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Tutti gli articoli di CON GLI OCCHI DI IERI CON GLI OCCHI DI IERI

Il mito senza tempo di Atlantide è comunemente fatto risalire a Platone, che nei suoi "dialoghi" TIimeo e Crizia ha ampiamente dibattuto la questione del primevo continente sommerso. Rispetto al più ampio Timeo, il Crizia (definito anche "Atlantico", appunto) costituisce un’opera decisamente particolare, in quanto incompleta. Esso, infatti, si interrompe curiosamente al discorso di Zeus che sentenzia la distruzione del continente perduto.
Vogliamo sottoporre ai lettori (in due parti) il testo di quest’opera platonica, che non eviteremo di commentare adeguatamente alla luce di altre fonti letterarie e storiche dell’antichità. Lo scopo è consentire una panoramica esauriente sugli elementi segnalati dal filosofo greco, tale da fornire a che ci legge un quadro diretto e asettico su un problema - quello di Atlantide - su cui è stato scritto di tutto e di più, talvolta senza la necessaria obiettività.



 
IL CRIZIA DI PLATONE

a cura della Redazione (Prima Parte)
 

...Omissis...
CRIZIA: Caro Ermocrate, tu sei stato assegnato all’ultima fila (1) e hai un altro davanti a te, ed è per questo che sei ancora pieno di baldanza. Di che natura sia dunque questa impresa, presto sarà essa stessa a chiarirtelo: bisogna quindi prestare ascolto alle tue esortazioni e ai tuoi incoraggiamenti e oltre agli dèi che tu hai menzionato dobbiamo invocare anche gli altri e soprattutto Mnemosine.(2) Infatti quello che, per così dire, è l’aspetto più importante delle nostre parole dipende interamente da questa divinità: se abbiamo sufficiente memoria e avremo riferito più o meno ciò che sia stato detto dai sacerdoti e riportato qui da Solone (3), io sono più o meno sicuro che a questo uditorio daremo l’impressione di aver svolto adeguatamente i nostri compiti.
Questo dunque è ciò che bisogna fare e non indugiare oltre. Per prima cosa ricordiamoci che in totale erano novemila anni (4) da quando, come si racconta, scoppiò la guerra tra i popoli che abitavano al di là rispetto alle Colonne di Eracle e tutti quelli che abitano al di qua; e questa guerra bisogna ora descriverla compiutamente.(5) A capo degli uni dunque, si diceva, era questa città, che sostenne la guerra per tutto il tempo, gli altri invece erano sotto il comando dei re dell’isola di Atlantide, la quale, come dicemmo,(6) era a quel tempo più grande della Libia e dell’Asia, mentre adesso, sommersa da terremoti, è una melma insormontabile (7) che impedisce il passo a coloro che navigano da qui per raggiungere il mare aperto, per cui il viaggio non va oltre. Quanto ai numerosi popoli barbari e a tutte le stirpi greche che esistevano allora, per ciascuna lo sviluppo del discorso nel suo svolgersi mostrerà ciò che accadde; quanto invece alla stirpe degli Ateniesi di allora e degli avversari contro i quali guerreggiarono, è necessario innanzi tutto esporre da principio la potenza di ciascuno e le loro costituzioni. E tra questi stessi popoli dobbiamo dare la priorità, nel racconto, a quelli che abitarono qui. Gli dèi infatti un tempo si divisero a sorte tutta quanta la terra secondo i luoghi - non per contesa:(8) sarebbe difatti un ragionamento non giusto pensare che gli dèi ignorino ciò che conviene a ciascuno di loro e che poi, conoscendo ciò che conviene meglio ad altri, avessero cercato di procurarselo per se stessi a forza di contese - ottenendo dunque con sorteggi di giustizia ciò che era loro gradito, prendevano dimora in quelle regioni e, dopo esservisi stabiliti, come i pastori le greggi, ci allevavano beni propri e proprie creature, senza usare violenza sul corpo con la forza fisica, come i pastori che conducono al pascolo le bestie sotto i colpi della sferza,(9) ma nel modo in cui, in particolare, si tratta un animale docile, guidando da poppa, attaccandosi all’anima con la persuasione come un timone, secondo il loro disegno: in questo modo guidavano e governavano tutto il genere umano. Gli dèi, avendo dunque ottenuto in sorte chi questi luoghi chi altri, li amministravano. Efesto e Atena,(10) che hanno una natura comune, sia in quanto fratello e sorella nati dallo stesso padre sia in quanto pervenuti al medesimo fine per il loro amore della sapienza e dell’arte, così ricevettero entrambi un unico lotto, questa regione, come congeniale e naturalmente adatta per la virtù e il pensiero, e avendovi fatto nascere come autoctoni (11) uomini virtuosi, stabilirono nella loro mente l’ordinamento politico; i loro nomi sono conservati, ma le loro opere a causa delle distruzioni dei successori e per la lunghezza del tempo trascorso, sono svanite. Infatti la stirpe che sempre sopravviveva, come si è detto precedentemente,(12) rimaneva montanara e illetterata, e conosceva solo per sentito dire i nomi dei signori di quella regione e, oltre a questi, poche delle loro opere.
Essi dunque, si accontentavano di assegnare questi nomi ai figli, ma ignoravano le virtù e le leggi dei predecessori, tranne alcune oscure informazioni su ognuno di loro e trovandosi, essi e i loro figli per molte generazioni, sprovvisti dei beni di necessità, rivolgendo la mente a ciò di cui mancavano, e a questo dedicando inoltre i loro discorsi, non si curavano dei fatti avvenuti nei tempi precedenti e anticamente. Il racconto e la ricerca degli avvenimenti antichi infatti entrano nelle città insieme con il tempo libero, quando si comincia a vedere qualcuno già rifornito dei beni necessari per vivere, prima no.
Così i nomi degli antichi si sono conservati, senza il ricordo delle loro opere. Dico questo basandomi sul fatto che tra le moltissime imprese che appunto si ricordano associate ai nomi di ciascuno, di Cecrope, Eretteo, Erittonio, Erisittone (13) e degli altri eroi anteriori a Teseo,(14) tra queste imprese Solone dice che i sacerdoti, menzionando per lo più i nomi di quei personaggi, raccontarono la guerra che si combatté a quel tempo, e allo stesso modo per i nomi delle donne. Quanto poi all’immagine e alla statua della dea, dal momento che a quel tempo le occupazioni militari erano comuni sia alle donne sia agli uomini, così, conformemente a quella consuetudine, essi avevano una statua votiva della dea armata, prova che tutti gli esseri viventi che vivono associati, femmine e maschi, sono per natura capaci di esercitare in comune la virtù che compete a ciascun sesso.(15) A quel tempo dunque abitavano in questa regione le altre classi di cittadini impegnate nei mestieri e a trarre nutrimento dalla terra, mentre la classe dei guerrieri, fin dal principio distinta per volere di uomini divini, viveva separatamente, provvista di tutto ciò che fosse necessario per il sostentamento e per l’educazione; nessuno di loro possedeva nulla di proprio, ma consideravano tutto in comune, e non ritenevano giusto accettare nulla dagli altri cittadini che fosse più del nutrimento sufficiente ed esercitavano tutte le attività descritte ieri, che sono state menzionate a proposito dei guardiani che abbiamo ipotizzato.(16) Inoltre la storia che veniva riportata sulla nostra regione era credibile e vera: per prima cosa, per quel che concerne i confini a quel tempo arrivavano fino all’Istmo (17) e, nella parte lungo il resto del continente, fino alle cime del Citerone (18) e del Parnete,(19) scendevano poi avendo a destra l’Oropia (20) e a sinistra fino al mare escludendo l’Asopo:(21) questa nostra regione superava per fertilità tutte le altre, per cui a quel tempo poteva anche nutrire un grande esercito inoperoso nei lavori dei campi. Una valida prova del suo valore: ciò che ora resta di essa sostiene il confronto con qualunque terra, perché produce di tutto, molti frutti e abbondanti pascoli per tutti gli animali. A quel tempo invece, oltre alla fine qualità di quei frutti, ne produceva anche in grande abbondanza.
Come è possibile dunque questo e sulla base di quale residuo attuale della terra di allora può esser detto a ragione?
Essa, staccata interamente dal resto del continente, giace allungandosi fino al mare come la punta di un promontorio; il bacino di mare che la comprende sprofonda rapidamente da ogni parte. Essendoci dunque stati molti e terribili cataclismi in questi novemila anni - perché tanti sono gli anni che intercorrono da quel tempo fino a oggi - la parte di terra che in questi anni e in tanti accidenti si è staccata dalle alture non accumulava sedimenti di terra di una certa consistenza, come in altri luoghi e, scivolando giù in un processo continuo tutt’intorno, scompariva nella profondità del mare; dunque, come avviene nelle piccole isole, a confronto con ciò che c’era a quel tempo, le parti che oggi restano sono come ossa di un corpo che è stato colpito da una malattia, perché la terra intorno, ciò che di essa era grasso e molle, è scivolata via, ed è rimasto soltanto, della regione, l’esile corpo. A quel tempo invece, quando era integra, aveva per monti colline e levate e ricche di terra grassa, le pianure oggi dette di Felleo,(22) e sui monti aveva vasti boschi, dei quali sussistono testimonianze visibili ancora oggi. E di quei monti ve ne sono alcuni che attualmente forniscono nutrimento soltanto alle api, ma non è poi moltissimo tempo che, ricavati dagli alberi tagliati via da qui per fare da riparo in costruzioni imponenti, si conservavano ancora i tetti.
Vi crescevano, numerosi, alti alberi coltivati, ma fornivano anche pascoli inesauribili per il bestiame. Inoltre ogni anno godeva dell’acqua che veniva da Zeus, e non la perdeva, come avviene ai nostri giorni, quando scompare defluendo via dalla terra spoglia fino al mare; poiché ne aveva in abbondanza la accoglieva nel suo seno, la teneva in serbo nella terra argillosa e impermeabile, lasciando poi cadere l’acqua dall’alto dalle alture fino alle cavità, offriva dappertutto abbondante flusso di sorgenti e di fiumi, e i santuari che ancora oggi rimangono presso le sorgenti che esistevano un tempo sono una testimonianza del fatto che i racconti odierni su di essa corrispondono a verità.
Queste dunque le condizioni naturali del resto del paese. E, come conviene, era tenuta in bell’ordine, da veri agricoltori, che facevano proprio questo mestiere, amanti del bello e dotati di buone qualità, disponevano di terra eccellente, acqua in notevole abbondanza e, su quella terra, godevano di stagioni decisamente temperate. Ed ecco come era abitata a quel tempo la città. Innanzi tutto la parte dell’Acropoli non era allora come è oggi. Ci fu infatti una sola notte di pioggia, in cui piovve più di quanto la terra potesse sopportare, che l’ha liquefatta tutt’intorno e resa oggi terribilmente spoglia, e nello stesso tempo vi furono terremoti e una straordinaria alluvione, la terza prima della catastrofe di Deucalione;(23) ma precedentemente, in un altro tempo, per grandezza si estendeva fino all’Eridano e all’Ilisso,(24) abbracciava al suo interno la Pnice (25) e comprendeva, dalla parte opposta rispetto alla Pnice, il monte Licabetto,(26) ed era tutta di terra e, salvo che in un piccolo tratto sulla sommità, pianeggiante.
Le zone periferiche, sotto i fianchi stessi dell’Acropoli, erano abitate dagli artigiani e dagli agricoltori che lavoravano la terra circostante; la zona superiore la abitava, intorno al santuario di Atena e di Efesto, la sola classe dei guerrieri, i quali l’avevano circondata da un muro come il giardino di un’unica dimora. Abitavano i fianchi di questa rivolti a settentrione, in dimore comuni. Vi avevano allestito mense per i mesi invernali; tutto ciò che si addiceva alla vita in comune, per le loro costruzioni e per i santuari, essi lo possedevano, fatta eccezione per l’oro e l’argento - di questi metalli infatti non facevano assolutamente uso, e perseguivano piuttosto una via di mezzo tra sfarzo arrogante e illiberale spilorceria, abitando case dignitose, nelle quali essi stessi e i figli dei loro figli invecchiavano e che lasciavano via via in eredità ad altri uguali a loro,(27) i fianchi esposti a sud invece, quando abbandonavano giardini, ginnasi e mense, ad esempio durante la stagione estiva, li utilizzavano per questi scopi.
C’era una sola fonte, nel luogo dove oggi è l’Acropoli, della quale, inaridita a causa dei terremoti, restano attualmente piccoli rivoli tutt’intorno, e che invece agli uomini di quel tempo forniva, a tutti, un flusso abbondante, ed era temperata sia in inverno sia in estate. Questo dunque il modo in cui abitavano la città, fungendo da custodi dei loro propri concittadini e d’altra parte da capi, liberamente accolti, degli altri Greci, sempre però vegliando che al loro interno fosse quanto più possibile lo stesso in tutti i tempi il numero degli uomini e delle donne, di quelli già in grado di combattere e di quelli che lo fossero ancora, circa ventimila al massimo.(28) Tali dunque essendo questi uomini e in tal modo sempre amministrando secondo giustizia la propria città e la Grecia, erano stimati in tutta l’Europa e in tutta l’Asia per la bellezza del corpo e per ogni tipo dì virtù dell’animo, ed erano fra tutti gli uomini del loro tempo i più famosi. Quanto poi ai loro avversari, quali fossero le loro condizioni e come andassero le cose in origine, se in noi non è spento il ricordo di ciò che udimmo quando eravamo ancora bambini, ve lo spiegheremo: e ciò che sappiamo sia in comune (29) con gli amici. È d’uopo tuttavia, prima di iniziare il discorso, fornire ancora una breve chiarificazione, perché non vi sorprendiate di sentire pronunciare nomi greci per uomini barbari: ne apprenderete la causa. Solone, poiché aveva in mente di usare questo racconto per la sua poesia, cercando informazioni sul senso di questi nomi, trovò che quegli Egiziani che per primi avevano scritto questi nomi, li avevano tradotti nella propria lingua, e di nuovo egli, a sua volta, recuperando il significato di ciascun nome, li trascrisse trasferendoli nella nostra lingua. E questi scritti appunto si trovavano in possesso di mio nonno, attualmente sono ancora in mio possesso, e me ne sono molto occupato quando ero un ragazzo.(30) Se dunque udrete tali nomi, simili a questi nostri, non vi sembri strano: ne conoscete la ragione. Ed ecco dunque qual era press’a poco l’inizio di questo lungo racconto.
Come si è detto prima,(31) a proposito del sorteggio degli dèi, che si spartirono tutta la terra, in lotti dove più grandi dove più piccoli, e istituirono in proprio onore offerte e sacrifici, così anche Poseidone, che aveva ricevuto in sorte l’isola di Atlantide, stabilì i propri figli, generati da una donna mortale, in un certo luogo dell’isola.
Vicino al mare, ma nella parte centrale dell’intera isola, c’era una pianura, che si dice fosse di tutte la più bella e garanzia di prosperità, vicino poi alla pianura, ma al centro di essa, a una distanza di circa cinquanta stadi,(32) c’era un monte, di modeste dimensioni da ogni lato. Questo monte era abitato da uno degli uomini nati qui in origine dalla terra, il cui nome era Euenore e che abitava lì insieme a una donna, Leucippe. Generarono un’unica figlia, Clito. La fanciulla era ormai in età da marito, quando la madre e il padre morirono. Poseidone, avendo concepito il desiderio di lei, sì unì con la fanciulla e rese ben fortificata la collina nella quale viveva, la fece scoscesa tutt’intorno, formando cinte di mare e di terra, alternativamente, più piccole e più grandi, l’una intorno all’altra, due di terra, tre di mare, come se lavorasse al tornio, a partire dal centro dell’isola, dovunque a uguale distanza, in modo che l’isola fosse inaccessibile agli uomini: a quel tempo infatti non esistevano né imbarcazioni né navigazione. Egli stesso poi abbellì facilmente, come può un dio, l’isola nella sua parte centrale, facendo scaturire dalla terra due sorgenti di acqua, una che sgorgava calda dalla fonte, l’altra fredda; fece poi produrre dalla terra nutrimento d’ogni sorta e in abbondanza. Generò cinque coppie di figli maschi,(33) li allevò e dopo aver diviso in dieci parti tutta l’isola di Atlantide, al figlio nato per primo dei due più vecchi assegnò la dimora della madre e il lotto circostante, che era il più esteso e il migliore, e lo fece re degli altri, gli altri li fece capi e a ciascuno diede potere su un gran numero di uomini e su un vasto territorio. Diede a tutti dei nomi, a colui che era il più anziano e re assegnò questo nome, che è poi quello che ha tutta l’isola e il mare, chiamato Atlantico perché il nome di colui che per primo regnò allora era appunto Atlante;(34) il fratello gemello nato dopo di lui, che aveva ricevuto in sorte l’estremità dell’isola verso le Colonne di Eracle, di fronte alla regione oggi chiamata Gadirica dal nome di quella località, in greco era Eumelo, mentre nella lingua del luogo Gadiro, il nome che avrebbe appunto fornito la denominazione a questa regione. Ai due figli che nacquero nel secondo parto Poseidone diede, al primo, il nome Amfere e al secondo il nome Euemone; ai figli di terza nascita diede nome Mnesea, a quello nato per primo, Autoctone a quello nato dopo; dei figli di quarta nascita Elasippo fu il primo e Mestore il secondo; ai figli di quinta nascita fu dato il nome di Azae al primo, di Diaprepe al secondo. Tutti costoro, essi stessi e i loro discendenti, per molte generazioni abitarono qui, esercitando il comando su molte altre isole di quel mare, ed inoltre, come si disse anche prima, governando regioni al di qua, fino all’Egitto e alla Tirrenia.

NOTE:
1. Crizia riprende la metafora militare che Ermocrate ha appena adottato. Secondo la maggior parte dei commentatori qui si alluderebbe a un terzo dialogo intitolato ad Ermocrate.
2. Dea della memoria, figlia di Urano e della Terra: Crizia la invoca per ricordare i racconti riportati da Solone su Atlantide.
3. La famiglia di Crizia vantava una discendenza dal "ghénos" di Solone.
4. Cfr. Platone, Timaeus 23e.
5. Cfr. Platone, Timaeus 24e.
6. Cfr. Platone, Timaeus 24e-25d.
7. Cfr. Platone, Timaeus 25c-d.
8. Nell’Eutifrone (5 e seguenti) e nella Repubblica (libro 2, 378a-c) Platone formula un giudizio negativo sulle contese tra gli dèi per il possesso di un territorio. Tuttavia nel Menesseno (237b-238a) Platone accetta il mito secondo cui Poseidone ed Atena si erano contesi l’Attica, con conseguente sconfitta del primo.
9. Cfr. Platone, Politicus 267e-272b.
10. In 112b Platone menziona un tempio ad Atene dedicato ad entrambe le divinità.
11. Sulla autoctonia degli Ateniesi cfr. Platone, Menexenus 237b; Respublica libro 3, 415d-e; Sophista 247c; Politicus 269b, 271a-c.
12. Cfr. Platone, Timaeus 22d-23d.
13. Mitici eroi dell’Attica. Probabilmente la loro menzione da parte di Platone tra gli eroi della storia mitica dell’Attica si spiega col fatto che essi nelle loro gesta ebbero in qualche modo a che fare con Poseidone, il fondatore di Atlantide.
14. Eroe civilizzatore dell’Attica, pendant ionico del dorico Eracle. Fonti principali sulle sue gesta sono la Vita di Teseo di Plutarco e le notizie conservate in Apollodoro e Diodoro Siculo. A Teseo la tradizione attribuisce il sinecismo di Atene, l’istituzione delle Panatenee, la conquista di Megara.
15. Cfr. Platone, Respublica 451a-457e.
16. Cfr. Platone, Respublica 369e-374e; 375a-376e; 415a-417b.
17. L’istmo di Corinto.
18. Monte al confine tra l’Attica e la Beozia.
19. Monte al confine tra l’Attica e la Beozia.
20. Oropo, della quale è qui citato il territorio, è una città dell’Attica.
21. Fiume che nasce dal monte Citerone e sfocia nel golfo euboico. Platone fornisce qui coordinate geografiche che assegnano all’Attica un’estensione maggiore di quella che la regione aveva ai suoi tempi.
22. Il termine allude alla natura porosa del terreno ("phellós" in greco indica il ‘sughero’), simile a una lava (cfr. Aristofane, Achamenses 273).
23. Il diluvio di Deucalione fu dunque il quarto. Nel Timeo (23b) si dice genericamente che "prima ve ne furono molti".
24. Fiumi dell’Attica.
25. Collina situata nell’area occidentale di Atene, luogo abituale di raduno dell’assemblea.
26. Monte a nord-est di Atene.
27. Cfr. Platone, Respublica 461d-417a; 419a-424c; Leges 679b-d; 742; 780c; 842b.
28. Si veda Platone, Leges 737d-e, dove il numero dei cittadini dello stato ideale viene fissato a 5040. Vedi anche Respublica 460a.
29. L’espressione ricorda il celebre "koinà tà tôn phílon" di ambito pitagorico. Cfr. Platone, Respublica 423e-424a; Leges 739c-d.
30. Cfr. Platone, Timaeus 26d-e, dove tuttavia non si fa allusione agli scritti, il nonno di Crizia, qui menzionato, era Crizia il Vecchio.
31. Cfr. 109b.
32. Lo stadio attico misurava metri 177,60.
33. Atlante ed Eumelo, Amfere ed Euemone, Mnesea e Autoctono, Elasippo e Mestore. Azae e Diaprepe. I nomi che Platone adotta sono noti dai poemi omerici, ma nulla hanno in comune con i personaggi dell’epos.
34. Questo personaggio non va confuso con il mitico Atlante, condannato a reggere il peso del mondo per aver preso parte alla guerra dei Titani contro Zeus.

fine Prima Parte
vedi: Seconda Parte


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