ARCHEOMISTERI
ARCHEOMISTERI Chi siamo  Contatti   Site map    Cerca   Edicola Home  
EdicolaWeb 2008  
Nonsoloufo - Ufo and much moreClicca qui per prelevareARCHEOMISTERI - I quaderni di Atlantide

Tutti gli articoli di ARCHEOMISTERI IL NOME DEL FARAONE DELLA GRANDE PIRAMIDE
di Massimo Barbetta

Dalla Grecia all'Egitto: correlazioni fra i miti di Cefeo e Perseo e la Terra del Nilo.
 
 

CORRELAZIONI TRA I MITI
Secondo l'Egittologia ufficiale la Grande Piramide, che si erge sul basso altopiano di Gizah, fu costruita da Cheope. Ma il nome di questo Re nasce da una interpolazione che si basa sulla testimonianza di Erodoto, il più conosciuto storiografo dell'antichità.
Il fatto invero curioso è che gli Egittologi ritengono del tutto inaffidabile la testimonianza di fatti storici sull'Antico Egitto fornita dall'autore di Alicarnasso.
Se è vero che gli avvenimenti ed i luoghi descritti come visti in prima persona da Erodoto sono del tutto attendibili, le notizie che riguardano la storia passata dell'Antico Egitto da lui fornite, vanno invece scremate. Infatti lo storico greco riferisce di miti, leggende ed aneddoti che gli vengono raccontati da tutti, senza verificare l'attendibilità storica dei suoi interlocutori. Erodoto stesso ammette, con l'identico comportamento di un moderno "reporter", che, in molte circostanze, le notizie fornite gli sembrano incoerenti od impossibili, ma preferisce comunque citarle.
Diversa è invece la posizione di un altro storico dell'Antichità, che seppure molti anni dopo l'epoca di Erodoto, scrive in modo dettagliato dell'Antico Egitto: Diodoro Siculo.
Il metodo di lavoro di Diodoro è diametralmente opposto a quello di Erodoto. Se infatti lo storico di Alicarnasso preferisce indagini personali e raccolte di leggende dalla viva voce degli abitanti, Diodoro si reca poco presso i luoghi e effettua invece una ricerca approfondita, e talora capillare, sui documenti di biblioteche e di archivio.
La collazione tra questi due autori potrebbe consentire, seppure in forma non del tutto completa, di avere un quadro più attendibile di come era conosciuto il Faraone connesso alla Grande Piramide di Gizah.

Vediamo la collocazione storica di questo Faraone secondo i 2 autori:

Erodoto (Storie 2, 124): "Fino al regno di Rampsinito, mi dicevano i sacerdoti, l'Egitto godette di un'ottima amministrazione e di una grande prosperità; ma = Cheope, che regnò dopo di lui..."

Diodoro (Biblioteca 1, 63): "Dopo la morte di Remphis si avvicendarono sul trono, per 7 generazioni, re completamente inetti che finalizzarono ogni loro azione al lusso ed alla licenza....L'ottavo Re, = Chemmis, di Menfi..."

Degno di nota, come vedremo in seguito, è che, in diversi codici del periodo tardo-ellenistico e di epoca medio-evale della Biblioteca di Diodoro, compaia il nome = Chembis, per questo Re.
Notiamo che viene fatto riferimento a Rampsinito ed a Remphis, probabile variante grafica del primo.
Rampsinito viene usualmente identificato dagli storici con Ramses 3░ (1182-1151 a.C.), conosciuto anche con il nome Nesu-Biti (Re dell'Alto e Basso Egitto) di "Usert-Maat-Ra Meri-Amun" e con il nome Sa-Ra (Figlio di Ra) di "Ramses Heka-Iunu". Egli era il secondo Faraone della 20a Dinastia, ma è sicuramente la figura precipua di tutta la Dinastia.
A conferma di questa datazione molto "tarda", Diodoro afferma (Biblioteca 1, 63): "(la Piramide) è interamente costruita di pietra dura, difficile di lavorazione, ma di durata perenne: sono infatti passati non meno di 1.000 anni, secondo la tradizione, fino all'età nostra".
La domanda successiva quindi è: qual è "l'età nostra" riferita da Diodoro? Egli stesso ce lo dice (Biblioteca 1, 44): "...fino alla 180a Olimpiade, durante la quale noi visitammo l'Egitto, ed era Re Tolomeo, che prese il titolo di Nuovo Dioniso".
La 180a Olimpiade si svolse, sotto il regno di Tolomeo 12░ Aulete, nel periodo compreso fra il 56 ed il 59 a.C.
Se calcoliamo 1.000 anni dopo il 56-59 a.C. otteniamo il 1.056-1.059 a.C., periodo che, nell'Antico Egitto, era contrassegnato dalla 21a Dinastia.
Come possiamo vedere, sia Erodoto che Diodoro, parlano della costruzione delle Piramidi di Gizah attribuendole a Faraoni perlomeno della 20a Dinastia, se non della 21a Dinastia, quando invece l'Egittologia ufficiale afferma che queste ciclopiche costruzioni appartengono alla 4a Dinastia.
È del tutto comprensibile, a questo punto, che gli Egittologi screditino totalmente l'affidabilità degli autori greci. Ma è davvero possibile che Erodoto o Diodoro siano ammattiti e prendano una cantonata di proporzioni... "piramidali"? Che cos'era che li aveva condotti entrambi a queste affermazioni così blasfeme per l'Egittologia ufficiale?
Vediamo di scoprirlo.
Torniamo così ad interpretare i testi di Erodoto e Diodoro alla luce delle nostre conoscenze.
I successori del Faraone Rampsinito, come giustamente riferisce Diodoro, erano di statura morale sicuramente inferiore al loro predecessore. Si trattava di Sovrani che si chiamavano tutti Ramses, classificati, secondo le cronologie, dal nr. 4 al nr. 11.
L'autorevole Alan Gardiner (La civiltà egizia) riferisce che regnarono dal 1151 al 1087 a.C. secondo questa durata di Regno per singolo Faraone: Ramses 4░ = 6 anni, Ramses 5░ = 4 anni, Ramses 6░ = 7 anni, Ramses 7░ e Ramses 8░ = pochi mesi, Ramses 9░ = 17 anni, Ramses 10░ = 3 anni, Ramses 11░ = 27 anni.
Dopo questo Re iniziò la 21a Dinastia con il Faraone Smendes, che regnò 26 anni, fino al 1061 a.C.
Se noi contiamo il totale dei Re abbiamo 9 Faraoni, di cui 2, Ramses 7░ ed 8░, hanno regnato pochi mesi, per cui si possono considerare davvero poco significativi. Il computo perciò si ridurrebbe a 7 Faraoni effettivi seguiti a Ramses 3░, alias Rampsinito, come affermato da Diodoro.
Chi era l'ottavo Faraone?
Si trattava del figlio di Pinegem 1░ e di Henutawy, conosciuto come Psusennes 1░. Il suo nome Nesu-Biti (Re dell'Alto e Basso Egitto) era "Ta-Kheperu-Ra Setep-en-Ra", il nome Sa-Ra (Figlio di Ra) era invece: "Pa-Seba-Kha-Niut Meri-Amun".


Cartiglio di Psusennes I (Nesu-Biti)


Cartiglio di Psusennes I (Sa-Ra)

Ecco cosa si sa di lui nelle fonti egittologiche ufficiali.
Nicolas Grimal (Storia dell'Antico Egitto, pagina 404) ci informa che: "Psusennes 1░, La stella apparsa nella Città", realizzò nella propria persona la sintesi religiosa e politica dell'Egitto.
Si auotodefinì con il Nome Horus di "Toro possente incoronato a Tebe", mentre il suo Nome Nebty lo identifica come "Grande Costruttore in Karnak".
Infatti egli rinforzò la cinta muraria dei Templi di Luxor e di Karnak, consolidò i legami con il clero di Amun, fu Gran Sacerdote di Amun a Tanis, dove edificò il locale Tempio.
Psusennes 1░ sposò Mut-nodjmie, che si autodefinì moglie del Gran Sacerdote di Amun, e da cui ebbe un figlio, chiamato Amen-em-Ypet Meri-Amun, (nome Nesu-Biti "Usert-Maat-Ra Setep-en-Amun"), che poi succedette al padre, due figlie: Isetemkheb ed Esemkheb, ed un figlio Ankhefenmut, che però cadde presto in disgrazia.
Psusennes 1░ fu sepolto a Tanis, a sud-ovest della cinta muraria del Tempio, dove la sua tomba fu scoperta da Pierre Montet. La mummia mostrava l'aspetto di un uomo anziano, anche se si presentava in pessimo stato di conservazione.
La mummia era adagiata in un sarcofago d'argento, fatto invero strano, in quanto l'argento nell'Antico Egitto era più prezioso dell'oro.
Questo sarcofago era posto all'interno di un sarcofago di granito nero e, più all'esterno, in uno di granito rosso. Entrambi questi sarcofagi in granito erano stati riciclati, dopo aver cancellato i nomi dei proprietari.
Quello nero apparteneva al Faraone ramesside Meren-Ptah, mentre quello rosso apparteneva ad un notabile della 19a Dinastia.
Dettaglio interessante è che in entrambi i sarcofagi spicca il particolare ruolo amorevole e protettivo di Nut, Dea del Cielo, sulle spoglie del Faraone, evidenziando una qualche connessione celeste. (Non dimentichiamo che Psusennes si chiamava "La stella che sorge a Tebe").
Davvero notevole, ben 370, è il corredo degli "ushabti", le statuine dei teorici servitori del Faraone nella vita ultraterrena, rinvenuti nella sua tomba. Ben conosciuta, e talora confusa con quella di Tutankhamen, è la Maschera funeraria in oro di Psusennes.
Importante è poi una tazza rituale, trovata sul pavimento della tomba, che reca 4 Cartigli, uno dei quali afferma: "adoratrice di Hathor Henut-ta-wy ("Signora delle 2 Terre"), guarda caso, il nome della madre dello stesso Psusennes.
Un pettorale placcato in oro con lapislazzuli, feldspato e diaspro rosso, contiene due iscrizioni, una accanto alla Dea Neftis: "siamo venute per la tua protezione".
L'altra accanto alla Dea Iside: "Iside, la Grande, Madre divina, Signora dell'Ovest", e sul lato posteriore: "Iside la Grande, Madre divina, Signora del luogo dell'imbalsamazione".
Secondo cronologie comparate Psusennes 1░ era contemporaneo di Samuele, Saul e Davide in Israele, di Shalmanassar 2░ in Assiria, di Nabu-shum-libur a Babilonia.
Alan Gardiner afferma inoltre: "La cronologia della 21a Dinastia è ancora più controversa che non l'ordine di successione dei suoi monarchi." (1)
Sesto Africano attribuisce 26 anni di regno a Smendes, 46 anni a Psusennes 1░. "...D'altro canto, un pezzo di lino ora smarrito recava - a quanto riferisce Daressey (2) - la data dell'anno 49 di Amen-em-Ypet": "I monumenti dei successori di Smendes (Psusennes 1░ ed Amen-em-Ypt) si limitano a loro testimonianze nel tempietto di Iside ai piedi della Grande Piramide, a quanto indicano Porter-Moss (Topographical Bibliography, 3, 5).
Compare qui la prima correlazione con la Grande Piramide di Gizah. Il Tempio di Iside era stato scoperto nel 1850 dall'Archeologo francese Auguste Mariette.
Indicazioni più precise, a questo proposito, ci giungono dal testo "Le Sphinx" del celebre archeologo egiziano Selim Hassan. Ecco che cosa leggiamo a pagina 133: "I Re della 21a Dinastia erano famosi per la loro religiosità."
Il secondo Re di questa Dinastia, Psusennes 1░, visita con chiari intenti religiosi la piana di Gizah. Sembra che egli iniziò a riedificare il Tempio di Iside, situato ad est della piccola Piramide della Figlia di Cheope, la principessa Henutsen, che diventerà, in periodo saitico, un importante luogo di pellegrinaggio.
Questo Tempio era situato nella parte nord-orientale della Piana di Gizah, a ridosso della Piramide attribuita alla Regina Henutsen, ed identificata attualmente dagli Egittologi con la sigla G1C.
D'altro canto Flinders-Petrie (The Pyramids and Temples of Giza, 118) così si espresse a proposito del Tempio di Iside: "Gli scavi hanno rivelato (in questo tempio) una scena dove un Faraone, che indossa la Corona del Basso Egitto, compie un'offerta ad Osiride. Nonostante l'immagine sia danneggiata, l'iscrizione è ancora visibile, e lascia vedere il cartiglio di Psusennes 1░ della 21a Dinastia. Queste indicazioni ci forniscono la data ed il carattere dell'epoca di costruzione del Tempio.
Le divinità presenti sono Oriside, Iside, Horus, Iside Serqet, Khnem, Bast, l'Ureo a testa umana, la Barca sacra, quasi nessuna delle quali era presente nell'Antico Regno, mentre alcune sono comparse dopo la 19a Dinastia.
L'appellativo di Osiride "Signore di Rostau" non compare mai nelle tombe di Giza, mentre è più volte presente in questo Tempio, fatto costruire da Pusennes 1░ della 21a Dinastia.
Dello stesso tenore è l'affermazione di Maspero (3). "Il Tempio di Iside fu ricostruito sotto la 21a Dinastia dal Re di Tanis Psusennes, e la Stele doveva essere stata eretta o restaurata da questo stesso Re, od, eventualmente, sotto il regno di uno dei Faraoni etiopi."
"Le Sphinx" (4) così invece continua: "I lavori del tempio di Iside furono portati a termine dal suo successore Amen-em-Ypt, che appare raffigurato all'interno del tempio che presenta colonne a forma di loto, identiche a quelle scoperte dagli archeologi."
Questa stele presenta il nome di Amen-em-Ypt, non ancora con il cartiglio reale, a riprova del fatto che, ancor prima di diventare Faraone, questo Principe era già pieno di sacro zelo per questo tempio, proprio come il padre.
Ma continuiamo la descrizione di Hassan: "Psusennes era molto religioso dal momento che rifece porre dei bendaggi alle mummie dei Grandi Sacerdoti di Amun a Deir-el-Bahri". Questo Tempio era stato ampliato sfondando delle mastabe poste ad est, tant'è vero che una parete del tempio coincide con quella di una mastaba. I locali interni contengono materiale edile di recupero delle vicinanze, successivamente tagliato in piccoli blocchi di pietra, secondo l'uso dell'epoca.
Vedendo la tipologia delle iscrizioni all'interno si può notare come vi fosse una grande rinascita del culto dei Re della 4a Dinastia: Chufu, Djedefra, Khafra, Menkhaura.
Alla luce di questo ricorrente, e quasi struggente, ricordo dei grandi Faraoni del passato, molto forte nella 21a Dinastia, può essere interpretato un documento insolito rinvenuto a Gizah.
Nelle immediate vicinanze del Tempio di Iside fu infatti ritrovata nel 1858 una stele, che suo malgrado, ha scatenato, nel corso degli anni, una vera "Querelle" tra Egittologi Ufficiali ed Alternativi.
Si tratta della controversa "Stele dell'Inventario", attualmente conservata, anche se si potrebbe quasi dire "occultata", nel Museo Egizio del Cairo. Per l'aspetto linguistico geroglifico la "Stele dell'Inventario" può essere datata ad un periodo che oscilla fra la 18a Dinastia e la 26a Dinastia.
Questa Stele, definita per il suo aspetto "a falsa porta", presenta una iscrizione ad insolito andamento speculare, che parte dalla parte alta del centro dello stipite orizzontale della falsa porta e si sposta a sinistra fino a raggiungere l'angolo superiore sinistro e poi scendere lungo lo stipite sinistro. Così fa poi lungo la parte destra, fino a raggiungere l'angolo superiore destro e scendere in basso lungo lo stipite destro.
Il simbolo su cui fanno idealmente perno le due iscrizioni è il simbolo dell'"Ankh", che viene tradotto come "Sia concessa la vita eterna". Vediamone il testo:

Parte sinistra: "Sia concessa la vita eterna ad Horus Mezed, il Re dell'Alto e Basso Egitto Khufu, che viva in eterno. Per sua madre Iside, madre divina che è Hathor, Signora della Montagna dell'Ovest, egli fece scolpire un decreto sulla stele, presenta delle offerte e costruisce per lei un tempio restaurando quello che aveva trovato danneggiato, enumerando gli Dei che si trovavano in questo santuario."

Parte destra: "Sia concessa la vita eterna ad Horus Mezed, il Re dell'Alto e Basso Egitto Khefu (?), che viva in eterno. Egli trova la Casa di Iside, Signora della Piramide, sul bordo del fossato della Sfinge, a nord-ovest del Tempio e della città di Osiride, Signore di Rostau. Egli costruì la sua Piramide a lato del Tempio di questa Dea e costruì una Piramide per la figlia del re, Henutsen, nei pressi di questo Tempio. Il luogo di 'Hwron-Hor-em-Akhet' è posto a sud della Casa di Iside, Signora della Piramide, ed a Nord di Osiride, Signore di Rostau. I piani dell'immagine di Hor-em-Akhet sono stati portati per revisionare le dimensioni dell'Immagine del 'Molto Temibile'. Egli restaura la statua, interamente coperta di vernice, del 'Guardiano dell'Atmosfera', che regola i venti con il suo sguardo. Egli comincia con estrarre la parte posteriore dell'acconciatura del Nemes, che era mancante, dalla pietra dorata, che aveva una lunghezza di 7 ells (3,70 metri). Egli volle effettuare un sopralluogo per vedere il fulmine nel 'luogo del Sicomoro', così chiamato per la presenza di un grande sicomoro, i cui rami furono colpiti quando il Signore discese sul luogo di Hor-em-Akhet... L'immagine di questo Dio, essendo scolpita nella pietra, è solida, durerà tutta l'eternità, avendo sempre il viso orientato verso est."

L'Egittologo James Henry Breasted (5) ritiene che gli appellativi "Casa di Iside" e "Signore di Rostau" risalgano almeno alla 20a Dinastia, e che gli Dei enumerati nell"Inventario" comprendano divinità dei Conquistatori del 2░ Periodo Intermedio e del periodo fra la 20a e 22a Dinastia.
Qualche dubbio, mostrato da (?), è presente nel cartiglio della parte destra dell'iscrizione. Infatti le dimensioni di questo cartiglio sono inferiori a quello della parte sinistra e, nonostante qualche lieve abrasione, dovuta al trascorrere del tempo, vi si può leggere "Khefu".
D'altro canto non si capirebbe perché, considerato il solito mirabile senso delle proporzioni e dell'armonia delle immagini dei geroglifici, a cui siamo abituati, si dovrebbe avere una diversa grafia ed un diverso aspetto di un Cartiglio, rispetto ad un altro, disposto a pochi centimetri di distanza nella stessa Stele. Valutata la maniaca precisione degli scribi per far comparire il nome esatto del Faraone sulle immagini su cui egli era raffigurato, appare poco fondata l'idea di considerare il Cartiglio di sinistra identico a quello di destra.
Notiamo così che nella Stele sono descritte gruppi di azioni diverse. Khufu fa scolpire la Stele, restaura il Tempio di Iside, fa l'"inventario" di tutte le antiche divinità ritrovate tra le rovine del Tempio. Si tratta di azioni riferite ad un Khefu (?) invece costruisce 2 Piramidi, una per sé ed una per Henutsen, la figlia del Re. Si tratta di azioni correlate ad un tempo anteriore alla precedente.
Sembrerebbe così evidente che, dal modo in cui è strutturata la Stele, vi sia un tentativo di avvicinare due momenti storici e due Faraoni che compiono azioni diverse in tempi diversi, e che idealmente, vengono "unificati" dalla Stele stessa.
Questa idea è stata recentemente supportata anche dall'Egittologa Eva Lange; ella ritiene di poter scorgere nella frase di sinistra, riferita ai lavori di restauri, attribuiti a "Khufu", accenni al Re Amasi della 26a Dinastia saitica.
Tuttavia l'uso di espressioni quali: "Iside, Madre Divina", "Signora della Montagna dell'Ovest"; "Signora degli Dei", presenti nella Stele dell'Inventario, ricorre sia nel "pettorale rituale" della Tomba di Psusennes 1░, quanto nella Stele di Amen-em-Ypt, all'interno del Tempio di Iside, fatto restaurare dallo stesso Psusennes, e fa pensare che l'autore della Stele dell'Inventario possa essere stato proprio Psusennes 1░.
D'altro canto sulle pareti esterne del Tempio di Iside troviamo ripetuti riferimenti ai Faraoni del passato e, in particolare, proprio a "Cheope", il cui Cartiglio, disposto in verticale, propone la grafia: "Khefu", che abbiamo già trovato sulla Stele dell'Inventario.
Abbastanza incredibilmente l'ipotesi di correlare due momenti cronologici diversi per la Grande Piramide viene proposta dallo stesso Diodoro Siculo. Egli infatti, nel corso delle sue ricerche d'archivio trova dei documenti che gli consentono di affermare (6): "(sono passati) addirittura più di 3.400 anni, secondo alcuni scrittori, eppure le pietre sono rimaste salde fino ai nostri giorni, conservando la loro posizione originaria e la loro struttura inalterata."
Evidentemente vi erano degli autori, che, basandosi su fonti informative egizie, parlavano di una costruzione della Piramide nel 3.456-3.459 a.C. circa.
Questa data, anche se molto lontana dai dettami dell'Egittologia classica, che colloca il Regno di Cheope tra il 2.600 ed il 2.500 a.C., trova inaspettatamente delle conferme dalla scienza moderna.

LA DATAZIONE DEL RADIO-CARBONIO
Nel 1985, nel contesto del "Pyramid Carbon Dating Project", è stata infatti effettuata una datazione con il radio-carbonio su campioni provenienti dalla Grande Piramide, nonché sul legno della Barca Cerimoniale trovata smontata nei pressi della Piramide. I campioni furono inviati al Laboratorio di Zurigo ed a quello di Dallas. Alcuni di essi hanno dato questi risultati:

Malta: Zurigo:
Campione nr. 6: margine alto di fluttuazione: 3.243 a.C. = 26░ livello, angolo Nord-Ovest.
Campione nr 8: margine alto di fluttuazione: 3. 219 a.C. = 109░ livello, angolo Nord-Ovest.

Malta: Dallas:
Campione nr. 14: margine alto di fluttuazione: 3.617 a.C. = 5░ livello, angolo Sud-Ovest.
Campione nr. 13: margine alto di fluttuazione: 3.226 a.C. = 5░ livello, angolo Sud-Est.

Carbone: Zurigo:
Campione nr. 10 B: 3.809 a.C. +/- 160 anni = Piattaforma, 198░ livello, angolo Sud-Ovest.

Legno: Zurigo:
Campione nr. 10B: 3.101 a.C. +/- 414 = Piattaforma, 198░ livello.

La datazione al radiocarbonio del legno della Barca Rituale ha rivelato una data compresa fra il 3.400 ed il 3.500 a.C.. D'altro canto, una datazione al radio-carbonio, effettuata su malta della Piramide di Sneferu, ha rivelato il 3.598 a.C.
Iniziamo ad avere una certa confusione in testa. Ma se sembra che la Grande Piramide sia stata costruita nel 3.500 a.C. circa, come confermerebbero alcune fonti citate da Diodoro e le datazioni del radio-carbonio, perché Erodoto ci dice che la Grande Piramide sarebbe stata costruita ai tempi del Nuovo Regno, nella 21a Dinastia?
In realtà questo non è proprio quello che afferma Erodoto. Allora per vederci un po' più chiaro bisogna interpretare alla lettera il testo dello storico greco.

LA "COSTRUZIONE" DI ERODOTO
Dopo aver descritto il lavoro di sbancamento, della strada di cerimoniale di accesso, delle camere sotterranee, programmato personalmente dal Faraone, ed eseguito dai suoi operai, Erodoto riporta (Storie 2,125):

" , , , . , "

"Era stata costruita invece così la Piramide in se stessa in questo modo, a forma di Gradoni, che alcuni chiamano "Krossas" ed altri "Bomidas". Avendo dapprima tale forma, successivamente essi così la costruirono".

Spicca nel testo che il verbo usato all'inizio della frase è "" = "era stata costruita", usato nella forma passiva, che appare in contrasto sia con tutte le operazioni effettuate prima dagli operai di Cheope, sia con il verbo "" = "essi costruirono", riferito alle maestranze del Faraone, ed inserito all'estremo opposto della frase, quasi a volerlo bene separare dal verbo precedente.
Un'altra importante sottolineatura, operata dallo storico di Alicarnasso, arriva con l'espressione " , " = "avendo dapprima tale forma, successivamente": questo ci riporta al concetto di due epoche diverse per la costruzione della Piramide. Una, originale, persa nella notte dei Tempi, l'altra, di restauro ed ampliamento, a cui si riferisce il lavoro degli operai di Cheope.
Se interpretiamo le informazioni di Erodoto, deduciamo che la Piramide di Cheope aveva così una struttura a "Gradoni", chiamati "" e "".
Il termine "Krossas" deriva dall'indo-europeo "Qroqia" e viene usato nell'Iliade (7) per descrivere i pilastri portanti della palizzata che i Greci avevano costruito, usando pali di legno integrati da terra battuta, per proteggere le loro navi, arenate sulla spiaggia, dai Troiani. Suggerisce pertanto l'immagine di "Verticalità".
Di contro, la parola "Bomidas" è tradotto come "basamento di altare", con immagine di spazio piano. Suggerisce perciò un aspetto di "Orizzontalità".
Entrambe le parole reciprocamente completano figurativamente l'immagine di "gradoni" ben alti e spaziosi.
Tale aspetto risulta confermato da quanto viene detto nel prosieguo della narrazione. Su questi "gradoni" ampi, infatti, trovavano posto degli argani, fatti di " " = legni corti", che sollevavano con rapida e continua progressione, sia i blocchi di calcare che le lastre lisce di copertura. È infatti intuibile che, se il blocco veniva rapidamente spostato da un gradone all'altro, tutti i gradoni dovevano essere già presenti "in situ".
Questo aspetto della Piramide, suggerito, più o meno indirettamente da Erodoto, è del tutto verosimile alle "Ziggurrat" babilonesi ed alla Piramide del Faraone Zoser, della 3a Dinastia, a Saqqara.
Vi sono anche altri elementi nella descrizione del "Cheope" di Erodoto, che sono molto vicini alla descrizione storica di Psusennes 1░. Secondo lo storico di Alkicarnasso egli regnò 50 anni, aveva un certo grado di fanatismo religioso e non fu sepolto a Menfi. Le notizie storiche ci dicono che egli regnò 46 anni, ed, effettivamente, la sua mummia è quella di un uomo anziano, mostrò un cospicuo zelo religioso per il culto di Amun e, pur avendo un'attrazione particolare per la Piramide di Gizah, fu sepolto a Tanis, nel Delta del Nilo. Semplici coincidenze?
Da quanto emerso finora sembra così di poter concludere che Erodoto ci voglia suggerire che la Piramide era già presente sulla piana di Gizah.
Gli operai di Cheope si limitarono ad un lavoro di copertura ed ampliamento di una struttura pre-esistente? Ma esistono tracce di restauri ed ampliamenti all'interno della Piramide, come riferito dagli storici greci? La risposta ci giunge dalle cronache sia delle prime esplorazioni, che dalle recenti indagini tecnologiche della Grande Piramide.
Gli scrittori arabi ci raccontano, tra realtà e leggenda, che nell'820 d. C. lo sceicco Al'Mamoun, desiderava entrare dentro la Grande Piramide alla ricerca di improbabili tesori. Per farlo, aveva come una unica indicazione, tratta da antichi manoscritti copti, che l'entrata era posta sul lato Nord, un po' sopra i primi gradoni. Poiché all'epoca la Piramide era completamente coperta da lastre lisce, come quelle che permangono ancora oggi sopra la cuspide della vicina Piramide di Chefren, egli iniziò a fare degli scavi completamente alla cieca, usando, si dice, fuoco ed aceto per ammorbidire il calcare. Dopo molti e faticosi giorni di scavo i risultati erano minimi.
Finché accadde che gli operai sentirono un tonfo di una pesante lastra all'interno che era caduta a terra.
Indirizzando verso quel punto gli scavi, gli operai riuscirono ad arrivare al "corridoio discendente".
Attraverso questo passaggio, denominato confidenzialmente "Buco di Mamoun", entrano ancora oggi i turisti che si recano in visita nella Grande Piramide.
La monumentale Porta di accesso della Grande Piramide, formata da due robusti piloni, con due doppie e pesanti pietre, poste a "V" rovesciata, comparvero alla visione soltanto molti, molti anni dopo, nel 1.500, quando, a seguito di terremoti nella regione del Cairo, gli egiziani si diedero ad una estesa opera di spoliazione della Piramide per utilizzare i blocchi come materiale edile di recupero per la ricostruzione dei palazzi distrutti.
Oggi possiamo vedere come Mamoun non fosse poi troppo distante dall'entrata giusta, ma anche che la Porta si trova circa 1,5-2 metri all'interno del profilo della Piramide stessa.
Se la costruzione della Piramide fosse avvenuta subito fin dall'inizio per ottenere l'aspetto odierno, perché gli antichi Egizi dovevano sprecare tempo e fatica a creare un mirabile portale di accesso, per poi murarlo immediatamente dopo?
Indizi più precisi ci sono poi giunti con l'esplorazione dei 4 condotti di "aerazione" che, dalle camere del Re e della Regina, si dirigono verso nord e verso sud. Grazie all'esplorazione del piccolo robot "Upuaut 2", ad opera dell'ingenere tedesco Rudolf Gantembrink, abbiamo una visione interna dettagliata di questi condotti.
Nella parte conclusiva del Condotto Sud della Camera del Re Gantembrink ci informa, nel suo sito Web, che gli ultimi 2 metri del condotto, prima dello sbocco all'esterno, sono costituiti da 4 blocchi di circa 50 centimetri ognuno. Questi blocchi per forma, colore, e raffronto con i restanti blocchi più interni, che delimitano il condotto stesso, fanno fare a Gantembrink questa osservazione: "This upper sequence of the shaft is a recent restoration" = "questa sequenza superiore (di blocchi) è un restauro recente".
L'esplorazione stessa ha poi evidenziato che, in diversi punti, appaiono 2 linee di allineamento diverse, la prima, di colore rosso, la seconda di colore nero, evidenziando 2 edificazioni in tempi diversi.
Un'altra insolita convergenza tra il testo di Erodoto e la realtà archeologica, ci viene dalla descrizione della camera sotterranea adibita a tomba del Faraone, così descritta da Erodoto (8): "(La Piramide di Chefren) non possiede vani sotterranei e non c'è un canale che porti fino ad essa le acque del Nilo, come accade per l'altra Piramide. Il Nilo infatti, attraverso un condotto artificiale, circonda un isolotto dove pare che Cheope sia stato seppellito".
Alcuni anni or sono il noto Zahi Hawass ha reso di pubblico dominio l'esistenza di 3 locali sovrapposti, al di sotto della "Tomba di Campbell", non lontano dalla Grande Piramide.
Sotto questo ipogeo è stato trovato un isolotto artificiale, di qualche metro di diametro, che recava dei piccoli obelischi ai suoi angoli, circondato dalle acque di un condotto artificiale che proveniva dal Nilo. Al centro dell'isolotto si ergeva un sarcofago vuoto e semisommerso, che lo stesso Hawass riferì potesse essere un cenotafi o di Osiride.
Il fatto che ha sbalordito gli Egittologi è che il terzo locale più inferiore, subito sopra il cenotafi o semi-allagato, recava evidenti tracce stratigrafiche di terrecotte provenienti dal Nuovo Regno, in pieno accordo con la descrizione di Erodoto. (9)

IL NOME DI CHEOPE
Abbiamo accennato in precedenza all'esistenza di due nomi di Faraone, legati alla Piana di Gizah ed alla Grande Piramide.
Il Faraone egizio aveva ben 5 nomi che facevano parte della sua "titolatura" reale. Si trattava del nome "Sa-Ra" = Figlio di Ra, che il sovrano aveva come nome di battesimo, del nome "Nesu-Biti" = Re dell'Alto e Basso Egitto, del nome Horus, spesso rappresentato dal Cartiglio tipo "Serekh" = "facciata di palazzo", dal nome Horus d'Oro, e dal nome "Neb-ty" = "Due Signore".
Abitualmente viene detto che Cheope aveva come nome Horus "Mezed-u", come nome Nesu-Biti "Khu-f-u" e, forse, come nome Neb-ty "Mezed".


In geroglifico il nome di Horus = Mezed o Mezed-u


In geroglifico il nome di Nesut-Biti = Kh-u-f-u

Prima di addentrarci nella vasta congerie di iscrizioni che recano il nome del Faraone, occorre chiarire quale sia la posizione dell'Egittologia ufficiale.
Il Faraone noto come Cheope viene identificato usualmente dagli Egittologi dal cartiglio che reca, al suo interno nell'ordine: il simbolo del "setaccio", pronunciato "Kh"; il simbolo del "pulcino di quaglia", pronunciato "u"; il simbolo della "vipera cornuta", pronunciato "f"; nuovamente dal simbolo del "pulcino di quaglia" = "u".
A questa forma "breve", del nome, presente in grande quantità nella Piana di Giza, si affianca la forma "estesa" del nome.
Il nome "Kh-u-f-u", in questo caso, viene preceduto dal simbolo della "brocca", pronunciato "Khnem", e dal simbolo dell'ariete a corna attorcigliate orizzontalmente, appartenente alla razza estinta dell'Ovis Longipes Palaeo-aegyptiacus, usato come determinativo e, per tal motivo, non pronunciato foneticamente.
Per precisione, come ci informa l'Egittologo Christian Jacq, alla fine del nome "Khu-f-u" ci dovrebbe essere il simbolo di un "uomo", pronunciato "i", ma che, si considera implicitamente eliminato dal cartiglio, visto che non compare fisicamente mai nelle iscrizioni del Cartiglio reale.
La grafia globale del nome del Faraone sarebbe pertanto "Khnum Khufui", ed il suo significato sarebbe "Khnum" = Dio Khnum a testa d'ariete; "Khu" = protegge; "f " = egli; "u-i" = me.
Occorre fare qui alcune considerazioni.
Il simbolo della "brocca" , che ha valore fonetico di "Khnem", ha il significato di "unificare, acquisire, associare", tanto che Flinders-Petrie (10) interpreta i Cartigli che recano i simboli di "Khnem-u" come "Colui che è unito a....".
La "brocca"/"Khnem" è peraltro correlata al Dio Khnum soltanto quando compare il determinativo della figura antropomorfa a testa d'ariete del Dio , e non l'ariete in se stesso.
L'ariete dalle corna orizzontali , considerato in quanto tale, non ha usualmente valore di determinativo, ma ha invece la fonetica di "Ba", come risulta a più riprese nel vetusto, ma autorevole Wallis-Budge (11) e risulta associato al Dio Khnum.
La pronuncia dei primi due simboli geroglifici: la "brocca" e l"ariete", risulta pertanto "Khnem-Ba". Questo fatto, se ricordiamo quanto detto in precedenza, ci rimanda alle versioni tardo-ellenistiche della Biblioteca di Diodoro Siculo.
Infatti il Re, collegato da Diodoro alla Grande Piramide, era chiamato anche = Chembis.
Poiché, ai tempi di Diodoro, la lingua geroglifica era quasi morta, soprattutto per la correlazione grafia-pronuncia, è davvero molto significativo che compaia la "B" di Chem-b-is, perché conferma la realtà della pronuncia "Khnem-Ba", dove il "Ba" dell'Ariete" era realmente pronunciato, e non foneticamente muto, avendo qualità di determinativo.
Un'altra constatazione è che, quando compaiono i simboli della "brocca e dell'"ariete", il nome "Kh-u-f-u" perde invariabilmente il simbolo del 1░ "pulcino di quaglia".
In realtà il nome "Kh-u-f-u" è presente nelle iscrizioni soltanto quando compare da solo, senza cioè i due simboli, che danno vita al "Khnem-Ba".
Il risultato è che il nome diviene "Kh(e)-f-u".


Tavole originali dell'opera "Manner and Customs
of the Ancient Egyptians" di J.G. Wilkinson

Di questo stesso (12) che, in una tavola, tratta dalle tombe nei pressi delle Piramidi, mostra il cartiglio Nesu-Biti "Kh-u-f-u" + il cartiglio Horus "Mezed-u", nettamente separato da quello che presenta la dizione: "Khem-ba Khe-f-u", come appartenente ad un altro Faraone. Egli chiama questo Re come "Numba Khufu o Chembes", rivelando di aver compreso la reale fonetica del nome, e rinforzando ancor più la versione di Diodoro.
Una delle tombe di Gizah, che sicuramente devono aver influenzato Wilkinson nelle sue conclusioni, è quella illustrata da Richard Lepsius nel suo monumentale Denkmaler, 2, 26.
L'Egittologo tedesco mostra infatti le iscrizioni presenti in una tomba, il cui proprietario risulta ignoto per via del danneggiamento del tempo sul suo nome. Sono invece ben visibili i titoli che il defunto aveva in vita a Gizah. Vi possiamo così leggere:
  • Hm Neter "Khnem-Ba Kh-u-f" o "Khe-f-u" = "Sacerdote di Khnem-Ba Khuf" o "Khefu";
  • Hm Neter "Kh-u-fu" = "Sacerdote di Khufu";
  • "Khnem-Ba Kh-u-f" o "Khe-f-u" khent "Kh-u-f-u" = "Khnem-Ba Kh-u-f "o "Khe-f-u" dentro/di fronte a "Kh-u-f-u".


I tre titoli sacerdotali del defunto sconosciuto
della tomba a Gizah come li riporta Lepsius

Poiché in iscrizioni di tombe vicine compaiono titoli quali: Sacerdote di Khufu, Sahura, Neferkara, Userkara, tutti Faraoni della 4a e 5a Dinastia, ci viene induttivamente da pensare che anche "Khnem-Ba Khe-fu" e "Kh-u-f-u" fossero 2 entità diverse, e questo nostro sospetto viene rinforzato dalla preposizione "khent" = "di fronte a/dentro" che li lega reciprocamente. Tale preposizione di "valore concreto fisico" ci fa capire che esiste una chiara differenza tra i due.
Abbiamo quindi visto che è possibile la dizione "Khef-u". Ma c'erano altre versioni di questo nome?

GLI ESEMPI
Il Papiro di Berlino nr. 3033, meglio conosciuto con il nome di "Papiro Westcar", è un papiro scritto in ieratico, che narra le vicende connesse alla corte di Re Cheope e dei suoi figli, che ne allietano la vita di corte, con racconti di vario tenore.
Gli Egittologi, seppure con qualche imbarazzo, devono riconoscere che il nome del Faraone è scritto con soli 3 simboli geroglifici, anziché 4.


Il cartiglio di Cheope come appare nel Papiro Westcar
(il terzo simbolo a destra equivale al "pulcino di quaglia" = U)

Anche qui manca il 1░ "pulcino di quaglia". Secondo logica la pronuncia sarebbe quindi "Khe-f-u". Le iscrizioni rupestri delle miniere di turchese dello Wadi Maghara nel Sinai mostrano, su due zone di roccia adiacente, 2 raffigurazioni.


I due pannelli adiacenti nella regione dello Wadi Maghara (Sinai)

Quella di sinistra, stilisticamente più arcaica, presenta una scena dove il Faraone è raffigurato mentre minaccia di colpire un uomo. Il Cartiglio orizzontale mostra i simboli "Khnem-Ba Khe-f-u". L'iscrizione del pannello di destra, stilisticamente più evoluta, mostra la titolatura quasi completa: Nome Nesu-Biti = "Kh-uf-u", disposto in verticale, nome Neb.ty = "Mezed", nome Horus = "Mezed-u", nome Horus d'oro = non visibile. Anche qui i due nomi, anche se vicini, sono sempre visti ed interpretati come autonomi.
Nella Stele calcarea di Amen-em-Hat 3░, Faraone della 12a Dinastia, presente a Gizah, si fa riferimento, nelle righe geroglifi che conclusive, ai costruttori dei Templi antichi, e viene menzionato Cheope. Il suo nome, nel cartiglio, è scritto, per quanto è possibile leggere "Khnem-u Khef". Anche qui, pur mancando il "pulcino di quaglia" conclusivo, manca il 1░ "pulcino di quaglia" = "u".
Un nome quasi identico a quello trovato sulla Stele di Amen-em-Hat, lo troviamo proprio all'interno ed all'esterno della Grande Piramide.
Infatti tanto nei blocchi di rivestimento interno della Piramide, come in quelli esterni, compaiono delle iscrizioni in ocra rossa. L.V. Grinsell annotò: "Su alcune delle pietre di sostegno del 5░ e 6░ corso, sui lati sud, est ed ovest, furono trovate alcune iscrizioni fatte dai costruttori, e molti marchi realizzati in rosso e, più raramente, in nero. Due contenevano il nome "Khnem-u Kh-u-f" (o "Khe-f-u"), ed in altre due il nome "Mezed-u", ambedue appellativi del Faraone Cheope". (13)
Queste osservazioni furono confermate sia da R.W. Howard Vyse (14), che trovò iscrizioni analoghe e che mostra, che da Georges Goyon (15) che trovò delle iscrizioni sulla "quarta fila della facciata ovest, pietra numero 71, cominciando dall'angolo nord. L'iscrizione è stata tracciata con della pittura rossa e collocata al contrario.
Lo stesso Vyse si rese poi protagonista dell'evento più traumatico della storia recente della Grande Piramide.
Usando nel 1837 abbondanti quantità di dinamite, egli scoprì le 4 Camere sovrapposte, alla Camera di Davison, scoperta nel 1765, ed a sua volta, posta sopra la Camera del Re. Nella Camera di Arbuthnot egli reperì dei cartigli che, seppure di rozza fattura e tracciati in geroglifico corsivo, mediante ocra rossa, mostravano dei nomi regali.
I disegni di questi marchi di cava furono ricopiati dal Sig. Perring ed inviati a Samuel Birch, del British Museum, per sentire il suo parere di esperto. Egli così si espresse:
"I simboli geroglifi ci ritrovati sembrano marchi di cava, essendo presenti solo sui blocchi provenienti da Mokattam e non dai blocchi scavati in loco... Essi mostrano punti in comune con i 2 nomi reali dei Faraoni, trovati nelle tombe dei funzionari a Gizeh... I 2 Cartigli possono forse formare il nome ed il pre-nome di un monarca conosciuto dai Greci con gli appellativi di Suphis, Saophis, Cheops, Chemmis, Chemba... M. Rosellini ritiene che la 'brocca' e l''ariete' rappresentino il Dio Neph o Nev, corrispondenti a Chnouphis, che appare spesso con la testa d'ariete e presiede all'inondazione del Nilo, così come di Chnebis, Chnephis, Kneph, Chnoumis, Chnemis, manifestazioni del Dio Amun-Ra. Flinders-Petrie (16) ritiene che Khnem-Ba Khefu e Khufu fossero co-reggenti, altrimenti bisognerebbe: adottare una pronuncia tardiva, ignorando un carattere del nome (17), inventare l'applicazione di un determinativo prefissato nei Cartigli e supporre che il nome del re fosse posto in 'doppio', con e senza determinativo sui monumenti pubblici. Ma questi requisiti sono contraddetti dall'impiego rinvenuto in tutti i ritrovamenti."

Il fatto interessante è che questi probabili marchi di cava, non tutti completati, ma quasi sicuramente fatti dagli Antichi Egizi, si presentavano capovolti o verticali. Inoltre sopra molti di essi compaiono delle linee orizzontali che mantengono l'allineamento dei blocchi, mentre ogni marchio di cava è interamente situato su di un singolo blocco, senza minimamente debordare su quelli adiacenti.


I "marchi di cava" presenti nella Camera di Arbuthnot

Zecharia Sitchin (18) è stato strenuo fautore della teoria che questi "marchi di cava" siano stati fatti ad arte da Howard Vyse, e molti scrittori si sono adeguati a queste opinioni; tuttavia, recentemente, il noto scrittore Graham Hancock, condotto da Zahi Hawass a visionare con accuratezza la Camera di Arbuthnot ha così affermato: "Non mi furono posti divieti di sorta nel luogo dove ho esaminato, ed ho avuto molto tempo per analizzare i cartigli da vicino sotto una intensa luce. Spaccature nelle giunzioni dei blocchi rivelano che i geroglifici continuano sotto gli altri blocchi. Nessun falsificatore avrebbe potuto accedervi da quando i blocchi furono messi in situ, blocchi che, aggiungo, pesano dieci tonnellate ciascuno, e sono strettamente interconnessi tra loro. L'unica ragionevole conclusione è quella sostenuta da lungo tempo dagli Egittologi, cioè che i Geroglifi ci sono graffiti originali dell'Antico Regno e che sono stati apposti sui blocchi prima dell'inizio della costruzione."
Ecco i nomi che compaiono in questi cartigli, così come sono apparsi nel 1839 ad opera di Perring:

1) "Khnem-Ba Khe-f-u":


2) "Khnem-Ba-u":


3) (simbolo che è situato sotto il tetto)-Ba Khe-f-u":


4) "Khnem-Ba Khe-f" incompleto nella parte conclusiva:


In questa Camera non sono stati trovati cartigli tipo "Kh-u-f-u".
Nella sovrastante Camera di Campbell, al contrario è visibile un cartiglio tipo "Kh-u-f-u", senza che vi siano tracce alcune di "Khnem-Ba Khe-f-u".
Ma la prova più importante e, forse dirimente, ci giunge dalle Tavole dei Re, presenti nel cenotafio di Seti 1░ ove vengono mostrati gli antenati illustri al figlio Ramses 2░.
Si tratta di liste ufficiali di tavole ufficiali, intese come documenti di stato. La grafia di un nome reale qui è veramente dirimente. Ebbene il Cartiglio disposto in verticale e collocato fra quelli di Sneferu e quelli di Died-ef-Ra presenta inequivocabilmente 3 simboli geroglifici: "Kh-f-u", con logica conseguenza della pronuncia "Khefu".
Secondo alcuni Egittologi non si può escludere che il nome "Khufu" potrebbe essere stato un titolo dato al Faraone, quale esponente di un culto divino, che divenne l'attributo stesso del Re.
In questo senso si può vedere il cospicuo numero di iscrizioni del Nuovo Regno che citano il nome di "Khufu".
William R. Fix (19) si spinge a dire, a questo proposito, che non esistono prove certe che il Re chiamato "Khufu" sia stato il costruttore della Grande Piramide e che:
  • "gli studiosi hanno proposto diverse spiegazioni per Khufu e Khnum-Khuf:
  • sono due nomi diversi dello stesso Re;
  • sono nomi di due Re diversi;
  • uno è il nome di un Re e l'altro è il nome di un Dio; a queste se ne possono essere aggiunte altre due:
  • sono nomi di due differenti dei;
  • sono nomi differenti per lo stesso Dio."
Abbiamo visto in precedenza come vi siano prove documentarie, riconosciute anche dagli stessi Egittologi di vecchio stampo, che mostrano come i nomi "Khufu" e "Khemba Khefu" siano due appellativi diversi, che possono essere attribuiti a Faraoni diversi, appartenenti ad epoche differenti, o che siano due diversi appellativi dello stesso Faraone, od entrambe le possibilità.
Vediamo, ove possibile, di analizzare le origine etimologiche di questi 2 nomi e come si possano potenzialmente abbinare, in modo davvero impensato, ad epiche e mitologie greche.

IL POSSIBILE SIGNIFICATO DEI NOMI
A) Il nome "Kh-u-f-u" deriva, secondo gli Egittologi, dal verbo = "Kh-u" = "proteggere", con il determinativo del "braccio che regge il nekhekh", ed è presente già negli antichi "Testi delle Piramidi", tuttavia esistono anche altre possibili determinativi che variano il significato del termine.
Con il determinativo di "giorno" significa "alto"; con il determinativo di "stoffa" significa "vestire"; con il determinativo di "fuoco" significa "fiamma"; con il determinativo di "scala" significa "gradoni riferiti a terrazze naturali".
Nel contesto in cui è usato appare tuttavia verosimile che sia proprio il significato di "proteggere", quello più attendibile. Ma noi sappiamo che nel nome "Kh-u-f-u" c'è anche "f-u". Se la "f" è correlata al pronome personale "egli" o "lui", l'ultimo "pulcino di quaglia" = "u", non viene, come detto in precedenza, chiarito a sufficienza dagli Egittologi. Essi infatti dicono che il simbolo di "u" deve essere associato al simbolo di "uomo", dalla fonetica "i", per formare il pronome "u-i" = "me", tuttavia essi ribadiscono che questa "i" viene perennemente elisa nei Cartigli.
La frase teorica "Kh-u-f-u" sarebbe così: Kh-u = Protegge/f = egli/u-i = me. Per alleviare la macchinosità di questa costruzione abbinano al nome "Kh-u-f-u" quello di "Khnem-(Ba)" per formare l'artificioso "Khnum protegge egli me".
Tuttavia occorre ricordare che se è vero che il nome "Kh-u-f-u" è sempre scritto correttamente con 4 simboli geroglifici, quando compaiono i geroglifici della "brocca" e dell'"ariete" il teorico nome "Khu-f-u" perde invariabilmente, uno dei 2 "pulcini di quaglia" e, considerata l'attendibilità delle prove documentarie finora discusse, è molto più frequente la scomparsa del 1░ "pulcino di quaglia" = "u".
In realtà una possibile soluzione potrebbe venire dall'interno stesso della 4a Dinastia. Il predecessore del Faraone connesso alla Grande Piramide si chiamava "S-nefer-u". Il significato di questo nome parte da "nefer" = "bello", che, con una "s" davanti, diventa il verbo "abbellire" e con la "u" finale diviene sostantivato in "abbellitore".
Infatti, leggendo Giulio Farina (20), abbiamo che: "il suffisso "u", posto dopo un verbo, indica la qualità permanente di un soggetto", in pratica determina la sostantivazione del verbo stesso.
Se ne deduce che il termine "Kh-u-f-u" ha molte possibilità di essere tradotto come "Protettore".
Questo nome, concettualmente, ha valenza di "titolo regale" e, sotto il profilo teorico, può ottimamente applicarsi sia a Re che a Dei.

B) Il nome "Kh(e)-f-u" può derivare invece da termini connessi all'acqua ed alla sabbia. Infatti il termine "khe-f-khe-f " significa "inondare", e compare negli antichi "Testi delle Piramidi trovati nelle Piramidi di Unas (Formula 434) ed in quella di Teti (Formula 248). Inoltre il termine "Khe-f-khe-f-u" significa invece "polvere della sabbia". Un concetto che unisce questi due termini è quello dato dal termine "khef-i-t" che con il determinativo di "terra", significa "riva", "costa", "luogo di sbarco".
Con il determinativo delle "gambe in movimento", la parola "khe-f-khe-f" significa altresì "raccogliere".
Appare chiaro che il nome "Khe-f-u", associato a temi quali "inondare", "rive", "luoghi di sbarco" e "sabbia" sembra collegato a temi connessi con la proto-storia dell'Antico-Egitto, che emerge dagli antichi "Testi di Horus" ritrovati ad Edfou.
In questi antichissimi testi si faceva riferimento all'emersione, dalle acque "cosmiche" del Nun dell'Isola sabbiosa della Creazione.
Tale concetto è tuttora presente nel termine "iw" = "Isola". Come apprendiamo da Carmela Betrò (21), questa parola si riferisce sia "gli isolotti sabbiosi in mezzo al fiume, quanto le montagnole sabbiose che talvolta interrompono la piana alluvionale", che vengono chiamate dagli arabi "gezireh" = isole". La parola "iw" può indicare anche le caratteristiche formazioni collinose del Delta, su cui venivano costruite le città".
È indubbio che il termine arabo "gezireh" presenti forti affinità fonetiche con "Gizeh".
L'importanza del termine "iw" = "isola" o "montagnola sabbiosa" è ribadito dall'uso dell'espressione "Akhet Khufu" frequentemente associato alla Grande Piramide. Questa espressione, usualmente tradotta come


"Orizzonte di Khufu", presenta il cartiglio di "Khufu", seguito dalla parola = "Akhet", il determinativo di "isola" e quello di "città della Piramide", probabilmente inteso come la "necropoli annessa alla Piramide, entrambi non pronunciati.
In linea teorica il significato etimologico di "Akhet Khufu" potrebbe così essere: L'"isola (o montagnola sabbiosa) dello spirito di Khufu nella necropoli della Piramide". La rilevanza di questa "montagnola" o "collinetta" era ribadita dallo stesso Erodoto (22) "Entrambe (le Piramidi) sorgono sullo stesso colle, alto circa 100 piedi (circa 30 metri)". L'ipotesi che le Piramidi siano state costruite inglobando una collina sottostante, oltre che verificata concretamente, è data ormai per acclarata dagli Egittologi.
Ma il nome "Khef-u" si abbina a quello del Dio "Khnum". Questo Dio di origine Nubiana od Etiope, fu considerato "Guardiano delle sorgenti del Nilo", e venerato ad Elefantina ed a Syene, l'odierna Assuan. Pur essendo adorato anche a Mendes, Khnum rimase comunque una divinità peculiare dell'Alto Egitto.
Con la funzione di "vasaio" aveva modellato l'Umanità, contrapponendosi al Dio "vasaio" del Basso Egitto, quel Ptah, particolarmente venerato a Menfi, di cui Gizeh rappresentava la necropoli.
È perciò significativo che, sia all'interno che all'esterno della Piramide vi siano riferimenti ad un Dio che, comunque, era, diciamo così in senso geo-religioso, "un po' fuori zona"! Forse perché si auspicava il suo aiuto "idro-geologico" a causa di rovinose e ripetute piene del Nilo, che affliggevano spesso l'Antico Egitto?

CEFEO, UNA IPOTESI AZZARDATA?
La pronuncia greca del nome del faraone = Cheope, ci suggerisce che Erodoto abbia saputo, direttamente dai suoi informatori egizi, dell'esistenza del dittongo "eo" di . Questo dittongo, sotto il profilo teorico, era pienamente possibile anche per la fonetica egizia.
Inoltre molti glottologi e lessicologi ci informano che il simbolo geroglifico egizio del "Pulcino di quaglia" trova il corrispettivo nella lettera ebraica "u" = "vaw", la cui fonetica possibile è "v", "u", "o".
D'altro canto l'ebraico, al pari dell'egiziano antico, non scrive la lettera "e", pur pronunciandola.
In considerazione di queste osservazioni è del tutto possibile, sotto l'aspetto virtuale, ma correlato alla pronuncia che ci fornisce Erodoto, che la pronuncia dell'egizio "Kh-u-f-u" sia "C(h)eofo".
Da questo discende che il nome egizio "Kh-fu" possa avere conseguentemente la fonetica "C(h)efeo".
Questa quasi equivalenza fonetica tra "C(h)eofo" e "C(h)efeo" rientra nella mentalità egizia, che vedeva nei giochi di parole fonetici, una magia sonora di connotazione religiosa.
Ma il nome "C(h)efeo" non è una novità per i mitografi greci.
Nella mitologia greca è infatti nota la famiglia che fu poi immortalata nel Cielo con ben 4 Costellazioni: Cefeo, Cassiopea, Andromeda, Perseo.
L'archeologo tedesco Otto Much (Cheops et la grande Pyramide) trovò una correlazione tra la realtà egizia di Cheope e quella greca di Cefeo. Egli rinvenne anche collegamenti fra il nome della figlia di Cheope, Mersankh e la figlia di Cefeo, la bella Andromeda. A queste intuizioni si aggiunsero tuttavia altre conclusioni temerarie da parte sua, che unite ad una certa dose di nazionalismo, gli alienarono ben presto la considerazione della comunità scientifica.
Tuttavia alcune considerazioni di Much meritano però qualche approfondimento.
, il nostro Cefeo, era un Re dell'Etiopia, marito di Cassiopea e padre della bella Andromeda; il suo nome potrebbe derivare dal termine = fuco, maschio dell'ape.
Erodoto, Strabone, Pilinio, Apollodoro, Igino, Ovidio ci forniscono notizie sul Re Cefeo. Egli era angustiato dall'inondazione che sconvolgeva il suo paese, a seguito della punizione che Poseidone gli aveva inflitto. Il Dio del mare era infatti irato per la impudente dichiarazione della moglie Cassiopea, che la figlia Andromeda era più bella delle Ninfe Nereidi, figlie dello stesso Poseidone. Consultato l'oracolo di Ammone nell'oasi di Siwa, fu riferito a Cefeo che l'inondazione sarebbe scomparsa solo se avesse immolato la figlia ad un mostro marino.
Incatenata a malincuore la figlia ad una roccia sul mare, in attesa che soppraggiungesse il mostro marino, egli attendeva con rassegnazione l'evento, quando intervenne il prode Perseo che la liberò.
Secondo Nonno, era sinonimo di "Etiopi", e sia Erodoto (23) che Apollodoro (24) riferiscono che "Belo, che regnava a Chemmi, nella Tebaide, ebbe da Anchinoe, figlia del Nilo, 3 figli: Egitto, Danae, Cefeo".
Questa ricorrenza di 3 popolazioni: egizi (Egitto), greci (Danae), etiopi (Cefeo) ricorda, secondo Robert Graves (25), ritualità comuni fra le popolazioni dell'Africa Orientale ed i proto-greci.
Infatti, secondo Graves, immigrati libici ed egiziani del delta occidentale del Nilo si spostarono a Creta dopo l'unificazione del Basso ed Alto Egitto.
Secondo alcune fonti Cefeo, era il Re di Joppa, l'egi-zia "Ipu", l'ebraica , mentre altri autori dicono che era il Re di Gaza, l'egizia "Gatchai", l'ebraica .
Secondo alcuni geografi la roccia a cui era incatenata Andromeda, corrispondeva al = il Monte Casio, posto al confine orientale del Delta del Nilo, qualche chilometro ad est del Canale di Suez, dove finiva il Lago Serbonide, e di cui parlano Erodoto (26) e Strabone (27).
Abbiamo così che la figura di Cefeo presenta singolari affinità con l'Antico Egitto.
Egli infatti proviene dall'Etiopia, regione anticamente estremamente vasta, che comprendeva anche la Nubia, dove era originariamente adorato il Dio Khnum. Il padre di Cefeo regnava a Chemmi, località che ricorda omofonicamente proprio il Dio Khnum.
Cefeo era preoccupato dall'inondazione, che non avendo carattere di universalità, non può che far pensare alla periodica piena del Nilo, guarda caso, regolamentata proprio dal Dio Khnum ad Elefantina.
Il nome egizio dell'"inondazione", inteso come "diluvio", come abbiamo visto in precedenza, è "Khef-khef-u", che richiama tanto il nome egizio "Kh-e-f-e-o", che quello greco "".
La roccia su cui fu incatenata Andromeda era al confine orientale del Delta del Nilo, sul Mediterraneo, al limite del Lago Serbonide. Il nome di Cefeo potrebbe derivare dal nome che significa "Fuco", ed il simbolo geroglifico del Basso Egitto ( = Biti) era proprio un'ape.
Singolari sono poi le coincidenze fonetiche fra la moglie principale di Cheope, Henutsen e Cassiopea, la moglie di Cefeo, così come tra la figlia Mersankh 2a ed Andromeda, la figlia di Cefeo.
Henutsen ha un nome che è formato dalla parola = "Henut", che significa "Signora", inteso come "Padrona", e da = "Sen", che significa "Essi" o "Loro", anche se non si può escludere che si tratti della parola = "Sen", che significa "Fratello". Il nome Cassiopea in greco si presenta in due grafie. Una è , come ci viene riferita da Strabone, l'altra è invece , come troviamo nell'Antologia Palatina (28).
In entrambi i casi è accettata l'accezione con una "s" sola. Da dove deriverebbe il termine Cassiopea o Casiopea?

Anche se alcuni lessicologi riportano un'origine dal fenicio "Qassiu Paer" = "Volto Rosa", è probabile che la sua etimologia possa originare dal termine "" = "fratello" e dal verbo "", derivato dal "" = "sovrastare, presiedere". Esiste quindi una certa corrispondenza fra il nome egizio e quello greco.
Mersankh ha un nome che deriva da = "Mer", che significa "Amato" e da = "Sankh", che significa "prendersi cura, provvedere".
Il nome greco di Andromeda: è formato dalla radice "" = "Uomo" e dal verbo "", il cui significato è "ho cura di, penso a". Anche qui troviamo una certa corrispondenza fra i due nomi.
Non poteva mancare la presenza del 4░ membro della Famiglia del Mito greco: Perseo.
La presenza di Perseo nell'antico Egitto è infatti autenticata dallo stesso Erodoto (29), dove viene detto che l'eroe aveva un Tempio dedicato a lui a , nella Tebaide, in quanto originario di quel luogo. Questa città corrispondeva alla tolemaica Panopolis, dove era venerato il Dio Min, corrispettivo del Pan ellenico; il suo nome egizio era "Ipu" o o "Khimmim", capoluogo del 9░ Nomo dell'Alto Egitto, corrispondente all'odierna località di Akhmim.
La grafia identica tra la "Ipu" subito fuori dell'Egitto, corrispondente a Joppa, e la "Ipu" all'interno dell'Egitto, corrispondente a Panopolis e Chemmis, può avere confuso gli antichi mitografi greci.
Considerati tutti i riferimenti a Chemmis ed a Khnum incontrati finora, è molto verosimile che la città natale di "Khefu" fosse proprio l'odierna Akhmim.
Perseo proveniente dalla Libia, volando con i calzari alati e recando con sé la testa della Gorgone, doveva necessariamente transitare sopra l'Egitto.
Tracce della sua presenza le troviamo poi con l'importante "Torre (o Specola) di Perseo" a funzione geo-detica, in allineamento con la Grande Piramide, ed astronomica.
Questa Torre, che qualche studioso identifica nel luogo in cui Perseo avrebbe sconfitto il mostro e liberato la bella Andromeda, è citata sia da Erodoto (30) che da Strabone (31) e da essi collocata all'estremo limite orientale del Delta del Nilo. Sembra così di poter affermare che Cefeo, Cassiopea, Andromeda, Perseo hanno degli interessanti elementi di correlazione con l'antico Egitto.
L'ipotesi di collegamento storico-mitico secondo questa sequenza:
  • Cheope ------------- Cefeo
  • Henutsen ---------- Cassiopea
  • Mersankh ---------- Andromeda
può essere azzardata, ma, sotto il profilo lessicologico e fonetico, è virtualmente possibile.
Il fatto che il Faraone della 4a Dinastia si chiamasse realmente "Khefu" e che si proclamasse "Khufu" = "Protettore", alla stregua di una Divinità, è probabile, così come è probabile che chi, durante la 21a Dinastia, amava ricordare in modo struggente il glorioso passato degli antenati decidesse di farsi chiamare con lo stesso titolo dei Re dell'Antico Regno, ma la cosa davvero certa è che il nostro passato cela ancora molti misteri, di cui ora abbiamo appena iniziato a dipanare la fitta trama.

Note:
1. "La civiltà egizia", pagina 292.
2. Tratto da: Gauthier, "Le Livre des Rois d'Egypte", 3, 293.
3. "Guide du Musèe du Caire", pagina 65.
4. Pag. 135.
5. "Ancient Record of Egypts", 1.
6. Biblioteca 1, 63.
7. Iliade 12, 258 e 444.
8. Erodoto, "Storie" 2,127.
9. Per definizione il Nuovo Regno viene fatto iniziare con la 18a Dinastia.
10. "Pyramids and Temples of Giza", 114.
11. An egyptian hieroglyphic dictionary.
12. Manners and Customs of the Ancient Egyptians.
13. L.V. Grinsell, "Egyptian Pyramids".
14. R.W. Howard Vyse, "Operations carried out in the Pyramids of Gizeh" vol. 1, pag. 226.
15. Georges Goyon, "Il segreto delle grandi Piramidi".
16. Flinders-Petrie, "Pyramis and Temples of Gizah", pag. 113.
17. Uno dei due "Pulcini di Quaglia".
18. Zecharia Sitchin, "Astronavi sul Sinai".
19. William R. Fix, "Pyramid Odissey".
20. Giulio Farina, "Grammatica della lingua egiziana antica", pag. 58.
21. Carmela Betrò, "I Geroglifici".
22. Erodoto "Storie", 2,127.
23. Erodoto, "Storie", 2, 91.
24. Apollodoro, 2,1-4.
25. Robert Graves, "I Miti Ebraici".
26. Erodoto, "Storie" 2, 6 e 158.
27. Strabone, "Geografia" 17,50.
28. "Antologia Palatina" 16,147.
29. Erodoto, "Storie" 2,91.
30. Erodoto, "Storie", 2,15.
31. Strabone, "Geografia", 17,1,19.

Tutti gli articoli di ARCHEOMISTERI

vai alla visualizzazione normale di inizio articolo     invia questa notizia ad un amico

imposta Edicolaweb come Home                           aggiungi Edicolaweb a Preferiti  

 
UFO NOTIZIARIO - Il nuovo numero in edicola ed in abbonamento
HERA - Il nuovo numero in edicola ed in abbonamento
I MISTERI DI HERA - Il nuovo numero in edicola ed in abbonamento
Nostre realizzazioni



  BibbiaWeb

  Interkosmos

  OdontoStudio

La civiltà di Marte - Gianni Viola

Edicola Home | Chi siamo | Contatti | Site map | Cerca | Registrazioni | Links | Appuntamenti
info@edicolaweb.net  
Per i contenuti tutti i diritti sono riservati alle società proprietarie delle riviste pubblicate
EdicolaWeb