
CON GLI OCCHI DI IERI

Introduzione al libro "Un Continente scomparso: L'ATLANTIDE, sesta parte del mondo" (Ed. Spartaco Giovene, Milano 1945).

Nel 1945, all’indomani immediato della fine del Secondo Conflitto Mondiale, l’interesse per il tema dell’Atlantide si riaffaccia sorprendentemente in un’Italia pur distrutta dalla guerra con la pubblicazione della traduzione di un testo prebellico francese di notevole successo popolare: quello di Roger Dévigne.
A testimonianza di quel momento di raccordo fra l’attività di studio e di divulgazione di nostri autori quali il Perrone e il D’Amato negli anni Trenta e la situazione successiva alla pace, presentiamo l’introduzione redatta dall’autore francese per il volume, genuino "specchio dei tempi" nonché vero "apripista" dell’interesse al problema in Italia negli ultimi sei decenni.


SI PUÒ CREARE UNA SCIENZA DI STUDI ATLANTIDEI?
di Roger Devigne
Un viaggio attraverso i tempi sconosciuti

La storia, al pari della geografia, ha i suoi deserti. E noi stiamo per compiere uno dei viaggi più appassionanti e più interessanti, discendendo nelle profondità misteriose dell’oceano e del tempo. Tenteremo di dimostrare che l’Atlantide è esistita come territorio, come focolare di civiltà, come gruppo etnico e che, se l’immenso arcipelago che costituiva il ponte fra l’Europa, l’Africa e l’America è scomparso, rimangono tuttavia ancor oggi innumerevoli vestigia della sua esistenza.
Quando l’astronomo Leverrier studiava il nostro sistema planetario, i suoi calcoli e le sue osservazioni gli dimostrarono che tutto accadeva come se un astro ancora sconosciuto modificasse il corso dei pianeti del Sole e l’immutabile meccanismo che li fa girare nello spazio. Quando le lenti divennero più perfette, il pianeta di Leverrier fu scoperto.
Ora, coloro che studiano la storia delle più antiche società umane ritrovano ininterrotta la traccia di non si sa quale sconosciuta civiltà, le cui manifestazioni hanno però un tal carattere di affinità, di unità prestabilita, che si sarebbe quasi indotti a presupporre e ad inventare un’influenza atlantidea se anche essa non esistesse nella realtà. Del resto l’Atlantide è di moda.
La piacevole finzione di un romanziere sarà valsa di più, per resuscitare questo vecchio problema, delle ricerche degli scienziati dimenticati e misconosciuti. Ma Pierre Benoit - ed era nel suo dritto di favoleggiatore - invece di rievocare la grande isola occidentale ed i suoi splendori antidiluviani, ha preferito seguire nell’Africa le lontane vestigia di una delle colonie di Atlantide. Forse egli ci sarà riconoscente se faremo rivivere dinanzi ai suoi occhi quel mondo stupendo e crudele, con i suoi palazzi dagli embrici d’oro, i suoi eserciti di cavalieri e di carri, le sue flotte temerarie, i suoi minatori nomadi, e gli dei del sole, delle tempeste e dei vulcani e la potente gerarchia sacerdotale ed i re astronomi e geometri, tutta quella oscura e formidabile civiltà industriale del bronzo che gli Atlantidei hanno diffusa dai "Kjokkenmoedings" iperborei ai picchi luminosi delle Ande.
Nessun dominio degli Oceani, nemmeno quello della moderna Inghilterra, nessuna dominazione territoriale, nemmeno la vasta ed amministrativa "pax romana", sembrano avere avuto la portata, la penetrazione e soprattutto la semplicità e l’unità dell’impero coloniale, religioso e commerciale degli Atlantidei.
Allo stesso modo che il mondo romano costituisce il ponte, denota il passaggio fra il mondo antico ed il mondo moderno, così il mondo e la civiltà di Atlantide costituisce il ponte fra i tempi preistorici della pietra e le prime civiltà della storia.
Ma perché questa civiltà degli Atlantidei ha lasciato così poche tracce appariscenti così che la maggior parte dei dotti ha trovato più semplice negarle che ricercarne le vestigia?
Il fatto è che essa si è sviluppata in quella epoca titanica della storia della Terra in cui i continenti, i mari, i ghiacciai, le montagne, prima di aver trovato il loro relativo equilibrio attuale, erano ancora agitati da profondissime e fantastiche convulsioni.
Epoca di Apocalisse in cui le orde erranti dei mortali cercavano le terre promesse che mai più i ghiacciai avrebbero invase, mai più i vulcani avrebbero arse, mai più gli oceani avrebbero sommerse…
Immaginate alcuni secoli di sconvolgimenti simili sulla civiltà di cui noi siamo così orgogliosi; una parte del mondo civile che affonda nelle acque e terre nuove che emergono alla luce; e trovate cosa potrebbe rimanere della "Associazione Inglese per il Progresso delle Scienze", della "Biblioteca Nazionale" o del "Collegio di Francia", su un altopiano dell’Ubanghi-Sciari, su un picco del Caucaso o su delle isole del Pacifico…
Quando le forze plutoniche si fermarono, il fuoco, i diluvi, gli affondamenti erano passati sui monumenti, sulle città, su tutta l’opera immensa degli Atlantidei.
E su tutta la Terra su cui si veniva organizzando l’ordine nuovo, orde selvagge si mettevano in marcia verso la coscienza, verso il pensiero…
Alcune conservavano ancora il ricordo confuso di questo popolo di sacerdoti, di eroi, di "dei" evangelizzatori dei selvaggi, di cui gli ultimi sopravvissuti, gli Oannes, i Bechica, i Manù, i Quetzalcoatl, approdavano talvolta ancora con i loro calendari, i loro codici, la loro religione solare, sulle rive di un mondo nuovo.
E per millenni, le religioni e le leggende, questi racconti meravigliosi depositari dei più antichi ricordi umani, conservarono oscuramente la tradizione e la nostalgia d’un paese che risplendeva in qualche parte nell’occidente misterioso, l’Amenti degli Egizi, il Meztli o Aztlan dei Messicani, il Paradiso dei Quattro Fiumi degli Ebrei, la Palude di Omero e di Eschilo, la Posidonide di Solone, i Campi Elisi e le Isole Sante Terra dei Figli di Ammone e di Saturno, a cui tutte le stirpi iniziate ai "misteri" immaginavano di ritornare dopo la morte sulle barche sacre che portavano il misterioso segno della Croce Atlantidea, della Croce Egizia, della Croce Messicana, della Croce Eterna.
Così ricostruire la storia dell’Atlantide non è solo fare riemergere dal fondo dei mari un continente scomparso, una grande isola sommersa; è "soprattutto ritrovare le vestigia di una civiltà che, prima di scomparire, ha lasciate delle tracce profonde attraverso tutte le civiltà del globo ancora esistenti".
Disgraziatamente, la maggior parte degli scienziati moderni ha una grande ripugnanza ad occuparsi delle ricerche atlantidee, ripugnanza che va dallo scetticismo sorridente all’ostilità aperta.
Senza dubbio, poiché nessuna nazione ha potuto piantare la sua bandiera sull’Atlantide sommersa, questa terra fu ammessa dai sognatori di tutti i mondi, filosofi, teosofi, romanzieri e poeti. E gli scienziati riconosciuti, sbigottiti dinanzi a questo problema che scompigliava le loro abitudini ed i loro metodi, hanno preferito semplificarlo, dichiarando che esso non esiste.
La scienza di Atlantide è completamente da creare, una "Società per gli Studi di Atlantide" è completamente da organizzare, con le sue legioni di esploratori, di geologi, di linguisti, di antropologi, di architetti, di epigrafisti, di dragatori dei fondi sottomarini…
Noi non pretendiamo certo, in questa sommaria e leggera opera di divulgazione, scritta per il grande pubblico, di esaminare un argomento capace di assorbire molte vite umane. Ci sforzeremo tuttavia, con un metodo rispettoso dei fatti, di offrire delle nozioni precise agli spiriti desiderosi di avere alcuni dati circa questo grande problema.
Una bibliografia pazientemente e severamente scelta permetterà loro di controllare le nostre ricerche e di continuarle. Invero, non abbiamo voluto schiacciare il lettore sotto il pesante e pedante fardello delle citazioni e dei rinvii di pagina.
Come l’ammirabile Fustel De Coulanges nella sua "città antica", noi preferiamo, in questo modesto e rapido schizzo della "città atlantidea", parlare come un turista senza pretese e che si sforza di fare amare le belle cose viste nel corso dei propri viaggi.
Infine se, per comodità, per brevità e per l’equilibrio della nostra conversazione, sono spesso indotto ad esprimermi in maniera dogmatica, come se avessi veramente visitato il grande paese sommerso di cui tento di ritrovare la storia, io prego tutti coloro che mi leggeranno di non scorgervi che un metodo didattico, comodo per riunire fra loro delle nozioni ancora confuse e ricoperte dal gelido limo delle grandi profondità.
Ma io non ammetto che si sia più categorici nella negazione. E prego tutti gli scienziati che, come Reinach, De Morgan, Jéquier, Dussaud, non hanno ancora osato svincolarsi dalla concezione classica della storia primitiva, di non ammettere come falsa una nozione che per la loro ragione non abbia ad essi dimostrato precedentemente di essere tale.
Ho tentato di riunire in un insieme convincente gli innumerevoli presupposti che si impongono per evocarci il continente e le razze dell’Atlantide.
Ma, finché non saranno stati compiuti degli scavi fra le Bermuda, le Canarie e le Isole di Capo Verde, finché non sarà stata sondata l’immensa e misteriosa foresta del Mare dei Sargassi, finché non saranno stati riportati alla luce un frontone di tempio, un frammento di stoviglie, insomma dei resti atlantidei, l’Atlantide resterà sotto il suo velario d’ombre, come l’Italia pre-romana, i sacerdoti di Stonehenge, la Caria pre-ellenica e come a suo tempo le stesse isole del Mare Egeo.
Ai veri scienziati tocca controllare, finire il mio compito. Io non sono stato che la guida ignorante che però conduce l’esploratore nei luoghi leggendari nei quali il piccone finisce per ritrovare sotto la lava, la cenere e l’humus, città, popoli e dei sconosciuti.
Ricorderò queste utopistiche parole del grande poeta russo Constantin Balmont il quale, il 13 giugno 1905, scriveva dal Messico ad un’amica:

"Non toccherà a me pronunciare, su queste rovine (di Chichen Itza) delle parole definitive. Ma io so che non è lontano il tempo in cui queste parole saranno pronunciate, in cui il variopinto arcobaleno delle supposizioni, innalzato al di sopra dell’Atlantide scomparsa, riunirà in un quadro unico le vestigia dei Maya, le piramidi d’Egitto, i templi indù, le leggende dell’Oceania…. La nostra infantile cronologia europea cederà il campo ad un’altra scala, a valutazioni del tempo che sorpasseranno le nostre vecchie misure, come il volo del condor supera i gioiosi voli degli uccelli domestici. Noi impareremo allora a contemplare le praterie e le vallate non più dall’alto di un piccolo Monte Bianco, già calpestato dagli sciocchi escursionisti, ma dalle vette vulcaniche del gigantesco Chimborazo, presso la cui mole nevosa i peruviani innalzavano una volta templi d’oro al Sole, templi d’argento alla Luna… È per questo che io benedico gli uomini che innalzavano i loro templi sulle vette. Io amo questi discendenti degli Atlantidei le cui preghiere fondevano, in un’immensa ed unica estasi, i pensieri, i fiori, le parole, i profumi, i colori e l’aria libera, e l’altezza delle piramidi dalle quali di scorge il verde oceano delle piante fino all’orizzonte lontano, sotto l’azzurro incontaminato dei cieli; sotto i raggi del Sole procreatore nostro…".

Quest’opera si sarebbe anche potuta intitolare, con lo stesso spirito dell’Orpheus o della Minerva ed altrettanto bene: "Poseidonide, la storia degli Atlantidei".
Ma poiché da duemila anni il titolo di "Atlantide", grazie a Platone, è entrato nell’uso comune, ci è sembrato legittimo e necessario porlo al di sopra di questo viaggio attraverso i tempi dimenticati.


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