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IL SILENZIO DELLE PIETRE

di Pier Giorgio Lepori
per Edicolaweb

 

Ho sempre pensato che in natura esistesse un qualcosa in grado di esprimere benissimo il concetto del silenzio: le pietre. Le pietre sono il monumento al passato, l'incanto del tempo trascorso e imprigionato per sempre nella loro fissità.


Eppure le pietre sembra nascondano, nel loro silenzio, storie incredibili; la loro millenaria, o milionaria, stasi appare come un sorriso enigmatico di chi conosce la verità e la serba nel proprio segreto, sfidando la razionalità umana a penetrarne gli arcani per svelare alla coscienza ciò che, per lunghissimi anni, è rimasto nascosto.
Peter James e Nick Thorpe, scrittore l'uno archeologo l'altro, nel loro "Enigmi di Pietra" (Armenia, 2002) ci portano per mano in un affascinante viaggio verso i monumenti di pietra che costellano la Gran Bretagna, la cui origine e la ragione misteriosa della loro realizzazione, conducono noi uomini del 2000 a ritroso nel tempo fino ad incontrare il genio ingegneristico dei nostri antenati preistorici i quali, per non precisati motivi, si diedero a modellare il terreno in giganteschi pittogrammi o eressero monumenti in pietra talmente grandiosi da far impallidire l'odierna architettonica delle nostre città.
A fondamento dell'intero testo vi è una domanda, la classica domanda che ci si pone di fronte a certe manifestazioni: perchè? Qual'è, o quali sono, i motivi per cui i progenitori dell'umanità odierna si cimentarono in titaniche operazioni edilizie o addirittura di modifica della struttura di un intero paesaggio?
Thorpe e James iniziano con la descrizione e il tentativo di collocazione logica dei cosiddetti "mounds".
I mounds, alla lettera "colline funerarie", vengono considerati come il più insondabile tra gli enigmi; in particolar modo i megaliti di Silbury, Wiltshire (Inghilterra) che sono oltretutto i più grandi d'Europa.
Silbury è un enorme tronco di cono alto più di 40 metri, largo 152 e composto da oltre 350.000 metri cubi di terreno riportato e calcare. Nel corso dei secoli fu scavato per tentare di riportare alla luce leggendarie, presunte tombe contenute al suo interno, come ad esempio nel 1660 quando John Aubrey sosteneva, sulla scorta di un racconto locale, che ivi era sepolto un certo re Sil con il suo cavallo, probabilmente ricoperto d'oro.
Dopo circa trecento anni Atkinson, dell'Università del Cardiff e studioso di Stonehenge, fu finanziato dalla BBC per penetrare nel "mound" di Silbury (1968); ma la mancanza totale di qualsiasi elemento al di fuori del pietrisco sospese le operazioni di finanziamento e relativi scavi.
Tuttavia si fece luce sulle modalità di costruzione; il monumento fu eretto in tre tappe e anche la cronologia vide la luce: 2.500 a.C. Ma il perché di un immane sforzo realizzativo rimase ed è rimasto un enigma; l'ipotesi più accreditata riguarda il fine mistico, religioso; i "mounds" come una sorta di enormi altari sedi di cerimonie rituali.
Una delle cose più interessanti, che comunque rende ancora più complessa questa storia, è il ritrovamento di artefatti simili negli Stati Uniti; nella valle del fiume Ohio i primi coloni ne scoprirono addirittura diecimila. Anche le dimensioni risultano essere in linea con quelle inglesi: il Monks Mound è largo 300 metri, lungo 250, alto 30 metri e con una massa di 620.000 metri cubi.
E non siamo in presenza solamente di colline artificiali bensì di veri e propri "pittogrammi", figure mitologiche o animali del calibro del "Cavallo Bianco" di Uffington (Berkshire); oppure incisioni come il "Gigante di Cerne-Abbas" nel Dorset e il "Lungo Uomo" di Wilmington.
Il Cavallo Bianco del Berkshire è lungo 100 metri e alto 40; tratto peculiare è la testa di drago fornita di due rostri che partono dalla bocca; il suo significato sembrerebbe legato a concezioni tribali esistenti presso le popolazioni dell'età del ferro che abitavano quelle zone tra il 1.400 e il 600 a.C.; ma anche in questo caso il perché reale della sua realizzazione è e rimarrà per sempre un mistero.
Né si riesce a trovare una spiegazione o un motivo valido alla presenza del Lungo Uomo di Wilmington o del Gigante di Cerne-Abbas; le numerose ipotesi a riguardo non escludono nemmeno il falso, specialmente nel caso del Lungo Uomo, realizzato per divertimento intorno al Medioevo. Eppure le pietre nascondono aspetti più inquietanti.
Alfred Watkins, archeologo degli inizi del '900, era convinto del fatto che i monumenti britannici fossero stati costruiti non casualmente bensì posizionati lungo delle linee rette che li connettevano l'uno con l'altro secondo una precisa logica. Queste linee di forza ricordavano le linee imponente di Nazca e le misteriose strade realizzate dagli Anasazi in quei territori che oggi sono gli Stati Uniti. Queste strade, dapprima concepite come vie commerciali che connettevano più centri abitati dalla possente architettonica (i cosiddetti "pueblos", distanti tra loro anche 100 km), non quadravano con l'ipotesi della viabilità poiché, in moltissimi casi, non giungevano a nulla, si perdevano nel deserto, di fatto non connettendo alcunché. In moltissimi casi non si trattava nemmeno della direttrice più breve tra due punti strategici; in altri casi attraversavano zone talmente impervie da risultare pericolose per qualsivoglia convoglio o trasportatore che rischiavano di precipitare nel vuoto ad ogni passo.
Ed è qui che Thorpe e James introducono al "Solstice Project" di Washington, un consesso assemblato appositamente per dare una spiegazione alle strade misteriose degli Anasazi: l'intera ragnatela dirigeva verso nord, un punto focale per le credenze anasazi. Gli spiriti dei trapassati si muovono lungo questa strada per entrare ed uscire dal nostro mondo; lo stesso termine "strada" è reso con l'allocuzione "canale attraverso il quale scorre l'alito della vita"; la grande strada del nord, direttrice massima della rete anasazi, ha un significato mistico.
L'applicabilità di questo assunto all'intera economia monumentale delle opere preistoriche britanniche è presto fatta. Non è un caso che rabdomanti, sensitivi e seguaci "new age" abbiano imperversato per anni lungo le direttrici dei monumenti preistorici (Stonehenge in testa) nel tentativo di trovare le linee energetiche che connettono o passano in quei luoghi, credendo fermamente nel fatto che dette opere altro non sarebbero se non le cuspidi che segnalano il tragitto di queste misteriose, forse improbabili, linee di forza.
Il capitolo Ley Lines parla a lungo del fenomeno palleggiando tra ipotesi validanti e mistificazioni senza fondamento; inutile dire che l'iniziatore di questa teoria fu proprio Watkins, partendo dal presupposto dell'apparente dislocazione logica dei monumenti lungo una retta immaginaria sul territorio.
Non sapremo mai, probabilmente, quali sono i reali motivi a fondamento di queste controverse opere.
Di fatto il silenzio dei monumenti in pietra è ancora padrone dei loro segreti; ma è anche vero che, citando il titolo di un famoso film, le urla del silenzio si fanno sentire nell'inconscio degli uomini, manifestando la voglia di raccontare il passato alle epoche presenti, troppo convinte del fatto che la cultura e la tecnologia siano un proprio privilegio. Il testo di Thorpe e James è indubbiamente un buon vademecum in questo senso; rigoroso nelle analisi e assolutamente obiettivo. Una lettura consigliata per penetrare il silenzio delle pietre.


									

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