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n° 16 Lug./Ago. 2004

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LA QUESTIONE OMERICA

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LA LINGUA DEI GRECI »
DIFFUSIONE E TRASMISSIONE DEI TESTI »
I POEMI OMERICI »

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Anticamente non si avevano dubbi sulla realtà storica di un cantore di nome Omero, autore dell'"Iliade" e dell'"Odissea" e di un numero di scritti minori.
L'autore, in uno di questi scritti, si definisce "il cieco che abita a Chio", e questo ha dato origine alla leggenda della sua cecità, benché ad indicarlo fosse anche lo stesso nome: Omero è in effetti una crasi della locuzione greca "ò mè orôn", "colui che non vede".
Si contesero l'onore di avergli dato i natali altre città, tra cui Smirne e Colofone; quanto al periodo di attività, Erodoto lo fissava intorno alla metà del IX secolo a.C.
Sorsero già inizialmente molti dubbi sull'attribuzione di alcune sue opere, e furono i critici alessandrini, tra il III ed il II secolo a.C., ad accertare definitivamente come autentiche solamente l'"Iliade" e dell'"Odissea", delle quali curarono la prima vera edizione filologica fissandone il numero di versi, la divisione in 24 canti ciascuna e operando una prima vera critica letteraria.
Peraltro già nel IV secolo a.C. due grammatici, Senone ed Ellanico, avevano sostenuto, sulla base delle divergenze ambientali e linguistiche fra i due poemi, che l'"Odissea" non fosse frutto della produzione omerica; tale ipotesi fu però confutata da Aristarco, massimo esperto alessandrino di Omero.
In seguito il trattato "Sul sublime", di autore anonimo, provò a risolvere salomonicamente la questione collocando l'"Iliade" nell'ambito di una produzione giovanile e l'"Odissea" invece in una più matura.
Un dubbio inquietante però stava cominciando a sorgere: quali erano state le modalità di composizione e trasmissione di un'opera così vasta in un'epoca in cui non esisteva scrittura?
Si ipotizzò che tali opere fossero state tramandate per via orale e mnemonica, spiegando così anche le incongruenze che si presentavano nei poemi; a ciò si volle ricollegare la notizia, diffusa in varie fonti, che fosse stato Pisistrato nel VI secolo a.C. a far curare la prima redazione delle due opere.
L'esistenza di Omero rimase comunque un dato di fatto fino al XVII secolo, quando François Hédelin, abate d'Aubignac, nelle "Conjectures académiques ou Dissertation sur I'Iliade" (9) espose nuovamente tutti i dubbi legati all'assenza di scrittura e alle molte incongruenze presenti nei due testi, affermando che i poemi erano solamente una raccolta tardiva e disorganica di canti indipendenti composti da precedenti autori, e che Omero era in realtà un personaggio del tutto immaginario.
Ad una analoga conclusione pervenne anche Giambattista Vico nei "Principi di scienza nuova intorno alla comune natura delle nazioni" (1730), in cui egli afferma che i due poemi sono la voce del primo affermarsi dell'identità greca, creazione collettiva cui concorse tutta la popolazione, identificando Omero come prototipo degli antichi uomini greci che "narravano, cantando, la loro storia".
D'altra parte Vico riconosce il ruolo fondamentale della memoria nella creazione e trasmissione delle opere, ma constata che la società ritratta nell'Odissea appare più evoluta di quella narrata nell'Iliade, deducendone che i due poemi non potessero appartenere ad una stessa epoca e tantomeno ad un medesimo autore.

Una vera e propria discussione scientifica della "questione omerica" fu aperta da Friedrich August Wolf con i "Prolegomena ad Homerum" (1795), in cui, analizzando filologicamente i poemi e le loro incongruenze, affermò che tali opere fossero una sorta di riunione di brevi canti concepiti e tramandati oralmente, suscettibili di interpolazioni e corruzioni di qualsiasi forma.
Wolf non negò integralmente l'esistenza di Omero, ma lo identificò come autore di un nucleo originario di composizioni che sarebbero poi state accorpate, ampliate e modificate nel corso del tempo.
I successivi studi filologici, che si identificarono come "analitici", ripresero questa tesi, accettando l'idea di un nucleo originario di scritti, sancendo però l'impossibilità di risalire alle fonti originali.
Gottfried Hermann argomentò l'esistenza di due canti antichissimi, uno sull'ira di Achille e un altro sul rientro in patria di Odisseo, che nel corso di molti secoli sarebbero stati ampliati e accorpati insieme ad altre opere indipendenti per formare i poemi a noi noti.
Il grande filologo Karl Lachmann portò alle estreme conseguenze la confutazione della genesi unitaria dei poemi: egli, facendo un parallelo con le origini dell'epopea germanica, postulò che i poemi fossero stati realizzati come aggregazione di opere precedenti proprio dalla redazione fatta elaborare da Pisistrato nel VI secolo.
Adolf Kirchhoff rivolse i suoi studi soprattutto all'"Odissea", ritenendola il mediocre lavoro di un rielaboratore che fuse insieme poemi che trattavano dei viaggi di Odisseo, delle sue vicende in patria e di quelle del figlio Telemaco.
Tutte queste considerazioni fecero sì che i sostenitori della tesi "unitaria" dell'autore e delle opere si trovassero in seria difficoltà a sostenere che esse fossero state effettivamente composte da Omero.
D'altra parte gli studiosi "analitici" non erano stati in grado di scomporre i poemi nelle loro componenti originarie, e d'altronde alcuni di tali studiosi sostenevano una primigenia unità dei canti che sarebbero stati in seguito modificati ed estesi, mentre altri situavano l'unificazione al termine di un lungo processo di rielaborazioni, come progetto consapevole anche se non perfettamente compiuto oppure come accorpamento spontaneo scaturito da anni di commistioni.
Agli inizi del XX secolo, il filologo Ulrich von Wilamowitz rielaborò la questione omerica da un nuovo punto di vista, sia basandosi sui dati prodotti dagli studi analitici sia salvaguardando l'esistenza di una singola personalità creatrice, forse lo stesso Omero della tradizione. Questi sarebbe vissuto intorno all'VIII secolo a.C. ed avrebbe riunito intorno al tema fondamentale dell'ira di Achille un vasto insieme di composizioni distinte, ampiamente preesistenti alla sua opera, intervenendo pesantemente su questo materiale e aggiungendone di nuovo per renderlo un tutto organico e il più possibile coerente. D'altra parte secondo il Wilamowitz neanche il lavoro di Omero è quello che ci è pervenuto, poiché a suo giudizio nelle redazioni successive si intervenne includendo parti sia appositamente composte sia preesistenti e tramandate fino ad allora in forma autonoma.
L'ipotesi del Wilamowitz ebbe il pregio di unificare le due correnti, quella analitica e quella unitaria, e la maggior parte degli studi successivi si sono basati proprio su di essa.
Nel corso del XX secolo si è infatti avuta una forte ripresa della teoria unitaria, basandosi su nuove scoperte di carattere letterario e archeologico; questa corrente, cosiddetta "neounitaria", è peraltro caratterizzata dall'abbandono dell'unità temporale nella composizione delle opere.
Uno dei maggiori esponenti di tale movimento è stato Wolfgang Schadewaldt, che ha individuato neIl'Iliade una fitta serie di rimandi ed anticipazioni inseriti in tutto il poema, evidenziando un rapporto ben preciso tra i singoli episodi e l'opera nel proprio complesso, e riducendo l'importanza di eventuali incongruenze.
Questo imponente intrecciarsi di rapporti fra gli eventi del poema è dunque, per Schadewaldt, risultato di un'unica entità creatrice, non potendo essere il risultato casuale di un'unione fortuita o diluita nel tempo.
Gunther Jachmann ha dato nuovo vigore alla tesi analitica, riproponendo con nuove argomentazioni la teoria delle composizioni separate che fu di Lachmann, e sostenendo nuovamente che le opere, nella forma attuale dovuta ad una tarda redazione, rappresentino una compilazione antologica ricomposta con scarsa perizia.

Note:
9. Composte nel 1664 ma pubblicate postume nel 1715.
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