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LE URLA DEL SILENZIO
di Pier Giorgio Lepori
per Edicolaweb


Gli echi ancestrali di una superciviltà arrivano a noi come grida prigioniere di un silenzio impenetrabile.
 
 

La dottrina storica convenzionale non permette minimamente di osare aldilà dei propri confini relegando il tutto all’interno di una statica e fredda considerazione degli eventi che, molte volte, nulla sembra abbia a che fare con la realtà, o presunta tale, di alcuni fatti.
Il riferimento a Galileo è nelle righe di quanto appena affermato; ma il problema riguardò anche Giordano Bruno, Heinrich Schliemann o tutti coloro che dedicarono la propria esistenza a trovare il perché di alcune cose di cui intuirono l’andare oltre la convenzionalità accettata dalla comunità in genere, sia dotta che volgare.
"Vox populi…", è quanto di più emotivo esista; si unisce la voce di Dio - ragione ultima, essenziale - alla voce del popolo, sunto politonale di echi lontani, diversificati, dalle sfumature sonore profonde e variegate.
Eppure "vox populi…"; se la voce del popolo allarga i propri confini al pianeta allora la dimensione assunta non può essere considerata solamente come superstizione o diceria, celie da fanciulli, fole da visionari; quando poi detta voce assume contorni più dettagliati, poiché supportati da prove tangibili o indizi probatori forti, allora la condizione cambia radicalmente si entra in ambito scientifico.
Avevo già affermato in articoli precedenti questo concetto; ma non posso esimermi dal ribadirlo con forza, addentrandomi sempre più in uno dei più grandi misteri della storia. Il mistero cui faccio riferimento non è un segreto; riguarda superciviltà esistite prima del Diluvio, ad oggi più di una semplice superstizione. Il problema vero infatti non risiede tanto nel "se" bensì nel "quando", ovvero in una sua collocazione temporale precisa.
Facciamo un esempio: nella gola del Bottaccione, Gubbio (Umbria) qui a casa nostra, si trovarono le prove di un cataclisma avvenuto in quello che i geologi odierni chiamano "limite KT", ossia cretacico-terziario, un periodo geologico della storia collocato a 65 milioni di anni dai nostri giorni. Interessante in tal senso l’articolo "E la morte venne dallo spazio" di Piero Piazzano (Airone, supplemento al numero 149, settembre 1993) o il resoconto su "Estinzione e Sopravvivenza" a cura di Pietro Omodeo (Le Scienze, Quaderni n. 68, ottobre 1992) in cui si ribadisce la storia della "Gubbio Connection".
In breve:

65 milioni di anni fa, tra il Cretaceo ed il Terziario, un asteroide del diametro di circa 10 km, nucleo attivo in ferro, impattò il pianeta all’altezza del Golfo del Messico, anzi generando il Golfo stesso, contribuendo pienamente alla scomparsa dei dinosauri. L’onda d’urto ed il materiale detrito scagliato in tutto il globo generò una catastrofe planetaria di proporzioni immani inondando l’intera Terra e lasciando come prova, una tra le tante, uno strato di argilla presente in tutto il mondo ad altezza variabile (pochi millimetri fino a metri) nelle rocce comprese tra i due periodi sopra citati.

Il Diluvio Universale. La prima osservazione di questo remoto evento avvenne, appunto, nella Gola del Bottaccione.
La differenza che intercorre tra il cataclisma del KT e il Diluvio biblico, e nostro per conseguenze fideistiche, o delle culture distanti da quella ebraica, sta nel fatto che di quest’ultimo l’uomo ne fu testimone (confronta l'articolo "Il Killer Stellare" o addirittura il Genesi a partire dal versetto 6,4); ciò potrebbe significare che il pianeta fu colpito duramente più di una volta nella sua storia e quella post preistorica ebbe conseguenze disastrose sul genere umano. Consideriamo che ci stiamo muovendo sul campo delle supposizioni; eppure più di uno studioso è convinto che dette ipotesi possano trovare una radicata realtà.
Si parla molto di "Impronte degli Dei" (Graham Hancock - Corbaccio 1996) e per tale ragione, soprattutto per deformazione professionale, non ho potuto fare a meno di gustarlo e recensirlo. Si tratta di un testo che oserei definire fondamentale per la scienza alternativa. L’ipotesi di una superciviltà perduta che sottende alle nostre vette tecnologiche e cognitive, cancellata da un cataclisma abbattutosi intorno al 11.000 a.C., è il leit-motiv dell’intero testo.

DAL PRINCIPIO: LE MAPPE MISTERIOSE
Piri Reis fu un navigatore e un comandante ottomano di indubbia fama presso la propria civiltà; vissuto nel 1513, fu decapitato nel 1555 dai suoi stessi comandanti, essendosi guadagnato la loro ira pur avendo avuto una carriera strepitosa. Egli scrisse un celeberrimo testo di navigazione il "Kitabi Bahriye" ed accanto ad esso fece uso di mappe dettagliatissime tra cui una in particolare che è passata alla storia come la "Mappa di Piri Reis".
Nel luglio 1960 l’8° Squadriglia di Ricognizione Tecnica del S.A.C. (Strategic Air Command), USAF, Aeronautica degli Stati Uniti d’America, inviò una lettera di risposta ad un quesito del Professor Charles Hapgood relativo alla Mappa di Piri Reis, ossia se la parte inferiore della carta mai avesse rappresentato la Costa Principessa Martha, nella Terra Regina Maud, e la penisola Antartica. Non solo il Tenente Colonnello Ohlmeyer, comandante della squadriglia, rispose di sì ma aggiunse che detta mappa coincideva perfettamente con il profilo rilevato con metodo sismico al di sotto della calotta ghiacciata (spessore 1,5 km); sottolineò inoltre l’impossibilità di un simile dettaglio con gli strumenti a disposizione dell’epoca, ovvero del XVI secolo.
Il problema non risiede tanto nella scoperta del continente avvenuta nel 1818, quanto nel fatto che la computazione geologica della Terra di Maud sarebbe dovuta avvenire almeno in condizioni di disgelo intorno al 4000 a.C. e non risultano, ad oggi, civiltà in grado di operare in tal senso in quei lontani periodi.
Piri Reis, relativamente alla mappa in suo possesso, ammise di esserne oltretutto un fruitore e non un compilatore; ciò significa che la carta gli fu trasmessa da qualcuno e degli originari cartografi, purtroppo, se ne persero totalmente le tracce.
Quale fu l’epoca appartenente alle carte sorgenti?
Hapgood propose una teoria stimolante in cui affermava che l’origine era ancora più antica in relazione alle sorgenti: l’intero globo terrestre era stato cartografato da civiltà anteriori a quelle ufficialmente indicate come le scopritrici. Quando la Quarta Crociata prese Costantinopoli nel 1204, emersero carte con dettagli relativi alle Americhe, all’Oceano Artico e a quello Antartico; le rilevazioni potevano dipendere da condizioni atmosferiche diverse, più miti e non solo: probabilmente anche da posizioni geologiche diverse dei continenti.
Da non confondersi con la teoria di Wegener, la "Tettonica a Zolle", Hapgood propose l’idea di una "dislocazione" continentale dovuta a "scorrimento della crosta terrestre". Il principio di questa teoria prendeva le mosse da eventi traumatici subiti dal pianeta e non da evoluzioni millenarie.
Reis non fu l’unico ad aver utilizzato mappe dettagliate con informazioni "anti-storiche". Hapgood osservò a lungo il Mappamondo di Oronzio Fineo (1531), in cui il dettaglio del continente antartico arrivava fino alla mappatura idrografica e orografica di quelle terre.
La conclusione cui pervenne Hapgood consistette nel fatto che quelle zone furono abitate e colonizzate dagli uomini in condizioni climatiche del tutto favorevoli, forse addirittura tropicali.
Sondaggi carotieri effettuati nel 1949 tesi ad estrarre campioni di sedimenti nel Mare di Ross, confermano la tesi degli estuari presenti in quella zona durante la presunta epoca temperata: i sedimenti rivelarono condizioni ambientali differenti nei differenti periodi. Molti strati erano composti da ghiaia a grana fine, particolarmente presente in prossimità di foci e letti fluviali.
Le problematiche geologiche e soprattutto climatiche legate alla cartografia dell’Antartico, sollevano un problema ancora più vasto: qualora l’evoluzionismo darwiniano e la logica delle trasformazioni terrestri avvenute in periodi denominati "ere" (con una cronologia caratterizzata da lunghissimi intervalli di tempo molto spesso misurabili in milioni di anni) avessero l’ultima parola sullo slittamento del continente di ghiaccio, allora la produzione di cartografie dettagliate sarebbe iniziata 3 milioni di anni fa ca.; ma è chiaro che non possediamo che reperti di ominidi provenienti da quelle epoche remote, del tutto incapaci di poter solo immaginare una cosa simile.
Hapgood è convinto che il continente antartico si sia trovato in condizioni di disgelo almeno 15.000 anni fa e che dunque una super civiltà, scomparsa intorno al 13.000 a.C., sarebbe stata in possesso di tecnologie avanzatissime e, per qualche motivo oscuro, avrebbe ceduto il passo a civiltà posteriori di gran lunga più arretrate.
Prende corpo l’ipotesi di un rovesciamento di fronte, geologico e climatico, repentino, abbastanza violento da trascinare l’Antartide a latitudini diverse da quelle originarie e la storia stessa dell’umanità. "Il Killer Stellare", le prove archeologiche riportate da Brennan configurano una visione operativa, empirica del presunto frammento di Vela F. Hancock, al contrario, ricostruisce la storia precedente al cataclisma tentando di giustificarlo non in quanto tale bensì come evento innegabile e ponendo l’accento sulla pre-storia e la civiltà come dovevano essere e i legami che intercorsero tra popoli dislocati, addirittura, su continenti diversi.

LA PRIMA CARTOGRAFIA: NAZCA
Cartografare il pianeta sembrò essere dunque l’attività preferita dagli uomini del 13.000 a.C.; ma la loro origine quale fu? Da dove venivano o quali continenti occupavano i misteriosi progenitori in possesso di cognizioni note a noi solo a partire dai secoli XVI - XVIII?
Hancock ci riporta sulle Ande, a Nazca esattamente, per riflettere su quest’argomento.
L’occasione si presenta ghiotta al fine di sfatare un mito.
Le tracce di Nazca, concepite da un misterioso popolo all’alba di un’era assolutamente non databile (1), non sono né piste di atterraggio per aeromobili preistorici (sul modello "I Flinestones") né tanto meno per astronavi aliene con predilezione dell’altopiano andino in questione. Le linee non sono nemmeno solchi scavati da una qualche energia in grado di scalfire il granito o che sappiamo noi (vedi odierni paralleli ipotetici tra le linee e i pittogrammi nel grano): la configurazione sabbiosa e ghiaiosa del territorio di Nazca, permise a provetti ingegneri di tracciare i pittogrammi semplicemente spostando le pietre in superficie e scavando una manciata di polvere vulcanica di 2-3 centimetri al massimo. Maria Reiche, matematica tedesca che dedicò 50 anni allo studio di Nazca, liquidò lapidaria le suggestioni extraterrestri: "temo che i cosmonauti si sarebbero insabbiati…".
Ma allora che cosa sono, e soprattutto: quale la loro funzione ultima?
È necessaria una precisazione. Gli artisti che personalizzarono l’altopiano, non fanno parte della stessa epoca o della stessa cultura; anzi sembrerebbe che esclusivamente il Condor sia una raffigurazione perfettamente integrata con l’ambiente circostante; la scimmia, il ragno, la balena, il colibrì non rappresentano la fauna e la cultura di questi luoghi. Anche una figura umana con il braccio destro alzato in segno di saluto, gli occhi enormi fissi nel vuoto e due curiosi calzari a stivale non ricordano né conducono ad alcuna cultura nota.
Molto semplicemente non sappiamo che cosa mai fossero o a cosa mai servissero; il lato interessante sta esclusivamente nella loro osservazione. A cavallo degli antichi pittogrammi ve ne sono di recenti (espressione relativa, naturalmente) con forme geometriche trapezoidali, triangolari e a linee rette. Si tratta di immensi tracciati che attraversano l’intero altopiano e non si fermano di fronte ad ostacolo alcuno. Alcune di queste tracce superano dossi, colline, letti asciutti di antichi fiumi.
Le due modalità di rappresentazione, l’una zoomorfa e umanoide l’altra geometrica, ci fanno presupporre le diverse civiltà impegnate nell’opera. Una di queste potrebbe essere quella che cartografò l’intero pianeta. Le cognizioni astronomiche che permisero a detto popolo di tracciare latitudini e longitudini terrestri, presupponendo la conoscenza della sfericità del pianeta (ad es.), permetterebbero la realizzazione delle tracce e di una figura in particolare: quella del ragno.
È raffigurato un ragno di proporzioni gigantesche a Nazca e non è un ragno comune.
Il prolungamento della zampa posteriore destra lo accomuna ad una varietà aracnoide meglio conosciuta come Ricinulei; questa specie è caratterizzata dall’apparato riproduttore presente proprio in quella posizione ed è un insetto particolarmente minuscolo; le conseguenze sono ovvie. I dettagli anatomici sono rilevabili esclusivamente al microscopio e non solo: esso è uno degli aracnidi più rari al mondo e vive in zone inaccessibili e remote come la Foresta Pluviale Amazzonica. Cosa avrebbe mai spinto i nativi di Nazca a raffigurare il Ricinulei sull’altopiano andandolo a scovare nelle zone più remote e inaccessibili della terra?
Ma c’è di più.
La dottoressa Phillis Pitluga, astronoma del Planetario Adler di Chicago, effettuò uno studio computerizzato degli allineamenti astrali di Nazca; giunse alla conclusione che il Ragno altro non era se non un diagramma terrestre della costellazione di Orione e le linee rette delle zampe anteriori e posteriori servirono a rilevare il declinare delle tre stelle di Cintura nelle diverse epoche del pianeta.
Forse coloro che tracciarono le mappe disegnarono anche l’altopiano di Nazca; ed erano conosciuti come i Viracochas.

I VIRACOCHAS: GLI STRANIERI ILLUMINATI
Il pantheon degli déi sud amerindi, molto vasto, si arricchisce di una figura in particolare che esula dalla morfologia delle razze pre-colombiane e anche l’alone che circonda questa divinità spicca sui canoni classici di divinizzazione.
Grazie all’opera di alcuni viaggiatori spagnoli, chierici e non, i quali si adoperarono per salvaguardare la cultura, o parte di questa - degli autoctoni contro i trent’anni orribili che seguirono l’arrivo dei conquistadores - siamo venuti a conoscenza di un fatto particolare, raccontato dagli indios stessi. Si narra di una grande civiltà, vissuta migliaia di anni prima degli Incas, fondata dai viracochas, esseri straordinari e misteriosi cui furono attribuite le linee di Nazca. Allora, come oggi, nessuno sembrò farci caso.
La capitale del regno inca era Cuzco e la sua origine leggendaria la voleva fondata da due figli del dio Sole (Inti); accanto ad Inti una divinità, sancta sanctis, era adorata: Viracocha, in inca "spuma di mare".
L’antichità di questo culto è impossibile da stabilire ad oggi, ma analisi effettuate su alcune documentazioni rivelano che il sommo dio Viracocha, preesistente alla cosmogonia incas, fu adorato da tutte le civiltà susseguitesi sul territorio nel corso della lunga storia peruviana.
Una delle peculiarità di Viracocha sta proprio, come abbiamo detto, nei suoi tratti somatici, un europoide a detta di Hancock. Un testo dell’epoca ("Relacion anonima de los costumbres antiquos de los naturales del Piru") lo descrive con fattezze similari a San Bartolomeo. La fisionomia della divinità è stata ricostruita grazie alle testimonianze raccolte sull’osservazione della statua del dio collocata nel Coricancha, l’antico tempio di Cuzco dedicato a Viracocha. Abbigliamento in tunica bianca, sandali, carnagione chiara, lunghi capelli sulle spalle…
Sul piano militare, sembra che l’approdo dei Conquistadores abbia avuto successo grazie ad un primo impatto favorevolissimo da parte dei nativi che riconobbero, nei soldati della maestà ispanica, i tratti somatici del loro antico signore.
Viracocha fu un illuminato che approdò nelle terre amerinde dopo un terribile periodo di caos; egli apparve dal mare (viracocha="spuma di mare") con portamento autoritario e grande carisma. I racconti mitologici del luogo narrano di una dottrina condita di scienza e morale "dando istruzioni agli uomini su come dovevano vivere, parlando con amore e gentilezza… amarsi a vicenda e mostrarsi caritatevoli con tutti…" (Josè de Acosta, South American Mithology).
I nomi con cui fu appellato erano molti: Huaracocha, Con Ticci, Kon Tiki, Tupaca, Taapac, Ticci Viracocha, Illa; insegnante, scultore e guaritore. De Acosta riporta un brano dei racconti precolombiani: "…dovunque passasse guariva tutti i malati e ridava la vista ai ciechi…"
Secondo un’altra leggenda, Viracocha era accompagnato dai messaggeri o "soldati fedeli", "gli illuminati" o "gli Splendenti" (hayhuaypanti); essi avevano il compito di portare il messaggio del loro signore in tutto il mondo.
La fortezza di Sacsahuamàn, imponente costruzione megalitica attribuita agli incas, fu probabilmente utilizzata dagli Incas.
Grcilaso de la Vega narra di come un re inca tentò di emulare la tecnica di realizzazione dei monoliti megalitici incastrati alla perfezione a realizzare le mura poligonali delle fortezze come Sacsahuamàn. L’esperimento consisté nel trasportare un solo monolite per diversi chilometri. L’esito fu il distacco di questo dal trasporto e la rovina sulla massa degli operai che morirono schiacciati a migliaia.
È l’identico problema che attraversa l’Egitto e i realizzatori delle piramidi in rovina, databili al V sec. a.C., mentre El Giza è ancora nel suo splendore: possibile che tempi relativamente brevi abbiano trasformato radicalmente - e non con lo sviluppo tecnologico e d’informazione odierna - le ingegnerie del tempo?
Secondo i nativi furono i viracochas, gli Splendenti, a realizzare la fortezza e la loro venuta è associata al placarsi di un terribile diluvio.
Una delle testimonianze più forti nel perorare la causa di una o più superciviltà preesistenti al diluvio, è proprio l’idea di diluvio presente in tutte le civiltà del pianeta e in tempi diversi. Peculiari poi le simmetrie fra i vari testi sacri o tra le tradizioni orali tramandate di generazione in generazione.
La presenza di una razza umana degenerata e distrutta dal Creatore, tramite l’acqua che purifica e la rinascita a nuova vita mediante rigenerazione dell’uomo (il rito del Battesimo, simbolo dell’uomo nuovo, rinnovato) post-diluviana, è un altro "indizio probatorio" di ciò che affermavano in precedenza. Tutte le civiltà susseguitesi nella storia raccontano quest’episodio con nomi di protagonisti diversi, con alcune caratteristiche che funzionano da differenziali, ma nella sostanza il copione è il medesimo. Il tratto comune tra la Bibbia ebraica, ad es., e le leggende cosmogoniche sud amerinde sta nel passo del Genesi 6,4 (citato in precedenza) dove si parla dei Giganti. Gli inca parlavano del Creatore che plasmò i giganti dalla pietra per poi animarli; ma quando essi degenerarono Viracocha decise di riportarli allo stato di rocce. Altri di sterminarli con un diluvio.
Un’altra variante narra del sopravvivere di una coppia che, al termine dell’inondazione, a bordo di una "cassa" approdò a Tiahuanaco e lì il Creatore iniziò a far risorgere le popolazioni e la nazioni che oggi vivono in quella regione. La specifica di questo racconto narra di un uomo che, ritiratesi le acque del diluvio, apparve a Tiahuanaco: quell’uomo era Viracocha. Egli inviò i suoi seguaci fedeli nelle diverse regioni del Sud America per ammaestrare le genti e, quando la sua missione finì, richiamò a sé i viracochas, si separò da loro e, camminando sulle onde, sparì ad oriente da dove era venuto. Alcuni raccontano, al contrario, che andò via con gli Splendenti al seguito.

VIRACOCHA E OSIRIDE: PARALLELI MISTERIOSI
Sul lago Titicaca, nei pressi di Tiahuanaco, Viracocha era conosciuto con il nome di Thunupa e si narra di lui che, ucciso da cospiratori, il suo corpo fu deposto su una barca che misteriosamente, senza correnti, corse sul lago fino a Cochamarca, cozzò contro la riva creando il fiume Desguardero. Il suo santo corpo fu portato dalle acque del fiume fino ad Arica.
Vi è un parallelismo con la storia di Osiride ma non è tutto.
Seppure le due storie presentino diversità palesi, vi sono dei punti comuni fondamentali che accomunano civiltà solo apparentemente diverse tra loro; e infatti entrambi i protagonisti sono civilizzatori, vittime di cospirazione, assaliti e uccisi, chiusi dentro un contenitore o imbarcazione, gettato in acqua, trascinati da corrente e giunti in mare; entrambi sono stati divinizzati.
E poi? E poi sull’isola Suriqui, vicina a Tiahuanaco, i nativi costruiscono imbarcazioni con rami di giunco totora, secondo ciò che insegna la tradizione. Le barche hanno una forma allungata, larghe al centro, strette e a punta alta sia a prora che a poppa. Il giunco viene tenuto stretto da corde intrecciate sapientemente lungo tutta la chiglia e tra i rami di totora. Queste barche sono identiche sia nella forma che nella tecnica di realizzazione a quelle egizie, su cui entrambi popoli hanno trasportato materiale destinato alla realizzazione di opera megalitiche (da Abydo in Egitto alla stessa Tihahuanaco in Perù). Gli indios sostenevano di aver ricevuto i disegni originali dalla "gente di Viracocha". Hancock prosegue e affronta il mistero della città portuale che noi abbiamo già descritto ne "Il Killer Stellare", dove si sostiene che Tiahuanaco si trovasse sulle rive del lago Titicaca e non 90 metri al di sotto. Altre prove, di un disastro naturale avvenuto sul pianeta intorno a 15.000 anni fa, sono riportate nelle sculture presenti a Tiahuanaco stessa, dove una fauna e un’ittiofauna scomparse da tempo in realtà erano attive in quel periodo.

ALTRI MISTERI A TIAHUANACO
Come se non bastassero già in tal senso i fattori topografico e geografico della città di Viracocha, altri sono i misteri da chiarire al fine di poter affermare che la città e tutti i suoi abitanti furono testimone di un evento cataclismatico che cambiò per sempre la faccia della terra e probabilmente anche le abitudini degli abitanti.
Chi ha familiarizzato con il precedente articolo ricorderà il nome di Arthur Posnansky, uno studioso di origine tedesco-boliviana che dedicò cinquant’anni all’analisi di Tiahuanaco. Con le sue indagini archeo-astronomiche, portò la scienza a riformulare la datazione del sito all’anno 15.000 a.C., Applicando la differenza tra l’obliquità del piano dell’eclittica del periodo di fondazione e quello odierno (2). In pratica, gli allineamenti astronomici di alcuni monumenti a Tiahuanaco rivelavano l’esatta variazione dell’obliquità dell’eclittica (23° 8’ 48’’) che, applicata al "fuori centro" di detti monumenti, stabiliva l’esatta età di costruzione del Kalasasaya ovvero il 15.000 a.C.
Per la scienza ortodossa fu una bestemmia; ma Ludendorff (direttore Osservatorio Astronomico di Potsdam), Becker (Specula Vaticana), Kolschutter (Università di Bonn) e Muller (Istituto di Astrofisica di Potsdam), tra il ’27 e il ’30, verificarono positivamente la veridicità delle teorie di Posnansky.
La figura El Fraile, rappresenta un umanoide androgino vestito di squame di pesce che stringe nelle mani oggetti dalle fogge indefinibili; ricordava l’antica leggenda di Chullua e Umantua, gli dèi del lago vestiti di pesce. Questa storia riportava ad alcune mitologie mesopotamiche in cui esseri anfibi dotati di ragione visitarono la terra di Sumer. Uno di questi, Oannes (come riferisce lo scriba Berosso), ebbe una grande importanza nell’opera di civilizzazione di queste genti. Tal quale Viracocha…
La Porta del Sole, monolite in andesite grigioverde del peso stimato di 10 tonnellate, presenta raffigurazioni di animali che si sono estinti in periodi preistorici o che avrebbero potuto abitare quelle terre solo in questi periodi; intervallato nel disegno del cosiddetto "meandro" (una serie di piramidi a gradoni alternate dritto-capovolte) vi è la testa di un elefante. Non vi furono elefanti in quella zona se non fino alla loro scomparsa, repentina, intorno al 10.000 a.C.. In mezzo alle altre figure di animali estinti apparve anche la stilizzazione di un toxodonte, essere simile all’odierno ippopotamo estintosi alla fine del pleistocene, 12.000 a.C. circa. Le date coincidono in maniera impressionante e smentiscono di fatto la presunta data ortodossa del 1.500 a.C.; furono scolpite più di 44 teste di toxodonte, al fine di evitare accuratamente che qualcuno potesse sbagliarsi…
Altre rappresentazioni fregiano la Porta del Sole: lo Shelidoterium e il Macrauchenia, progenitore del cavallo.
Alcuni fregi incompiuti, però, portarono Posnansky ad immaginare che lo scultore avesse dovuto immediatamente gettare lo scalpello e fuggire: qualcosa di terrificante si stava verificando.
Tiahuanaco era un’isola al tempo dell’evento e il Titicaca più profondo di 90 metri. La città un fiorente porto dove si intravedevano animali preistorici. Nell’undicesimo millennio a.C. l’equilibrio si ruppe per sempre: il letto del lago si alzò per una misteriosa energia che si scatenò nel periodo. Le prove del cataclisma risiedono in siti presenti tutt’oggi a Tiahuanaco dove detriti alluvionali mescolati a cenere vulcanica, flora lacustre (3), scheletri umani frantumati, resti di Orestias (4) e utensili alla rinfusa, raccontano il terribile momento vissuto da Tiahuanaco e dai suoi abitanti.
La scienza intanto tace e si gira dall’altra parte.

LE TRACCE MESSICANE: IL QUETZACÒATL
Il testo di Hancock va seguito con la logica di un’indagine tesa a ricostruire un evento partendo da pochi indizi frammentari e a volte in apparenza contraddittori. Eppure l’autore ci conduce per mano verso una lettura a tutto tondo di ciò che accadde probabilmente in alcune epoche e soprattutto quali furono i punti di contatto che tracciarono la pista di un’unica storia.
La data del 23 dicembre 2012, altro non ci dice se non il fatto che si tratta della data indicante la fine del mondo secondo il computo maya relativo all’era del Quinto Sole.
In un archivio chiamato Codice Latino-Vaticano, raccolta di documenti aztechi, si parla della storia del mondo divisa in quattro ere dette Soli. Il passaggio da un’era all’altra è dettato naturalmente da sconvolgimenti e catastrofi e la prima era in particolare (Matlactli Atl) era "popolata dai giganti". Oggi il genere umano vive il Quinto Sole, la cui fine è segnata dalla data in questione.
Accanto a questa visione ciclico-catastrofica della storia, gli aztechi praticavano rituali sacrificali a base di prigionieri scannati e bambini massacrati. Il sangue scorso durante la dominazione azteca proveniva da circa 250.000 vittime all’anno uccise a scopo rituale. Assieme al sacrificio umano questo popolo non disdegnava i banchetti cannibalici effettuati dai guerrieri insieme alle proprie famiglie.
Tutta la cultura precolombiana faceva largo uso di sacrificio umano; i regni tolteco, azteco, olmeco, maya e via discorrendo erano uniti nelle logiche sacrificali e nella concezione dei quattro Soli precedenti il periodo presente. Questi popoli pensavano di poter allontanare il giorno della fine e del giudizio tramite una buona dieta di cuori e vittime umane da portare agli dèi, in particolar modo a Tonatiuh, il Dio Sole in persona, la cui personificazione lo vede raffigurato con una famelica lingua in ossidiana fuori dalla bocca a testimoniare la brama di cibarsi di vittime umane.
Questo era uno dei punti di contatto con la cultura sud americana degli Incas; per non parlare delle concezioni cosmogoniche corredate di diluvio che distrusse il "popolo degli inizi", i Giganti. Ma il più clamoroso consiste nel Serpente Piumato, Queztalcoatl, figura divina barbuta, dalla pelle bianca, giunta in tempi remoti nel Messico dal mare. Egli insegnò agli aztechi i calcoli calendaristici e formule matematiche tra le più avanzate per vaticinare il giorno ultimo della storia. Le somiglianze con la missione civilizzatrice e la figura stessa di Viracocha sono impressionanti.
Quetzacoatl era un uomo bianco, alto di carnagione rubizza dalla barba lunga e tondeggiante, con grandi occhi e vestito di una tunica bianca. Egli venne da oriente a bordo di una barca che si muoveva da sé, senza remi, assieme ai suoi compagni. Civilizzò le genti del Messico, insegnò loro ogni tipo di arte in cui egli e i seguaci eccellevano, proibì i culti sacrificali umani proponendo animali. Guariva i malati e risuscitava i morti; come Viracocha anch’egli aveva più denominazioni tra i popoli del centro America: Gucumatz tra i maya, Cuculcan a Chichen Itzà o Sepente Piumato e infine Quetzacoatl. Inutile affermare che tutti i nomi significassero proprio "serpente piumato".
Morley, decano degli studiosi maya, comprese che le culture sud amerinde e centro amerinde probabilmente parlavano di una stirpe i uomini approdati da est sulle coste occidentali centro-sud americane provenienti da un’unica terra, particolarmente avanzata nella struttura del pensiero e della tecnologia, che aveva come simbolo il serpente. Anche di Viracocha si disse la stessa cosa. I testi sacri del Chilam Balam narravano che i primi abitanti dello Yucatan furono gli uomini del Popolo del Serpente giunti in quelle terre in tempi antichissimi capeggiati da Itzamana, "Serpente dell’Est" guaritore e capace di resuscitare i morti.
Anche Cuculcan come Viracocha, andò via da lì riprendendo la via del mare con estrema tristezza per chi rimase e solennità nel congedarsi; egli fu sconfitto dal dio Tezcatilpoca, sanguinario e oscuro signore del periodo successivo all’età dell’oro di Quetzalcoatl. Il tutto avvenne a Tula, che al tempo era conosciuta come Tollan.
Di fronte alla piramide B di Tula vi sono quattro idoli dall’aspetto minaccioso; nella mani stringono oggetti sconosciuti che gli indigeni chiamano Atl-Atls, frecce o aste da lancio. Nulla di tutto ciò: gli oggetti sono simili a quelli del Kalasasaya, metallici, a fodero da cui fuoriesce un qualcosa di indefinibile. Alcune leggende parlavano degli dèi messicani che facevano uso di xiuhcoatl, "serpenti di fuoco"; erano oggetti capaci di emettere energia in grado di uccidere?
I seguaci di Quetzalcoatl si scontrarono con le forze di Tezcatilpoca a colpi d’arma da fuoco?
E le terre dell’est, da cui provenivano, erano la famosa Aztlan che gli Aztechi rivendicavano come la patria d’origine?

GLI OLMECHI: UN’ANTICHISSIMA RAZZA CONSIDERATA CULTURA MADRE
Per qualcuno di noi, tra cui il sottoscritto, pienamente convinto che i maya fossero la più antica manifestazione umana del centro-sud america, è giunta l’ora di cambiare ottica e idea in tal senso; per non parlare del mistero delle Pietre di Ica scoperte negli anni ’60 in Perù proprio ad Ica (5).
Gli Olmechi sono un popolo misterioso dalle incerte origini, autori - presunti - di una serie di enormi teste in pietra dall’aspetto morfologico quanto mai enigmatico. Le teste, scoperte a Tres Zapotes da Stirling, raffiguravano chiaramente esseri umani dai lineamenti negroidi; ma noi sappiamo che prima della dominazione europea a ridosso della conquista finale del continente americano, le razze negride giammai misero i piedi su quelle terre, per lo meno in merito a quanto ci risulti dalle nostre conoscenze oggi. Eppure le teste sono chiaramente appartenenti ad un popolo simile a quelli africani, ma con una caratteristica in più: la loro espressione è fiera, altezzosa; probabilmente dei guerrieri o comunque dei personaggi di alto lignaggio, dominatori.
Non è possibile a detta di Hancock, inventare di sana pianta combinazioni autentiche di caratteristiche razziali; la fisionomia era chiaramente negroide e questo stava a significare, molto semplicemente, che l’artista disponeva di un modello reale, di uomini che posavano ed erano chiaramente neri.
La scienza ortodossa non riesce a spiegare come sia possibile che razze negride fossero presenti sul continente americano 3.000 anni prima della loro ufficiale comparsa. Del resto non riesce nemmeno a datare la presenza del popolo olmeco, sempre più ritenuto culla civile del centro America e sicuramente più vecchio di 3.500 anni della datazione ufficiale, superando anche il luogo comune sui Maya: una stele scoperta da Matthew Stirling negli anni ‘40 a Tres Zapotes anticipava al 32 a.C. l’iscrizione più antica mai registrata in zona di contro ad una data maya registrata su un monumento che corrispondeva al corrispettivo calendaristico cristiano del 228 d.C.; non solo.
A Villahermosa, un bassorilievo olmeco raffigurava un uomo detto "Uomo in Serpente" dove il serpente presenta caratteristiche grafiche che ricordano una certa meccanicità e l’uomo ivi seduto ha sulla testa un copricapo che somiglia più ad un casco che a un cappello rituale e sta chiaramente allungando le gambe alla ricerca di una sorta di pedali con i piedi, mentre la mano destra è poggiata su un qualche strumento sconosciuto.
Gli Olmechi sono un dilemma. A tutto ciò si somma la stele dell’Uomo Barbuto, scoperta a La Venta, dove un europoide dai lunghi capelli lisci, vesti a tunica e scarpe dalla foggia sconosciuta, viene raffigurato come una divinità. Il Quetzalcoatl era un uomo appartenente ad una razza ed una civiltà perdute di cui non si conosce nulla? E dove era posizionata?

IL "TERZO ELEMENTO": IPOTETICA SPIEGAZIONE DEL MISTERO
È possibile che fossero stati i Fenici a lasciare impronte occidentali nel centro America?
I Fenici avevano una caratteristica: lasciavano propri manufatti e tecniche di costruzione molto precise e dettagliate. Si aveva quasi una pretesa maniacale nel testimoniare la propria permanenza o passaggio presso una terra o una civiltà ospite. Nel caso degli Olmechi questo non accade; l’analisi del vestiario e della foggia calzaturiera dell’Uomo Barbuto rivela tratti comportamentali e d’immagine assolutamente sconosciuti, non catalogabili ed appartenenti, probabilmente, ad una qualche stirpe di cui non solo non ne abbiamo sentore ma la storia stessa l’avrebbe dimenticata o più semplicemente eventi misteriosi ne hanno impedito la reminiscenza. In ultima analisi, la cultura dell’Uomo Barbuto (soprannominato dagli scopritori "Uncle Sam") appartiene ad una condizione storico-temporale non nota e mai pervenuta ai nostri tempi nemmeno nei propri tratti essenziali. Si tratta di una civiltà della quale non sappiamo assolutamente nulla.
John Anthony West, spina nel fianco della scienza ortodossa, partì da un presupposto preciso in seno alla civiltà egizia: com’è stato possibile che detta civiltà si sia come già trovata in possesso delle vette culturali e sociali di cui l’intera storia è testimone? È come se non vi fosse stata evoluzione in tal senso e l’Egitto fosse nato adulto. Nel 3.500 a.C., ad es., non esisteva scrittura e qualche manciata di anni più tardi si afferma una grammatica complessa fatta di geroglifici e stilizzazioni standardizzate a favore della fonetica. Le conquiste culturali nelle discipline astronomiche, mediche, mistico-religiose, architettoniche subiscono un’impennata che non trova riscontri nella storia.
West ipotizza, dunque, che la cultura dell’Egitto non consisté in uno sviluppo bensì in un retaggio.
Potrebbero essere i popoli del Sumer, Sumeri in primis, ad aver trasmesso in toto le cognizioni più disparate e approfondite agli Egizi?
In realtà le somiglianze tra le due culture sono direttamente proporzionali alle differenze; questo implica automaticamente, secondo la visione del professor Emery, un influsso indiretto che, pur avendo condizionato a fondo le due culture, ne ha permesso l’evoluzione caratteriale. La spiegazione più logica, secondo Emery e West, risiede proprio nel considerare un terzo elemento culturalmente cogente alla base dei due popoli, il quale funse da unica fonte cognitiva.
E allora quale fu la "terza fonte", il "terzo elemento" che arrivò in una zona d’ombra storica fornendo impulsi di civilizzazione a popolazioni preesistenti ma calate in contesti preistorici?
E la stessa cosa non potrebbe essere avvenuta per le aree precolombiane dove le somiglianze con gli Egizi sono addirittura inquietanti?
Le culture del Vecchio Mondo e del Nuovo Mondo avrebbero ereditato influssi, idee, visioni da un "terzo elemento" sconosciuto e che probabilmente si rispecchia nel misterioso bassorilievo raffigurante l’Uomo Barbuto.

ALCUNE RIFLESSIONI: IL CATASTROFISMO
Non si esplicita mai durante il corso del testo la convinzione, anzi, la dichiarazione da parte di Hancock che Viracocha, Quetzalcoatl, Cuculcan, altri non fossero se non abitanti di Atlantide sbarcati sulle coste del Messico e verso l’America del Sud con il chiaro intento di promulgare una missione civilizzatrice; ma indubbiamente traspare, trasuda il testo di convinzioni simili e la continua ricerca dell’Inizio e della Fine ne testimonia l’intento.
Sono davvero le Urla del Silenzio quelle che Hancock risveglia da un passato ancestrale, lontanissimo nel tempo e che solamente una cultura sclerotica e imprigionata in se stessa, da se stessa, ha trasformato in mito.
Le nostre concezioni della storia e dell’evoluzione umana, nonché della sua origine, forse sarebbero decisamente più chiare se accettassimo di andare verso la direzione che costanti prove ed inquietanti indizi probatori ci indicano. Forse non troveremo mai più nemmeno un frammento di coccio proveniente da Atlantide, ma è indubbio che gli echi che arrivano da lontano, molto lontano, strutturano un diagramma ben preciso di ciò che fu la terra prima della grande catastrofe o addirittura di una delle grandi catastrofi.
Il catastrofismo non è una corrente nuova, ha origini ben più vecchie dei nostri giorni. L’evoluzionismo ha fatto la parte da leone a partire dal XVII sec. in poi, eppure una frase illuminante di Pinotti porta a riflettere sulla considerazione di un cammino evolutivo dovuto all’adattarsi a contingenze drammatiche. Egli afferma che non possiamo considerare l’evoluzionismo il motore principale del cammino naturale solamente perché non subiamo danni da 5.000 anni in qua. Nell’economia della storia terrestre questo periodo equivale ad una frazione temporale pari allo 0,00011% dell’intero universo degli eventi terrestri; dobbiamo dunque allarmarci?
Le probabilità di essere testimoni oculari di fenomeni esogeni terrificanti sembrerebbero una condizione remota. Ammettendo di riconoscere il cataclisma atlantideo, collocandolo nel 11.000 a.C., e considerando l’ipotesi di un altro incidente di percorso (connesso al mistero delle Pietre di Ica) con coordinate temporali pari a 65 milioni di anni fa, il tempo intercorso è abbastanza cospicuo per poter vivere serenamente. Il limite KT risale a 65 milioni di anni fa: praticamente lo stesso tempo dell’evento collegato alle misteriose pietre enciclopediche; mentre il doppio del tempo lo troviamo a ridosso del 11.000 a.C.; giusto questa misteriosa costante, legata alla maniacale smania di calcolare il tempo per scongiurare la fine del mondo da parte dei maya, risulta preoccupante; ma il campo è ancora quello delle ipotesi e se a dispetto di tutto siamo tuttora lontanissimi dal poter affermare l’esistenza di antichi continenti perduti, figuriamoci una legge astronomica che sancisca corsi e ricorsi costanti negli impatti asteroidali o nelle collisioni con i più svariati corpi celesti che navigano nel cosmo.
È comunque innegabile che tali impatti abbiano avuto luogo in antichità ed Hancock (ma non solo lui) li collega a testimonianze oculari umane provenienti da civiltà evolute e non da ominidi semi scimmieschi.
Alcuni ribaltamenti repentini di percorsi storici (vedi il passaggio da Neanderthal a Sapiens-Sapiens) si possono spiegare con la teoria catastrofica. Alla base vi è la convinzione che alcuni ceppi umani, ad es., siano preesistenti e non derivanti da trasformazioni genetiche, dovute alle più disparate cause, dei ceppi originari. Probabilmente le condizioni in cui si trovarono entrambi dipesero da una parte, nel caso del Sapiens-Sapiens, da eventi sfavorevoli che ne condizionarono l’esistenza riportando questa specie a comportamenti tipici delle popolazioni preistoriche; dall’altra il naturale soccombere di fronte ad un’umanità estremamente più evoluta e dunque sana, forte, robusta e intelligente.

IL GRIDO IN CODICE
La precessione degli Equinozi, che riassume il moto apparente dei segni zodiacali intorno al cielo terrestre e quindi indica la posizione della Terra, nel suo moto intorno al Sole, scandita nelle diverse posizioni che occupa rispetto ai quadranti zodiacali (6), ci rivela un misterioso codice conosciuto da tutte le antiche civiltà che hanno fatto la storia culturale del pianeta; l’attenzione posta dai saggi appartenuti alle diverse civiltà a questo calcolo induce ad una riflessione.
Secondo Sellers, nel suo "The Death of Gods in Ancient Egypt", il mito di Osiride fu codificato secondo un gruppo di numeri chiave che sono "eccedenti" rispetto alla narrazione; eppure offrono un sistema matematico di calcolo con valori che esprimono:
  • il tempo della precessione terrestre per far compiere alla posizione dell’alba, nel giorno dell’equinozio di primavera, uno spostamento pari ad 1° lungo l’eclittica
  • il tempo impiegato dal Sole per attraversare un segmento zodiacale intero completo di 30°
  • il tempo impiegato dal Sole per attraversare due segmenti (60°)
  • il tempo del "Grande Ritorno" ossìa lo spostamento lungo tutta l’eclittica espresso in 360°, ovvero l’intera precessione.
Detti numeri sono:360, 72, 30 e 12.
Il mito ci informa che l’anno è composto da 12 mesi di 30 giorni ciascuno per un totale di 360 giorni; il numero 72 è il numero di gran lunga più importante ed è rappresentato dalla quantità dei cospiratori contro Osiride. A questo punto si accende un antichissimo programma elaborazione dati:
  • 12: le costellazioni
  • 30: il numero dei gradi assegnati ad ogni costellazione lungo l’eclittica
  • 72: gli anni impiegati dal sole equinoziale per completare lo spostamento precessionale di 1° lungo l’eclittica
  • 360: i gradi totali dell’eclittica
  • 72x30=2160: gli anni impiegati dal Sole per completare un passaggio di 30° sull’eclittica e quindi attraversare un quadrante zodiacale
  • 2160x12=25.920: l’intero ciclo precessionale espresso in anni per completare il "Grande Ritorno".
Si tratta di dati, secondo Sellers, che ritornano nella scienza sacra, miti ed architetture, dell’antichità. Si tratta oltretutto di dati che non sono solamente correlati al cambiamento d’aspetto del cielo terrestre, bensì all’oscillazione dell’asse terrestre con effetti diretti sull’economia geologica e climatica del pianeta; a quanto sembra è divenuto uno dei principali argomenti di correlazione tra repentino inizio di epoche glaciali e altrettanto violento e terribile declino.
Forse le antiche civiltà perdute e quelle sopravvissute ai cambiamenti epocali della Terra vollero lasciare un messaggio ben preciso per i posteri, al fine di poter calcolare avvenimenti che, contrariamente a quanto avevamo affermato, sono effettivamente ciclici e rispondono ad una logica aritmetica e non casuale.
Gli antichi avrebbero trovato la chiave di lettura tra gli effetti della geometria orbitale e i fenomeni che si scatenano sulla superficie terrestre in seguito ai lenti ma inesorabili effetti precessionali; essi avrebbero oltremodo trovato la maniera per attirare l’attenzione dei loro pronipoti, colmando il baratro delle epoche che ci separano gli uni dagli altri.
Ascoltarli o non ascoltarli è una responsabilità che dipende unicamente da noi moderni. Un testo indimenticabile, impossibile da non leggere.

Note:
1. Questa teoria è particolarmente complessa; parte dal presupposto, dimostrato, che il pianeta Terra rolla come un’imbarcazione durante il movimento rotatorio e il periodo di rivoluzione intorno al Sole; la Terra ha il suo asse leggermente inclinato rispetto alla verticale; ne consegue che il prolungamento immaginario dell’equatore terrestre (l’eclittica) deve trovarsi ad un certo angolo rispetto al piano orbitale; quello è "l’obliquità dell’eclittica". Ciclicamente, ogni 41.000 anni ca., l’obliquità varia con estrema precisione a causa di quel rollio di cui parlavamo; tramite equazioni è possibile verificare, graficamente, le variazioni avvenute nel corso dei millenni e quindi stabilire delle date "pilota" per identificare e datare periodi ben precisi.
2. Alcuni scienziati si sono pronunciati su un’epoca oscillante tra il 350 a.C. e il 600 d.C. basandosi su analisi al C14 effettuate su resti organici dissotterrati in zona. Bisognerebbe capire il nesso tra le tracce e i reperti organici, però; nulla infatti connette gli uni alle altre.
3. Del genere Paludestrina Culminea, Paludestrina Andecola e altre tipologie.
4. Pesce della famiglia dei Bogas oggi presenti nel lago.
5. Per questo argomento si rimanda ad un articolo di Mauro Paoletti estremamente interessante ed al volume: "Le pietre di ICA" - Edizioni Mediterranee.
6. Rimandiamo ad un articolo di Mauro Paoletti sulla Precessione.

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