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n° 16 Lug./Ago. 2004

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CON GLI OCCHI DI IERI

Tratto da SAPERE, 30 Settembre 1939, Ulrico Hoepli, Milano.


 
IL MITO DI ATLANTIDE

di Giuseppe De Florentiis
 

Nel 1939 i venti di guerra soffiavano più forti e infausti che mai sull'Europa e sul mondo. Forse anche per consentire ai propri lettori una qualche forma di "evasione" psicologica oltre che culturale da una realtà sempre meno piacevole, una importante rivista italiana di divulgazione tecnico-scientifica quale la ben nota SAPERE decideva dunque di pubblicare un significativo articolo sulla questione di Atlantide, suggestivo argomento cui comunque vari Autori avevano dedicato testi di approfondimento nel nostro Paese nel ventennio precedente.

[L'Atlantide] L'articolo di Giuseppe de Florentiis, che qui riproduciamo, fu redatto alla vigilia dell'invasione tedesca della Polonia con il pretesto di Danzica, il I° settembre, e usci in edicola alla fine del mese, quando l'aggressione germanica da occidente e quella russa da oriente avevano ormai già deciso il fato della nazione polacca, cancellata dalla carta geografica d'Europa dall'aggressione nazi-sovietica in virtù dell'ignobile quanto inconcepibile "patto di non aggressione" fra Hitler e Stalin e già avviato, con l'intervento anglo-francese, il Secondo Conflitto Mondiale. Da noi l'illusione della "non belligeranza" avrebbe mantenuto un clima di "pace armata" fino al giugno del 1940, com'è noto. In ogni caso, questo resta l'ultimo significativo articolo divulgativo pre-bellico in Italia sul tema del "continente perduto".

Racconta a Solone, che visita l'Egitto, un sacerdote di Sais:

"Novemila anni sono trascorsi da quando scoppiò la guerra fra coloro che abitavano di là delle Colonne d'Ercole e coloro che abitavano di qua. Su quelli, regnavano i re dell'isola di Adantide... Questa isola era, allora, più grande che la Libia e l'Asia riunite, ma adesso, in seguito a terremoti, è inghiottita dal mare... Chi, dalla riva del mare, si fosse diretto verso il centro dell'isola, avrebbe attraversato prima una pianura... A cinquanta stadi dal mare, verso il centro dell'isola, v'era una montagna di mediocre altezza. .. L'insieme del territorio era elevato, con un taglio a picco verso il mare, e solo lo spazio attorno alla città era piano. Ma il pianoro che conteneva la città era esso stesso circondato di montagne." Quale fu la storia di Adantide?
"Quando gli Dei si divisero la Terra - narra ancora il sacerdote egizio - Poseidone si ebbe l'isola di Adantide e ne fece il soggiorno dei suoi discendenti, avuti dall'unione con una mortale... la mortale cui si unì Poseidone si chiamava Clito, figlia di Evenor e di Leucippe sua sposa, umani nati dalla Terra. Da Clito, Poseidone ebbe cinque coppie di gemelli: al maggiore dei suoi figli, cui dette in retaggio la patria materna, fu da Poseidone imposto il nome di Adante; da costui ebbero quindi nome e l'isola e il mare.
Poseidone aveva circondato la collina, sulla quale abitava con Clito, di forti difese: fossati riempiti di acqua del mare e dighe di terra concentriche; l'isola era, così, resa irraggiungibile dagli uomini.
I discendenti di Atlante gettarono ponti su questi fossati ed edificarono il castello reale laddove il dio aveva soggiornato. Tagliarono le dighe, costruendo ponti sulle aperture, in modo che le navi potessero accedere fino alla cinta più interna. La muraglia circondante la cinta esterna fu rivestita di rame; quella della cinta interna di stagno, mentre il castello fu coperto e guarnito di un metallo, l'oricalco, dai riflessi di fuoco. I successori di Atlante sottomisero i domini vicini provvedendo così ai bisogni del paese: ma l'isola stessa forniva la maggior parte di ciò che era necessario alla vita: pietra e metalli, fra cui l'oricalco, di cui non conosciamo più che il nome, il più prezioso dei metalli dopo l'oro; i legni delle sue foreste; elefanti; tutte le essenze aromatiche nutrite oggi dal suolo in ogni parte, e i frutti coltivati, e i grani fatti per nutrirci, e quelli che chiamiamo legumi, e tutti quelli che ci danno alimenti, bevande, profumi."

Continua la descrizione dell'isola e dei suoi costumi:

"Le sorgenti, alcune calde, altre fredde, venivano utilizzate; nelle vicinanze di esse sorgevano costruzioni specialmente indicate dalla natura delle acque; e inoltre bagni scoperti e coperti... In mezzo al castello reale sorgeva il tempio d'argento dedicato a Poseidone ed a Clito, rivestito d'argento con fermagli d'oro: nell'interno, erano statue d'oro, fra cui quella del dio stesso, tanto grande che la testa toccava il soffitto, circondata da cento nereidi su delfini. In mezzo al santuario era una colonna sulla quale una iscrizione trasmetteva le leggi di Poseidone e presso cui si riunivano i dieci re del territorio per rendere giustizia. Allora, sulla veniva sacrificato un toro, catturato nel bosco sacro; indi, giurato di giudicare secondo le leggi iscritte nella colonna, atteso che calasse l'oscurità e che fossero raffreddati i fuochi del sacrificio, indossate ricche vesti azzurro cupo, spente tutte le luci i dieci re amministravano la giustizia."

Il mito di Platone
Questo racconto è il riassunto - non osiamo dire la traduzione - di ciò che si trova in due dialoghi di Platone, il "Timeo" ed il "Crizia" (quest'ultimo incompleto) di cui il lettore colto non potrebbe apprezzare la profondità e la bellezza se non per mezzo della lettura diretta. Esso sembra una favola fantasiosa, ed i neoplatonici, nonché alcuni critici moderni hanno voluto ravvisarvi un artificio di cui si sia valso Platone ad esporre le proprie concezioni etico-sociali e del proprio ideale politico per mezzo di tale forma mitica dei dialoghi che, secondo un giudizio di Hegel, mentre conferisce loro una particolare attrattiva, è anche, tuttavia, una fonte di incomprensioni. Eppure, su questo racconto si sono basate attraverso i tempi innumeri ricerche le quali hanno dato luogo ad una bibliografia ricchissima e ad una quantità di ipotesi che si sono valse, modernamente, dei mezzi di indagine e di prova attinti ai più disparati rami dello scibile: geografia, geologia, antropologia, storia delle religioni, archeologia, filologia, etnografia, paleontologia, biologia marina e vegetale.
Perché in fondo viene fatto di pensare: anche se Platone ha tratto il racconto del sacerdote egizio interamente dalla sua fantasia, di dove è venuta alla sua mente l'idea di questo cataclisma e della sommersione di una civiltà primigenia che si ritrova nei miti e nelle religioni di tutti i popoli, tanto di qua, si noti, dell'Atlantico, tanto di là, fra gli scomparsi Aztechi?
Ma ha poi del tutto fantasticato Platone, o non piuttosto ha raccolto ed elaborato elementi mitici entrati nello spirito e nel fondo di civiltà dei suoi contemporanei? Voi sapete come si formano le leggende ed i miti: un fatto, che colpisce in un determinato momento, per i suoi effetti o per la sua grandiosità, gli uomini che vi assistono, viene trasmesso dagli astanti ai lontani e dai contemporanei ai posteri attraverso innumerevoli racconti, ciascuno dei quali è deformato o aberrato attraverso il prisma di una personalità dai sensi e dal giudizio necessariamente imperfetti: in questo enorme crogiolo di anime la rappresentazione dei suoi reali lineamenti si trasumana e attinge i domini del fantastico e del misterioso; non ne restano, infine, che i soli tratti essenziali, spesso nascosti da veli esoterici, come un retaggio di reminiscenze ancestrali.
Il mito di Atlantide ha, dunque, posto un tormentoso problema che esprime, in fondo, un'aspirazione dell'umanità: conoscere le radici prime della civiltà degli ultimi 6000 anni che in tutte le parti del mondo presentano nel patrimonio del linguaggio, della scrittura, dei monumenti d'arte, delle religioni, molti punti di identità. Più che il luogo di Atlantide è l'uomo Atlante, dunque, che ci affascina col suo mistero ancora non rivelato; e nulla è più appassionante di questo enigma dell'uomo primigenio, che ha mosso la fantasia degli artisti in tutta una cospicua letteratura parallela alla ricerca positiva.

Una ridda di ipotesi
La sola enumerazione dei ricercatori e delle loro ipotesi ci porterebbe fuori dei limiti assegnatici: qui basti accennare ai principali.
Gli antichi, in generale, dettero poco credito al racconto di Platone: i primi commentatori, Filone, Critone, l'accettarono senza preoccuparsene troppo; i neoplatonici non vi videro che un'utopia allegorica. Ammiano Marcellino (IV secolo) ci narra che per gli alessandrini la distruzione di Atlantide era un fatto storicamente vero; Cosma Indicopleusto, geografo bizantino (VI sec.) pone Atlantide nel sistema geografico della sua "Topografia Cristiana".
Plutarco, nelle "Opere Morali", parla di un continente che chiama Saturnia e di un'isola Ogigia situata fra le braccia di un fiume: Ogigia è anche l'isola di Calipso nell'Odissea, e varie volte in varie epoche, anche molto di recente, è stata identificata con l'Atlantide. Tralasciamo altre fonti: Prodo, Eliano che riporta un racconto di Teopompo contemporaneo di Platone, ricitato da Diodoro Siculo. Nella Medea di Seneca il tragico, il coro si esprime secondo i versi posti in epigrafe a questo articolo, in cui si vede da molti un'allusione all'Atlantide.
Ma dopo la bassa latinità il nome di Atlantide riappare fino alla Rinascenza. Scoperta l'America, sorge l'idea di identificare questa con il continente al di là della scomparsa isola Atlantide: e il primo ad esporre questa idea, almeno nelle tracce scritte che possediamo, è lo spagnolo Gomota nella "Storia Generale delle Indie", 1553.
Da allora, si moltiplicano le ipotesi e le interpretazioni del racconto platonico. Noi non le seguiremo, e salteremo a pie' pari fino alle teorie moderne, interessanti per lo meno, anche a considerarle solo come applicazioni... platoniche anch'esse per chi vuole, di conoscenze scientifiche.
Ma vogliamo ricordare un riflesso atlantideo che si ritrova nelle opere di Bacone da Verulamio e che può recare un contributo incidentale ad un'altra "vexata quaestio" di natura storico letteraria. Bacone, dunque, affaccia senza sostenerla, l'ipotesi che l'Atlantide fosse l'America; ma nella sua celebre opera "La Nuova Atlantide" formula una sua concezione personale dello Stato ideale, in forma utopica bene caratterizzata: insomma, in ultima analisi non ci crede, o per lo meno non ha opinioni.
Ora, come è noto, molti hanno negato essere Shakespeare l'autore delle sue opere, sostenendo che non sia egli stato se non il prestanome di Bacone che per la sua posizione alla Corte d'Inghilterra non poteva apparire come scrittore di commedie e tragedie allora considerate opere inferiori e plebee.
Ma Shakespeare avrebbe idee proprie ben chiare sull'Atlantide che chiama isola Sturmm secondo le vedute di un noto studioso di Atlantide, Lewis Spence: se dunque Shakespeare fosse stato Bacone, si sarebbe venuto a trovare in contraddizione con se stesso; e allora se ne dedurrebbe che Shakespeare è veramente l'autore delle sue opere e persona distinta da Bacone.

Congetture moderne
E veniamo, senz'altro, ai giorni d'oggi. Nel 1910, l'esploratore Leo Frobenius faceva, nella regione del Benin, fra il Niger e l'Atlantico, le prime scoperte di una remota e elevata civiltà; scoperte che continuano ancora oggi. Basandosi su molti indizi raffrontati con i racconti di Platone, Frobenius ha emesso la sua ipotesi ("Teogonia Atlantica", Jena 1926) che l'Atlantide fosse situata in Nigeria e che il racconto di Platone fosse un insieme di reminiscenze aventi rapporto ad un periodo di civiltà preellenica.
Altri prima di lui avevano però situato l'Atlantide in Africa del Nord, fra la Libia e il Marocco.
Secondo l'archeologo Adolf Schulten, l'Atlantide platonica dovrebbe ricercarsi nella città di Tartesso, situata all'imboccatura del Guadalquivir, l'antica Tarschisch della Bibbia. Ma di questa Tartesso finora non sono state ritrovate le tracce; alcuni la vorrebbero presso Cadice, altri (Hermann) nella piccola Sirte.
L'ipotesi di Schulten è condivisa da Hennig, che l'ha sviluppata anche in base a raffronti toponomastici e linguistici. Schulten trovò nel 1923, alla foce del Guadalquivir, presso un villaggio di pescatori, un bel marmo scolpito: poco dopo, un anello inciso con caratteri sconosciuti, somiglianti ai runici.
Un'altra ipotesi molto accuratamente sviluppata e degna della miglior considerazione è quella di Donnelly, secondo cui l'Atlantide era in realtà un'isola dell'Atlantico da cui si sarebbe irradiata l'attuale civiltà; il racconto di Platone perciò, sarebbe veritiero.
Egli basa la sua ipotesi sulle Canarie e le Azzorre, che sarebbero le vestigia della grande terra scomparsa in seguito ad un cataclisma; sulle concordanze di costumi e di concezione della vita di qua e di là dell'Atlantico; su raffronti linguistici e mitologici; sulla distribuzione di animali domestici e di piante utili nell'una e nell'altra sponda, ecc. Una conferma della teoria insulare è data dal rilievo del fondo oceanico e dalla presenza, a 500 miglia a Nord delle Azzorre, di lave (tachiliti) portate a giorno nel 1898 durante la ricerca di un cavo telegrafico spezzato: la struttura di queste lave testimonia che esse solidificarono all'aria e furono subito immerse, non oltre 15000 anni fa. Un'altra vasta sintesi storica basata sulla teoria insulare e che si è servita soprattutto della indagine paleo-epigrafica è dovuta ad Herman Witth, con i raffronti suggestivi di simbolografie delle due sponde da lui fatti.
Un'altra ancora, molto interessante, ma impossibile a esporre in poche righe, è stata formulata dall'orientalista Karst. Secondo questa ipotesi, vi sarebbero stati due paesi atlantidei: un'Atlantide primitiva verso l'oceano indo-persico ed una seconda occidentale, libica ed esperidea, nel Nord Africa, congiunta allora con l'Italia da un ponte siculo-tunisino emerso in forma di penisola. Anche qui, raffronti soprattutto glottologici rivelerebbero l'esistenza di un fondo comune alla civiltà europea ed asiatica che non sarebbe spiegabile soltanto con qualche apporto secondario, nome di divinità o fatto culturale in prestito da una civiltà all'altra, bensì lascerebbe presumere una genesi iniziale, una comunità delle primitive origini.

Contributo delle scienze naturali
Nel dominio delle scienze naturali altre ipotesi sono state formulate, altre prove tratte a confronto di queste. Citiamo appena le cose più importanti, ricordiamo in primo luogo la teoria di Wegener della "Deriva dei continenti'" secondo la quale un unico continente primitivo si sarebbe diviso, in vari momenti della storia terrestre in frammenti galleggianti sull'oceano del magma fuso che bolle sotto la sottile scorza del pianeta, e in deriva a causa della forza centrifuga dovuta alla rotazione del globo, con la velocità di tre chilometri ogni milione di anni (così si sarebbero allontanati i frammenti che dall'esame di una carta geografica, appaiono ancora approssimativamente giustapponibili).
Alla luce di questa teoria - peraltro oggi superata - apparirebbe la comunità di origini, e il cataclisma separatore come un episodio del distacco.
Altre ipotesi spiegherebbero il catacIisma con bruschi spostamenti dell'asse della Terra, caduta di satelliti (lune) ecc.; ma queste ipotesi che diremo cosmogoniche appaiono troppo ardite e non sono ammesse dalla scienza ufficiale.
Altri argomenti, infine, tratti dalla biologia, sarebbero l'identità di specie attuali delle Azzorre, di Madera, delle Canarie, con le specie europee ed americane: specie fossili, il cammello, l'elefante, il leone, il cavallo primigeni, per esempio, sono poi stati ritrovati in Colombia e agli Stati Uniti.
La migrazione delle anguille per la riproduzione nel Mar dei Sargassi - mistero recentemente svelato - non potrebbe attribuirsi ad una sorta di memoria ancestrale di luoghi favorevoli alla deposizione delle uova, fissati nell'istinto?

In cui non si conchiude
Dovremmo, a questo punto, concludere. È esistita veramente l'Atlantide? E se è esistita, dove era? Quali uomini l'abitarono e vi costruirono la loro civiltà primigenia, trasmettendola ai popoli e alle terre conosciute dalla nostra storia?
Ma una conclusione è impossibile: è impossibile rispondere, sulla base delle attuali conoscenze, a tali domande. Tuttavia a mole di studi condotti nei tempi moderni su questo problema non è stata inutile, sia dal punto di vista della pura e semplice nozione, sia da quello, più elevato, delle idee generali.
Demetrio Merezkowski ha portato il problema dell'Atlantide sul piano di queste idee generali in un suo libro, di cui non ci lasciamo sfuggire l'occasione per consigliar la lettura: l'opera di questo grande scrittore avvince lo spirito di chi, conoscendo anche solo nelle grandi linee il movimento di ricerche e le correnti di pensiero che si agitano intorno all'enigma dell'Atlantide, ve le trovi composte in una sintesi profonda e possente.
Giacché il problema dell'Atlantide non si riduce a stabilire dove fosse, e se fosse, la terra di Atlante ed il giardino delle Esperidi, e ciò che in realtà ne avesse saputo Platone.
Platone fu un genio, e come tutti i geni anche se ha inventato non ha mentito: egli ha piuttosto espresso nel mito, come già dicemmo, un'aspirazione fondamentale dell'umanità che ripercorre a ritroso il cammino della sua storia ricercando la prima sorgente da cui ripete il suo essere ed il suo divenire.

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