
CINEMA, MITO E REALTÀ
Archeomisteri n° 18 Novembre/Dicembre 2004

Editoriale di Roberto Pinotti Segretario del CIRPET
"Arcturus, rex quondam, rexque futurus" ...
Il mito di Re Artù ha fatto scrivere di sé autori di ogni genere, dal Medio Evo in poi. Nulla di strano, dunque, che anche lo schermo cinematografico ci proponga un nuovo approccio a questa leggenda. Solo che stavolta la mitica Excalibur viene sostituita con il gladium dei legionari romani. Sì, perché il nuovo kolossal "King Arthur" diretto dal regista americano Antoine Fuqua, segnalatosi col precedente "Training Day", rivisita il mito in chiave storica, facendo appunto di Artù un generale romano in Britannia in lotta con gli invasori Sassoni.
Poi, grandi scene di battaglia come in Il Gladiatore, cavalieri non propriamente senza macchia e senza paura, e come se non bastasse una Ginevra estremamente diversa e nel ruolo di un’amazzone guerriera.
Tutto ciò potrà anche sconcertare ed essere magari considerato un po’ dissacrante nei confronti della tradizione, ma il fatto è che è l’immagine trasmessaci finora a restare decisamente poco realistica. In effetti, è assai probabile che il vero Artù fosse ben diverso dal cliché adattatogli da poeti e trovatori medioevali. Il re di Avalon, al contrario, era con ogni probabilità proprio un dux bellorum di stirpe romana e il suo nome era Artorius. Nel VI secolo dopo Cristo, in una Britannia abbandonata a sé stessa in quanto le potenti guarnigioni romane erano state ritirate dall’isola dopo che il governo imperiale quasi incredulo dell’avvenuto sacco di Roma aveva deciso di rinunciare a difendere le province più remote del troppo vasto impero.
Su un’Inghilterra caratterizzata da Celti romanizzati e cristianizzati che parlavano i loro dialetti ma che scrivevano in latino si scagliarono dunque le torme degli Angli e dei Sassoni aggressivi e pagani, con diverse invasioni che li videro dilagare in tutto il paese mentre la popolazione autoctona si ritirava nel Galles. Dell’Artù storico, per quanto è dato di sapere, fa espressa menzione per primo il bardo Aneirin nel suo Y Gododdin (V-VI secolo d.C.), il cui testo è incentrato su una battaglia combattuta dai Britanni contro gli Angli a Catraeth (forse l’odierna Catterick, nello Yorkshire). Artorius, contrariamente ad ogni cliché, portava i capelli corti e la barba rasata, avendo con ogni probabilità rivestito un qualche ruolo di comando all’interno delle armate imperiali.
Da escludere invece che avesse una anche pur remota parentela con i barbari Pitti e Scoti le cui incursioni avevano precedentemente indotto i Romani a costruire il Vallum Adriani fra Inghilterra e Scozia. No. Di lui si parla anche dei gallesi il Libro di Taliesin e il Libro Nero di Carmarthen. E nel 518 gli Annales Cambriae (960-980) confermano la sua esistenza ricordandolo per la battaglia combattuta a Badon "portando la croce di Cristo".
Successivamente lo cita Nennio nella sua Historia Brittonum e così pure Gildas (metà del VI secolo) e anche il ben noto Beda il venerabile.
Artorius sapeva certo combattere avendo militato in quella possente macchina da guerra che era stato l’esercito imperiale di Roma, ed era indubbiamente un condottiero all’altezza della situazione.
Difese la sua gente col ferro del suo gladio e il coraggio dei suoi seguaci e lasciò una meritata impronta delle sue gesta in un’epoca buia in cui il crollo delle vecchie realtà creò i presupposti per l’affermazione di nuove istituzioni, incubando i concetti ripresi poi dalla Cavalleria. Il resto - dalla Spada nella Roccia alla Tavola Rodonda e da Avalon alla cerca del Graal - è in buona parte leggenda e poesia.
Anche se non del tutto, beninteso. E oggi si cerca di fare i dovuti distinguo anche a Hollywood. Perché no?
Venendo a noi, questo numero di Archeomisteri è abbastanza ricco e stimolante. L’Egitto fa ancora la parte del leone, stavolta con gli articoli di Massimo Barbetta e di Michele Manher rispettivamente dedicati al dio Atum e lo spazio profondo e ad un davvero insolito presunto "feto" inumato nella Valle delle Regine. Ma abbiamo poi un approccio alle tecniche di datazione mediante il Radiocarbonio di Ferdinando Catalano e Francesco Arduini, una ricostruzione delle ultime ore di Plinio a cura di Flavio e Ferruccio Russo, un affascinante excursus sui misteri della Valtellina di Tommaso Peruzzi, una ulteriore rivisitazione del rompicapo costituito dal "Disco di Nebra" di Diego Baratono, un affascinante diario di viaggio e di esplorazione sulle orme di Percy Fawcett e Timothy Paterson realizzato in Brasile da Margherita Detomas e la prima parte di uno studio sulle tradizioni senza tempo relative ai fantasmi di P. C.. Infine un originale contributo di Enrico Baccarini per "Con gli occhi di ieri", tante News e le consuete rubriche.
Buona lettura!

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