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IL CATACLISMA DI ATLANTIDE:
L'IPOTESI DEL KILLER STELLARE

di Pier Giorgio Lepori
per Edicolaweb


Una sconvolgente rilettura della preistoria umana e terrestre. I frammenti di una supernova alla base della trasformazione radicale della storia.

Mi sono soffermato a riflettere molto sul mistero del Continente perduto e ho letto molti testi in merito per potermi fare un'idea di quel che potrebbe essere accaduto. La conclusione a cui sono giunto non sta tanto nell'affermare una più o meno conclamata esistenza di una terra aldilà delle Colonne d'Ercole divenuta mitica, quanto nel giustificarne la sua scomparsa. E non la scomparsa in quanto tale, bensì la modalità precisa dell'evento, la sua dinamica, la meccanica con cui un continente abbandona la superficie terrestre per inabissarsi nelle profondità della Terra.
Non è un segreto che Atlantide strida con la teoria della deriva continentale, la cosiddetta tettonica a zolle; in effetti non esiste uno spazio fisico nell'Atlantico che permetta di ammettere la presenza di un continente di vaste proporzioni. Il collage delle zolle afro-sud americane e certi incastri euro-nord americani non lasciano lembi continentali tali per poter dire "Sì, è possibile che fosse collocato a certe latitudini"; se poi l'ipotesi di inabissamento si sposasse effettivamente con la cronologia del Timeo e del Crizia platonici, a maggior ragione ci troveremmo di fronte ad un Oceano Atlantico del tutto simile, morfologicamente, a come lo osserviamo oggi. La dorsale atlantica smentisce categoricamente l'esistenza di Atlantide per un fatto molto semplice: i movimenti tellurici subsidenti della dorsale si comportano in maniera del tutto lontana rispetto al fenomeno dello sprofondare atlantideo a mo' di sabbie mobili; al massimo si sarebbe spaccato, nel corso di milioni di anni, in due o più pezzi ancora oggi esistenti.
erò, ripeto, nemmeno la cronologia ci aiuta in questo senso; la data del cataclisma infatti, non risalirebbe a sconvolgimenti avvenuti lungo il corso di ere geologiche ma dovrebbe coincidere con un fenomeno repentino, violentissimo avvenuto in una data altrettanto famosa per gli addetti ai lavori: 11.000 a.C. ca.
La seconda conclusione a cui sono giunto, pertanto, è quella di valutare seriamente una causa distruttiva esogena e non endogena e in questo mi ha illuminato il testo di cui parlerò avanti.

Herbie Brennan lo potremmo definire "il signor Nessuno", un irlandese dal profilo poco conosciuto; la presentazione che la Newton Compton Editori fa sui risvolti di copertina del suo "L'Enigma di Atlantide" è quanto meno controversa: poche righe per dire che conduce trasmissioni televisive e radiofoniche negli Stati Uniti e ha scritto una settantina di opere.
Eppure, il dettaglio di informazione a cui giunge nel testo è sorprendente; si tratta indubbiamente di un uomo informato dei fatti e con una possente capacità analitica. Il presupposto fondamentale da cui parte Brennan è l'assimilazione tra il cataclisma atlantideo e i miti del Diluvio Universale; è convinto che gli agiografi dell'Antico Testamento e gli uomini che raccontarono in termini mistici o poetici il diluvio nelle varie civiltà possano aver attinto linfa da ispirazioni storiche o da testimonianze dirette di un evento formidabile. Non solo: per affermare il paradigma platonico di una super civiltà, bisogna distruggere o confutare completamente il paradigma evolutivo finora descritto dalla scienza ufficiale.
Le prove a carico di questa tesi e l'escursus logico dell'intero testo valgono la pena di essere seguiti passo dopo passo.
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