
LE CIVILTÀ SOMMERSE
Archeomisteri n° 8 Marzo/Aprile 2003

Editoriale di Roberto Pinotti Segretario del CIRPET
Le molteplici e concordi narrazioni del Diluvio Universale, comuni a tanti popoli di tutti i continenti, sono state e sono sovente contestate dagli scettici con l’idea che esse si riferirebbero ad una semplice dimensione mitica e sarebbero pertanto del tutto avulse da qualsiasi concreta implicazione di carattere storico. Così Atlantide è più volte stata indicata come un’astrazione pura e semplice di tipo politico e lo stesso vale per la presunta "Terra Madre" nell’Oceano Pacifico denominata con vari nomi, Mu o Lemuria che dir si voglia.
Tutte semplici leggende prive di un qualunque riscontro nella realtà, dunque?
In realtà Atlantide non è solo da considerarsi una utopica "invenzione" di Platone, se è vero - come è vero - che altri scrittori dell’antichità hanno parlato in termini tutt’altro che irrealistici dell’isola favolosa al centro dei dialoghi platonici.
Dopo la pubblicazione, in due parti, del suggestivamente incompleto "Crizia" - il dialogo detto "Atlantico" - in questo numero, nella rubrica "Con gli occhi di ieri", diamo così un significativo spazio ad altri Autori classici che menzionano in positivo le remote tradizioni sul "continente perduto".
E scopriamo in tal modo che Platone è e resta in buona compagnia.
Per passare dalla dimensione letteraria e storica a quella archeologica, la recente individuazione di rilevanti strutture subacquee in pietra anche sui fondali dello Stretto di Formosa - in particolare, si tratta adesso di una sorta di muraglia sottomarina al largo dell’arcipelago taiwanese di Pen-hu - ripropone con crescente e ormai schiacciante evidenza lo scenario inquietante configurato da ricercatori d’avanguardia quali Graham Hancock nel suo recente volume divulgativo "Civiltà sommerse".
Dopo quelle al largo della Florida a Bimini, delle Canarie, della nipponica Yonaguni, della linea costiera del Golfo di Cambay in India e infine di Cuba, tale scoperta a ridosso delle coste cinesi concorre a supportare ulteriormente e in termini estremamente convincenti un quadro generale ormai sempre più coerente e preciso: quello di un mondo ancestrale pre-diluviano caratterizzato da una ben maggiore estensione delle terre emerse, e da vasti insediamenti umani destinati ad essere successivamente sommersi.
Non è un mistero per nessuno, infatti, che nel corso dell’Era Glaciale l’altezza dell’idrosfera terrestre era di ben 100-120 metri inferiore a quella attuale e che, conseguentemente, l’habitat dei nostri progenitori preistorici doveva essersi esteso a porzioni territoriali che si trovano al di sotto del livello attuale degli oceani.
Ne consegue che è perfettamente logico che l’archeologia subacquea si imbatta in futuro in nuovi ritrovamenti del genere, tanto più che è ben noto come le attività umane vedano da sempre le varie comunità aggregarsi e consolidarsi per lo più in prossimità delle zone costiere più idonee. Zone un tempo ben maggiormente estese ed in seguito erose dall’aumento delle acque degli oceani.
Va dunque da sé che chi intendesse ricercare possibili resti di antichissimi insediamenti umani costieri di quelle epoche lontane, evidentemente, dovrà pertanto ricercarli ai margini della piattaforma continentale, ultima e antica linea di costa delle terre emerse di allora. Una linea di costa oggi notevolmente arretrata e interrotta che in taluni casi costituiva un tutt’uno o quasi da un continente all’altro.
Va altresì ricordato che fu anzi attraverso tali "ponti continentali" che, in tempi remoti, si sono avute importanti migrazioni umane: dall’Asia all’America e dall’Asia all’Australia, ad esempio.
I vasti fondali caraibici e indonesiani, quindi, potrebbero e dovrebbero riservare nuove e significative sorprese all’archeologia subacquea che continua sempre di più a stupirci e a costituire una sfida al fronte degli scettici a oltranza, a conferma ulteriore dell’esistenza di un insospettato passato dimenticato. Un passato caratterizzato apparentemente da manifestazioni per così dire"proto-ciclopiche" anticipanti quelle assai più recenti presenti in Europa settentrionale, nel Mediterraneo, in Asia, nelle Americhe e nel Pacifico.
Un’architettura megalitica che - in quanto realizzata in pietra, unico materiale in grado di resistere più di qualunque altro alla prolungata azione distruttiva dell’acqua - ci testimonia la concreta realtà di un mondo perduto caratterizzato da una probabile diffusione planetaria, con tutta probabilità spazzato via da una o più catastrofi geologiche e di cui solo oggi cominciamo a prendere effettiva coscienza.
Buona lettura.

|
vai alla visualizzazione normale
invia questa notizia ad un amico

imposta Edicolaweb come Home aggiungi Edicolaweb a Preferiti

|
|
|