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LE URLA DEL SILENZIO
di Pier Giorgio Lepori per Edicolaweb
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LA PRIMA CARTOGRAFIA: NAZCA »
I VIRACOCHAS: GLI STRANIERI ILLUMINATI »
VIRACOCHA E OSIRIDE: PARALLELI MISTERIOSI »
ALTRI MISTERI A TIAHUANACO »
LE TRACCE MESSICANE: IL QUETZACÒATL »
GLI OLMECHI: UN’ANTICHISSIMA RAZZA CONSIDERATA CULTURA MADRE »
IL "TERZO ELEMENTO": IPOTETICA SPIEGAZIONE DEL MISTERO »
ALCUNE RIFLESSIONI: IL CATASTROFISMO
Non si esplicita mai durante il corso del testo la convinzione, anzi, la dichiarazione da parte di Hancock che Viracocha, Quetzalcoatl, Cuculcan, altri non fossero se non abitanti di Atlantide sbarcati sulle coste del Messico e verso l’America del Sud con il chiaro intento di promulgare una missione civilizzatrice; ma indubbiamente traspare, trasuda il testo di convinzioni simili e la continua ricerca dell’Inizio e della Fine ne testimonia l’intento.
Sono davvero le Urla del Silenzio quelle che Hancock risveglia da un passato ancestrale, lontanissimo nel tempo e che solamente una cultura sclerotica e imprigionata in se stessa, da se stessa, ha trasformato in mito.
Le nostre concezioni della storia e dell’evoluzione umana, nonché della sua origine, forse sarebbero decisamente più chiare se accettassimo di andare verso la direzione che costanti prove ed inquietanti indizi probatori ci indicano. Forse non troveremo mai più nemmeno un frammento di coccio proveniente da Atlantide, ma è indubbio che gli echi che arrivano da lontano, molto lontano, strutturano un diagramma ben preciso di ciò che fu la terra prima della grande catastrofe o addirittura di una delle grandi catastrofi.
Il catastrofismo non è una corrente nuova, ha origini ben più vecchie dei nostri giorni. L’evoluzionismo ha fatto la parte da leone a partire dal XVII sec. in poi, eppure una frase illuminante di Pinotti porta a riflettere sulla considerazione di un cammino evolutivo dovuto all’adattarsi a contingenze drammatiche. Egli afferma che non possiamo considerare l’evoluzionismo il motore principale del cammino naturale solamente perché non subiamo danni da 5.000 anni in qua. Nell’economia della storia terrestre questo periodo equivale ad una frazione temporale pari allo 0,00011% dell’intero universo degli eventi terrestri; dobbiamo dunque allarmarci?
Le probabilità di essere testimoni oculari di fenomeni esogeni terrificanti sembrerebbero una condizione remota. Ammettendo di riconoscere il cataclisma atlantideo, collocandolo nel 11.000 a.C., e considerando l’ipotesi di un altro incidente di percorso (connesso al mistero delle Pietre di Ica) con coordinate temporali pari a 65 milioni di anni fa, il tempo intercorso è abbastanza cospicuo per poter vivere serenamente. Il limite KT risale a 65 milioni di anni fa: praticamente lo stesso tempo dell’evento collegato alle misteriose pietre enciclopediche; mentre il doppio del tempo lo troviamo a ridosso del 11.000 a.C.; giusto questa misteriosa costante, legata alla maniacale smania di calcolare il tempo per scongiurare la fine del mondo da parte dei maya, risulta preoccupante; ma il campo è ancora quello delle ipotesi e se a dispetto di tutto siamo tuttora lontanissimi dal poter affermare l’esistenza di antichi continenti perduti, figuriamoci una legge astronomica che sancisca corsi e ricorsi costanti negli impatti asteroidali o nelle collisioni con i più svariati corpi celesti che navigano nel cosmo.
È comunque innegabile che tali impatti abbiano avuto luogo in antichità ed Hancock (ma non solo lui) li collega a testimonianze oculari umane provenienti da civiltà evolute e non da ominidi semi scimmieschi.
Alcuni ribaltamenti repentini di percorsi storici (vedi il passaggio da Neanderthal a Sapiens-Sapiens) si possono spiegare con la teoria catastrofica. Alla base vi è la convinzione che alcuni ceppi umani, ad es., siano preesistenti e non derivanti da trasformazioni genetiche, dovute alle più disparate cause, dei ceppi originari. Probabilmente le condizioni in cui si trovarono entrambi dipesero da una parte, nel caso del Sapiens-Sapiens, da eventi sfavorevoli che ne condizionarono l’esistenza riportando questa specie a comportamenti tipici delle popolazioni preistoriche; dall’altra il naturale soccombere di fronte ad un’umanità estremamente più evoluta e dunque sana, forte, robusta e intelligente.
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