
IL CLIMA DOPO IL GRANDE DILUVIO

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![[Tassili: elefanti - 51K .jpg]](am16f42p.jpg)

![[L'archeologa Katleen Kenyon - 33K .jpg]](am16f57p.jpg)

![[Testa del faraone Djedefra - 22K .jpg]](am16f63p.jpg)

La maggior parte dei deserti sul nostro pianeta è situata alle latitudini tropicali. Come si può vedere dalla carta climatica, infatti, essi sono distribuiti intorno al Tropico del Cancro nell'emisfero Nord, ed al Tropico del Capricorno in quello Sud, con alcune eccezioni, dovute a particolari condizioni come la Corrente del Golfo per la Florida ed i Monsoni per l'Estremo Oriente.
È evidente dunque che se l'immenso territorio del Sahara aveva attraversato una fase in cui aveva goduto d'un clima mite e temperato, questa condizione cambiò drasticamente alle latitudini in cui esso fu spinto dopo l'impatto del meteorite, cui seguì il Grande Diluvio.
In seguito allo slittamento della crosta terrestre, causato dalla particolare meccanica di quell'incidente cosmico, ed allo scioglimento dei ghiacci del Polo Nord, il clima subì drastici sconvolgimenti. Quasi tutta la massa d'acqua dell'oceano Artico, e per una minima parte anche gli stessi ghiacci del Polo Nord, furono trasformati in vapore acqueo (in pratica, come se fosse scoppiata una gigantesca pentola a pressione). Questo vapore, immesso nell'atmosfera terrestre, si ricondensò negli strati più alti dell'atmosfera, saturandola completamente e ricoprendo così con una spessa cappa di nubi l'emisfero settentrionale per un lunghissimo periodo di tempo. Successe in pratica che la densa coltre di nubi che gravava a quell'epoca sull'Asia impediva alle masse continentali di quella vasta regione di riscaldarsi durante il periodo estivo, cosicché i venti freddi e secchi provenienti dall'Artico scendevano dritti verso l'Equatore.
Quelli che raggiungevano il Mar Mediterraneo si scontravano, inevitabilmente, con le masse d'aria calda tropicale proveniente da sud, dando origine così alle intense precipitazioni tipiche delle foreste pluviali, praticamente pere tutto l'anno, per 4.000 anni.
È questo il periodo in cui il Sahara conobbe il suo splendore. Ai piedi delle grandi formazioni montuose del Tassili, dell'Hoggar, del Tibesti e dell'Atlante scorrevano fiumi impetuosi che sfociavano in grandi ed estesi laghi, là dove adesso, invece, esistono solo depositi sabbiosi. Il clima umido produsse, sulle montagne, foreste di querce ed ontani, ma anche alberi di noci e tigli, mentre alle quote più basse prosperavano estese pinete, piante di ginepro ed olivi. Sulle vaste pianure fiorivano graminacee a rapido sviluppo in tale quantità da poter sfamare uomini ed animali.
Risale a questo periodo la macina di pietra ritrovata vicino ad Illezi, ai piedi del Tassili algerino, là dove adesso ci sono solo dune di sabbia. Incisioni, dipinti e graffiti del Tassili, inoltre, nel mostrarci giraffe, gazzelle, elefanti e persino mucche pezzate da latte al pascolo, ci dicono che in quel tempo non mancavano, da quelle parti, verdi pascoli ed estese foreste.
Piano piano, intanto, l'immensa cappa di nubi postdiluviane che copriva l'Asia, si andava lentamente, ma inesorabilmente, dissolvendo. A poco a poco, senza fretta, tanto che durò 4.000 anni.
Non appena, dunque, gli estesi territori dell'Asia riacquistarono la piena luce del Sole, ecco che un nuovo, non meno drammatico, cambiamento climatico fece il suo ingresso sulla scena nordafricana.
I fronti di aria fredda d'origine artica, che già da diverso tempo non raggiungevano più il Mediterraneo con l'antico vigore, scemarono del tutto e per la civiltà del Sahara iniziò la fine, ma... successe anche qualcos'altro.
Le masse continentali asiatiche subiscono, durante il periodo estivo, il riscaldamento del Sole, in conseguenza del quale si scontrano poi, come succede ancora oggi, con flussi d'aria più fresca proveniente dagli oceani sottostanti. La linea di convergenza di questi venti, quelli caldi dall'Asia e quelli freschi dal mare, è la linea su cui si manifesta il fenomeno dei monsoni estivi.
Questa linea, 7.000 anni fa, si manifestò, con le sue conseguenze ed i sui benefici, per la prima volta in Egitto, come ci viene testimoniato dal sito archeologico di Nabta Playa. Quando la luce del Sole, all'alba, attraversava esattamente le porte dell"'orologio" di pietra costruito a Nabta Playa, allora i nabtiani sapevano che stavano per giungere le tanto attese piogge monsoniche.
Tutto questo durò ancora per altri 2.200 anni. Poi, improvvisamente, il monsone si spostò più in basso, là dove si trova adesso e cioè sulla Somalia e la parte meridionale dell'Eritrea. La fine del periodo nabtiano segnò l'inizio della civiltà faraonica del Nilo e della Storia, come la conosciamo noi.
Ma perché ci fu questo secondo cambiamento?
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