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CONSISTENZA STORICA DEI POEMI OMERICI

parti precedenti:

CULTURA GRECA E SUA TRASMISSIONE »
PRIME FASI STORICHE DELLA CIVILTÀ GRECA »
LA LINGUA DEI GRECI »
DIFFUSIONE E TRASMISSIONE DEI TESTI »
I POEMI OMERICI »
LA QUESTIONE OMERICA »


Esistettero veramente una città chiamata Troia e una guerra che da essa prese il nome?
Nell'antichità non si esitò a dare risposta affermativa a questo quesito, ma per lungo tempo, fino almeno alla metà del XIX secolo, si è preferito considerare i poemi omerici come pura opera di fantasia senza alcun fondamento storico.
Voci fuori dal coro furono quelle di Robert Wood (XVIII sec.) e George Gladstone (XIX sec.), che ritenevano Omero un attendibile testimone oculare dei fatti narrati.
Intorno al 1870 Heinrich Schliemann, un commerciante tedesco di umili origini ma che aveva accumulato nel tempo un considerevole patrimonio, si ritirò dagli affari per dedicarsi a quella che era stata la passione dominante di tutta la sua vita: constatare la veridicità dei racconti omerici identificando i luoghi descritti e compiendo delle campagne di scavi per rintracciare le prove tangibili della realtà storica dell'"Iliade" e dell'"Odissea".
Schliemann riteneva che il luogo dell'antica Troia fosse la collina chiamata in turco Hissarlik, che sovrasta una piana formata da due fiumi (gli antichi Scamandro e Simoenta) presso la costa nord-occidentale dell'Asia Minore.
Gli scavi non lasciarono deluso Schliemann: a Hissarlik scoprì resti di insediamenti umani disposti su diversi strati, e credette di identificare i resti della Troia omerica nel secondo dal fondo di tali strati, allorché rinvenne tra i resti di un palazzo incendiato una grande quantità di monili e suppellettili d'oro, che egli non esitò a battezzare "Tesoro di Priamo".
Schliemann si trasferì poi a cercare le origini degli achei in Grecia, ritrovando a Tirinto le mura colossali citate da Omero e a Micene la città di Agamennone, le cui sembianze volle identificare nel volto raffigurato su una maschera funeraria aurea rinvenuta insieme ad un fastoso tesoro.
Ricerche successive dimostrarono che questi ritrovamenti erano di età molto anteriore alla supposta data della spedizione troiana, e parimenti si precisò che i resti della città identificata da Schliemann come Troia risalivano a molto tempo prima. Permane comunque il dato di fatto che nel medesimo luogo una città fu distrutta e ricostruita più volte, e una di queste distruzioni avvenne nel XII secolo a.C.
Si era in ogni modo diffusa una certa fiducia sulla veridicità storica dei poemi omerici, e soprattutto fu possibile tratteggiare i connotati di una grande civiltà, denominata "micenea", cui si fece risalire l'origine del mito.

Resta sicuramente il dilemma sulla valutazione dei poemi omerici: documento storico filtrato dall'interpretazione poetica oppure finzione artistica inserita nell'ambito di una grandiosa civiltà realmente esistita?
Queste le posizioni estreme di un dibattito che, in mancanza di prove tangibili e sicure, ha prodotto nel tempo le ipotesi più disparate. D'altronde documenti ittiti (10) attestano rapporti con gli achei, ed è lecito supporre che tali rapporti fossero da inquadrare in una fase espansionistica delle genti greche al momento dell'apogeo della cultura micenea.

Del tutto diverso è il sottofondo storico dell'"Odissea": se esiste un qualche legame tangibile con la realtà geografica dell'isola di Itaca, che ha mantenuto lo stesso nome fino ad oggi, è stato invece sempre ritenuto assurdo situare il viaggio di Odisseo in un contesto geografico reale nell'area mediterranea, in cui luoghi e civiltà non hanno pressoché alcuna corrispondenza con quanto narrato nel poema.
La ricostruzione dell'esistenza condotta nei campi e nelle città fornisce invece ampio materiale per valutare l'ambiente da un punto di vista tecnico, economico e sociale. Combinando questi elementi con gli spunti forniti dall'"Iliade" si ottiene un quadro molto dettagliato della civiltà ritratta nei poemi, che però non coincide esattamente con i risultati degli studi archeologici sulla civiltà micenea: tali tracce arcaiche sono commiste ad altre di epoca sicuramente posteriore, ma sono spesso presentate come se se ne ignorasse l'esatta funzione.
Ad esempio, all'epoca di Omero si sapeva che erano esistiti in passato i carri da guerra, ma se ne ignorava evidentemente la funzione, tant'è che gli eroi dell'"Iliade" se ne servono come mezzi per spostarsi tra vari luoghi, ma una volta arrivati scendono e combattono a piedi. Armi di bronzo più arcaiche appaiono insieme alle più recenti armi di ferro, il sistema di battitura del ferro è usato per ricavare utensili di uso più antico, quando quel metallo ancora non si conosceva, e lo stesso ordine sociale è amministrato talvolta da sovrani, talvolta dal collegio degli anziani, e molto altro ancora.
In definitiva si può supporre che, al di là dei processi di riduzione e contaminazione compositiva intervenuti sulle opere, le prime origini dei fatti narrati appartenessero ad un'epoca anteriore a quella micenea, i cui poemi salvaguardarono il ricordo delle gesta, delle strutture sociali e della cultura materiale fino al crollo traumatico della civiltà micenea.
Con l'abbandono della scrittura per alcuni secoli e la contrazione culturale che ne derivò, tali caratteri arcaici presenti nei poemi vennero progressivamente smarriti e confusi con elementi posteriori, pur serbando memoria dei fatti, dei personaggi e dei luoghi, fino a giungere al momento della composizione definitiva dei poemi: chiunque abbia redatto l'"Iliade" e l'"Odissea" tende consapevolmente ad arcaizzare, senza però essere in grado di distinguere le stratificazioni storiche che si erano ormai confuse.
È inoltre verosimile che, per adeguarsi alle esigenze del pubblico, fu inserita anche una serie di riferimenti storici di cui il redattore aveva conoscenza diretta.
Le differenze culturali fra i due poemi sono evidenti ma complesse da storicizzare: fenomeni come la differenza fra la rigida struttura aristocratica dell'"Iliade" e la più articolata dimensione sociale dell'"Odissea" sembrano evidenziare una notevole distanza temporale tra gli eventi, in cui l'"Iliade" rappresenta un momento più arcaico ove lo "statu quo" non ammette dubbi sulla propria stabilità, mentre l'"Odissea" sembra dischiudere una prospettiva di crisi della struttura e della compagine sociale, adombrata nell'insubordinazione dei Proci.
Si può ritenere forse che già gli archetipi remoti dei due poemi fossero il ritratto letterario di due fasi storiche diverse e che tale divario si sia mantenuto nelle successive elaborazioni.

Testimonianza del fatto che la questione dell'affidabilità storica dei poemi omerici non è affatto risolta né sopita è il recente studio eseguito dall'ingegner Felice Vinci, foriero di un'ipotesi perspicace che ha suscitato tanto scalpore quanto dissenso: mediante una lunga e meticolosa ricerca, Vinci propone una interessante soluzione alle numerose incongruenze dei poemi collocandone l'originario svolgimento nelle terre e nei mari della preistorica Europa del nord, da cui provennero i colonizzatori della Grecia fra il III ed il II millennio a.C., identificando una lunga serie di luoghi che potrebbero essere stati il primo sfondo dei nuclei ancestrali dei poemi omerici.
Una volta superato lo choc culturale e l'istintivo rifiuto di una ricollocazione così radicale e lontana dall'immaginario collettivo, ci si rende conto che a rigor di logica le critiche sorte nei confronti dell'ipotesi dell'ingegner Vinci non hanno molta ragion d'essere, se si considera che non è improbabile che i popoli giunti in Grecia dal nord si siano portati dietro il ricordo e la tradizione delle antiche gesta, riadattandole, in un lungo periodo di mutevole tradizione orale, alle nuove condizioni geografiche e forse anche alle molte guerre che furono in seguito condotte contro la città che Heinrich Schliemann individuò in Asia Minore, la cui posizione privilegiata all'ingresso dello stretto dei Dardanelli consentiva di controllare i commerci con tutto il Mar Nero e ne faceva conseguentemente un bersaglio strategico primario di importanza vitale.
Né peraltro tale ipotesi esclude in linea di principio che questi riadattamenti, per lungo tempo affidati alla tradizione mnemonica, siano stati selezionati, riuniti e uniformati dalla mano di un unico genio creatore che, con la ricomparsa della scrittura alla metà dell'VIII secolo, abbia voluto offrire una rinnovata veste poetica ad un corpus di tradizioni arcaiche preesistenti, conferendo loro un aspetto unitario confacente alle necessità del tempo e alla rinnovata disponibilità di una potente via di trasmissione letteraria, la scrittura, che è riuscita a tramandare questi capolavori fino ai giorni nostri.

Note:
10. Popolo appartenente al ceppo linguistico indoeuropeo stanziato nel Il millennio a.C. nella penisola anatolica, ove formò un impero di notevole rilevanza politica e matura civiltà.
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