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Il "sacco" del museo dell'Iraq: dove sono le "Pile di Bagdad"?
Editoriale di Roberto Pinotti Segretario del CIRPET

Eccezionalmente, l'Editoriale che vi accingete a leggere presenta stavolta connotazioni decisamente politiche, ma - sia chiaro - tutt'altro che di parte, in quanto com'è giusto non intende fare sconti, nel quadro geopolitico attuale, alle responsabilità di nessuno. E stavolta deve necessariamente esserlo, visto che la politica sta ignobilmente brutalizzando la tradizione, la storia, la cultura e il buon senso. E ciò non può certo essere passato sotto silenzio. La guerra "unilaterale" in Iraq - poi fortunatamente dimostratasi poco più di un intervento di polizia internazionale - ha comunque avuto una serie di effetti, previsti ed imprevisti. Ha rivelato così la nuova Russia di Putin alle prese con la Cecenia e amica degli Stati Uniti ma nondimeno ancora erede suo malgrado della vecchia politica di potenza dell'ex-URSS, complice dei peggiori regimi islamici; uno Schroeder imbelle e contraddittorio che per non deludere l'elettorato ha recitato grottescamente la parte del pacifista pur consentendo agli USA (come la tanto criticata Italia) il pieno e incondizionato uso delle basi per il conflitto; uno Chirac farisaicamente paladino delle Nazioni Unite ma compromesso in realtà fino al collo anche a livello personale nel business petrolifero; un Bush arrogante e malcelata espressione del "'Complesso Militare-Industriale" statunitense che ha comunque imposto, con i Marines e senza stile (vincendo ma non certo convincendo), il diktat "imperiale" del Nuovo Ordine Mondiale USA prevedente il controllo da parte di Washington del petrolio del Golfo; un Blair che ha mostrato definitivamente il ruolo patetico di semplice gregario dell'America assunto in Europa dall'Inghilterra; un Aznar e un Berlusconi seppur subalterni "colpevoli" in fondo solo di aver dato prova di pura realpolitik "pro domo sua"; una sinistra europea lacerata, non più credibile e totalmente copertasi di ridicolo profetizzando scenari catastrofici che il bliz in Iraq degli anglo-americani ha dissolto in pochi giorni e con ben poche vittime umane al pari della dittatura di Saddam; un'opposizione italiana che avrebbe fatto bene solo a tacere, avendo consentito come fece l'intervento NATO in Kossovo quando era al governo; un Vaticano sputasentenze (e evidentemente dimentico delle Crociate) il cui pur giusto pacifismo cristiano (peraltro a senso unico) tradisce ancora la propria maggiore disponibilità filomussulmana (che ha in effetti sempre ispirato la politica andreottiana dei governi della "Prima Repubblica" in Italia) rispetto agli ex-deicidi israeliani; una OLP da sempre corrotta e inaffidabile in cui il "cambio della guardia" che finalmente mette nell'angolo il vecchio e ormai ultracompromesso Arafat difficilmente creerà vantaggi nei negoziati col "falco" Sharon per risolvere l'ormai improcrastinabile problema israelo-palestinese; una Cina Popolare comunista ma dal capitalismo rampante che non ha rinnegato la strage di Piazza Tien An Men e resta interessata solo a contenere l'America ma che invece dovrebbe badare maggiormente a sé stessa, a cominciare dall'emergenza SARS; una ONU assolutamente inadeguata così com'è e certamente da riformare se vuole diventare adulta, credibile e genuinamente sovranazionale (liberandosi del "peccato originale" indotto dai vecchi schemi delle cinque potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale e non accettando l'adesione di paesi dichiaratamente antidemocratici, da quelli islamici a Cuba, dalla Corea del Nord alla Birmania, da alcuni governi africani a certi regimi latino-americani); intollerabili realtà mussulmane di stampo medioevale assolutamente indegne del terzo millennio (da quelle feudali dei paesi dell'Arabia e di un Sudan confessionale persecutore delle minoranze fino a quella "moderna" e pseudorivoluzionaria del regime teocratico iraniano) - senza bisogno che ce lo illustri Bush con la sua ultrasqualificata CIA, incauto supporto di realtà sovente rivoltatesile contro - da tempo incubatrici del veleno del fondamentalismo più intransigente e liberticida nel mondo intero; una conseguente e pur necessaria "guerra permanente" al terrorismo cui, dopo l'11 settembre, l'Afghanistan e ora l'Iraq, il mondo si sta sempre più abituando radicalizzando oltremodo, purtroppo, le varie e pur necessarie scelte di campo, dall'occidente all'oriente; infine, un'informazione incalzante e "live" ma nondimeno partigiana e faziosa, con giornalisti - inviati speciali al fronte o "anchormen" in studio poco importa - solo a caccia di "scoop" e di "audience" alla faccia dei problemi e delle miserie altrui, a riprova ulteriore che in guerra la prima vittima è la verità e che "la pace appartiene a tutti" e non certo a chi vorrebbe sttumentalizzarla a vantaggio esclusivo di un qualsivoglia schieramento di comodo (magari con dietro tutto il baraccone consumistico del "business" relativo alla vendita di pittoresche quanto inutili bandiere, poco importa se a stelle e strisce, tricolori o piuttosto iridate); e naturalmente, dietro a tutto questo, la vasta "massa di manovra" della gente comune, la povera gente che ovunque, più o meno, subisce comunque eventi più grandi di loro, pagando in ogni caso, direttamente e sulla propria pelle, il prezzo più alto: come sempre. Le vittime di 12 anni di Nazismo e degli oltre 7 decenni dell'Impero Sovietico non hanno evidentemente insegnato gran che all'uomo del XXI secolo. È quanto è avvenuto in un Iraq vittima di Saddam prima, vittima dell'embargo poi e ora vittima del conflitto. Una guerra necessaria seppur forse non indispensabile che, se da un lato ha risolto alcuni problemi interni (dalla salvaguardia della minoranza kurda al ripristino delle libertà personali nel paese), ne ha generati altri. Non poche vittime civili, indubbiamente (anche se comunque assai meno di qualunque più rosea previsione); tanti danni, certo (anche se peraltro più limitati del previsto, considerata la ben scarsa resistenza dell'Esercito di Saddam e della Guardia Nazionale Repubblicana); ma soprattutto il malessere causato dal rapido sgretolamento di un vecchio ordine senza che esso fosse sostituito da un altro. E in questo clima era logico che montasse ed esplodesse la paura, la violenza, l'arbitrio, l'illegalità e l'anarchia pressoché totali. Niente di strano, dunque, che si sia verificato un evento drammatico quale il generalizzato saccheggio sistematico del Museo Nazionale dell'Iraq di Bagdad, che ha trasformato tali pezzi archeologici di immenso valore in "beni rifugio" per certuni e sconvolto il mondo civile e gli ambienti archeologici internazionali in particolare. Oggi la situazione risulta in realtà un po' meno disastrosa del previsto, in quanto fortunatamente (dopo la sparizione della quasi totalità dei reperti esposti) mentre scriviamo risulta ritrovato dagli anglo-americani già oltre un terzo di quanto trafugato. Il che non è poco e lascia dunque ben sperare, anche se non è certo il caso di essere troppo ottimisti. L'Iraq, culla per migliaia d'anni di grandi civiltà, rappresenta infatti un legato di capitale importanza per tutti e quanto è successo, comunque, colpisce al cuore la cultura, la storia e la dignità dell'uomo.
Così come avvenne a suo tempo a Bamyan, con la pianificata distruzione dei Budda in pietra ad opera dei Talebani afghani, o ancor prima nel Tibet occupato e oppresso dagli invasori cinesi grazie alle Guardie Rosse maoiste. Noi, dal canto nostro, vorremmo in particolare avere presto una esauriente (e rassicurante) risposta ad un più che legittimo e inquietante interrogativo: che fine hanno infatti mai fatto, ad esempio, le famose "pile di Bagdad", gli OOPARTs (Out OfPlace ARTifactS) per antonomasia risalenti all'epoca dei Sassanidi (e di cui in passato ci siamo più volte occupati)? Non c'è neanche bisogno di dire che ARCHEOMISTERI e il CIRPET si augurano che siano tutte prontamente recuperate. A suo tempo tali "pile" impossibili, in grado di sviluppare peraltro 1,5 volts e di retrodatare incredibilmente le conoscenze e le tecnologie legate alla scoperta dell'elettricità, erano state all'inizio risibilmente catalogate quali non meglio identificati "oggetti di culto", com'è noto. Comprendiamo dunque che di fronte al petrolio dell'Iraq, per Bush e Blair si tratta certo reperti irrilevanti. Oggi però che sappiamo "cosa sono e cosa significano" c'è solo da essere profondamente sconvolti per l'accaduto e da augurarsi che tutto torni rapidamente al suo posto. Per consentire ai posteri di continuare a guardare, oltre le certezze di comodo fin troppo spesso false, illusorie e banalizzanti ancora portate avanti da una fuorviante archeologia ormai superata, verso nuove "chiavi di lettura" del nostro comune passato che mai come in questo caso sono e restano tanto importanti per il futuro di una cultura ormai planetaria alla ricerca delle sue vere origini.
Buona lettura.

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