando un fortissimo riscaldamento da effetto serra dopo l’inverno da impatto.
O’Keefe e Ahrens, del MIT, hanno proposto un’ulteriore drammatica ipotesi: qualora l’impatto fosse avvenuto in un’area calcarea, l’immissione in atmosfera di anidride carbonica avrebbe peggiorato profondamente l’effetto serra. Probabilmente esseri viventi sfuggiti all’inverno artificiale sarebbero stati successivamente uccisi da un eccezionale calore.
Le piogge acide, secondo Lewis, Watkins, Hartmann e Prinn (MIT), troverebbero origine nel parossistico riscaldamento atmosferico in grado di combinare le molecole di ossigeno e azoto, generando acido nitrico, con le conseguenze che tutti possiamo immaginare al venir delle piogge. Non solo: gli invertebrati marini, dal guscio calcareo, si sarebbero sciolti a causa della solubilità dei gusci carbonatici in acque acide.
Insomma, in ultima analisi: le pietre di Ica indicano un evento ben preciso che si sposa perfettamente, sia nei tempi sia nelle modalità, con l’impatto del KT.
Vi è da considerare, oltremodo, la presenza di raffigurazioni sauriche esistenti proprio in quell’arco di tempo, anzi, fino a quell’arco di tempo: vedi gli stegosauri, i triceratopi, i tirannosauri e gli pterodattili tutti raffigurati dal misterioso uomo di Ica.
La conclusione cui arriviamo è quella di ipotizzare, senza remore, un disastro globale e umano avvenuto all’alba di un giorno maledetto 65 milioni di anni fa, in cui popolazioni evolute, sia tecnologicamente sia a livello di pensiero, conviventi con i dinosauri, furono sterminate insieme ai coinquilini planetari da un proiettile spaziale vagante.
Nei prossimi paragrafi scopriremo se si tratta di "proiettili vaganti" oppure di drammatici fenomeni costanti.

UN ASSASSINO CHIAMATO VENDETTA
Nel 1984 un’ipotesi inquietante, partita da uno studio dell’Università di Chicago, inizia a farsi strada nel consenso ortodosso: le comete potrebbero colpire periodicamente la Terra.
Raup e Sepkoski pubblicarono uno studio che indicava come estinzioni di massa si siano verificate ad intervalli di 32 milioni di anni.
La conferma dell’ipotesi, non della tesi dunque, fu data da R. Muller, dell’Università californiana di Berkeley: la periodicità è calcolabile.
Quale ipotesi e quali soprattutto i parametri indiziari a disposizione?
L’ipotesi di base contempla una stella compagna del Sole, che compie la sua orbita in 32 milioni di anni intorno alla nostra stella madre. L’interferenza del corpo celeste denominato "Nemesi" ("Vendetta" in greco) avrebbe turbato le orbite cometarie ai confini del sistema scatenandone una pioggia per un milione di anni circa, aumentando la possibilità di impatto singolo o multiplo sulle superfici dei pianeti e del nostro in particolare.
Sottolineo il fatto che Whitemire e Jackson (Southwestern Lousiana e Computer Sciences Corporation) proposero indipendentemente la stessa ipotesi.
Detta realtà sarebbe risultata effettiva e possibile solo se i crateri da impatto mai avessero presentato la stessa periodicità.
Alvarez dovette ricredersi nel momento in cui la conferma arrivò anche su questo aspetto: fu Muller a scoprire la contemporaneità tra fenomeni di estinzione ed età dei crateri terrestri da impatto.
Un intervallo di 32 milioni di anni ci porta facilmente a calcolare due eventi: il primo è senza dubbio quello riguardante il KT; l’altro, a distanza di 65 milioni d’anni, sottolinea l’ipotetico disastro dell’11.500 a.C..
Probabilmente 32 milioni di anni or sono qualcos’altro deve essere accaduto. Starà alla scienza avanguardista, o a quella particolarmente illuminata e progressista, dare una risposta al quesito; noi terremo la rotta in tal senso cercando quanti più indizi possibili.

I TRAPPI DI DECCAN
Ogni ipotesi che si rispetti deve avere un corollario di negazione, sorta di smentita categorica o contro analisi in grado di rimettere in discussione il tutto. Oso dire, che più l’ipotesi è ferrata maggiore dovrà essere la pressione esercitata dalla controparte, e questa pressione deve soprattutto dimostrare credibilità.
Nel caso del limite KT la controparte è rappresentata da ipotesi alternative quali i fenomeni naturali endogeni; uno su tutti è il vulcanismo.
La scienza si è chiesta se un’eruzione violentissima o diverse eruzioni contemporanee possano essere annoverate tra i principali responsabili dell’eccidio cretacico.
I parametri messi in campo sono simmetrici alle prove del KT; l’indiziato principale sono i trappi del Deccan.
  • Il periodo: 65 milioni di anni fa un altro fenomeno di proporzioni immani sconvolgeva il tranquillo assetto planetario. In India si può osservare una conformazione basaltica di proporzioni immani denominata "trappi del Deccan"; sembra che, come il KT, sia avvenuta in un periodo di polarità geomagnetica invertita (V.E. Courtillot, dell'Università di Parigi). Courtillot ha individuato il periodo nel 29R, momento in cui si verificò il KT stesso. Ma la conformazione basaltica stessa smentisce l’ipotesi e scagiona l’imputato; questa è avvenuta nell’arco di 500.000 anni e non si sposa con la scomparsa repentina degli esseri viventi al momento del KT (arco di tempo espresso in 1.000 anni circa, se non meno).
  • L’anomalia dell’iridio: ci si è chiesti anche se le mega eruzioni vulcaniche mai avessero potuto ribaltare i valori dell’iridio sul pianeta. Nel 1983 fu Zoeller, dell'Università del Maryland, a trovare assieme al proprio gruppo di studio quantità notevoli di iridio nei vapori del vulcano Kilauea (arcipelago delle Hawaii). Il rapporto iridio-elementi rari nei fumi vulcanici, comunque, non raggiunge minimamente le quantità rilevate nel KT.
  • Il quarzo con strutture lamellari da shock: le osservazioni di quarzite deformata da esplosione si concentrano anche intorno ai vulcani; tuttavia le strutture lamellari presenti nel KT si possono formare esclusivamente con shock da impatto. Le quarziti oltretutto contengono stishovite (J. McHone, dell'Arizona State University), un quarzo particolare la cui generazione può avvenire esclusivamente ad altissime pressioni, molto più elevate di una qualsiasi esplosione eruttiva; tali pressioni si riscontrano solamente in fenomeni da impatto.
  • Le sferule basaltiche: queste ultime smentiscono il vulcanismo; esso avrebbe potuto generare le sferule tramite normalissime eruzioni laviche ma senza essere in grado di portarle in tutto il globo.
La spiegazione più plausibile è una sintesi tra tesi (impatto) e antitesi (eruzione); ancora oggi, pur essendo possibile lo scatenarsi di vulcanismo parossistico da impatto, i vulcanologi non ne conoscono la reazione meccanica.

LA MEMORIA DEI RETTILI
In ogni uomo risiede la memoria di una o più catastrofi che mutarono per sempre il corso della storia modellando gli eventi fino al punto in cui viviamo noi oggi.
Il Diluvio Universale, con tutte le implicazioni religiose che ivi sono contenute, ci rimanda ad una testimonianza, un vero e proprio vissuto più che ad un racconto terzo, ascoltato.
Chi tramandò il racconto del Diluvio deve averlo vissuto o udito da chi ancora ne serbava il terrificante ricordo non fosse altro perché questo fatto viene raccontato da ogni gruppo umano in ogni istante della storia.
È una delle prove a sostegno della tesi catastrofista, l’imprinting psicologico che ha determinato l’immagine del diluvio; questa stessa tesi viene riportata anche per la memoria che noi esseri umani serbiamo dei sauri.
Per dirla con le parole di Jung, alcuni simboli ricorrenti nello scorrere intellettuale umano nel corso dei millenni, trovano riscontro nel ricordo dei sauri.
Secondo Bylinsky, dell'Accademia delle Scienze di New York, il cervello dei sauri ha un’importanza fondamentale nell’evoluzione della neocorteccia che ha portato alla razionalità la stirpe dell’uomo: esso è "una sorta di anello di congiunzione tra noi e le nostre emozioni".
Vi sono delle correnti di pensiero naturaliste che sostengono il ritorno continuo in noi uomini delle pulsioni rettili; ogni volta che l’uomo disinserisce sentimento e razionalità lasciando correre le emozioni compulsive, si attiva il cervello originario, la parte più antica. Lo sguardo intelligente lascia spazio a pupille fredde, violente e, seppur utilizzando tecnologie di altissimo livello, l’uomo si scaglia contro l’altro uomo in una lotta tesa alla distruzione, né più né meno di come si comportavano i T-Rex o gli allosauri nel lontanissimo Mesozoico.
La nostra stirpe ricorda gli antichi dominatori poiché non solo può vantarne una appartenenza genetica ma addirittura una convivenza e oltretutto scomoda.
È noto come saghe e leggende o più semplicemente le religioni siano infarcite di draghi dalle lunghe corna, squame ed ali; serpenti e mostri che ricordano forme sauriche.
Quale l’origine, dunque, di questo parallelo nel momento in cui, scientificamente, non può esistere contemporaneità esperienziale tra i sauri e l’umanità?
Allora 16 milioni di anni non bastarono a cancellare il terrore dei dominatori mesozoici?
Questo testimonierebbe dunque una vera e propria convivenza; è il terrore misto a fascino, scatenati dai dinosauri, ad indurre la psicoanalisi a chiedersene il perché.
Perché solo scimmia e uomo manifestano terrore immediato senza esperienza di fronte ai rettili?
Che cosa sanno i primati rispetto alle altre specie?
Ma soprattutto: cosa hanno vissuto nella loro antichissima origine...?
Non sono queste delle risposte desunte da atteggiamenti singoli; si tratta invero di atteggiamenti subcoscienti comuni, allargati a tutta la famiglia umana e dei primati.
I test portati sui bambini ribadiscono la radice profonda delle paure suscitate dai sauri: il 40% rabbrividisce di fronte a serpenti e rettili; nei primati (scimmie), il 100%!
Tutti gli altri animali debbono esperire i rettili prima di averne paura. Noi e le scimmie, no.
Quindi il tutto deriverebbe da situazioni esperienziali avvenute nel Mesozoico.
I boscimani rappresentano sulle proprie case enormi serpenti e rettili alati e dotati di corna; in Africa una tribù parla della fuga dal Mindi, enorme serpente dall’odore infausto; gli aborigeni in Australia raccontano di Aman-Tjuni il grande serpente che uscì dal mare per dimorare sulla terra; i cinesi da sempre accompagnano le loro manifestazioni culturali e religiose con i serpenti e i draghi. E poi i Greci, gli Assiri, i Tolteci, gli Aztechi.
I sauri vivono nei nostri ricordi perché la razza umana li vide e vi convisse a lungo.

CONCLUSIONI
In questo articolo ho voluto mettere in risalto il parallelo tra la catastrofe del limite KT e la scomparsa della civiltà di Ica, passando attraverso prove, indizi e considerazioni che, legate tra loro, tracciano un profilo di eventi possibili.
È difficile anche per me arrivare alla conclusione che 65 milioni di anni fa una vicenda umana e animale del pianeta Terra non ebbe più futuro a causa di un impatto cosmico con un corpo che poteva essere una cometa o un asteroide.
Il fatto è che le prove e gli indizi a carico di questa ipotesi sembrerebbero non lasciare dubbi. In una sola espressione: l’evento KT e le Pietre di Ica hanno la stessa età...
Il testo di Petratu e Roidinger merita un posto nelle vostre librerie; avvincente come un romanzo e dettagliato non meno di qualsivoglia saggio archeologico, rivela un passato remoto misterioso ma che inizia ad essere svelato, spiegato e argomentato.
Noi abbiamo l’obbligo a questo punto di dare una sepoltura a uomini di cui non sospettavamo nemmeno l’esistenza; eppure essi ebbero il coraggio di testimoniare la propria esistenza in un momento di profonda e terribile drammaticità, come memoriale destinato a chi sarebbe venuto dopo; perché in loro l’etica umana aveva già un valore assoluto e radicato.
Approfitto per augurare a tutti buone vacanze e rivederci a settembre con nuovi orizzonti conoscitivi.

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