
SULLA REALE ESISTENZA DI GESÙ...
Archeomisteri n° 7 Gennaio/Febbraio 2003

Editoriale di Roberto Pinotti Segretario del CIRPET
Com’è noto, per secoli si è protratta la polemica sulla reale esistenza di Gesù. In effetti la "Scienza" moderna, erede diretta di un Illuminismo ateo o agnostico, seppur per certi aspetti culturalmente stimolante e fecondo, ha da sempre contestato la reale storicità dei Vangeli in quanto considerati testi "religiosi" e "di parte". Un giudizio su cui hanno pesato certi goffi successivi tentativi di falsificazione cristiani di testi storici romani; l’esempio su quelli di Tacito è emblematico.
Chi scrive, nato a livello anagrafico e antropologico-culturale cristiano ma caratterizzato da un approccio assolutamente laico al cristianesimo, ha avuto modo di approfondire a tutto campo le proprie vaste ricerche di storia, filosofia e storia delle religioni e pertanto sa perfettamente che non si devono riconoscere gratuite "esclusività" storiche tout court a nessuna religione rivelata in particolare, nel pieno e dovuto rispetto della spiritualità di quanti le praticano, al di là di qualsiasi forma di integralismo, in quanto tale comunque da avversare e combattere con tutti mezzi.
Però ha sempre guardato con giustificato fastidio ad una certa pseudocultura materialistica tesa a razionalizzare superficialmente tutto in base a schemi prevenuti frutto di un sostanziale assenza di contenuti e evidentemente ignorante il peso di una Tradizione non certo cassabile solo perché non la si è in grado di capire, ovvero perché non si adatta con il proprio, aprioristico quadro della realtà.
Nel Novecento, poi, la traduzione della utopistica visione marxiana del mondo in sistemi politici dominanti e opprimenti, pur se condannati ad un inevitabile collasso "implosivo" com’era fatale e come si è in effetti verificato nel corso dell’ultimo decennio del secolo, ha ulteriormente dato corpo alla polemica.
Cristo, si è detto da una certa sinistra ma anche da una certa destra (si pensi all’approccio nazista al riguardo), era solo un simbolo, storicamente assurto a incarnazione di istanze esplose nelle contraddizioni storico-filosofi che e psico-sociologiche del mondo romano.
Così abbiamo assistito al montare di perle di idiozia allo stato puro, con ad esempio ridicoli tentativi "accademici" di applicare i modelli marxiani della lotta di classe al mondo antico in generale e a quello romano in particolare (il Kovaliov insegni). Se si prescinde però da evidenti forzature politico-ideologiche, sul fronte archeologico lo scenario non è peraltro diverso. Ad esempio, la scoperta dei "Rotoli del Mar Morto", con quanto ne emerge sugli Esseni ed il loro scomodo collegamento con il cristianesimo, ha ingenerato un vero e proprio "cover up" rispetto al quale, ad esempio, quello proverbialmente condotto dal Governo USA sul caso ufologico di Roswell è ben poca cosa.
La prospettiva di reinterpretare il cristianesimo, senza ignorare certe sue pesanti componenti giudaiche e gnostiche, pesa e spaventa comprensibilmente le Chiese, sia quella di Roma che quelle riformate, e le induce al riserbo, così come induce politicamente alla massima prudenza gli stessi ambienti religiosi ebraici odierni.
Per cui da un lato si diceva che il Nazareno era Dio, Myriam di Nazaret la Vergine scelta per la Immacolata Concezione e i Vangeli opere assolutamente storiche; dall’altra, al contrario, che Cristo non è mai esistito, che era un semplice simbolo costruito per incarnare un movimento socio-politico e religioso a carattere egualitario e antischiavista e che quest’ultimo era stato in fondo "costruito" dal "civis romanus" San Paolo, l’ex persecutore e aguzzino convertito Saulo di Tarso. Di più. Dati e personaggi dei Vangeli sarebbero stati puramente fantastici. Tant’è.
Poi, un inatteso colpo di scena.
In Israele, negli anni Ottanta si scopre casualmente a Cesarea, la capitale romana della Palestina, un cippo litico (qui riprodotto) estratto da un edificio, forse un tempio, edificato in onore dell’imperatore Tiberio, dove il nome di quest’ultimo figura scolpito associato a quello, inequivocabile, dell’allora Prefetto Imperiale della Giudea Ponzio Pilato, il quale assurgeva così da personaggio mitico a personaggio storico.
Arriviamo al 2002, quando viene alla luce un ossario con la scritta "Giacomo, figlio di Giuseppe, fratello di Gesù, variante del relativamente diffuso nome comune ebraico Yeoshua, Giosuè.
Il nome di Cristo, dunque, emerge adesso in un reperto archeologico in significativa e ben difficilmente casuale associazione a quelli del padre e del fratello. Quello stesso Giacomo il Giusto, "fratello" del Messia, che la Chiesa si è sempre ostinata a definire forzatamente "cugino". E allora? Come la mettiamo?
Le conclusioni sono evidenti.
Da un lato, tutta una certa storiografia sul cristianesimo può essere tranquillamente etichettata come fazioso ciarpame. Dall’altra, quanto la Chiesa ci dice sull’Uomo-Dio nazareno sembra di contro inquadrarlo in una dimensione sempre più umana. Quella stessa in cui il cristianesimo è stato riconosciuto e collocato dal patrizio e storico ebreo Giuseppe Flavio, ispiratore della figura letteraria di Ben Hur, testimone coscienzioso e fedele della realtà del movimento cristiano, fondato a suo dire proprio da un ebreo giustiziato.
Un personaggio storico, dunque, che oltre il supplizio della croce è peraltro sopravvissuto a Roma, alla Storia e alla Chiesa, per venire infine riconosciuto a sorpresa dall’archeologia del Terzo Millennio.
Questo numero, incalzante ed estremamente vario per contenuti, spazia dalla superscienza dei Nazca alla Grande Piramide intesa come un possibile generatore atomico disattivato, dalla Puglia megalitica alla farmacopea medioevale, dalle mappe del Vinland alle pile di Baghdad, dalle ultime prove storiche su Cristo al lato occulto dell’umanesimo, dall’"astronauta" di Palenque alle influenze fisiologiche della Piramide di Cheope e su tanto altro ancora.
Buona lettura.

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