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n° 8 Mar./Apr. 2003

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RECENSIONI
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Da sempre Atlantide, il leggendario continente perduto descritto per la prima volta da Platone, suscita interesse e curiosità, ma stimola anche accesi dibattiti e forti polemiche. Nel suo recente ATLANTIDE: Una controversia scientifica da Colombo a Darwin (Carocci Editore, Roma 2002) Marco Ciardi, specialista di Storia della Scienza presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Bologna, ricostruisce in maniera rigorosa e con i più aggiornati criteri storiografici la controversia sull’esistenza di Atlantide nel periodo compreso fra la scoperta dell’America da parte di Colombo e ricerche di Darwin sull’evoluzione delle specie. Legata a problematiche della massima importanza, come la storia della Terra e l’origine dell’uomo, la discussione attorno alla veridicità del mito platonico coinvolse alcuni dei più importanti filosofi, scienziati ed intellettuali dell’età moderna. Lo studio di Atlantide fu da molti ritenuto un ambito di ricerca assolutamente degno di considerazione scientifica e riconosciuto a livello istituzionale. Ricco di particolari e di episodi inediti, il libro di Ciardi costituisce un affascinante viaggio tra le conquiste della scienza ed i miti dell’antichità.
Sullo stesso tema, ma di taglio assolutamente diverso, è MEMORIE DI ATLANTIDEI (Edizioni Atlan, Cesena 2000) a cura di Annamaria Mandelli ed Egidio Tullio, che può definirsi tutto fuorché un saggio o testo convenzionale, scritto com’è "con l’intento di ricostruire la storia di Atlantide per far riaffiorare tutte le conoscenze ad essa collegate". Ma in quale modo? Dedicato in una ottica palesemente New Age "a tutte le persone che hanno il coraggio di sognare", questo libro provocatorio costituisce una sorta di "sogno" atto ad evocare nei lettori sensazioni di stranezza e familiarità e più di un volume quest’opera potrebbe essere vista e considerata come "una specie di manuale per una macchina del tempo", come viene suggerito.
Quale tempo? Poco importa. È certamente un archetipo, insito nella nostra memoria psichica. La provocazione al lettore è: "Se lo leggi, sicuramente c’eri anche tu. Quindi, come lo hai vissuto e come te lo ricordi?". Secondo gli autori sarebbe la nostra stessa evoluzione personale e interiore che ci permetterebbe di comprendere ed apprezzare (ovvero di ricordare) l’archetipo impiantato in noi in un "altroquando" e in un "altrodove". Come? Attraverso l’intuizione, l’attività onirica, il "channeling" e quant’altro. Naturalmente su tale impostazione si potrà dissentire in toto, ma fatto sta che il libro, preparato e pubblicato da una "associazione Atlan" che "si propone di contribuire al risveglio della memoria collettiva affinché l’umanità ritorni al livello di splendore evolutivi che ebbe all’epoca questa civiltà, realizzando gli ideali veri di solidarietà umana, fratellanza, pace ed amore" costituisce un "caso" indiscutibilmente sui generis. Che non può non essere menzionato.

"Ammirazione ed apprezzamento esprimo anche a nome di Giovanni Paolo II per il Suo impegnativo lavoro di ricerca sulla venerabile reliquia del titulus crucis. Davvero questo muto testimone della passione di Nostro Signore è il simbolo dei duemila anni dalla nascita di Gesù" ha scritto all’autore Michael Hesemann dal Vaticano Stanislaus Dziwisz con riferimento al suo libro TITULUS CRUCIS: La scoperta dell’iscrizione posta sulla croce di Gesù (Ed. San Paolo, Cinisello Balsamo 2000). Al riguardo il Vangelo di Giovanni è preciso fino al dettaglio: "Pilato compose l’iscrizione e la fece porre sulla croce. Vi era scritto: 'Gesù il Nazareno, il re dei Giudei'. Era scritta in Ebraico, in Latino e in Greco" (Giovanni 19, 19-20). È questo il "titulus crucis" trovato da Sant’Elena madre dell’imperatore Costantino e conservato a Roma nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme. Colpito dal valore documentale e simbolico dell’antica tavoletta, il tedesco Michael Hesemann ha voluto verificare i dati della tradizione con indagini incrociate di carattere medico e scientifico. Con sorpresa crescente ha potuto constatare che le varie indicazioni risultano concordi: il legno è certamente precedente al IV secolo dell’Era Volgare, il tipo di scrittura è quello utilizzato ai tempi di Gesù Cristo, il testo della scritta corrisponde proprio a quello riportata nel Vangelo di Giovanni. Si impone allora la conclusione: la tavoletta conservata a Santa Croce in Gerusalemme è davvero il "titulus crucis", l’iscrizione posta dai Romani sulla croce di Cristo? Come rileva nella prefazione al volume Carsten Peter Thiede: "non c’è alcun momento storico in cui possa essersi verificato un evento esterno tale da giustificare la sua ‘fabbricazione’. Con un’unica eccezione, appunto: le ore precedenti la crocifissione di Gesù". Questo spiega perché l’opera di Hesemann abbia avuto grande eco nel mondo, riproponendo l’incontro con l'"uomo della croce".

"Accabadora" è parola attualmente quasi sconosciuta in Sardegna, significando "accoppatrice", "finitrice". Compito pietoso delle "accabadoras" era dunque di donare la buona morte agli individui soggetti a lunga e dolorosa agonia. Eutanasia, dunque. Eutanasia, in questo caso, di molte, troppe teorie sulle costruzioni nuragiche sarde che nonostante la loro inconsistenza logica, culturale, storica e soprattutto costruttiva, tardano a morire. Di farlo si occupa Franco Laner, docente di Tecnologia dell’architettura presso l’Istituto universitario di architettura di Venezia nel suo volume ACCABADORA: tecnologia delle costruzioni nuragiche (Ed. FrancoAngeli, Milano 1999), un libro che suona davvero rintocchi a morto per le teorie più convenzionali e "classiche" al riguardo. Il testo si occupa essenzialmente della costruzione dei nuraghi, pozzi e fonti, tombe di giganti. Ma è possibile occuparsi di atti tecnici senza conoscere gli atti mentali che li hanno provocati? È possibile distinguere il risultato di una pietra sopra un’altra pietra dal pensiero che le ha poste in opera? Una cultura si esprime anche attraverso l’ambiente costruito.
Così come dall’ambiente costruito si può risalire alla cultura che lo ha espresso anche se non è ora facile far parlare le pietre. Le varie interpretazioni che i monumenti nuragici hanno finora suggerito sono assai modeste, a cominciare dalle teorie che assegnano ai nuraghi - nonostante la risibilità degli assunti - una funzione militare, provocando a catena distorsioni e fuorvianze che mortificano non solo nuovi studi ed acquisizioni, ma soprattutto la stessa cultura storica sarda.
"Accabadora", dunque, soprattutto di ciò che non è sostenibile dal punto di vista tecnico-costruttivo o statico-strutturale, dove si perpetuano luoghi comuni ed affermazioni acritiche, proprie di chi non ha il senso del grave e non percepisce l’incessante lotta e i contrasti artificialmente apposti affinché le pietre non tornino a terra.
Nelle costruzioni nuragiche sono congelate tecnologie costruttive assai raffi nate, nonostante la rozzezza del materiale, le quali - una volta svelate, ci fanno apparire il Nuragico come un gigante. Insomma, troppe cose non convincono. È necessario ricominciare su altre basi e la prima è sicuramente quella di allargare il recinto degli scavi a studiosi di altre discipline, non solo a parole o per atteggiamento. Il recinto degli scavi dovrebbe diventare il crocevia delle discipline della natura e dello spirito. Dovrebbero, in esso, trovare sintesi il pensiero e la materia. Solo così il mondo nuragico potrà, verosimilmente, schiudersi e appartenerci.

Quale segreto si cela negli oscuri sotterranei del castello di Gisors? Che cosa vi hanno nascosto i Templari, l’ordine religioso più misterioso della storia occidentale? Da quando Filippo il Bello decise di distruggerli, nel 1307, per impadronirsi delle loro ricchezze, sono stati per secoli al centro di uno dei più controversi e intricati enigmi della cristianità e la loro improvvisa scomparsa non è mai stata affrontata e spiegata in maniera definitiva. Ma ecco finalmente, con il libro di Jean Markale I TEMPLARI: custodi di un mistero (Ed. Sperling & Kupfer, Milano 2000), un’indagine accurata e approfondita che cerca di fornire risposte sicure, distinguendo con chiarezza i fatti inconfutabili dalle pure ipotesi, la verità storica dalla leggenda. Il loro segno distintivo: un mantello bianco con una croce rossa; gli ideali: pietà e spirito cavalleresco; la sede: un palazzo nei pressi dei resti del Tempio di Salomone in Palestina. Fondato con lo scopo di proteggere i pellegrini in Terrasanta contro gli attacchi degli infedeli, l’Ordine del Tempio si trasformò in una vera e propria potenza, pericolosamente in conflitto con il re di Francia.
Messi sotto tortura dall’Inquisizione, i Cavalieri di Cristo furono così costretti a confessare una serie di crimini, accusati di praticare un culto proibito e messi al rogo. Si concludeva così una parabola inquietante e fitta di misteri, che oggi sembrano confluire tutti nella fortezza di Gisors... E forse proprio in quei sotterranei, in cui tanti si sono "perduti" nella loro ricerca mirante a sciogliere un nodo che resisteva ai secoli, si nasconde la loro verità.

Una ricostruzione affascinante e di straordinario spessore, arricchita da un interessante inserto fotografico e condotta con la suspence di un libro giallo e il rigore di una ricerca storica, che trasporta il lettore in un universo suggestivo e appassionante rivelando una serie di sconvolgenti e inedite scoperte. Le antichissime popolazioni autoctone dell’Australia conservano ancora oggi le tradizioni, le credenze mistiche e i costumi della più lontana preistoria. Nel suo GLI ABORIGENI AUSTRALIANI (Xenia Tascabili, Milano 1996) Vittorio Di Cesare illustra più che esaurientemente il problema delle origini e della storia millenaria degli indigeni del continente australiano e i loro suggestivi miti sull’origine e la fine del mondo. Ma affronta altresì i temi dell’organizzazione sociale, dell’iniziazione dei giovani e della magia aborigena. Un testo concentrato ed esauriente, estremamente godibile.

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