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I Cartaginesi testimoni dell’inabissamento di un ultimo infuocato lembo di Atlantide?
"I cartaginesi deliberarono che Annone dovesse navigare fuori delle Colonne d’Ercole ed edificare delle città Libofenice" (i cartaginesi, com’è noto, erano di origine fenicia e sotto il nome di Libia si comprendeva allora tutta l’Africa). Egli navigò con 60 navigli detti "pentecontori" (cioè fuste da 50 remi), conducendo con sé una grande moltitudine di uomini e di donne, in numero di trentamila, con vettovaglie e con ogni altro apparecchio".

Di questa imponente spedizione di colonizzazione punica che doveva effettuare il periplo dell’Africa e che dovette aver luogo nel V secolo a. C., Annone stesso scrisse una relazione in prima persona, in lingua punica e la dedicò al tempio di Chronos, in patria, probabilmente scolpita su una stele.
A noi ne è giunta una traduzione in greco, col codice 398 di Heidelberg, col preambolo che abbiamo sopra riportato.



 
2500 ANNI FA: ANNONE OLTRE LE COLONNE D’ERCOLE

a cura della Redazione
 

A parte gli indizi di una presenza punica in Brasile, la colonizzazione commerciale cartaginese delle coste occidentali dell’Africa è attestata anche da altre fonti e i punti di riferimento del portolano sotteso alla relazione di Annone sono riconoscibili ancor oggi con un certo margine di sicurezza: Thymiatério corrisponde a Mehdia, alla foce del Sebu; il promontorio Soloente è Capo Cantin; il gran fiume Lixo è il Draa; l’isola di Cerne è Herne, nel golfo del Dio De Oro; il Crete forse è la baia del Riposo, a ridosso del Capo Bianco; l’"altro fiume grande e largo pieno di coccodrilli e di ippopotami", è il Senegal; i "monti grandissimi pieni d’alberi" corrispondono a Capo Verde; la "profondissima foce nel mare" è quella del Gambia; il Corno d’Espero è l’estuario del Rio Grande; e il "Carro degli Dei" c’è chi ha voluto riferirlo al monte Sagres, del Futa Gialon, mentre il Corno di Noto potrebbe essere forse l’estuario della Sierra Leone.
Su questa strada a certi studiosi non è stato difficile razionalizzare al massimo ogni riga di Annone (supponendo ad esempio incendi nella foresta e fuochi di feste indigene: feste peraltro curiosamente ininterrotte), ma la "grande isola" con al suo interno una "palude che pareva un mare" in cui vi era un’altra isola dalla costa infuocata e coperta di fumo, dalla quale fiumi di fuoco si gettavano in mare e dove l’ardente calore del suolo non consentiva di sbarcare restano inspiegabili, a meno che non si ipotizzi che Annone abbia assistito ad attività eruttivo-vulcaniche interessanti lembi di terra emersa nell’Atlantico in fase di definitivo sprofondamento tellurico nell’Oceano: residui dell’arcipelago di Atlantide?
Ma cediamo la parola - in una suggestiva traduzione ottocentesca - al coraggioso navigatore punico, autore del "Periplo di Annone Cartaginese".

Giunti alle Colonne d’Ercole, le passammo, e avendo navigato di fuori per due giornate, edificammo la prima città chiamandola Thymiatério; intorno alla quale era una grandissima pianura. Da poi, volgendoci verso ponente, giungemmo ad un promontorio della Libia detto Soloente, tutto pieno di boschi; e avendo quivi edificato un tempio a Nettuno, di nuovo navigammo mezza giornata verso levante, finché arrivammo ad una palude che giace non molto lontana dal mare, ripiena di lunghe e grosse canne: ed eranvi dentro elefanti e molta copia d’altri animali che andavano pascendo. Poi che avemmo trapassata la detta palude quanto sarìa il navigar d’una giornata, popolammo di coloni alcune città della marina, chiamate Muro Carico, Gytta, Acra, Melitta e Arambe. Ed essendoci partiti di là venimmo al gran fiume Lixo, che discende dalla Libia; appresso al quale stanno a pascere i loro animali alcuni pastori detti lixìti; coi quali dimorammo infino a tanto che si dimesticarono con noi. Nella parte a loro di sopra abitavano gli etiopi, che non vogliono aver commercio con alcuno, ed il loro paese è molto selvatico e pieno di fiere ed è circondato da molti altissimi; dai quali dicono discendere il fiume Lixo. E intorno ai monti dicono abitare i trogloditi, uomini di forma strana e diversa; nel correre sono più veloci dei cavalli, secondo che dicevano i lixìti. Avendo noi tolti alcuni interpreti dai lixìti, navigammo presso di un deserto, verso mezzogiorno, per due giornate. E di là poi volgemmo una giornata verso levante, dove nell’intima parte di un golfo trovammo un’isola piccola, che di circuito era cinque stadi. La quale popolammo di coloni nominandola Cerne. E per lo spazio della navigazione fatta giudicammo che l’isola fosse opposta a Cartagine: perciocché mi pareva simile la navigazione fatta da Cartagine infino alle Colonne e la navigazione dalle Colonne fino a Cerne. Dalla quale partendoci, e navigando per un gran fiume chiamato Chrete, arrivammo ad una palude che aveva tre isole, maggiori di Cerne. Dalle quali avendo navigato per ispazio d’un giorno, arrivammo nell’ultima parte della palude, di sopra alla quale si vedevano montagne altissime, che le sovrastavano: dove erano uomini selvatici, vestiti di pelli di fiere, i quali tirando delle pietre ci discacciavano, vietandoci di ismontare in terra. Da poi navigando via di là venimmo in un altro fiume grande e largo, pieno di coccodrilli e di cavalli marini, cioè ippopotami. Di qui, volgendoci di muovo a dietro, ritornammo a Cerne. Navigammo poi per di là per dodici giornate verso mezzogiorno, non allontanandoci troppo dalla costa, la quale tutta era abitata dagli etìopi, che senza punto aspettarci da noi si fuggivano. E parlavano di maniera che neanche i lixìti che erano con noi li intendevano. L’ultimo giorno arrivammo ad alcuni monti grandissimi e pieni di alberi, i legni dei quali erano odoriferi e di vari colori. Avendo dunque noi navigato due giorni a torno a questi monti, ci trovammo in una profondissima foce nel mare: dall’uno e dall’altro lato, verso terra, vi era una pianura dove la notte vedemmo fuochi accesi d’ogni intorno, distante l’uno dall’altro alcuni più alcuni meno. Qui avendo fatto acqua navigammo presso terra più avanti cinque giornate, tanto che giungemmo in un gran golfo il quale gli interpreti ci dissero che si chiamava il Corno di Espero. In questo vi era una grande isola, e nell’isola una palude che pareva un mare. Ed in questa vi era un’altra isola. Nella quale, essendo noi dismontati, non vedevamo di giorno altro che boschi: ma di notte molti fuochi accesi, ed udivamo voci di pifferi e strepiti e suoni di cembali e di timpani, ed oltre a ciò infiniti gridi. Del che noi avemmo grandissimo spavento, e i nostri indovini ci comandarono che dovessimo abbandonare l’isola. Onde velocissimamente navigando passammo presso di una costa infuocata e coperta di fumo dalla quale alcuni rivi infuocati sboccavano in mare, e nella terra per l’ardente caldezza non si poteva camminare. Per la qual cosa spaventati subitamente facemmo vela. E in alto mare trascorsi a lungo per spazio di quattro giornate vedevamo di notte la terra piena di fiamme, e nel mezzo un fuoco altissimo, maggiore di tutti gli altri, che pareva toccare le stelle. Ma questo poi di giorno si vedeva che era un monte altissimo chiamato Teonòchema, cioè Carro degli Dei. Ma avendo poi per tre giornate navigato presso quei rivi infuocati, giungemmo in un golfo che si chiama Nòtukéras, cioè Corno di Ostro; nella parte più interna del quale vi era una isola simile alla prima, che aveva una palude, ed in essa vi era un’altra isola piena di uomini selvatici, e le femmine erano assai più: le quali avevano i corpi tutti pelosi, e dagli interpreti nostri erano chiamati gorille. Noi, avendo perseguitato alcuni degli uomini, non ne potemmo prender nessuno perché tutti fuggirono via su alcuni precipizi, e con le pietre facevano difesa. Ma delle femmine ne pigliammo tre, le quali, mordendo e graffiando quelli che le menavano, non li volevano seguire. Onde essi avendole ammazzate, le scorticammo, e ne portammo le pelli a Cartagine; poiché, essendoci mancate le vettovaglie, non navigammo più innanzi…

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