
CON GLI OCCHI DI IERI

Come già detto, questa sezione è dedicata alla riproposizione parziale di brani o parti di testi "datati" che hanno avuto una qualche importanza a livello scientifico o divulgativo per i temi da noi trattati, con particolare attenzione al periodo compreso fra la seconda metà del XIX e la seconda metà del XX secolo.
In apertura di questa rubrica, abbiamo ritenuto opportuno cominciare riportando, in due parti, capitoli centrali (dal V a IX) del libro divulgativo "Viaggi e avventure attraverso il tempo e lo spazio", scritto da un autore di grande popolarità nell’Italia di anteguerra: Yambo, al secolo Enrico Novelli. Un libro, scritto nel 1931 ed edito nel 1933 a Firenze per i tipi della Vallecchi, fondamentalmente rivolto agli ambienti giovanili, che non ha minimamente perso, nella sua freschezza discorsiva, l’interesse e l’attualità delle tematiche trattate, che continuano ad essere dibattute ieri come oggi con immutato entusiasmo da parte del grande pubblico. In questa parte conclusiva della sezione del suo libro dedicata ad Atlantide, Yambo affronta, in termini meno saggistici e ben più letterari, un presunto episodio anteriore alla Grande Guerra, purtroppo mai verificato: il preteso recupero di un supposto sarcofago dal fondo dell’Atlantico. Realtà o "leggenda metropolitana" ante litteram? Probabilmente non lo sapremo mai, ma il fatto in sé costituisce un precedente letterario estremamente evocativo, che ha senz’altro influenzato l’immaginario collettivo dei giovani nell’Italia degli anni Trenta. Prendiamolo dunque per quale esso è: la semplice ma anche illuminante documentazione del contesto culturale dell’epoca sul tema.


ANNI '30: ALLA SCOPERTA DI
ATLANTIDE
di Yambo - Enrico Novelli (Seconda Parte)
Viaggi e avventure attraverso il tempo e lo spazio - VIII e IX

Cap. VIII - Una mummia di ottomila anni fa

Che cosa si potrebbe ancora trovare sul continente atlantico, discendendo negli abissi dell’Oceano?
A questa domanda non si può rispondere che... lavorando di fantasia.
E probabilmente lavorò di fantasia quel famoso geografo spagnolo, José Oliveira, che si vantò di avere pescato una mummia in pieno Atlantico, a qualche centinaio di miglia dalla costa spagnola e di aver avuto, con quella pesca straordinaria, la ispirazione e il motivo di un viaggio sottomarino alla ricerca dell’Atlantide.
Il caso, stranissimo, avvenne come avvengono tutti i casi di questo mondo; cioè inaspettatamente e in circostanze inverosimilmente favorevoli.
Bisogna premettere che fino al giorno (anzi, fino all’ora precisa in cui comincia questa avventura) il prof. José Oliveira non aveva mai pensato né all’Atlantide, né ai figli di quella terra leggendaria. Si trovava a bordo del "Condor", vecchio cacciatorpediniere, che andava a riparare un guasto del cavo sottomarino tra la costa spagnola e quella brasiliana: egli, il professore, rappresentava a bordo la scienza ufficiale e compiva l’obbligo suo con quello zelo e quella mirabile ostinazione, che formavano le doti più singolari del suo carattere di uomo e di scienziato: null’altro.
Erano, dunque, le dieci antimeridiane del tre o quattro aprile 1913 (la data non è certa).
Stop! - comandò all’improvviso il capitano del Condor.
La nave percorse ancora pochi metri e si fermò, ondeggiando, per le scosse rabbiose dell’elica che dava indietro a tutta forza.
Lo scandaglio! - riprese il capitano.

Lo scandaglio
Fu gettato lo scandaglio a 36°25’ di lat. e 9°55’ di long. occidentale dal meridiano di Greenwich, in un punto dell’Atlantico a trecento miglia circa dallo stretto di Gibilterra. La corda filò rapidamente tra le mani dei marinari aggruppati sul parapetto di babordo.
Ebbene? - fece, di lì a qualche minuto, un uomo alto e magro, che assisteva con somma attenzione alla manovra. Perché non andate innanzi? Filate il, cavo, fìlate, perdinci...! Filate sempre...! Filate tutta la vita...
Tocchiamo il fondo... - avverti un marinaio, tranquillamente.
Di già! - ringhiò lo spettatore - Impossibile...! Se avete filato un migliaio di metri appena...!
Capitano! - strillò un marinaio, volgendosi al ponte del comando.
Che cosa c’è, ragazzi?
Non possiamo ritirare lo scandaglio!
Come, non potete? Tirate con forza!
Eh! Noi tiriamo, ma la corda non cede...
Siete tanti poltroni! È il terzo scandaglio che perdiamo...
Don Luiz... - mormorò affannosamente, gesticolando, l’uomo alto e magro, - stavolta ci siamo... forse! Lo scandaglio deve essersi impigliato in qualche cosa... A soli mille metri...! Ma bisogna ritirarlo... è necessario.
Proviamo a muoverci - disse il capitano del Condor. E accostando la bocca al portavoce, gridò:
Macchina avanti.... a mezza forza...!
L’elica ripigliò a turbinare moderatamente, e la piccola nave si mosse, tagliando le ondate con la prua simile a una lama.
Una delle due: o strappiamo la corda o liberiamo lo scandaglio... - brontolò il capitano Luiz.
Dunque? - urlò il prof. Oliveira, sporgendosi dalla ringhiera del ponte, e ficcando gli sguardi nel gruppo dei marinari. Dunque, che cosa facciamo...? Si è rotta la corda?
No, señor, - rispose l’ufficiale che aveva parlato poco prima col professore. - Non si è rotta.
Allora lo scandaglio è libero e bisogna ritirarlo...!
Ma che diavolo ci è rimasto attaccato...? un pescecane? - borbottava uno di quegli uomini forti, sudando e sbuffando in modo da far paura.
Forse un polipo...? - disse un altro.
O un serpente di mare con quattro teste...
O un pezzo di cavo sottomarino...?

La pesca miracolosa
Finalmente apparve a fior d’acqua lo scandaglio le cui branche si erano impigliate in un folto groviglio di alghe e di piante marine.
Il prof. Oliveira emise un grido e si batté i pugni su le tempie.
Nulla...! nulla...! un ciuffo d’erba...! un vilissimo ciuffo d’erba...! Ne impazzirò!
Ma sembra che non sia un ciuffo di erba solamente - fece con calma il capitano Luiz.
Vedete?
Era apparso fuori dalle onde un oggetto oscuro, oblungo, simile a un pezzo di scoglio, tutto ricoperto dal muschio viscido, dalle alghe, dalle conchiglie, dalle curiose efflorescenze degli zoofiti...
Issate! - comandò il capitano.
Il prof. Oliveira si cacciò sul naso un altro paio d’occhiali, per vederci meglio: voleva far lo sprezzante, borbottando: - Peuh! un sasso!
Niente più che un sasso! - ma dall’espressione ansiosa del volto, dal tremito febbrile delle membra, si capiva benissimo che lo strano personaggio era in preda alla curiosità più intensa.
È uno scoglio - non c’è dubbio. Però, chi sa...!
Alle volte.... Se ci fosse attaccato un frammento del cavo? - E a questo punto si rivolse al capitano:
- Se ci fosse...
Ma non c’è, señor Oliveira!... - interruppe don Luiz in tono reciso.
Che cosa ne sapete voi?
Io so quello che mi dicono gli occhi, professore...
E io sono pronto ad assicurarvi...
La vostra ostinazione passa il credibile...!
Andiamo a vedere!
Andiamo...!
I due uomini si mossero infuriati e si avviarono alle scalette e siccome tutti e due volevano discendere insieme e la scaletta permetteva a stento il passaggio di un corpo solo, ne seguì una breve lotta che si chiuse con la vittoria del professore Oliveira. Egli, passando quasi sul capo del capitano Luiz, volò tutti gli scalini e si trovò, senza che neppure egli sapesse come, a sedere sul ponte, fra i marinai che lo guardavano ridendo da sganasciarsi.
Ma il prof. Josè Oliveira non badava a certe inezie: si rialzò, si diede alla lesta una accomodatina agli occhiali, e si lanciò verso l’oggetto pescato dallo scandaglio del Condor.
A occhio e croce, quel masso oblungo, dalle linee spezzate, per tre quarti avvolto in un mantello vegetale, qua e là incrostato di conchiglie, di madrepore, di crostacei, di briozoi, di crinoidi e di piccole spugne, rigonfi o ad una estremità, nero e lucido come l’ebano, pareva un frammento di scoglio basaltico: un frammento che le branche dello scandaglio avevano strappato da un bassofondo sottomarino. Nulla di interessante, insomma. Su le prime dovette convenirne anche il prof. Oliveira. Ma poi il capitano Luiz gli disse con accento di trionfo:
I miei occhi vedono meglio dei vostri sei! Vi sembra un pezzo di cavo sottomarino, questo?
Eh! convenitene, caro professore, che avete preso un bel granchio...

Che cos’è?
E allora lo scienziato, stizzito sul serio, non volle arrendersi.
Voi vi intenderete di battelli, di macchine, di bussole, di manovre, di quello che vi pare. e piace: ma io sono il professore Josè Oliveira di Madrid, presidente della Società Geografica Española, insegnante all’Università di Salamanca, membro di tutti i club geografi ci ed astronomici delle cinque parti del mondo, corrispondente di tutti i giornali scientifici spagnoli, autore delle Cosmografi a Universale in diciotto volumi, e infine, rappresentante del Governo di S. M.
Alfonso XIII a bordo del Condor! Ed io vi dico che questo non è affatto uno scoglio, e che voi avete torto!
Ma allora, che cos’è? - domandò pacatamente don Luiz.
Non voglio dirvelo, señor! Non sono obbligato a dirvi ciò che io penso, - credo...!
No, certo - rispose il capitano sorridendo di riso enigmatico. - Ma io posso farvi un grazioso scherzo. Se voi siete il rappresentante del Governo a bordo del Condor, io qui sono il padrone... dopo Dio: e perciò ordino ai miei marinai di gettare in mare lo scoglio...!
E perché non ordinate che vi gettino anche me, dietro? - domandò in tono di sfida il prof. Oliveira.
Sarebbe una perdita troppo grave per la scienza, señor. Il cielo mi guardi dal dare un ordine così...
micidiale.
Grazie. Ma io vi dico che voi non farete gettare via neanche il vostro scoglio!
Lo farò...! Ohè, ragazzi!
Un momento: vi dichiaro che io debbo "studiare" quella "cosa", - e indicò l’indefinibile oggetto - e che perciò, se voi mi impedirete di esercitare questo mio sacrosanto diritto, vi chiamerò responsabile di fronte alle autorità del vostro atto inconcepibile...
Fate il comodo vostro, don Josè. Marinai!
Prendete quel sasso...
Gli uomini dell’equipaggio, senza badare alle grida e alle contorsioni del geografo che pareva colto da un attacco di epilessia, alzarono di peso lo scoglio e aspettarono gli ordini del capitano Luiz. Costui rideva, grattandosi il mento largo e sbarbato e sembrava che non avesse alcuna fretta di pronunciare la condanna definitiva di quel misterioso oggetto.
Dunque? - ruggì ad un tratto il professore.
Parlate, cannibale...!
Gettate il sasso... - e il capitano calcò sulla parola "sasso" - nella cabina del prof. Oliveira...! Che egli se lo guardi, se lo studi! se lo accarezzi...! Che ci vada a letto insieme, magari...!
Poi, rivolto a don Josè:
Siete contento, signor professore? Adesso, mi permetto di invitarvi a colazione. Non mangeremo nel quadrato degli ufficiali. Spero che non mi terrete il broncio...
No...! non vi tengo il broncio...! E mangerò con voi! - esclamò il prof. Oliveira, il cui volto si era rischiarato, come si rischiara il cielo dopo un burrascoso passaggio di nubi.
Siano rinnovate le operazioni di scandaglio - ordinò il capitano del Condor.
Intanto il professore era disceso nella sua cabina, dove i marinai avevano collocato il sasso, dritto contro una parete. Ora il pover’uomo, tutto curvo, col capo proteso, tenendo in una mano uno scalpello e nell’altra una lente d’ingrandimento, cercava di riconoscere la natura di quell’oggetto misterioso. Egli aveva tolto al masso i vegetali che lo rivestivano, e aveva fatto saltare via in molti punti l’intonaco di conchiglie, di detriti foraminiferi, di sedimenti calcarei; ma non aveva scoperto nulla. La sua zucca lucida s’imperlava di gocce di sudore, sulle quali il sole metteva piccoli riflessi iridati.
Nulla! nulla! - brontolava lo scienziato, cominciando a stizzirsi. - E pure giurerei che questo non è un semplice frammento di roccia! No...! Sarei dunque un imbecille...? Vediamo ancora! La incrostazione è quella comune. I soliti rizopodi, le polithalmie, e le foraminifere... dei generi globicerina, orbulina pulvinolina... ecco il fango di globicerina... ma il fango, Dios mio, che cosa prova? La superficie...? Sì, la superficie è stranamente levigata in alcune parti... e poi questo color rossastro... Ma... ma! .In fondo - il capitano Luiz ha ragione; questo non è neanche un pezzo di cavo sottomarino. Ma allora, che cos’è...? Questo spigolo, per esempio, sembra scalpellato dalle mani dell’uomo! E vero che la natura, alle volte, certi scherzi, si compiace di giuocarli... Ma la forma... la forma...! Pare una cassa! E poi, la pietra...! Eccone qui una scheggia... direi che è marmo... se non avessi paura di dire una grossa bestialità...! Marmo...
Oh! Oh! Andiamo adagio... Ora che ci penso: perché no? Quale legge naturale si opporrebbe a che questa pietra fosse marmo?

La cosa incredibile apparve!
Stette una buona mezz’ora a rimuginare parole su parole; alla fine, colpito da un’idea, il signor Oliveira chiamò un inserviente, e gli ordinò di cercare un martello: il più grande martello che fosse a bordo. Quando lo scienziato ebbe in poter suo l’enorme e pesantissimo arnese, serrò accuratamente l’uscio della cabina: e poi, chiamando a raccolta le sue forze, si diede a battere martellate sopra un lato del masso.
Ma dopo una trentina di colpi disperati si avvide che, proseguendo quel giuoco, il masso avrebbe forse rivelato il suo segreto, ma egli, di certo, si sarebbe rotto le braccia: cosa pochissimo piacevole, anche per un professore di geografia.
Lanciò un ultimo colpo, di sbieco, e si gettò sul lettuccio, ansante, sfinito. Ma quando si rialzò, i suoi occhi videro la cosa incredibile: e le smorfie della più sconfinata maraviglia si raggrupparono sul suo volto incartapecorito.
Fece un passo avanti, e ne avrebbe fatti tre indietro, se la parete della cabina non lo avesse fermato subito. Spalancò la bocca a dismisura, fino a fare crocchiare le mascelle, e i pochi capelli che ancora gli ornavano la base del cranio si drizzarono... inorriditi. Avrebbe voluto gridare, ma la voce non gli uscì dalla strozza.
Restò immobile, irrigidito, con le braccia levate, il volto contratto, le gambe larghe, come un uomo colpito dalla folgore. Quello che egli contemplava era troppo strano, troppo assurdo, troppo paradossale; la sua mente si rifiutava di credere ciò che vedevano i suoi occhi!
Gli pareva di vivere un sogno bizzarro e pauroso: se in quel punto fosse colata a fondo la nave, egli ci avrebbe fatto poco caso.
E sarebbe affondato, quasi... quasi.... senza accorgersene.
Ma ecco che, a un tratto, per una brusca scossa di rollio, il professore Oliveira perse l’equilibrio, e andò a battere col capo proprio... contro il magico scoglio.
Quel picchio gli fece bene: lo tolse al suo sbalordimento, e gli restituì l’uso della parola.
Possibile...! Oh! scoperta mirabile! oh! scoperta inaudita...! oh! miei rivali in scienze fisiche e naturali, come vi compiango! È una cosa che commuoverà il mondo intero. Ed a me, proprio a me, Josè Oliveira, il destino riserbava una tal gloria...! Io morirò di gioia...! di orgoglio...!
Ma non prima di aver trovato la spiegazione del grande mistero. Non prima! E la troverò, se il cielo mi protegge...! Coraggio, professore mio! Non paure! Non esitazioni...! L’umanità ti guarda e aspetta... Ma... silenzio per adesso...!
Che l’allegrezza non ti soffochi... sarebbe troppo presto...!
Uscì con mille cautele dalla cabina, chiuse l’uscio a due mandate, vi spinse contro alcuni sgabelli, un pianoforte e quanti altri impicci poté trovare: e poi, saltellando, barcollando, reggendosi alle ringhiere e alle pareti, salì sul ponte e di lì corse al quadrato del capitano.
Il Condor saltava come una focena sopra un mare in ebollizione. Le onde vorticose, schiumanti, passavano già le murate, inondando il ponte. In tutt’altra occasione, il prof. Oliveira avrebbe provato, insieme con una certa inquietudine, le ignobili nausee del mal di mare; ma adesso egli non sentiva nulla, non capiva nulla, non vedeva che la sua prodigiosa scoperta.
Si affacciò alla porticina che dava nella stanza del capitano. Allora questi corse incontro a don Josè, per aiutarlo ad entrare, e gli disse, giocondamente:
Non speravo più di vedervi, oggi! Pensavo già di rimandare la colazione... Non sentite che balliamo il fandango? Oh! che faccia che avete...! Sedetevi... Che cos’è stato? Parlate...
Ohè...!
Josè Oliveira cercava le parole e non le trovava.
E il capitano:
Faccio mettere in tavola? Dunque? Por nuestra señora de los Triumfos! Sembrate una "mummia"!
Silenziooooo...! - gridò il professore, alzandosi di scatto, come se avesse avuto un saltaleone sotto... la base della schiena - Chi vi ha detto...? Che cosa sapete voi...? Che cosa volete...?
Il segreto sulla scoperta...!
Stavolta toccò al capitano Luiz di meravigliarsi.
Vi sentite male, professore...? Volete che chiami il medico di bordo?
Silenzio... che nessuno sappia...!
E Josè Oliveira portò il dito alla bocca, abbassando la voce:
Mi raccomando a voi... sarei rovinato...!
Non c’è bisogno di spiegare ai lettori che il professore Oliveira aveva rinvenuto, in quella strana tomba di sasso, una mummia: una autentica mummia, ripescata dall’Atlantide sommersa; una mummia di ottanta secoli!

Cap. IX - Una voce dall’abisso

La straordinaria spedizione di un geografo alla scoperta dell’Atlantide
Il seguito della storia della mummia ripescata nell’Atlantico è anche più straordinario dell’inizio.
La nave spagnola, in una notte burrascosa, sbatte contro una scogliera vulcanica e cola a picco. Ma intanto il geografo Josè Oliveira ha potuto stabilire che il masso rilevato nel fondo del mare contiene una mummia, non solo: ma una mummia di valore inestimabile: "la mummia di un re Atlantico"!
Una sera egli raccoglie gli ufficiali del battello naufragato e dice loro, press’a poco, queste parole: "Signori, noi ci sediamo sopra un isolotto vulcanico uscito all’improvviso dalle acque dell’Atlantico: la nostra vita è alla mercé di Dio. Ma se riusciamo a salvarci io vi prometto che spenderò tutte le mie sostanze per ordinare una spedizione alla scoperta dell’Atlantide...!"
"Ormai l’esistenza dell’Atlantide è un fatto accertato. - continuò poi il prof. Oliveira - Non scrollate il capo perché l’uomo che si ostina nella cecità è peggiore del bruto. Le prove dell’esistenza dell’Atlantide ci sono: chiare, indiscutibili".
Un momento - interruppe il capitano Luiz. - Mi sembra che voi corriate a tutto vapore...!
Perbacco! filate quaranta nodi l’ora...! Le prove...
Le prove dove sono? Una mummia... un pezzo di roccia segnata curiosamente... e null’altro.
Si, non lo nego, sono indizi: ma gli indizi possono dare la certezza assoluta? Qual nesso logico trovate fra un sarcofago pescato nel fondo dell’Atlantico e... l’Atlantide? Io dico...
...tante bestialità; come sempre...! - urlò il professore, preso da uno dei consueti accessi di stizza.
Quando si fu calmato ripigliò:

Le prove che l’Atlantide è esistita
Parlerò... benché sia convinto di dovere urtare contro la vostra incosciente ostilità. Ascoltatemi e, cercate di comprendermi, se potete! L’Atlantide è esistita. E che cos’era, Dio mio, l’Atlantide?
Platone, Diodoro Siculo e Sanconiatone (storico e sacerdote di Bel-Marduk babilonese, n.d.r.) supponevano che fosse una grande isola ed in quella essi ponevano la culla di tutte le mitologie. Ma noi sappiamo di più: sappiamo dove era situata l’isola, e possiamo asserire, senza tema di smentita, che essa fu, senz’altro, il mezzo di comunicazione nei tempi che noi chiamiamo antidiluviani, tra i due emisferi. Il sorriso dello scherno non disfi ori le vostre labbra...! Che cosa sapete voi, che cosa volete saper voi? Non vi nego che le cose spacciate da quel bel tipo di Platone nel suo Timeo circa l’Atlantide siano assai strane: ma in un altro dialogo intitolato Crizia egli parla con molta precisione di antiche tradizioni egiziane relative agli Atlantei o Atlantidi, le quali tradizioni furono trascritte dai libri di quei sacerdoti, dal vecchio Solone: da questi passarono all’avo di Crizia e dall’avo di Crizia a Crizia stesso... Platone, parlando della venuta degli Atlantidi, così si esprime: "Stupenda cosa di certo, ma assolutamente vera!" Come aveva ragione il filosofo...! Sentiamo ancora che cosa ci narra costui... Di là dalle Colonne di Ercole, eravi una grandissima isola più grande dell’Asia e della Libia prese insieme, la quale da Atlante, primogenito di Nettuno, ebbe nome Atlantide: da essa passavasi alle altre isole, e da queste all’opposto continente. Quivi fu grande e mirabile la potenza dei re, che dominarono tutta l’isola con molte altre isolette contigue e molta parte ancora dell’opposto continente.
Parole testuali di Platone, queste: "I popoli dell’Atlantide irruppero verso oriente, e Gadiro, fratello di Atlante, conquistò le isole prossime alle Colonne", onde venne il nome di Gaditano allo stretto di Gibilterra. Il filosofo prosegue nella storia, descrivendo minutamente il paese sulle tracce delle memorie egiziane... Ma a un tratto il racconto vien troncato nel più bello; perdutosi il rimanente del manoscritto di Crizia, bisogna ricorrere al Timeo, dove si legge come gli Atlantide da una parte conquistassero la Libia sino all’Egitto, dall’altra l’Europa sino alla Tirrenia; come i popoli di: Atene - e qui mi pare ci sia un’incertezza - si difendessero e scacciassero gli Atlantidi: guerra accennata anche da Esiodo là dove canta della lotta di Atlante, Menezio, Prometeo ed Epimeteo contro Giove.
...Ma signori! è inutile proseguire nelle investigazioni e nelle indagini per provare che sino dai remoti tempi in Europa si sapeva della esistenza di un altro mondo, e che la comunicazione dei due grandi continenti, l’antico e il nuovo, argomentando soprattutto dall’affinità della primitiva civiltà americana con la egizia e la cinese, è anche anteriore all’uso del ferro, della scrittura e della moneta. A voi che importerebbe? Ed a me? Tanto, una volta che l’Atlantide è esistita...! E che io la...
Noi che la vedremo - corresse il capitano don Luiz.
Una interruzione!
Perdono, professore...
E due...!
Poi, addolcendo il tono della voce il degno uomo aggiunse: Verrete anche voi con me...?
Alla conquista dell’Atlantide? Certo.
E perché avete preso la repentina risoluzione di seguirmi?
Che ve ne importa? Ma proseguite, don Josè, vi prego... Le vostre parole sono bellissime.
Non dico di capirle tutte, ma là... mi contento!
Por nuestra Señora...! Voi mi affascinate!
Avete un certo sguardo di sotto gli occhiali...
Proseguite... E secondo voi, la grande isola?

I confini del continente scomparso
Seimila e più anni sono, cominciando dalle isole di Alvarez e di Tristan da Acunha, il continente Atlantico comprendeva le Picos, le isole di Martin de Paz, Sant’Elena, quelle della Grande Ascensione, le isole di San Matteo; le altre di Madera, le Canarie e le Azzorre. I popoli di questo paese immenso confinavano tanto con l’Africa e l’Europa quanto con l’America, toltone un piccolo spazio di mare che anticamente possiamo supporre esservi stato ai due lati. Una delle obiezioni più forti che si oppongono dai così detti sapienti alla ipotesi dell’Atlantide è questa: come mai, data la sparizione d’un paese così gigantesco, non sono rimaste generazioni di uomini tanto dal lato dell’America quanto da quello dell’Europa e dell’Africa, le quali abbiano conservato le memorie, le cognizioni, le tradizioni del tempo anteriore? Come mai non è rimasto nulla, assolutamente nulla della superba Atlantide?
L’obiezione sembra dotata di un certo fondo di giustezza... E geografi insigni come il Malte Brun e l’Humboldt, contentandosi di osservazioni ufficiali, finirono per concludere, a dispetto delle tradizioni, che il continente degli Atlantidi andava relegato nel dominio della geografi a fantastica. Ma ai nostri giorni la scienza sembra ravvedersi, e voler riabilitare gli antichi racconti. Il Tissot arriva a confessare che l’esistenza dell’Atlantide è indispensabile per comprendere la struttura di certe parti del suolo dell’Europa meridionale: e la stessa idea sostenne già il marchese di Nadillac nella sua "Amerique préhistorique". Molti scienziati suppongono che la catastrofe che inghiottì l’Atlantide sia stata la conseguenza e per dir così la compensazione geologica della gigantesca oscillazione che, nello stesso momento, faceva emergere all’est dell’Europa i bassifondi dell’Oceano Scitico.
E io vorrei oggi stesso gridare sul viso dei negatori del continente Atlantico: "Signori! quali elementi di giudizio avete voi per tacciare di mendacio Eschilo, Claudiano, Giustino, Plinio, Strabone, Silio Italico, Ovidio, i quali tutti richiamarono la leggenda celebrata da Virgilio? Ah! voi, modesti Santi Tommasi, volete le tracce materiali del cataclisma svoltosi nelle epoche preistoriche? Volete basare la vostra fede inconfutabile su gli avanzi, su le reliquie geologiche e etnografi che del continente scomparso? Ma, presentate a voi stessi, o increduli per partito preso, queste semplici ipotesi: se la catastrofe spaventevole avvenne in un tempo impreveduto e brevissimo: se il subissarsi dell’isola fatale fu improvviso e completo: se alla rovina non uno dei figli di Atlante poté scampare: se l’Oceano divenne a un tratto la tomba di tutti quegli uomini prodigiosi! Come le tradizioni, come i costumi, come le lingue avrebbero potuto trasmettersi ad altri popoli... dato che il castigo tremendo non risparmiò una sola vittima?"

Rievocazioni
...Josè Oliveira non fissava più i suoi uditori, ma il suo sguardo, di sopra agli occhiali, spaziava lontano, nelle profondità luminose del cielo.
Il dotto rimase alquanto sopra di sé, poi disse con voce ferma:
Io potrò contemplare gli avanzi dell’Atlantide poiché, grazie al cielo, i mezzi di giungere a tanto non mi mancano. Di che cosa si tratta, alla fin fine? Di discendere negli abissi del mare; a mille, a duemila, a tremila metri di profondità! Ebbene...? Discenderemo!
"Ci sono, oggi, i battelli sottomarini? Certamente.
E allora, perché non dovrei servirmene io; per ritrovare l’Atlantide? Voi direte che questo tipo di navi non è ancora perfezionato al punto da permettere, con sicurezza di riuscita, un viaggio... così rischioso... Se direte questo, avrete torto... ancora torto... sempre torto...!
Intanto posso dichiararvi subito questo: che discenderò in fondo all’Oceano, con la medesima facilità con la quale voi discendevate... in fondo alla stiva del Condor...
Le reliquie di quell’antica parte del mondo saranno da me osservate, studiate, illustrate.
Non trascurerò nessuna minuzia, nessun particolare. Ricostruirò, per quanto mi sarà possibile, la storia di quel popolo: farò conoscere a tutti quali furono i suoi costumi, la sua civiltà, la sua vita morale. E quali scene di bellezza e di grandezza maestosa si svolgeranno sotto gli occhi di coloro che vorranno ascoltarmi e nel cervello di coloro che potranno comprendermi!
Io sarò il padrone di un cinematografo inesauribile, dal quale trarrò vedute orridamente magnifiche. E la tragedia sublime si presenterà in tutto il suo magico orrore: noi sapremo finalmente per qual modo l’immensa terra dei figli di Atlante disparve dalla superficie del mondo! Io disegnerò tutti i quadri della grande epopea. I panorami della Città dalle Porte D’oro, i porti, i monumenti, i templi, le torri colossali, degne dei Titani, i palazzi risplendenti... Io vedrò approdare ai lidi dell’Atlantide le barche dei vincitori degli Ateniesi. Io vedrò gli sponsali di uno di quegli imperatori con la figliola di un semidio. Io assisterò ai loro giuochi, alle loro feste, alle loro glorie. Per ultimo, ammirerò, compreso di spavento sublime, la gran scena della distruzione, il cui orrore fu soltanto superato dal primo cataclisma del diluvio universale: vedrò inabissarsi un intero continente nei flutti impetuosi dell’Atlantico... Oh...! quei templi... quei palazzi... quelle torri altissime... quelle piramidi coperte di oricalchi dai riflessi di fiamma... quelle meravigliose scalinate che accedevano alle dimore dei re... tutto vedrò crollare... ruinare tra le ondate immense, livide di schiuma...! E l’agonia della terra sarà l’agonia di un gran popolo, condannato dalla inesorabile fatalità a perire in una notte! Amici, l’Atlantide muore! Le acque ruggono terribilmente sgorgando da ogni parte, invadendo vittoriose le valli: il cielo del color della pece è solcato qua e là da strisce di sangue; all’orizzonte si disegnano i profili dei monti che si sollevano ancora su l’Oceano e su i quali si addensano, vespaio immane, che manda un ronzio assordante di grida altissime, invocante misericordia, i poveri uomini colpiti dall’ira dei numi... Tutto si agita, tutto precipita.
Alcune navi, trasportate dalle onde gigantesche, vengono a sfasciarsi contro le mura delle città prossime a precipitare. E frattanto l’acqua cade a rovesci dal cielo, tra i fulmini, i tuoni, i rombi dell’uragano. Senza dubbio nell’ora estrema, gli Atlantidi, avranno pensato alla fine del mondo..."
Il prof. Oliveira si fermò, riprese fiato. Stanotte avrò un bel da fare per addormentarmi - brontolò il capitano del Condor. - Dios mio! Vedo già ballarmi dinanzi agli occhi una quantità di mummie indiavolate...

La storia dice che effettivamente lo strano professore, con un apparecchio sottomarino ideato da lui e costruito appositamente in un cantiere inglese con i denari di una sottoscrizione popolare, riuscii a discendere a millesettecento metri di profondità nelle acque delle Azzorre. Ma proprio in quel tempo scoppiò la guerra europea e nessuno ebbe modo o voglia di occuparsi di questa straordinaria spedizione.
Come finì il prof. Oliveira? Scopri davvero le rovine dell’Atlantide? O la rischiosa avventura ebbe come unica, sterile conclusione, il sacrificio dell’equipaggio e del suo valoroso capo?
Chi potrebbe darci oggi qualche lume su questo singolare argomento?

fine Seconda Parte
vedi: Prima Parte


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