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SENSO DI RESPONSABILITÀ
Archeomisteri n° 16 Luglio/Agosto 2004


Editoriale di Roberto Pinotti
Segretario del CIRPET


Anche se il suo posizionamento è talmente perfetto che la lama di un coltello non è in grado di inserirsi fra essa e i blocchi che la circondano, una profonda incisione lunga 15 centimetri e larga 4, probabilmente realizzata proprio con un coltello, uno scalpello, un cacciavite ovvero un grosso chiodo, ha causato un vistoso danno alla superficie della famosa "Piena dai dodici angoli" nelle mura megalitiche della città andina di Cuzco, già capitale dell'Impero Inca. Capolavoro e rompicapo ingegneristico come pochi, ritenuto tale da avere anche particolari proprietà energetiche, per le sue peculiari caratteristiche il grande blocco litico è assurto a simbolo nazionale e si è trasformato in una delle principali attrazioni turistiche della odierna capitale del Perù. Il portavoce dell'Istituto Nazionale di Cultura (INC) peruviano, Ramiro Canal, ha precisato che sulla piena sono anche stati effettuati sette piccoli fori. E il danno effettuato, purtroppo, non è restaurabile, in quanto schegge e frammenti caduti dal blocco durante l'atto vandalico non sono stati recuperati. La anonima "bravata" è stata effettuata con estrema facilità, in quanto il blocco fa parte di un antico palazzo incaico poi inglobato nei muri esterni del Palazzo dell'Arcivescovo di Cuzco, e non ha protezione di sorta dalle frotte di turisti che quotidianamente lo visitano ammassandovisi contro. Non c'è neanche bisogno di dire che l'archeologia mondiale grida comprensibilmente allo scandalo, memore di altri scempi realizzati ultimamente ai danni di altre antichità peruviane: si va dai danni subiti da alcune delle misteriose Linee di Nazca nella omonima piana alla meridiana di pietra di Machu Picchu, scheggiata da una gru nel corso delle riprese per pubblicizzare una marca di birra. In realtà, comunque, si potrebbe aggiungere che non c'è nulla di nuovo sotto il sole. Quando chi scrive, negli anni Settanta, si recò a visitare con reverenziale rispetto e ammirazione il sito di Stonehenge, il famoso cromlech dell'Inghilterra meridionale, i megaliti in questione erano raggiungibili senza problemi né protezioni, consentendo al turista il contatto fisico con il monumento. Ma ricordo anche la giustificata costernazione dei custodi inglesi per avere scoperto su una delle grandi pietre un "graffito" realizzato mediante un bomboletta spray. E infatti oggi a Stonehenge si accede con visite guidate, ed il monumento, debitamente transennato, non è più "a portata di mano", come a questo punto è giusto che sia. Qualcuno dirà forse che stiamo scoprendo l'acqua calda, perché, come suoi dirsi, la madre degli imbecilli è sempre incinta e qualunque monumento, più o meno, finisce col venire lordato da nomi, simboli, date e massime di turisti deficienti che - vista la totale mancanza di rispetto per quanto visitano - potrebbero e dovrebbero starsene piuttosto a casa, mentre il folle intenzionato a sfregiare un'opera d'arte (a cominciare dal caso della Gioconda al Louvre) per attirare l'attenzione su di sé va purtroppo messo in conto. Per non parlare poi della millenaria tradizione dei violatori di tombe, dall'Egitto faraonico in poi. Sia pure. Ma questo introduce un altro discorso, di tutt'altro che irrilevante portata. Stando così le cose, quanto è in effetti opportuno comunicare ritrovamenti la cui notorietà può poi metterli in qualche modo a rischio? Il problema, da noi, si pone da tempo in particolar modo con le necropoli etrusche, com'è noto. Dalla pianura padana alla regione partenopea, e specie in Toscana e Lazio, legioni di tombaroli da sempre saccheggiano come e quando possono siti collegati a tale cultura pre-romana che si trasformano per loro in miniere di ghiotti "pezzi" variamente collocabili sul "mercato nero" dell'archeologia. Orbene, stando così le cose, cosa direste se un bel giorno venisse ufficialmente reso noto che un sito archeologico etrusco senza precedenti e prima sconosciuto è stato scoperto in Italia in questa o quella località? Sicuramente una tale dichiarazione esporrebbe la zona a vari e ripetuti tentativi di saccheggio indiscriminato. Va dunque da sé che una tale notizia dovrebbe essere resa di pubblico dominio solo quando e se il controllo del territorio da parte delle Autorità - dal personale dei Beni Culturali a quello delle Forze dell'Ordine - fosse totale e completo, sì da non mettere a rischio il patrimonio archeologico in questione. E se il controllo non c'è o non c'è ancora, dunque, è allora preferibile tacere.
È, questo, il caso della notizia diffusa il maggio scorso secondo cui saremmo alla vigilia della scoperta della leggendaria Gamars, la città-stato etrusca retta dal lucumone Porsenna che nel VI secolo a.C. si scontrò militarmente con Roma per riportare sul trono dell'Urbe l'indesiderato ed esiliato monarca Tarquinio il Superbo. Oltre al ben noto episodio di Muzio Scevola, gli storiografì romani (cfr. Plinio il Vecchio) ci dicono che la tomba del re di Gamars Porsenna si sviluppava in un labirinto di oltre 90 metri quadrati sormontato da alcune piramidi, che all'interno, secondo la leggenda, avrebbe ospitato un carro da guerra in oro con dodici cavalli nonché una gallina con cinquemila pulcini realizzati nello stesso prezioso metallo. Oggi la dichiarazione che "sulle colline toscane nei pressi di Firenze" (o per meglio dire, sotto di esse) potrebbe esservi tutto questo, seppur minimamente fondata, ci sembra pertanto, se non riduttivamente sensazionalistica, quanto meno del tutto intempestiva e atta solo ad allertare pericolosamente schiere vandaliche di saccheggiatori da strapazzo che è bene stiano invece a casa. E poi, sia chiaro, le cose non stanno affatto come qualcuno le ha diffuse. Se infatti possiamo confermare che la notizia ha la sua ragion d'essere, diciamo allora però che le "colline toscane nei dintorni di Firenze" (su cui semmai, storicamente, troviamo l'importante centro etrusco pre-fìorentino di Fiesole) c'entrano poco o nulla. La vasta zona in questione è infatti pianeggiante e compresa, ben oltre il centro di Gonfìenti nella pianura di Calenzano-Prato, lungo la direttrice da Firenze a Bologna (altra città-stato etrusca, Felsina, in prossimità della quale abbiamo la necropoli di Marzabotto). E con questo basta, per piacere. Almeno per il momento, chi sa qualcosa di più (proprio perché operante nell'ambiente universitario e della locale Soprintendenza alle Antichità), ad evitare l'assalto generalizzato di indesiderati predatori senza scrupoli alla caccia dell'oro perduto della tomba di Porsenna, è davvero bene che taccia tenendosi lontano da media compiacenti e dimostrando così quel minimo di senso di responsabilità di cui dovrebbe dare prova. E che noi da sempre abbiamo.

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