
CON GLI OCCHI DI IERI

Il testo che segue costituisce un documento piuttosto significativo, a testimonianza del fatto che già nell’Italia di anteguerra l’opinione generale su Atlantide era estremamente a favore dell’effettiva esistenza del mitico continente perduto. Questa pubblicazione in 260 mila copie, sul tipo dell’annuale "Calendario-Atlante De Agostini", edita in forma di annuario dalla Marzocco di Firenze nel 1942, dunque in pieno conflitto mondiale, riporta con un’innumerevole quantità di dati enciclopedici, nella Sezione "Notizie Geografiche", anche un lungo paragrafo su Atlantide ed il mito dei continenti scomparsi.
L’anonimo estensore, nella cura che ha posto nel redigere il testo, denota una buona conoscenza della letteratura sull’argomento e imparzialmente non esclude neanche certe più che discutibili fonti letterarie occultistiche pur di gran moda in quel periodo. La storia delle isole di Ruta e Daitya, infatti, è estratta in toto dalle opere del teosofo W. Scott Elliot, prive di sostanziale riscontro scientifico. Diverso discorso va fatto per i citati scritti di Ypsilanti e, in tal senso, il testo in questione risulta pertanto sufficientemente documentato. Certo, non è un saggio approfondito o particolarmente originale; ma costituisce un tipico "segno dei tempi" e, indubbiamente, purtroppo, il "canto del cigno" della divulgazione sul tema in un’Italia ormai irreversibilmente gettatasi nel baratro della Seconda Guerra Mondiale. Mentre queste pagine venivano stampate l’Asse, in realtà, era ancora vincente, e si guardava al futuro ancora senza troppo pessimismo.
Ma di lì a breve le sorti del conflitto si sarebbero rovesciate, e ogni discorso culturale e scientifico in Italia sarebbe caduto nel dimenticatoio per un buon decennio, fino ai primi anni Cinquanta. Il testo che segue va dunque visto come "un testimone del tempo", che ci ricorda che l’odierno interesse per certe tematiche in Italia come altrove c’era anche prima di oggi e del successo editoriale di autori quali Hancock e Bauval.


L'ATLANTIDE E GLI ALTRI CONTINENTI SCOMPARSI
Enciclop. Tascabile Marzocco 1942
Platone, nei suoi due dialoghi "Timeo" e "Crizia", racconta di aver udito quando era fanciullo dal nonno che Solone, maestro di questi, aveva risaputo dai sacerdoti di Sais la storia di una grandissima isola, che chiamò Poseidonia e i Greci definirono Atlantide. Dell’isola e dei suoi popoli parlano anche Omero, Diodoro, Strabone, ecc. Anche nel Medio Evo essa fu discussa. Oggi pare accertato che l’Atlantide sia esistita fra l’America, l’Europa e l’Africa, così come esistette il continente "Lemurio" fra l’Africa, l’Asia e l’Australia, là dove si stende l’Oceano Indiano, nel quale l’isola di Madagascar, le Comore, le isole Maurizio e Riunione sarebbero rimaste a testimoniare gli avanzi del cataclisma pel quale le acque coprirono le terre in quella regione del globo. Le terre "Iperboree", poi, immaginate e situate dagli antichissimi cosmografi verso settentrione dell’Europa e della Scozia (Russia), sarebbero state costituite da un altro vasto continente che andò sommerso nell’Oceano Pacifico, fra le isole giapponesi e le isole, anch’esse come il Madagascar, residuate di un cataclisma.
Ugualmente sembra scomparisse la "Tirrenia", di cui resterebbero nel mare omonimo le vestigia nelle isole di Sardegna, Corsica, Elba e Arcipelago Toscano, Baleari e, forse, nella stessa Sicilia e arcipelaghi limitrofi (Lipari, Egadi, Malta, ecc.). Finora gli studi più frequenti sono stati volti all’Atlantide e secondo le ultime pubblicazioni porterebbero a conclusioni positive, tutte dedotte da una documentazione assai ricca, raccolta in una monografia del Principe Ypsilanti, scienziato assai conosciuto residente nel Venezuela. Le leggende dei Vuh dell’America, raccolte nel libro sacro dei Quichés, narrano che gli antenati dei Vuh erano venuti dall’Oriente. Gli Indi americani dello Iowa e del Dakota vantano anch’essi origine da genti venute da un paese verso il levar del sole. Il manoscritto maya, noto sotto il nome di "Codice Troiano", parla di un cataclisma occorso nel paese di Mu (Levante). D’altra parte, tutti i rinnovatori dell’antica civiltà precolombiana dell’America provennero dall’Oriente rispetto ai paesi dove esercitarono il loro influsso: così i Cuculcan nel Messico, gli Zamma nello Yucatan, i Boichicha in Colombia. Gli Aztechi e i Toltechi e quanto ancora forma oggetto di leggende fra le popolazioni indigene del Centro America non furono autoctoni del Messico e dei paesi limitrofi a nord e a sud, ma vi giunsero da un misterioso luogo a oriente chiamato Aztlan. Secondo Orozco de Vera, l’Atlantide dovette in antico esistere come collegamento terrestre fra le parti emerse del Nuovo e Vecchio Continente; ciò in base all’identità dei riti presso i rispettivi popoli, delle loro armi primitive, delle tradizioni, del modo di costruire ripari e cinte di grossi macigni. Bory de San Vicente ritiene le Canarie stesse residuo dell’Atlantide. Più interessanti forse, benché fuori dal campo della scienza positiva e sperimentale, sono le idee e le induzioni degli esoteristi e occultisti americani. Per essi l’America fu collegata, durante un milione di anni con l’Atlantide, che partiva dall’attuale Golfo del Messico e si estendeva in direzione nord-est verso l’Europa, avendo la sua estrema punta nord-orientale nell’Inghilterra e, forse, nella Scandinavia.
A quanto pare, la scomparsa del ponte attraverso l’Atlantico ebbe luogo per sconvolgimenti tellurici ripetutisi nei millenni. In seguito al primo cataclisma, il ponte continuo fra Vecchio e Nuovo Mondo della preistoria, la grande isola fra il Golfo del Messico e il Mare del Nord, sprofondò in parte, scindendosi in due grandi e molte piccole. La maggiore delle due prime, posta a settentrione, fu denominata "Ruta", la minore, a sud, fu detta "Daitya". Ottantamila anni dopo tale fenomeno, un altro cataclisma determinò la scomparsa sotto l’oceano delle due grandi isole, che lasciarono emergenti dei residui, fra i quali, come relitti dell’isola di Ruta, l’Irlanda, l’Inghilterra, l’Islanda, le Orcadi e le Fär Oer; e come resti dell’isola di Daitya, le Azzorre, Madera, le Canarie, le Bermude, e l’Arcipelago Caraibico delle Grandi e delle Piccole Antille. L’isola che Platone chiamò Poseidonia non fu, probabilmente, che quella di Daitya, perché la sommersione di Ruta dovette avvenire molto tempo prima. Se l’inabissamento si fosse verificato contemporaneamente, i libri dei sacerdoti di Sais avrebbero dato probabilmente notizia di due e non di una sola isola scomparsa. Sempre secondo gli esoteristi e occultisti, le genti che popolavano l’Atlantide erano i "Bermei" e "Amarillidi". Bermei erano i Tultechi, donde discesero i Toltechi messicani, gli Incas del Perù e gli Egizi. Dagli Amarillidi derivarono quelli che gli antropologi chiamano "razza bianca" e popolarono l’Europa, sovrapponendosi a genti che furono spinte verso l’Asia e l’Africa. I Tultechi parlavano un idioma agglutinante; la religione era per essi la scienza e la filosofia dei loro sapienti, che adoravano il Sole, strumento vivificatore del Gran Tutto. Essi avevano nozioni di architettura (ciclopica), credevano all’immortalità dell’anima, ammettevano un principio maschio e uno femmina, quest’ultima puro di ogni labe, mummificavano i morti e usavano l’elefante addomesticato; e l’elefante visse nell’America così come esistette in Europa, secondo quanto provano i residui fossili rinvenuti. A parte ciò, navi inglesi e americane e la tedesca "Gazelle" hanno sondato profondamente l’Atlantico. Dai loro scandagliamenti è risultato, in perfetta concordanza, che una sopraelevazione, o catena montuosa, giace in fondo all’oceano, e che la sua direzione è dal Sud America all’Arcipelago delle Isole britanniche: il che conferma le dichiarazioni degli esoteristi e occultisti sull’antico ponte attraverso l’Oceano, del quale la catena montuosa sarebbe la travata centrale longitudinale, la "spina dorsale" dell’Atlantide.
La prova che quella catena di monti si elevasse un tempo alla luce del sole, fasciata dall’atmosfera in luogo di giacere nelle tenebre delle profondità subacquee, è stata fornita da un frammento di lava, colto sul fondo mediante uno scandaglio, durante i sondaggi. Il punto in cui venne rinvenuto fu accertato trovarsi a 3000 metri di profondità, 900 chilometri a nord delle Azzorre (precisamente a 47° di latitudine nord e a 29°, 45’ di longitudine est). Il frammento, oggi conservato fra le collezioni mineralogiche del "Collège des mines" di Parigi, è costituito di un magma eruttivo solidificatosi in roccia vitrea amorfa, simile del tutto a quella delle lave eruttate dai vulcani solidificatesi a contatto dell’aria. Questo frammento, di conseguenza, non proviene dall’eruzione di un cratere sottomarino, bensì da quella di un cono vulcanico che dovette appartenere alla "spina dorsale" dell’Atlantide, con la quale andò sommerso.
Quando è che scomparve l’Atlantide di Platone, l’isola Poseidonia ultimo avanzo notevole per estensione dell’isola Daitya, a sua volta relitto di una più vasta terra? Evidentemente il fenomeno si produsse durante il Diluvio, che diremo "storico", in quanto è l’unico di cui si abbia memoria attendibile; vale a dire durante il cataclisma registrato dalla Sacra Scrittura, cui si riferiscono la leggenda ebraica di Noè, quella greca di Deucalione e Pirra e quella caldea di Xissustros. Ma appunto perché è l’unico "storico", è a questo stesso cataclisma che si riannodano le leggende di altri Noè transatlantici e di altri paesi, quali quella di Cox Cox, il Noè azteco o messicano; quella di Powaco, Noè degli Indiani del Delaware negli Stati Uniti d’America; quella di Manu Yaivasata dell’Indostan; quella di Dwytach dei Celti; e quella di Sze Kha dei Patagoni. Non un solo uomo, pertanto, salvò la Stirpe dal diluvio: Noè agì nel proprio paese come patriarca israelita; altri agirono nelle terre ove esercitavano il loro potere. Il fenomeno diluviale che colpì gli Ebrei colpi tutto il mondo, tutti i popoli; colpì anche l’isola Poseidonia e le sue genti. E l’ipotesi che più si avvicina verosimilmente alla realtà sarebbe quella secondo cui Cox Cox e Powaco hanno condotto in salvo degli Atlantidi verso Occidente, e Dwytach ne ha guidati altri verso Oriente. I primi si salvarono nell’America, i secondi in Europa e in Africa. Dall’India infine emerge una più interessante tradizione, anch’essa trascritta, che collima in gran parte con le dichiarazioni dei sacerdoti di Sais a Solone, circa l’Atlantide e le sue vicende diluviali. Nel "III° libro delle leggi di Manù" è detto che gli antenati brahmani di Manù erano Rutas, ma che gli antenati di costoro erano Daityas. Ciò tenderebbe a stabilire la seguente successione difatti:

1) cataclisma preistorico, per il quale il ponte continentale attraverso l’Atlantico si spezza in due, con la formazione l’isola di Ruta e dell’isola di Daitya;
2) altro cataclisma, preistorico, per il quale Ruta scompare negli abissi, restandone quale residuo l’odierno Arcipelago Britannico;
3) diluvio "storico", o terzo cataclisma, in seguito al quale s’inabissa l’isola di Daitya, o l’ultimo frammento esteso di essa, per cui una parte degli abitanti superstiti raggiunge l’Arcipelago Britannico, si fonde con gli abitanti locali discendenti dei Ruta, e sotto questo nome emigra più tardi, attraversando l’Europa e l’Asia occidentale, nell’India.

Tutto ciò appare a noi quasi incredibile, perché noi siamo ormai tanto lontani dal vivere secondo natura che non riusciamo a renderci conto dell’antica vitalità animale della Stirpe: essa consentiva all’uomo di resistere, spostarsi, evolversi in condizioni ambientali di cui noi saremmo facili vittime.
Alcuni scrittori affermano che nelle biblioteche brahmaniche debbono essere custoditi e tenuti segreti altri libri manoscritti simili alle leggi di Manù, nei quali si tratti dell’Atlantide e degli Atlantidi. Del resto anche nei libri sacri Hara Purana, Rig Veda e nel Mahabaratha si trovano riferimenti allo scomparso continente. Tali riferimenti hanno attinenza con quelli sul continente Lemurio. Risalirebbe all’epoca della scomparsa dell’isola Poseidonia e di gran parte del continente Lemurio l’attuale distribuzione terre e delle acque sulla superficie del globo? Chissà...!
Il nome Atlantide fu dato allo scomparso continente dai Greci che adoperarono le desinenze "ides", "idas" come indicazioni patronimiche: così come Doride fu detta la terra di Doro, Eolide quella di Eolo, Locride quella di Locro; i Greci chiamarono Atlantide la terra di Atlan o Aztlan, nome di qualche preistorico capo, e parola personificante in un gigante le virtù del popolo atlantico. Il dr. Eustachio Buelma, che ha approfondito lo studio degli idiomi precolombiani "azteco" e "nahoa", ha potuto dimostrare in queste lingue il medesimo etimo della parola Atlantide nei riguardi della parola Aztechi, che starebbe a significare i figli di Aztec, corruzione di Aztlec e di Azlan. D’altra parte la radicale "Atla" si rinviene anche oggi in nomi ricorrenti fra le popolazioni indigene del Centro America e specialmente del Messico: Atlan, Atla, Atlapaco, Atlaban, Aztlan. Secondo lo stesso Buelma, la parola "Nahoatlan", che in idioma nahoa significa "terra fra le acque", prova l’esattezza dell’origine dei Nahoa dal continente atlantico, a conferma di quanto abbiamo espresso circa la probabilità che l’Atlantide fosse un’enorme isola, separata da brevi mari così dall’America come dall’Europa e dall’Africa. Il famoso geroglifico della peregrinazione azteca ribadisce la tradizione delle relazioni fra gli Aztechi e le genti di Europa e d’Africa; un’accurata indagine filologica potrebbe provare come molte radicali basche e del Finisterre spagnolo abbiano maggiore affinità con quelle azteche e nahoa che non con le radicali delle lingue europee. Quanto ai Tultechi, essi derivano forse il nome dalla favolosa "ultima Tule", in cui si è voluto identificare da alcuni l’Islanda, da altri l’Irlanda, da altri ancora una vaga terra atlantica, o città dell’Atlantide. Di essa parlò Plinio, dopo che ne ebbero accennato Virgilio e Seneca. Il manoscritto Cakahiquel ha un riferimento alla città di Tule, come fondata da Aztechi. La radicale "Tul", del resto, come quella "Atla", è legata a nomi e denominazioni del Centro America: Tulteca, Tultueco, Tultenango, Tultiga, Tulditlan, Tuldatlan (quanto mai significativo), Tulpan. Nella mitologia nordica e nelle leggende germaniche, che sono diffuse anche nei paesi baltici e fino alla Scozia, si favoleggia ancora di Tule.
Il collimare della leggenda nell’America e nell’Europa settentrionale sullo stesso soggetto è una di quelle tante concomitanze con le quali, lasciando ad altri il compito di trovarne ancora di nuove, il principe Ypsilanti apre molte vie alla soluzione del problema dell’Atlantide, segnalando fonti e documenti che richiameranno il mondo scientifico allo studio di una questione tutt’altro che sorpassata, in quanto connessa alla preistoria e all’antropologia eurafricana.


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