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Tutti gli articoli di CON GLI OCCHI DI IERI CON GLI OCCHI DI IERI

Questa sezione è dedicata alla riproposizione parziale di brani o parti di testi "datati" che hanno avuto una qualche importanza a livello scientifico o divulgativo per i temi da noi trattati, con particolare attenzione al periodo compreso fra la seconda metà del XIX e la seconda metà del XX secolo.
[Viaggi e avventure attraverso il tempo e lo spazio] In apertura di questa rubrica, abbiamo ritenuto opportuno cominciare riportando, in due parti, i capitoli centrali (dal V a IX) del libro divulgativo "Viaggi e avventure attraverso il tempo e lo spazio" (1933), scritto da un autore di grande popolarità nell'Italia di anteguerra: Yambo (alias Enrico Novelli). Un libro, rivolto agli ambienti giovanili, che non ha minimamente perso, nella sua freschezza discorsiva, l'interesse e l'attualità delle tematiche trattate, che continuano ad essere dibattute ieri come oggi con immutato entusiasmo da parte del grande pubblico.



 
ANNI '30: ALLA SCOPERTA DI ATLANTIDE

di Yambo - Enrico Novelli (Prima Parte)
 

Viaggi e avventure attraverso il tempo e lo spazio - Cap. V, VI e VII

Cap. V - Le esplorazioni sottomarine

Una spedizione alla scoperta dell’Atlantide?
Che cosa si sta preparando di nuovo per esplorare l’Oceano?
Una società scientifica danese, d’accordo col Governo di Copenaghen, sta preparando attivamente una spedizione sottomarina. Ha già fatto costruire una grossa nave, dal cui ponte, costruito secondo speciali disegni, scivolerà a tempo opportuno una sfera di acciaio ermeticamente chiusa: simile in tutto alla sfera che il prof. Piccard ha adoperato per il suo volo nella stratosfera.
Però, la sfera sottomarina avrà, naturalmente, pareti assai più robuste sostenute da speciali nervature metalliche e su la cui superficie si apriranno tre ampie finestre, munite di speciali cristalli, resistenti quanto le lastre di acciaio.
Nell’interno dell’apparecchio, di fronte ad una di queste finestre, verrà collocato un potentissimo riflettore che permetterà di poter fotografare il mondo sottomarino. L’intenzione degli animosi esploratori è di rimanere sott’acqua per almeno dodici ore e per questo si sta provvedendo l’apparecchio un quantitativo sufficiente di ossigeno. Come già è avvenuto per il tentativo del prof. Piccard, anche questa spedizione si fornirà di apparecchi ed strumenti scientifici sensibilissimi. Il costruttore del colossale globo è dal canto suo sicuro che la pressione marina nulla potrà contro questa massa di metallo temperato.
La sfera subacquea sarà in continua comunicazione telefonica con il personale della nave. Su quest’ultima, poi, verrà disposto uno speciale servizio di stenodattilografia, che non appena ricevute le notizie le trasmetterà a mezzo radio a tutto il mondo.
Fino a tutt’oggi non si conoscono ancora i nomi degli esploratori che prenderanno parte alla spedizione, ma a quanto si dice il numero dei nuovi Argonauti sarà limitato a tre.
Questa sfera, che chiameremo danese, potrà discendere a 860 metri sotto il livello del mare.
Ma sembra che anche nel Belgio si vada preparando una spedizione simile con un’altra sfera metallica che potrà scendere fino a mille metri. E l’America avrebbe quasi pronta una terza spedizione sottomarina, con una terza sfera: e sarebbero già stati scelti per la grande prova gli esploratori e scienziati Killiam Beebe ed Otis Bartom, detentori, per passati tentativi, del primato di cinquecento metri di profondità.
Naturalmente gli americani vorranno battere tutti i record e scendere almeno a milleduecento metri. Sarà possibile?
Certamente. Tutto è ormai possibile, oggi.
Qual è l’ostacolo maggiore da superare in una discesa negli abissi oceanici?
La pressione delle acque, che cresce in modo pauroso di metro in metro. Ma è evidente che se una sfera di acciaio è ben costruita e perfettamente connessa, può sfidare senza eccessivo pericolo la stretta formidabile delle acque, anche oltre i mille metri.
Tuttavia per esplorare il mondo sottomarino, basterà scendere a mille metri?
No certo. Sappiamo che nell’Atlantico e nel Pacifico si trovano depressioni enormi, profondità che lo scandaglio non ha ancora misurato, abissi di forse dieci e quindicimila metri. Ecco. Bisognerebbe poter trovare il fondo di quei baratri per poter dire di aver veramente esplorato nella sua massima estensione l’Oceano: per poter segnare i limiti precisi della vita organica sotto le acque e per compiere esperimenti e studi definitivi sulle condizioni fisiche degli strati abissali. Un fantasioso romanziere inglese, divenuto oggi il più soporifero dei filosofi , il Wells, ideò in certa sua novella avventurosa che nel fondo sottomarino, ben tappezzato di alghe e di animaluzzi fosforescenti, vivessero strani organismi, uomini e pesci, scintillanti in quell’acqua densa come il metallo; esseri misteriosi e spaventevoli condannati al silenzio eterno, fra rovine e avanzi di metropoli misteriose...
Le rovine di Atlantide?
Probabilmente il novelliere inglese ebbe l’idea di mettere, come sostegno della sua inverosimile umanità sottomarina, l’ossatura vulcanica e i residui materiali della grande isola atlantica, irta di montagne aguzze, cosparsa di immense città e di giganteschi monumenti che in un giorno lontano della preistoria sprofondò entro gli abissi dell’Oceano.
Ora che il problema delle esplorazioni sottomarine sembra avviato alla soluzione pratica, noi pensiamo che uno dei primi compiti da assolvere, uno dei più attraenti ed utili, sarebbe quello di ricercare e studiare le rovine dell’Atlantide.
Potrebbe la palla ideata dai costruttori danesi riuscire in questa stupenda impresa?
No certamente. La palla della società scientifica di Copenaghen non può discendere più giù di ottocento metri: e nel caso di cui parliamo occorrerebbe immergersi a due, e forse a tremila metri.
Ma il problema tecnico può risolversi: si tratta, in sostanza, di dare alle pareti della sfera sottomarina una grossezza ed un peso sufficienti a vincere la pressione: nulla di impossibile, con i procedimenti tecnici di oggi. Occorrerebbero, certo, grandi capitali. Eppure, chi sa che questo sforzo finanziario non costituisse un ottimo affare! Chi può dire quali tesori potrebbero essere trovati in mezzo alle cospicue rovine della terra atlantica?
Molti lettori, arrivati a questo punto sorrideranno scettici.
E se le rovine della terra atlantica non esistessero? Se l’Atlantide fosse semplicemente una invenzione dei romanzieri?
Ricorderemo agli scettici il racconto del vecchio sacerdote a Solone, nel Timeo di Platone:
"Voi come gli altri popoli, scrivete i racconti dei fatti, sui monumenti: ma, al tempo deciso dagli Dei, viene una inondazione che rovina il paese ed ecco i sopravvissuti a questa calamità privi del soccorso delle lettere e delle muse. Voi non ricordate che un solo diluvio mentre prima altri ne avvennero. Voi ignorate l’origine dei vostri antenati, razza eccellente ed illustre da cui ebbero origine gli Ateniesi, debole tronco sopravvissuto al diluvio universale.
I superstiti, per molte generazioni, morirono muti di lettere: ma novemila anni fa (9564 prima di Cristo) vi fu già un’altra repubblica degli Ateniesi. Fu questa che distrusse un grande esercito venuto per invadere l’Europa e l’Asia.
L’esercito si era mosso da oltre le Colonne d’Ercole, dall’Atlantide, un’isola più grande della Libia e dell’Asia riunite insieme, dominatrice, di qua dello stretto, della Libia sino all’Egitto e dell’Europa fino alla Tirrenia: e, di là, di altre isole e di parti del continente opposto costeggianti quel vasto mare.
Nel seguito dei tempi, sopravvennero grandi terremoti e inondazioni. Nello spazio di un sol giorno e di una notte tremenda, tutti i vostri guerrieri sprofondarono dentro la terra e similmente scomparve l’isola Atlantide assorbita dal mare; perciò ancora l’Oceano è in quei paraggi impraticabile e inesplorabile, essendo d’impedimento ai navigatori i bassifondi di fango formati dall’isola inabissata."
Ma in quel mare che Platone ricordava non più navigabile, e nel quale Ulisse aveva fatto dei remi ali al folle volo furono scoperte le isole Canarie soltanto nel 1291 dai Genovesi; e da un genovese e da un veneziano vennero scoperte quelle del Capo Verde nel 1456. Né altre se ne erano incontrare fino a quando la geniale tenacia di Cristoforo Colombo non toccò le isole dell’America Centrale. Il racconto platonico poteva dunque apparire ed apparve una favola, anche se nel corso dei secoli non mancarono buoni sostenitori di esso.
Lo ritengono ancora leggenda quanti non riescono ad abbandonare la tesi orientalistica e quelli che spaventati dalla vastità dell’Atlantico odierno, ricorrono allo stretto di Behring, e perfino alla Terra del Fuoco per cercare le vie precolombiane d’immigrazione dei popoli e dell’arte in America.
Anche il nostro compianto prof. Trombetti relegava decisamente nel regno delle favole l’esistenza dell’Atlantide ricordata da Platone.
Ma è incontrovertibile che gli scandagli delle navi inglesi Challenger e Dolphin definirono il profilo di un immenso altipiano sottomarino, esteso fra il 25° e il 50° di latitudine nord ed il 25° e il 50° di longitudine ovest, le cui più alte cime sarebbero rappresentate proprio dalle isole Bermude, dalle Azzorre e da Madera, ciò che avrebbe già affermato il gesuita P. Kircker, morto a Roma nel 1680. E la geologia e la sismologia non contrastano col racconto di Platone.
[Il processo all’Atlantide di Platone] Per il geologo Paolo Termier, la natura alpestre del fondo oceanico, a 500 miglia a nord delle Azzorre, con le rocce nude di lava vitrea non può essersi formata a 3000 metri d’acqua. Dove essersi coperta di lava vulcanica quando era ancora fuori d’acqua e sprofondarsi bruscamente dopo la emissione delle lave, nell’epoca che i geologi dicono attuale; per cui, secondo il Termier, non può essere facilmente relegata nel regno delle favole l’esistenza dell’Atlantide.
Anzi il racconto di Platone va sempre più affermandosi come "il primo capitolo della storia universale": ciò che ha voluto dimostrare Gennaro d’Amato in un suo volume, Il processo all’Atlantide di Platone, in cui, riattaccandosi alle molteplici e varie scoperte archeologiche e alle varie branche della scienza e della storia ed al suo intuito di artista, rafforzato da trent’anni di studi sull’argomento, ha preparato un sottile processo a tutta la letteratura favorevole e contraria al racconto platonico.
Ma intorno al grande mistero dell’Atlantide, c’è ancora altro e di meglio da dire.

Cap. VI - Fantasmi evocati dal sepolcro di Atlantide

Una visione apocalittica
[L’Atlantide di Demetrio Merezkowski] Quarant’anni sono, il grande Turgheniev ebbe una terribile visione, che poi volle descrivere in una superba lirica in prosa intitolata La fine del mondo. Oggi, Demetrio Merezkowski, insigne studioso, filosofo e poeta mistico, in una sua opera che cerca di penetrare e di illustrare il gran mistero dell’Occidente, ossia, l’Atlantide - Europa, rievoca la visione apocalittica del Turgheniev, chiamandola simile a quella dell’Atlantide. Infatti, è spaventoso l’incubo di quel gruppo di persone chiuse in una casa rimasta in seguito ad una frana sul ciglio di un precipizio. "È il mare! - balenò nella mente di noi tutti. - Ora sale e ci sommerge... Ma come può crescere e salire su per questa frana? - Eppure cresce, cresce enormemente... Un’unica onda mostruosa abbraccia tutto il cerchio dell’orizzonte. Si avventa di là contro di noi. Trae come un turbine gelido, rigurgita di un buio primordiale. Ogni cosa trema intorno, e là, in quella massa che si avventa, c’è schianto e fragore ed un latrato ferreo di mille fauci. Ah! Che rugghio e ululo! È la terra che geme di paura. È la sua fine! La fine di tutto!"
"Ora sappiamo che cosa significa questa visione - esclama Merezkowski - forse i nostri figli, i nipoti e i pronipoti apprenderanno ch’è la fine non soltanto della Russia..."
Che cosa ha il vecchio e saggio scrittore, esule in Francia, trovato intorno alla leggenda atlantica?
Egli si sforza, sulla scorta di Platone, di squarciare le tenebre del mito e dalle tombe dell’Oceano evoca l’Atlantide, la culla di una civiltà originaria, di cui si irraggiano i riflessi sul Messico e sull’Egitto, sparsi di piramidi quasi identiche. In uno studio su la nuova opera del Merezkowski, un attento e appassionato bibliofilo, Rinaldo Kufferle, scrive questi chiarimenti:
Si può dire che il Merezkowaki non abbia tralasciato né un indizio, né un’ipotesi, né una allusione, né un dato benché minimo, sia scientifico, sia poetico, sia teologico, sia mitico, al fine di ristabilire l’immagine di quel terrestre paradiso che s’inabissa con la prima umanità, e che ora più che mai par degno di meditazione.
"Chi l’ha creata, l’ha anche distrutta" sentenzia lo scettico Aristotile a proposito dell’Atlantide.
Ma stormi di uccelli migratori si radunano ogni anno là, dov’era l’Atlantide, roteano su l’acqua, cercano la terra, non la trovano, e parte di essi cade giù, esausta, mentre gli altri tornano indietro. Ciò che noi chiamiamo 'istinto' la profetica conoscenza - risonanza, l’anamnesia di Platone, è più forte negli animali che negli uomini: diecimila anni non sono per l’istinto che un minuto. L’antica patria, l’isola dei Beati, gli uccelli migratori la ricordano, come se fosse ieri, anche se gli uomini l’hanno già dimenticata.
"Credeva Cristoforo Colombo nell’esistenza dell’Atlantide? - si chiede Merezkowaki: - Se sì, come risulta dai suoi primi biografi, ad esempio il Gomara, si può dire che il Nuovo Mondo sia nato dalla sua fede."
La negazione, invece, si esaurisce nel suo ambito sterile.
I sondaggi eseguiti sullo scorcio del secolo scorso nella parte centrale e orientale dell’Oceano scoprirono la linea di una giogaia subacquea, il Dolphin’s Ridge (dal nome della nave americana Dolphin, che curò quei rilievi).
Dalle coste dell’Irlanda la cresta massiccia si estende alle Azzorre e alle isole di Tristan da Cunha, elevandosi in tre sporgenze di cui una si avvicina all’Europa, l’altra all’Africa, la terza all’America. Per la struttura geologica non è, forse, altro che un continente inabissatosi di colpo o gradualmente al termine del periodo glaciale. I suoi ultimi avanzi, le Antille a ovest, le Azzorre, le Canarie, le isole del Capo Verde ad est, cime di montagne sommerse, s’innalzano su la superficie dell’acqua, come colonne di un edificio crollato. I fenomeni sismici di quelle isole vulcaniche, l’alterno abbassarsi e sollevarsi del fondo atlantico in una zona inquieta di tremila chilometri di larghezza minacciano di continuo cataclismi terribili. È di ieri la tappa geologica che determinò la scomparsa dell’Atlantide. Al microscopio è visibile la differenza tra le lave che si solidificano all’aria e quelle che si rapprendono in un attimo nell’acqua. Inoltre c’è un dato periodo di tempo, di circa quindicimila anni, dopo il quale i cristalli lavici, sotto l’azione dell’acqua marina, si sgretolano. Le lave pescate al largo delle Azzorre, a circa novecento chilometri dalle isole, risultano formate all’aria e non sott’acqua, né si sono sgretolate. La loro origine è, dunque, anteriore a quindicimila anni e si può far coincidere con la fine dell’Atlantide, che, secondo Platone, risale a novemilaseicento anni avanti Cristo.
Edward Hull osserva che la flora e la fauna dei due emisferi confermano l’ipotesi geologica di un centro comune nell’Atlantico, dove s’iniziò la vita organica. La presente fauna dei quattro arcipelaghi, delle Azzorre, di Madera, delle Canarie e del Capo Verde, è in realtà continentale. Tra i molluschi esistono in quelle isole sopravvivenze di specie fossili del periodo glaciale europeo. Identiche sopravvivenze si conservano anche nel regno vegetale: a esempio, l’"Adiantum Reniforme", ormai estinto in Europa, ma noto in Portogallo nell’era del Pliocene, sussiste nelle isole Canarie e Azzorre.
Pierre Termier è indotto a concludere in favore di un continente atlantico legato alla penisola iberica, e all’Africa occidentale (Mauritania) ed esteso, ancora nel Miocene, fino alle Antille, e poi spezzato. La sua area superstite, che in seguito si sarebbe del pari sommersa, è, forse, l’Atlantide, di cui parla Platone.
Merezkowski non si ferma sul campo delle indagini degli scienziati positivi, ma interroga con l’ansia di un poeta il silenzio dei millenni e tesse la sua tenue eppur tenace ragnatela di remote rispondenze tra la Babilonia e il Messico e getta aerei ponti su l’Oceano. Fa convergere l’orrore dei naviganti dell’antichità sulla distesa d’alghe che nel dialogo del Timeo si presume emersa sul sepolcro dell’Atlantide, e che è il mare tenebrosum di Tacito, il "mar d’erbe" dei Fenici, l’ostacolo ai remi, di cui narra la cronaca paleomessicana di Cakchiquel, le secche o "brahé" di Aristotile. Su l’enigma di quel tragico rudere che offrì, forse, la sede a un regno superbo, il mistico scrittore incrocia anche l’anelito dell’Occidente e dell’Oriente verso la terra promessa.
"Non appena sbarcati sulla costa della Florida - favoleggia Merezkowski - i compagni di Colombo credendo che la terra scoperta fosse il paradiso terrestre e contenesse perciò l’elisir della vita, si precipitarono a cercarlo, e subito incontrandosi con gli indigeni dell’isola di Cuba che ignoravano gli europei e che erano venuti là, per le stesse ricerche".
Tra l’Eden sepolto e il sole e le stelle che si avvicendano in cielo rumoreggiano i flutti.
Nelle gesta degli Atlantici, nella folla della strage a scopo di conquista, Merezkowski vede la causa del castigo. Tutta ispida di punte, come il "mostro dell’abisso", l’Atlantide, già pronta a slanciarsi su l’Europa e su l’Asia, spiacque a Dio.
Sgozzata la vittima sull’ara, libato il sangue dell’offerta e indossate magnifiche vesti di un azzurro cupo, come quello dell’Oceano, i suoi dieci re sedevano intorno alla cenere tepente della vittima, dentro il sacrario dove tutti i lumi erano spenti, e solo il riverbero dei carboni che languivano sull’ara e lo scintillio delle stelle brillavano sull’oricalco della Legge. "Pace o guerra?": decidevano essi le sorti di due umanità, della loro e della nostra. C’erano, forse, anche tra di loro ciechi e veggenti, stolti e saggi. E quelli prevalsero e decisero la guerra, la guerra mondiale per l’egemonia mondiale.
Ma se un solo saggio era tra di loro, di certo, seduto là, dinanzi alla cenere della vittima, egli sapeva che tutta l’Atlantide sarebbe stata cenere e vittima.
Non vi parrebbe bello e desiderabile, dunque, che un qualche audace scienziato, cercatore di commozioni e di avventure, aiutato dai miracoli della meccanica moderna e soccorso dall’oro dei finanzieri delle cinque parti del mondo, scendesse nelle profondità dell’Atlantico, per ricercare le tracce di un mondo sommerso da ottanta secoli, in un cataclisma di grandezza biblica?

Le ricerche della vera Atlantide
I novellieri, i poeti, i così detti "narratori dell’impossibile" si sono sbizzarriti a creare ipotesi e fantasia su la vita degli Atlantei, nella immensa isola irta di montagne e di vulcani, tenebrosa di foreste impenetrabili, abitata da animali feroci e spaventevoli.
Ma dimenticando il racconto di Platone e le leggende greche, molti scrittori hanno collocato l’Atlantide nei luoghi più inverosimili: il Rudbeck ha creduto di ritrovare l’Atlantide in Scandinavia; il Latraille l’ha confinata nella Persia; il De Baer, convinto che il nome di Atlantide costituisca un simbolo, afferma che le dodici tribù ebraiche, rappresentano il popolo Atlanteo, e il cataclisma, di cui parlano le tradizioni, corrisponderebbe appuntò alla distruzione di Sodoma e Gomorra; il Bally nel 1779 collocò l’Atlantide in Mongolia; la maggior parte però di coloro che si sono occupati e si occupano del problema ha supposto che l’Atlantide formasse una parte dell’America; così Oviedo, e dopo di lui Buffon, MacCulloc, il De Pawn e altri. Il Berlioux ha sostenuto invece che una parte del dominio degli Atlantei fosse nel Marocco e una parte in Europa e in altre regioni dell’Africa.
A quest’ultima ipotesi si è tenuto il romanziere Benoit, scrivendo il suo fortunato romanzo "Atlantide". Alla ipotesi della grande isola atlantica si tennero invece molti altri scrittori tra i quali vorrei rammentare, se la modestia non me lo impedisse, il sottoscritto, autore di un racconto, Atlantide, pubblicato moltissimi anni or sono. Ma è meglio non rammentare... casi personali.
Vogliamo ora, dopo queste premesse, tentare di ritrovare davvero gli aspetti e le caratteristiche di questo mondo scomparso?
Facciamoci trasportare oltre l’isola di Madera, al largo dell’Atlantico: chiudiamoci in una ipotetica palla sottomarina e scendiamo nel gorgo, fino a duemila metri...

Cap. VII - Il segreto del mare dei Sargassi
Nell’ora che scriviamo (1931) riaffiorano alla superficie dell’Oceano isolette che i geografi fantasiosi vanno già considerando come parte del continente atlante, risospinte verso l’alto da una qualche improvvisa convulsione plutonica.
L’Atlantide risorgerebbe; il vasto spazio acqueo compreso fra le coste d’America e d’Europa, di qui a un tempo relativamente breve tornerebbe a colmarsi, restituendo alla vita l’immensa isola che da diecine di secoli giace nel fondo dell’Oceano. Già si accendono ambizioni di conquista su queste reliquie risorgenti dall’Atlantico: navi brasiliane e navi inglesi gareggiano in velocità per arrivare alle nuove isolette e piantare fra le rocce la bandiera delle rispettive Nazioni come titolo di possesso. Non avremo la guerra per l’Atlantide, ma pure a qualche complicazione diplomatica arriveremo: sarà un modo come un altro per far rivivere dinanzi alla gente frettolosa e distratta del XX secolo la immensa tragedia della preistoria, paragonabile solo al cataclisma biblico del diluvio.
Le isole furono avvistate la prima volta dal capitano del piroscafo inglese "Lelande" e per tale ragione il Governo inglese ordinò all’incrociatore che si trovava in quei giorni a Georgetown, nella Guaiana inglese, di prendere possesso delle isole in nome dell’Inghilterra, piantandovi la bandiera inglese.
Il Governo brasiliano ordinò a sua volta che un incrociatore partisse da Rio Janeiro e andasse a piantare la bandiera brasiliana sulle isole che, trovandosi nelle vicinanze della costa del Brasile e più precisamente presso le rocce di San Pietro e Paolo, spettano di diritto a questa Nazione.
Ma anche la Francia potrà essere interessata nel possesso delle due isole, poiché esse si trovano lungo la linea d’aviazione fra l’Europa e il Brasile.
Il capitano Radler de Aquino, un bravo navigatore, ha espresso la convinzione che le isole siano di origine vulcanica, stante la profondità dell’Oceano in quei luoghi e stante il tremore continuo che agita le rocce di San Pietro e Paolo.
Egli ha soggiunto che il 30 settembre dell’anno 1930 il piroscafo brasiliano Blemont, passando sul luogo ove ora sono le due isole, fu scosso da un formidabile tremore che infranse tutti i vetri della nave. Probabilmente, altre isole sorgeranno tra poco in quei paraggi.

Il mare dei Sargassi
Una volta gli studiosi credevano che una prova indiretta dell’esistenza del continente atlante fosse il mare dei Sargassi: quella coltre di alghe che fluttua sulla superficie dell’Atlantico per alcuni milioni di miglia quadrate... Certo, il trovare un gran tappeto d’erbe nel mezzo d’un Oceano non è cosa facilmente spiegabile: e lo stesso Cristoforo Colombo, nel suo ardimentoso viaggio verso l’ignoto, quando si trovò a tagliare con la prua delle sue caravelle il tessuto oscuro delle alghe fucacee, ebbe a provare momenti di indecisione e di inquietudine. Conviene dir subito che il cosiddetto Mar dei Sargassi è costituito da piante acquatiche e da altri materiali galleggianti trasportati dai fiumi: e che perciò sarebbe difficile, scientificamente, trovare un nesso fra questa immensa prateria marina e l’inabissata terra dell’Atlantide. Quante storie oscure e paurose, quante leggende sinistre intorno al mare dei Sargassi!
I capitani dei vecchi legni a vela ne avevano un sacro terrore.
Guai ad incapparvi dentro! Pensate un po’: tutte le navi che nel corso dei secoli avevano fatto naufragio nell’Atlantico, erano state, via via, da misteriose correnti trascinate fin là, in quel largo specchio d’acqua a nord est delle Antille e lì s’erano fermate, affiorando alla superficie, strette bordo a bordo in un viluppo inestricabile di alberature mozze e schiantate, di gomene e di sartie intrecciate, di carene capovolte...
Era quello il cimitero, l’enorme fantastico cimitero delle navi perdute entro l’immenso Oceano: era il convegno eterno, la lugubre adunata dei morti del mare; era il segno tragico dell’olocausto, che l’Atlantico aveva preteso e pretendeva dagli audaci che ne sfidavano a cuor leggero le furibonde collere...
Alla larga, dunque, per l’amor di Dio, o nocchiero, da quel famoso Mar dei Sargassi!
Tieni l’occhio fermo alla rotta sicura e non lasciarti ingannare o distrarre. Reggi il timone con mano ferma. Bada a non cedere ad improvvise seduzioni e strani richiami. Laggiù è la morte.

Il mistero
...E nessuno aveva mai osato di cacciare la prua entro le acque proibite. Passavano al largo, i marinai, e vedendo lontano affiorare i viluppi strani, si scoprivano il capo e borbottavano tra i denti la preghiera dei defunti...
La curiosità degli uomini però sfida anche la morte e sa vincere, se proprio lo vuole, il rispetto dell’ignoto. Sicché un bel giorno accadde che un navarca di fegato volle veder chiaro in questo affare del Mar dei Sargassi.
Audacemente drizzò la prua verso la desolata prateria e vi si cacciò risolutamente. Il vuoto lugubre del cimitero dei naufragi svanì d’incanto.
Quello che si supponeva fosse un caotico ammasso di poveri resti, di miseri rottami, quello che passava per il sinistro deposito di tante tragedie marine era invece un semplice groviglio di alghe: una coltre vegetale che copriva quattro milioni di miglia quadrate di Oceano!
Grazie soprattutto alle ultime spedizioni scientifiche - da ricordarsi quelle dell’oceanografo danese Schmidt, e quella promossa nel 1925 dalla Zoological Society di New York, diretta dal dottor William Beebe, con la nave Arcturus, una gran parte della verità nel misterioso mare è ora conosciuta.
Intanto, non è vero che la distesa della praterie sia continua: sembra piuttosto che i sargassi siano distribuiti in lunghi e larghi isolotti, dei quali - cosi scrive il prof. Ferruccio Rizzatti - mentre taluno si distende a perdita d’occhio, i più sono limitati da canali cui nulla ostacola la navigazione.
"Infine - aggiunge il prof. Rizzatti - le praterie del mare non sono un fenomeno esclusivo dell’Atlantico centrale. Naturalisti e pescatori costieri conoscono bene il plankton, questa 'polvere vivente del mare', fatta di microrganismi vegetali e animali, dei quali sono grande parte ammassi enormi di diatomee, le alghe verdi microscopiche a guscio siliceo che servono di nutrimento principale ai pesci pelagici. Ed è pur noto che le migrazioni dei pesci commestibili sono spesso funzione della deriva dei banchi di plankton. Certo è pure che i sargassi rinserrano quantità enormi di sostanze chimiche preziose non utilizzate: clorati, solfati, iodio, bromo, ecc."
L’Arcturus era una nave meravigliosamente adatta allo scopo. Una specie di piattaforma quasi a fior di acqua sporgeva dalla sua prora e permetteva, quando il tempo era calmo, il dragaggio. Una passerella lungo i fianchi della nave consentiva osservazioni dirette e fotografie. Un magnifico laboratorio a grandi vetrate sul ponte, acquari spaziosi a scompartimenti, camere oscure per lo studio degli animali luminosi, canotti a fondo piatto formato da una grande e resistente lastra di vetro di trasparenza perfetta, quanto di migliore e di più perfetto si sa costruire in fatto di reti, di nasse elettriche, e d’altri arnesi da pesca, scafandri perfezionatissimi, facevano della grande e bella nave, lunga ottanta metri, una e vera meraviglia del genere.
Della spedizione facevano parte alcune signore, quasi tutte mogli degli oceanografi imbarcati sull’Arcturus, oceanografe distinte esse stesse.
I risultati della spedizione dell’Arcturus superarono ogni speranza anche dal punto di vista zoologico. Essa rivelò, infatti, l’esistenza e gli usi e i costumi di organismi sino ad ora quasi sconosciuti, o addirittura ignorati.
Furono pescate specie sopravvissute dei tempi geologici: pesci bizzarri dalle natatoie prensili, a forma di mani, delle quali essi si servono per arrampicarsi lungo gli steli delle alghe sino ai loro nidi, fatti d’una specie di colla trasparente emessa da glandole del corpo; gamberi dagli occhi fosforescenti, dal corpo coperto di placche luminose; specie di patelle dal nicchio tormentato, con tentacoli da polpi; polpi e pesci con gli occhi sporgenti, cilindroidi, a telescopio; polpi ornati da numerosi organi fosforescenti formanti una specie di diadema di pietre preziose scintillanti; cetrioli marini a mille piedi; vermi dalla testa munita di una gola enorme, e dal corpo traslucido; radiolari dalle forme artistiche più strane ed impreviste spugne che sembrano fatte di cristallo di rocca limpido e di vetro filato; crinoidi meravigliosi appartenenti a generi creduti estinti; e infine piovre, piovre gigantesche e mostruose, tali da confermare le così dette leggende millenarie.
Ritornando all’argomento di questo capitolo: oltre la leggenda di Platone e le induzioni degli scienziati: oltre il Mar dei Sargassi e le isolette vulcaniche scaturite all’improvviso nell’Oceano, quale prova convincente si potrebbe trovare dell’esistenza preistorica dell’Atlantide?
Dicemmo già che bisognerebbe scendere a duemila metri sotto il livello dell’Atlantico, nei dintorni delle isole Azzorre: forse in quei bassifondi sottomarini, le tracce del continente inabissato si troverebbero...
Racconteremo, a questo proposito, la storia di una certa mummia... di 8000 anni sono.

fine Prima Parte
vedi: Seconda Parte


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