ARCHEOMISTERI
ARCHEOMISTERI Chi siamo  Contatti   Site map    Cerca   Edicola Home  
EdicolaWeb 2005  
Nonsoloufo - Ufo and much moreClicca qui per prelevareARCHEOMISTERI - I quaderni di Atlantide
Archeomisteri
n° 15 Mag./Giu. 2004

  Editoriale
  Archeonotizie
  Archeonet
  Recensioni
   Con gli occhi di ieri:
  Atlantide, l’Impero
    del Bronzo



  Tutti gli articoli

abbonamenti alla
rivista cartacea

Editoriale Olimpia SpA


Cerca negli articoli
Consulta le rubriche
  Approfondimenti
  Archeologando
  Cercando il Graal
  Para Martia
  Atlante segreto
  Luci dei Maestri
  Decriptare la Bibbia
  Arcani enigmi
  Icone del tempo
  Altra dimensione
  Dal mondo eterno
  L'uomo e l'aldilà
  Oltre l'Orizzonte
  Approfondilibri
  Ufostorie
  Sentieri infiniti
  Usciamo dal tunnel
  Gli inserti stampabili
  Gli articoli dei lettori
  I racconti dei lettori
  La nostra Biblioteca

Consulta le riviste
  Archeomisteri
  UFO Notiziario
  Stargate
  Notiziario Ufo
  Ufo Network
  Dossier Alieni
  Extraterrestre
  Ali Dorate

in realizzazione
 

CON GLI OCCHI DI IERI

Oltre 75 anni fa vedeva la luce "Atlantide: Leggende e testimonianze" (Bocca, Torino 1928) del nostro Giacinto Perrone, testo emblematico degli studi italiani sul tema fra le due guerre mondiali.
Qui riportiamo il cap. IX del volume, che con suggestiva originalità colloca la cultura-madre atlantidea nell'ambito della civiltà del bronzo. Il volume è stato ristampato nel 1986 dalle Edizioni Tilopa di Teramo-Roma.



 
ATLANTIDE, L'IMPERO DEL BRONZO

di Giacinto Perrone
 

Le poche notizie che intorno all’immanente problema dell’esistenza dell’Atlantide ho raccolto il questo volume non portano alcuna luce nuova - scrive l’Autore nella Prefazione - essendo invece destinate a rendere note ai lettori italiani tutte le leggende sin qui conosciute e tutte le testimonianze sinora adunate. Si è limitata quindi per ora la mia fatica ad un semplice lavoro di collazione, avendo largamente attinto alle opere citate nell’annessa bibliografia e più specialmente a quelle del Manzi, del Dévigne, del Moreux e del D’Amato, dalle quali ho trascritto lunghissimi brani (virgolettati).

[Atlantide l'impero del bronzo] "L’industria degli Atlanti era prospera. Le loro miniere erano intensamente sfruttate. Essi andavano in America a cercare il rame, nei dintorni del Lago Superiore. Sono gli inventori del bronzo e furono i primi a fabbricare l’acciaio. Estrassero dapprima l’oro e l’argento dalle miniere del Perù, poi li fabbricarono chimicamente. Perciò questi metalli non ebbero più per essi alcun valore prezioso e non servirono che nella decorazione delle case e dei templi. Conoscevano anche un altro metallo, che Platone chiama oricalco. Era esso dovuto alla trasmutazione o era estratto dalle miniere situate nell’Atlantide? Non si sa. Ma questo metallo è scomparso insieme alla civiltà atlante, non lasciando che il ricordo della sua meravigliosa bellezza.
Gli Atlanti erano dunque dei metallurgi insigni. Sono essi che portarono il bronzo nelle loro colonie europee e lo vendettero anche ai popoli ancora barbari che non si servivano che della pietra levigata.
Perciò l’antropologia ci mostra il fatto sorprendente dell’età del bronzo che succede nel nostro paese all’età della pietra, senza le età intermedie del rame e dello stagno. Per arrivare al bronzo, sarebbe tuttavia occorso passare per le dette due tappe, giacché al bronzo necessita tutta una preventiva lunga sequela di ricerche e di tentativi.
Soltanto l’Atlantide ci dà la chiave di questo mistero. Le età dello stagno e del rame si svolsero presso di essa, e il bronzo, che ne è il risultato, fu trasmesso dagli Atlanti ai nostri antenati indoeuropei. D’altronde, la scoperta in America, sulle rive dei Grandi Laghi, di una civiltà preistorica che usava esclusivamente il rame, serve a confermare il fatto, nel senso che questa parte dell’America era, un milione di anni or sono, una penisola del continente Atlantide".

Al quale ultimo proposito occorre ricordare che a Palenque furono ritrovati dei coni di rame, che servivano forse come monete, e che erano identici ad altri conii di rame ritrovati nell’Irlanda e nella Scandinavia preistoriche. Persino nel Sud Africa vi fu il bronzo. In "The Illustrated Londo News" nell’aprile 1914, pubblicavano le fotografie di una testa di bronzo trovata dal Dr. Frobenius a Ifé, città sacra di Yoruba, colonia inglese della Nigeria del Sud: è il ritratto di Olokun, simile a quello in terra cotta del British Museum, pure rinvenuto a Ifé. In un articolo del "Burlington Magazine", C. H. Read parlò di questo bronzo, accreditando la versione del Dr. Frobenius il quale, annunziando la sua scoperta, dichiarava quella ed altre opere da lui trovate "avanzi della perduta Atlantide".
Possiamo perciò affermare che gli Atlanti furono il popolo del bronzo. L’affermazione può sembrare eccessiva; tuttavia essa risolve, secondo il Dévigne, le contraddizioni, le oscurità, i misteri che tutti gli archeologi hanno incontrato. Essa risponde alla domanda: qual’è l’origine dell’industria del bronzo, che fu portata e non già creata in quei paesi che ancora sussistono nel mondo primitivo?
In ogni caso, e senza abbandonare per ora il terreno dei fatti documentabili, è uopo notare che i diversi popoli segnati sulla carta dell’impero coloniale atlante hanno trasportato, tra le popolazioni della pietra, dapprima i prodotti manifatturati, poi la stessa industria del bronzo.
Ancora molti secoli dopo la catastrofe che inghiottì l’Atlantide, la metallurgia del bronzo rimase in eredità agli ultimi rappresentanti della grande confederazione oceanica: Dattili, Kabiri dell’Arcipelago, Etruschi della Tirrenia, Carii di Creta e d’Asia, Cari dello Yucatan, metallurgi del Messico, della Libia e dell’Egitto.
Tutti gli storici hanno sentito la formidabile importanza dell’industria del bronzo che appare un giorno sulle rive del mondo primitivo, come più tardi le industrie del moschetto e del cannone appaiono, conquistatrici e mortali, sulle rive del Messico, della Guinea e delle isole dell’Oceania.
Il bronzo, per i potenti mezzi di dominio che procura, ha dato alla civiltà preistorica che ne aveva il monopolio quella vasta egemonia, quell’impero antidiluviano di cui pure gli archeologi sono costretti a rilevare le innumerevoli vestigia, ma al quale nessuno ha ancora osato attribuire, per necessaria sintesi, il nome di "impero atlante".
Bisogna, d’altra parte, rilevare l’importanza dell’industria del bronzo non soltanto per la guerra e per la conquista, ma anche per la costruzione delle grandi navi.
Questo punto di vista non poteva certo sfuggire a scienziati come De Morgan; ma tutti, con una curiosa e categorica ostinazione, pretendono ristudiare la storia antica del globo separando d’un taglio netto uno dei due emisferi e non tenendo alcun conto di tutto ciò che si riferisce alle civiltà americane.
"Io metto le due Americhe fuori causa" scrive De Morgan. E ciò detto afferma che le testimonianze archeologiche dimostrano che né l’Algeria, né la Spagna, né la Francia, né le Isole Britanniche, né la Scandinavia hanno visto colare la prima verga di rame. Il metallo, in Caldea o nell’Elam, è molto più antico che non nella Cina, nell’India o nel Giappone.

"È nei paesi di cultura molto antica, Caldea, Susina, Egitto, Isole Egee, che si sono formati i centri - forse secondari - donde la preziosa industria si sarebbe sparsa per il mondo. Ma non è nella Caldea, né nell’Elam, né nell’Egitto che hanno potuto avere luogo i primi saggi dei metallurgi. L’apparizione del bronzo, alcuni secoli dopo, si dimostra un nuovo mistero, così impenetrabile come quello del rame."

Il mistero però si dissipa per colui che vuole finalmente ammettere l’esistenza dell’Atlantide. E noi vedremo appresso che, anche per ciò che si riferisce all’origine delle industrie del bronzo, la detta esistenza non è che un semplice postulato.

"Quanto allo stagno - dice con bonomia il De Morgan - lo si ritrova soprattutto nelle due Americhe: ma non si può tener conto del Nuovo Mondo in uno studi relativo all’antico continente" (quest’ultima frase - notiamolo di sfuggita - definisce meravigliosamente l’attitudine degli scienziati in materia di preistoria del globo. È lo stesso fenomeno per cui gli storici dell’architettura ci parlano dell’arte indocinese o coreana, ma dimenticano l’arte messicana o peruviana).

Tuttavia l’industria del bronzo sembra sia fiorita nelle Americhe in epoca anteriore al grande cataclisma del Diluvio. La perfezione di tale arte vi fu spinta così lontano che né gli Egizi né gli Etruschi - questi grandi operai dell’arte del bronzo - potrebbero rivaleggiare con gli Americani di quell’epoca sconosciuta. Perciò, prima di risalire alle grandi officine atlanti, dove fu elaborata la tecnica comune, conviene sommariamente esporre le ricerche degli archeologi in un mondo e nell’altro.
Le popolazioni che rappresentarono nelle Gallie l’età della pietra levigata furono conquistate da un popolo dalla statura relativamente piccola, con le mani fini, che possedeva armi di bronzo e una civiltà più avanzata.
Dovunque si sono trovate armi di bronzo, affermano Wright e Lubbock, in Spagna, in Inghilterra, in Francia, in Scandinavia, in Germania: tali armi sono assolutamente identiche e sembrano essere uscite da una tessa fabbrica.
Non è che più tardi comincia a manifestarsi il gusto artistico dei popoli conquistati. La Scandinavia, benché fosse molto ricca di rame, non possedeva lo stagno; ma, invece di ricercare lo stagno nelle vicine Isole Britanniche, riceveva verghe di bronzo, perché era la lega di bronzo e di stagno che viaggiava e non i metalli isolati.
Esiste, come un solco nell’Europa antidiluviana, una grande strada commerciale del bronzo, che dall’Africa, attraverso la Spagna e le Gallie, penetra in Germania, in Svizzera, in Inghilterra, in Scandinavia.
Si è osservato che nessun oggetto egiziano o caldeo si è trovato su questo percorso, mentre si è trovata nelle tombe d’Egitto e della Caldea l’ambra del Baltico.
Anche in questo caso occorre cercare il popolo sconosciuto che disponeva di flotte, di barche, di mezzi tali, insomma, da poter rifornire di bronzo manifatturato tanto l’Egitto o la Caldea che la Scandinavia, e da poter anche trasportare verso l’Oriente l’ambra iperborea.
Questo compito, in tempi relativamente a noi vicini, fu indubbiamente assolto dai Fenici. Ma gli scavi dimostrano che prima di questo popolo - de quale intanto l’origine è verosimilmente atlante - altre potenti civiltà commerciali e marittime hanno lasciato le loro tracce sulle rive del Mediterraneo e dell’Oceano.
D’altra parte la Grecia Classica ha conservato, rivestendola di miti e leggende, la tradizione di geni metallurgi, che coltivarono le arti del bronzo nei tempi favolosi, cioè nei tempi dei quali in Diluvio ha cancellato le tradizioni e i monumenti.

"In un’epoca molto remota - scrive De Launay, professore alla Scuola delle Miniere, nel suo studio sulla Conquete Minérale - e che per gli antichi scrittori aveva preso un aspetto assolutamente leggendario, dovette stabilirsi a Rodi, e specialmente nelle città primitive di Lindos, Jalysos e Kamiros, una razza che aveva relazioni di origine con le contemporanee popolazioni di Creta, di Cipro e del Peloponneso; una razza di uomini di una civiltà industriale molto avanzata, che sapevano estrarre i minerali, fondere il bronzo, colare le statue; possedevano delle arti raffinate, usavano la scrittura, e nello stesso tempo sorprendevano gli indigeni con la loro abilità nella navigazione. I Telchini imposero la loro dominazione nell’Arcipelago con la potenza che dava loro la conoscenza della metallurgia e il possesso di armi di bronzo, nello stesso modo che un popolo moderno trionfa con i cannoni o con le navi da guerra più perfezionate."

L’origine dei Telchini resta misteriosa per gli archeologi.
Noi non seguiremo l’Abate Brasseur de Bourbourgnelle sue ricerche linguistiche, quando afferma che i Telchini, demoni e maghi fonditori di metalli, avevano nel nahuatl la loro etimologia: "Telchill", plurale "Telchin", e che i sette Cabiri potevano richiamarsi al quichév "Cabir", plurale "Cabirim", parola che designa metaforicamente le forze vulcaniche. Ma si deve rilevare che in tutta l’antichità gli Americani, come gli Etruschi, sono stati dei prestigiosi e fantastici metallurgi del bronzo. Non soltanto essi fabbricavano una specie di rame temprato, di acciaio di rame, estremamente duro, e di cui il segreto si è perduto, ma tutti gli storici contemporanei alla conquista parlano con ammirazione di questa scienza tradizionale conservata dalle popolazioni messicane e peruviane.
Carli, nelle sue Lettres Américaines, e le annotazioni di Brasseur De Bourbourg sottolineano che i matematici non hanno mai potuto comprendere come i popoli d’America siano giunti a fare delle statue d’oro e d’argento "tutte in un getto, vuote di dentro, delicate e fini".
Si sono anche ammirati dei piatti a otto facce, ciascuna di un metallo differente, cioè alternativamente d’oro e d’argento, senza alcuna saldatura visibile: dei pesci e degli uccelli, dei quali le squame e le penne, ora di oro e ora d’argento, si succedevano senza la minima traccia di collegamento artificiale; dei pappagalli che muovevano la testa, la lingua e le ali; delle scimmie che facevano diversi esercizi come filare al fuso, mangiare della frutta e così via.
Gli indiani d’America conoscevano molto bene l’arte di smaltare, che tanto fu cercata da Bernard Palissy, e di mettere in opera ogni specie di pietre preziose.
L’antico Ulloadice di avere osservato nel Giornale di Colombo che questi aveva notato fra i popoli della terraferma rasoi e altri strumenti fatti di rame temprato. Oviedo nota che gli indiani sapevano mescolare l’oro col rame e dare a questo metallo misto una tempra assai dura per farne buon uso. Essi sapevano anche fare gli specchi di rame di una finitezza squisita. Inoltre, tra i presenti che Montezuma inviò a Cortez, si trovavano degli specchi platino, inquadrati in un filetto d’oro, il che starebbe a provare che i fonditori americani sapevano fondere e trattare il platino.
E pressi Guanci delle Canarie, che avevano difetto di metalli, la Condamine trovò degli specchi di ossidiana "così ben lavorati come se quel popolo avesse posseduto gli strumenti più perfetti e avesse conosciuto le più precise regole dell’ottica".
Nelle montagne che si elevano ad anfiteatro intorno al golfo di Darien, tra la baia di Maracaibo e l’istmo di Panama, esistono sulle vette le rovine gigantesche delle città dei Cari, e in esse gli avanzi delle celebri fucine dove i Ciclopi dell’America Centrale forgiavano le armature d’oro per i re e i principi della regione.
In Perù, nell’impero incarico, non si possono enumerare tutti i capolavori di metallurgia che i primi conquistatori spagnoli trovarono e distrussero.
A Cuzco, residenza reale degli Incas, che siede sulle rovine di un’altra città di antichissima età imprecisabile, presso il Tempio del Sole, circondato da sei cappelle degli astri secondari, di fronte a una spianata sulla quale si drizzavano i pilastri degli osservatori eretti per lo studio degli equinozi, e che gli Spagnoli, prendendoli per idoli, distrussero con santo furore, si stendeva un meraviglioso giardino a terrazze, a picco sul rio Huatanay.
Lo si chiamava "il giardino metallico" e nei nostri secoli di civiltà industriale bisognerebbe riunire numerosi metallurgi ed orafi per tentare di risuscitarne le meraviglie.

"Ciascuna terrazza risplendeva come fiamma, e discendeva fino all’Huatanay - ha detto Cieza De Leon - in gradini ricoperti di zolle d’oro. Ciascuna terrazza risplendeva nell’incanto del suo fogliame e dei suoi frutti e dei suoi fiori: farfalle, uccelli poggiati sui rami, docili biscie, grandi lucertole, chiocciole, piante di mais, tutto era in oro puro e in argento lavorato e cesellato con un’abilità meravigliosa. Il vento più impetuoso non avrebbe potuto staccare un solo stelo di tale giardino incantato."

Dovunque noi seguiamo i limiti dell’antico impero degli Atlanti, incontriamo impressionanti vestigia della scienza metallurgica, di cui i loro successori e i loro allievi hanno saputo, per lunghissimo tempo ancora, conservare i procedimenti. Se risaliamo verso quell’Africa Occidentale dove da millenni la civiltà sembra quasi scomparsa, noi ritroviamo, 10 mila anni innanzi la nostra era, le tracce della civiltà del bronzo, inspiegabile a quell’epoca e in quel paese se non si ammette l’influenza e l’insegnamento di un popolo molto progredito per avere avuto il tempo di perfezionare le arti metallurgiche.
Il Berlioux, professore di geografia alla Facoltà di Lettere di Lione, nota, nella sua Storia degli Atlanti del primitivo Atlante, che gli antichi Libici dell’Africa del Nord e dell’Africa Occidentale hanno posseduto il bronzo in tempi molto anteriori alle conquiste dei Fenici.

"Se si considera - egli scrive - la storia dei Lebou come ci è raccontata dalle iscrizioni egiziane e quella degli Atlanti conservataci da Platone, si ha la certezza che i popoli dell’Occidente, i domini dei quali giungevano fino alle Colonne d’Ercole, furono i primi fabbricanti del bronzo che siano mai stati segnalati. L’esistenza di questa metallurgia occidentale non è affatto una finzione, giacché gli Egiziani hanno raccolto una considerevole quantità di armi che uscivano da quelle officine e le hanno anche disegnate. La quantità enorme di armi portata da essi sui campi di battaglia dell’Egitto, non poteva venire dai Fenici, alleati dell’Egitto, e che non divennero grandi mercanti di metalli se non quando ebbero spogliato i Libici delle loro miniere."

I Libici, nota d’altra parte il Berlioux, possedevano una flotta potente e comandavano ad una confederazione di popoli (presso i quali si ritrovano le radici berbere), che furono sconfitti e dispersi nel conflitto dell’Oriente contro l’Occidente, dalla lega degli Egiziani e dei Fenici.
Questa grande guerra che durò parecchi secoli fu la "Guerra del Bronzo".
Sembra che in questa Guerra del Bronzo, combattuta per il dominio delle miniere e delle strade, i Libici abbiano conservato lungamente una specie di egemonia marittima e industriale, con i loro alleati Tirreni o Etruschi, Celesta o Pelasgi, Khetas della Siria preistorica, Ouaschacha (Ausoni?), Teucri, Danaoi del Peloponneso. Sembra altresì che l’indebolimento graduale della loro potenza sia statala conseguenza della scomparsa dell’Atlantide metropolitana.
Lo stesso fenomeno storico sembra essersi prodotto nel Nuovo Mondo. Perché le razze che gli Spagnoli trovarono al momento della conquista, Aztechi, Nahuatl del Messico, Quiché e Aymara della Cordigliera delle Ande, avevano così pochi rapporti con i monumenti, le arti, le industrie, di cui l’archeologia ha colà ritrovato importanti vestigia, come in altre località ne avevano pochissimi i Franchi, i Germani, i Turchi, quanto stabilirono le loro tribù all’ombra magnifica di un palazzo romano o di un tempio greco.
Sulle rovine di Cuzco o Chichen Itza si stabilirono degli Indiani, già prima colonizzati dai primitivi Atlanti; essi furono poi sommersi in tempi oscuri da orde di invasori barbari, venuti forse dall’Asia, e rimasero incapaci in ogni caso di avere effettuato le meraviglie architettoniche dell’America, pur conservando come un ricordo confuso della civiltà antica e sforzandosi di perpetuarne qualche traccia.
Parecchie migliaia d’anni avanti l’era nostra, questa civiltà atlantea delle colonie è morta, come una città assediata cui siano stati tagliati gli acquedotti.
Il fiotto delle nuove razze, che sciamarono dopo il Diluvio, straripa e vuole vivere…
Isolati nelle loro cittadelle, nei loro osservatori, nei loro palazzi, gli ultimi discendenti della razza sacra, della razza del Sole, principi e pontefici, in mezzo ai loro barbari sudditi, assistiti dalle loro sorelle-spose, si estinsero a loro volta e dormono sotto i tumuli o le piramidi di Egitto, di Caldea, di Etruria, di America…
Ma come l’Atlantide sommersa ha lasciato durante secoli, secondo la testimonianza degli antichi, enormi masse di melma alla superficie dell’Oceano tenebroso, del "Mare tenebrosum", così sulla superficie dei continenti superstiti gli ultimi Atlanti e soprattutto i loro sudditi, i loro alleati, i loro discepoli, hanno lasciato incancellabili tracce del loro passaggio.

"La preistoria, come la storia - conclude il Dévigne - ha il suo Medio Evo. Finora abbiamo preso questo Medio Evo come il capitolo iniziale di tutte le nostre antiche storie.
Quali storici più dotti e meglio attrezzati oseranno un giorno riprendere la storia degli antichi popoli per ritrovare, più avanti di questo Medio Evo e di questo Rinascimento degli Assiri, dei Caldei, degli Egiziani, degli Achei, dei Latini il grande impero che impose al mondo, con le sue officine, con le sue flotte, con le sue armate e con il suoi dei, un’egemonia della quale l’antica Roma e la moderna Inghilterra non ci hanno dato che la copia?"

vai alla visualizzazione stampabile   invia questa notizia ad un amico

imposta Edicolaweb come Home       aggiungi Edicolaweb a Preferiti


									Copyright © 2004 Archeomisteri - Diritti riservati agli Autori. Riproduzione vietata.
									
[Edicola home][Archeomisteri home][inizio articolo]   Tutti gli articoli di
  CON GLI OCCHI DI IERI
[Edicola home][Archeomisteri home][inizio articolo]
 
UFO NOTIZIARIO - Il nuovo numero in edicola ed in abbonamento
Editori amici di Edicolaweb
Eremon Edizioni - www.eremonedizioni.it
Nostre realizzazioni



  OdontoStudio

  Officina
    Multimediale


Summa Prophetica - Renucio Boscolo

videosoftservice.it
videosoftshop.it
videosoft.it - L'informatica per chi lavora

Taglia i costi della tua bolletta - Scegli il risparmio con ADSL Tosnet.it - Scopri i dettagli...

Edicola Home | Chi siamo | Contatti | Site map | Cerca | Registrazioni | Links | Appuntamenti
info@edicolaweb.net  
Per i contenuti tutti i diritti sono riservati alle società proprietarie delle riviste pubblicate
EdicolaWeb
hosting hardware Editore Archeomisteri