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n° 16 Lug./Ago. 2004

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DIFFUSIONE E TRASMISSIONE DEI TESTI

    parti precedenti:

CULTURA GRECA E SUA TRASMISSIONE »
PRIME FASI STORICHE DELLA CIVILTÀ GRECA »
LA LINGUA DEI GRECI »

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La scrittura ricomparve in Grecia nell'VIII secolo a.C., ma la letteratura greca continuò per lungo tempo a mantenere un carattere sostanzialmente orale, a causa della scarsa diffusione della conoscenza della scrittura, ma anche perché la produzione letteraria fu sempre in rapporto con le richieste e le attese del suo pubblico.
In epoca arcaica l'attività letteraria fu profondamente radicata nella vita della collettività e su di essa poggiava la sua finalità primaria.
Il poema epico è memoria del passato, tradizione di un sapere religioso, concettuale e pratico, norma di comportamento e insegnamento morale.
L'utenza non è assolutamente elitaria: le corti dei principi ed il popolo, tutti si raccolgono intorno ai cantori. Al poeta si richiede di narrare le storie degli dèi e degli eroi, ma anche le norme e conoscenze che regolano gli aspetti dell'esistenza.

La diffusione orale della letteratura non esclude peraltro l'uso della scrittura, dopo la sua reintroduzione, in fase di composizione.
Questo rapporto tra oralità e scrittura è particolarmente controverso nei poemi omerici, ma l'uso della scrittura è presupposto inevitabile per qualunque autore posteriore ad essi.
Si possono identificare tre fasi fondamentali nella vita di un testo letterario:
  • la "composizione", vero e proprio atto creativo,
  • la "trasmissione", ossia l'insieme di vicende che influiscono sull'esistenza del testo nel
  • tempo,
  • la "diffusione", cioè le modalità di fruizione dell'opera da parte dell'utenza.
Per quanto riguarda l'oralità nella letteratura greca arcaica, essa è identificata principalmente nella "diffusione" del testo, presentato al pubblico in forma di recitazione o di canto.
La grande quantità di testi arcaici sopravvissuta fino all'epoca della diffusione libraria tende a far escludere che siano stati sempre tramandati solo in via mnemonica, rimanendo forse in vita come edizioni originali dell'aurore, copie tratte da esse oppure trascrizioni elaborate durante le "performances" pubbliche.
Anche in questo caso, comunque, la trascrizione dei testi omerici ha una storia a parte: un ruolo di particolare importanza spetta alla redazione che Pisistrato (5) fece effettuare ad Atene a metà del VI secolo, periodo in cui pare siano cominciate a diffondersi anche copie dei testi di Esiodo, dei poemi ciclici e dei lirici.

Fin dalla fine del V secolo si attesta la presenza di un mercato librario, in cui particolare interesse suscitavano le opere teatrali e si assiste inoltre al formarsi dei primi archivi pubblici e delle prime biblioteche private.
Nel III secolo il fulcro culturale del mondo ellenico diventa la città di Alessandria, ove viene allestita una grandiosa biblioteca affiancata da un centro di studi letterari detto "Museo". Comincia qui la registrazione e conservazione scientifica della letteratura del passato in quanto tradizione che il presente ha il dovere di salvaguardare e trasmettere.
Le differenze nelle redazioni di una medesima opera pervenute alla Biblioteca pongono il problema della fedeltà alla stesura originale, dando origine all'elaborazione di edizioni critiche che valutano le fonti secondo parametri storico-testuali, linguistici, stilistici e contenutistici.
Con Alessandria entrano in competizione altri centri culturali come Pergamo e Atene, ed in seguito Roma; peraltro, accanto alle istituzioni pubbliche fiorisce la produzione libraria privata, destinata all'uso dei dotti, degli estimatori e delle scuole.
È in questo ambito che, col declino dell'Impero romano, si operò involontariamente una selezione che fu rilevante per la sopravvivenza delle opere classiche. L'uso scolastico dei testi tendeva infatti a selezionarne un numero limitato, sia per autori che per opere, condannando tutto il materiale che non era incluso nei canoni ad una lenta ma inesorabile scomparsa. A ciò contribuì anche la mutazione nella forma del libro: dal "volumen", ossia un papiro scritto su una sola faccia e avvolto in sé stesso, si passò gradualmente all'uso del "codex", costituito da fogli piegati e rilegati insieme, come un libro moderno: tali fogli venivano scritti su entrambe le facciate, soluzione evidentemente più vantaggiosa dal punto di vista economico.
I volumi furono soppiantati dai codici e tutto ciò che non venne trascritto dai "volumina" ai manoscritti fu condannato all'oblio; questo, insieme alle selezioni scolastiche e al declino della società classica, fece si che potesse arrivare ai giorni nostri solo una piccola parte del materiale letterario prodotto in epoca classica.

La sopravvivenza della letteratura greca dipese inoltre da fattori storici quali il trasferimento della capitale dell'Impero romano a Costantinopoli (6), la divisione di esso in due parti, quella occidentale e quella orientale, e la caduta dell'Impero d'Occidente sotto i colpi delle invasioni barbariche.
Da quel momento la sopravvivenza della letteratura greca si collega alle vicende dell'Impero bizantino, e purtroppo anche in quel caso, specie tra l'VIII ed il IX secolo d.C., le lotte intestine, il fanatismo oltranzista e la degradazione culturale portarono alla distruzione di una buona parte dei testi sia classici che cristiani contenuti nelle biblioteche di Costantinopoli e di altre città imperiali.
Un rinnovamento della cultura bizantina si ebbe nella seconda metà del IX secolo, con una riscoperta dei testi classici scampati allo scempio del secolo precedente. Tali testi vennero traslitterati, ossia trascritti in lettere minuscole con l'adozione di un sistema di punteggiatura e la separazione dei periodi e delle parole (i testi antichi erano in scrittura maiuscola e continua, privi di interruzioni e segni diacritici); inoltre si diede il via ad un processo filologico ed esegetico, culminante nei secoli XII-XIV; che fissò le basi per il materiale giunto fino a noi.
Nel XV secolo il mondo bizantino declinò fino alla conquista di Costantinopoli da parte degli ottomani nel 1453. In quel periodo gli studiosi bizantini presero a trasferirsi in occidente, specie in Italia, portando con sé un gran numero di opere classiche, che furono quindi fatte copiare o acquistare per conto di ricchi mecenati: questo fece si che molte opere fossero sottratte ai saccheggi e alle rovinose distruzioni che seguirono l'ingresso dell'Islam a Bisanzio.
Gli umanisti europei si applicarono con entusiastica dedizione allo studio dei testi classici, che trascrissero, tradussero ed interpretarono, e le biblioteche pubbliche e private ne fecero tesoro.
Non meno importante fu l'invenzione della stampa: alla prima edizione di Omero, curata da Demetrio Calcondila a Firenze nel 1488, ne seguirono molte altre dedicate ai grandi testi della letteratura classica, diffondendoli così su vasta scala e rendendoli patrimonio comune della civiltà europea (7).

I manoscritti bizantini non sono l'unica fonte per gli antichi testi di letteratura greca.
A partire dal XIX secolo scavi archeologici in Egitto hanno riportato alla luce una grande quantità di papiri contenenti opere greche, conservati per millenni in un clima caldo e secco.
Questi papiri sono generalmente molto più antichi delle trascrizioni dei codici medievali e sono pertanto una testimonianza molto più vicina all'opera originale da cui derivano. Inoltre, questi ritrovamenti hanno riportato alla luce opere che con l'epoca bizantina erano state irrimediabilmente perdute.

La conoscenza delle opere greche dipende da due filoni principali: la cosiddetta "tradizione diretta" e quella "indiretta".
Per quel che riguarda la tradizione diretta, si tratta di testi, giunti a noi più o meno integralmente, redatti su papiro o pergamena in epoca più o meno coeva alla prima redazione dell'opera; un altro tipo di tradizione diretta ci è data dai manoscritti bizantini e da quelli di epoche successive ma derivanti da questi.
Quanto alla tradizione indiretta, essa consiste nelle citazioni di brani di opere entro altri testi: elemento fondamentale per poter effettuare un minimo recupero di ciò che della letteratura greca è andato definitivamente perduto nel corso dei secoli.

Note:
5. Pisistrato, tiranno di Atene nel 560 a.C.; cacciato nel 555, rimase in esilio per cinque anni. Appena fatto ritorno in patria, fu nuovamente esiliato nel 549, ma con l'aiuto dei tebani riprese il potere nel 539. Protesse le arti e le lettere e diede incarico a Onomacrito insieme ad altri studiosi di raccogliere i testi omerici. Morì nel 528 e gli succedettero nella signoria di Atene i suoi figli Ippia ed Ipparco.
6. In quest'occasione l'imperatore Costantino diede il proprio nome all'antica città greca di Bisanzio. I nomi di Bisanzio e Costantinopoli convissero nell'uso letterario; la denominazione ufficiale della città era "Nuova Roma", "Néa Rome", mentre veniva indicata popolarmente come "La Città". Da questa formula, in greco "èis tèn polin", deriva l'odierno nome "Istanbul".
7. Già nel preumanesimo è forte l'interesse per i manoscritti greci: si pensi ad esempio al Boccaccio, che pur di imparare il greco sopportò il maleodorante monaco calabrese Leonzio Pilato e le sue villanie, ospitandolo e pagandolo affinché gli insegnasse la lingua di Omero.
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