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Tutti gli articoli di ARCHEOMISTERI OMERO, GRECI, TROIA
di Tommaso Peruzzi

La ricerca delle origini dei poemi omerici.
 
 

CULTURA GRECA E SUA TRASMISSIONE
Ambiente geografico ed etnico.
"Hèllenes" si chiamavano i greci e "Hellàs" era la loro patria.
Il termine "Grecia" ha origini piuttosto oscure, e diventa comune in ambito latino solo a partire dal IV secolo a.C. In un frammento dei "Cataloghi delle donne" di Esiodo (1) compare un personaggio chiamato "Graikòs", ma pare piuttosto che i "graeci" fossero una piccola popolazione dell'Epiro con cui i romani vennero in contatto e il cui nome estesero in seguito a tutte le altre popolazioni dello stesso bacino linguistico.
Tale era in effetti il criterio secondo cui i greci si definivano come entità etnica: la lingua e la cultura comune facevano sì che fossero greci gli ateniesi, gli spartani, gli abitanti delle isole dell'Egeo e della costa anatolica, i coloni della Magna Grecia, delle coste del Mediterraneo e del Mar Nero.
Coloro che non appartenevano al bacino linguistico-culturale dei greci erano definiti "barbari": questo non in senso dispregiativo, tant'è che "barbari" erano per i greci anche gli egizi, per i quali essi ebbero sempre grande considerazione, ma unicamente per il fatto che parlavano delle lingue incomprensibili ai greci quanto uno strano borbottio (pare che la base "bar-bar" debba essere considerata proprio in senso onomatopeico, con incrocio sul latino "balbulus", balbuziente).
Tali popolazioni erano considerate straniere anche in base alle differenti culture e stili di vita che essi possedevano: i greci ritenevano che la loro cultura esprimesse un primato unico e superiore, identificato nel principio di "libertà" che rendeva i cittadini non semplici sudditi, ma membri attivi della comunità.

I greci non circoscrivevano dunque la loro patria entro un preciso confine, ma è pur vero che il centro della civiltà greca fu indubbiamente la Grecia continentale, identificabile con la parte meridionale della penisola balcanica.
I confini a nord erano delimitati dall'Epiro e dalla Macedonia, zone in cui la civiltà greca si trovò a convivere con la cultura illirica e tracia, finché non prevalse su di esse in età ellenistica.
Nella parte centrale della Grecia si trovano molte delle regioni storiche, tra cui la Tessaglia, la Beozia e I'Attica, come pure, sotto lo stretto di Corinto, nella penisola del Peloponneso, l'Acaia, l'Argolide e l'Arcadia.
Lungo la costa ionica erano greche molte isole importanti (Corcira, Zacinto, Cefalonia, Itaca), come pure ad oriente, ove la Grecia è quasi allacciata all'Asia Minore da una fitta rete di isole (Taso, Samotracia, Sciro e Lesbo, gli arcipelaghi delle Cicladi e delle Sporadi, solo per ricordare i luoghi principali); nel cuore del mediterraneo orientale erano greche le isole di Creta e Cipro.
Sulla costa occidentale della penisola anatolica, divisa in Eolia, lonia e Doride, sorgevano molte importanti città greche tra cui Smirne, Efeso, Mileto ed Alicarnasso.
Nella Magna Grecia vi è abbondanza di città fondate dai greci, e molte città anche lontane devono la loro origine ai greci (Cirene, sulla costa libica, Sinope sul Mar Nero e Massalia, cioè Marsiglia).

Il territorio della Grecia continentale e del Peloponneso è caratterizzato da rilievi montuosi alti ed irregolari, con valli tortuose e scarse zone pianeggianti. Conseguenza di ciò fu una sostanziale povertà dei terreni coltivabili ed una evidente difficoltà nelle comunicazioni interne, una delle principali cause dell'estremo frazionamento politico del popolo greco.
A tali svantaggi geografici i greci sopperirono sviluppando una rara perizia nella navigazione, fatto che consentì loro di intessere una fitta rete di scambi commerciali estesa per tutto il Mediterraneo e di costruire una solidità economica impossibile ad ottenersi col solo sfruttamento delle magre risorse terrestri, stabilendo inoltre relazioni culturali con tutte le popolazioni incontrate.

Le origini remote della civiltà greca sono individuate in un crogiolo di popoli e culture diverse.
Oltre alla ben nota civiltà minoica nell'isola di Creta, ricerche archeologiche e linguistiche hanno condotto all'individuazione di comunità preistoriche che abitavano il continente. Fra il III ed il II millennio a.C. migrò massicciamente in territorio greco continentale una popolazione originaria delle regioni centrali del continente eurasiatico, appartenente al grande ceppo linguistico indoeuropeo (2), che nel corso dei secoli si amalgamò alle popolazioni autoctone sia con la forza che con la convivenza. Gli stessi invasori, pur appartenendo ad un medesimo ceppo, erano divisi in varie "nazionalità", e a ondate successive si avvicendarono sospingendo i precedenti occupanti verso altre terre.
Pare che i primi ad entrare in Grecia siano stati gli Ioni, cui seguirono Eoli ed Achei. Questa fase è comunemente denominata "micenea" ed anche Creta entra nell'orbita di questa nuova cultura.
Nell'ultimo quarto del II millennio si verificò un nuovo importante flusso migratorio, tradizionalmente attribuito ai Dori, svoltosi in due fasi distinte: dapprima l'insediamento nelle regioni nord-occidentali del continente, e successivamente la diffusione nel Peloponneso.

PRIME FASI STORICHE DELLA CIVILTÀ GRECA
La civiltà minoica si sviluppò sull'isola di Creta durante il III millennio fino alla metà del successivo, estendendo la propria sfera d'influenza sulle isole dell'Egeo e anche sul continente.
La civiltà micenea germogliò nel XVI secolo a.C. in tutto il territorio ellenico.
Entrambe tali civiltà, nonostante la loro importanza, sono testimoniate da una letteratura solo marginale, quantunque abbiano fornito spunto e sfondo storico per numerose saghe e leggende, compresi anche i poemi omerici.
I documenti scritti di queste due civiltà giunti sino a noi, i testi cretesi in "Lineare A" e quelli micenei in "Lineare B", sono considerati testimonianza dell'uso della scrittura e delle loro strutture sociali, ma non sono assimilabili alla categoria della letteratura.
Nel XII secolo a.C. la civiltà micenea scomparve per cause non ancora individuate con certezza. Fu una scomparsa traumatica, una catastrofe culturale che annullò una civiltà progredita e che fece entrare le popolazioni greche in una fase oscura e pressoché ignota denominata "medioevo ellenico", che durò circa fino all'VIII secolo a.C.
Tale fase fu caratterizzata da un drastico regresso delle condizioni economiche e culturali: scomparve l'uso della scrittura, si perse la conoscenza delle arti e delle tecniche più raffinate, e si finì per perdere e confondere la memoria del passato; nonostante ciò, è in quest'epoca che maturano i primi fermenti della vera civiltà greca.
Verso la fine di questo periodo venne reintrodotta la scrittura con fondamenti del tutto nuovi, prendendo come base l'alfabeto fenicio ma adattandolo profondamente alle caratteristiche della lingua greca.
I poemi omerici attestano la formazione e lo sviluppo di una grande tradizione di poesia in cui si esprime la memoria dello splendido passato miceneo, istituendo e tramandando un universo di conoscenze e di valori.
Nel corso dell'VIII secolo a.C. si assiste ad una rinascita della Grecia, che esce dal torpore dei secoli precedenti per iniziare un periodo di ascesa e di crescente splendore.
Il potere politico è fondato sull'aristocrazia terriera, e l'intensa attività di colonizzazione attesta un "boom" demografico come anche una ripresa dell'iniziativa commerciale e il miglioramento delle attività tecniche.
Questo processo di rinascita fiorisce pienamente nel VI secolo a.C.
Le colonie assicurano un valido supporto economico e commerciale, che consente l'introduzione dell'economia monetaria e l'apertura agli influssi culturali di grandi civiltà, prevalentemente orientali, con cui i Greci sono in contatto.
Questo porta ad un sostanziale avvicendamento delle classi sociali e al declino della democrazia; prende piede una nuova forma di governo basata sull'individualismo, la "tirannide", in cui il potere è assunto da un singolo cittadino sostenuto dai ceti emergenti attivi nella produzione e nel commercio, a scapito del conservatorismo degli ambienti aristocratici.

LA LINGUA DEI GRECI
La lingua della letteratura greca è un'entità del tutto astratta rispetto ai numerosi dialetti che costituivano la parlata comune. Tali dialetti erano peraltro accomunati da una forte omogeneità lessicale, morfologica e sintattica che consentono di circoscrivere le popolazioni della Grecia antica entro una sostanziale unità linguistica.
Le principali fonti della lingua greca antica sono i testi letterari, i documenti epigrafici e le lettere private rinvenute nei papiri egizi; queste ultime consentono di avvicinarsi maggiormente al linguaggio di uso corrente, sebbene siano presenti solo a partire dal III secolo a.C., allorché con i Tolomei ebbe inizio l'ellenizzazione dell'Egitto.

Una documentazione scritta che fornisce l'esempio più antico di lingua greca è quella presente nelle tavolette compilate secondo la scrittura cosiddetta "Lineare B" (3) che rappresentano la lingua dell'età micenea.
Tali testi contengono principalmente materiale amministrativo, e sono stati rinvenuti sia sull'isola di Creta, sia sul continente. La loro decifrazione, avvenuta nel 1952, ha accertato che la lingua dei micenei era sostanzialmente identica al greco di epoca storica, anche se rimangono tuttora degli interrogativi riguardo al rapporto con i dialetti: il miceneo non sembra dimostrare relazioni col dorico, mentre pare averne con l'eolico e lo ionico. Il miceneo peraltro (come in seguito la lingua greca) sovrapponendosi ai linguaggi delle popolazioni autoctone non li cancellò del tutto, bensì ne conservò delle tracce ravvisabili in alcuni nomi di divinità, di persone e di luoghi, oltre ad un certo numero di sostantivi.
I documenti epigrafici che si ritrovano sul territorio greco furono scritti nei dialetti locali e consentono di stabilirne con precisione la ripartizione territoriale.
Si distinguono tre gruppi, identificati anche con le stirpi in cui già la tradizione antica individuava le origini della nazione greca: la prima ondata migratoria, quella degli Ioni, fu sospinta dalle successive nella parte orientale del paese, ossia nell'Attica, in numerose isole tra cui l'Eubea e sulle coste dell'Asia Minore.
Lo Ionico parlato nell'Attica assunse, grazie anche al predominio culturale e letterario di Atene, l'aspetto di un dialetto proprio, fino a costituire la base di ciò che comunemente è inteso e studiato come greco antico.
Il secondo moto di invasione, ad opera degli Eoli, ebbe sorte analoga negli spostamenti, cosicché il dialetto eolico venne relegato dalle successive ondate migratorie nelle parti marginali della Grecia; era parlato prevalentemente nelle isole dell'Egeo settentrionale come Lesbo e nelle zone dell'Asia Minore prospicienti esso, oltre che in Tessaglia ed in Beozia.
L'Eolico assume un carattere particolare nell'Arcadia ed a Cipro, zone geograficamente appartate e quindi tendenti a mantenere tratti arcaici (4), che gli fanno assumere la denominazione di "Acheo".
La terza ed ultima migrazione, attribuita ai Dori, si insediò in due aree distinte che generarono altrettanti filoni dialettali.
Nella parte nord-occidentale del continente si diffuse un tipo di dialetto identificato come greco-occidentale, mentre il dorico vero e proprio era parlato in una parte del Peloponneso, a Creta, a Rodi ed in altre isole dell'Egeo meridionale, sulla costa dell'Asia Minore e in molte importanti località della Magna Grecia.
La letteratura greca presenta dunque, come già detto, una lingua dal carattere marcatamente "artificiale", che si distingue nettamente da quella parlata.
Già nei poemi omerici viene usata una lingua che non trova corrispondenza con un dialetto effettivamente parlato in Grecia, inserendo su una base ionica dei tratti eolici: a tale linguaggio si conformeranno le successive produzioni letterarie in esametri, da Esiodo fino ai poeti del V secolo d.C.
Pare dunque che la lingua usata dai singoli scrittori fosse vincolata dal genere letterario in cui essi di volta in volta operavano, indipendentemente dalle loro origini etniche.

DIFFUSIONE E TRASMISSIONE DEI TESTI
La scrittura ricomparve in Grecia nell'VIII secolo a.C., ma la letteratura greca continuò per lungo tempo a mantenere un carattere sostanzialmente orale, a causa della scarsa diffusione della conoscenza della scrittura, ma anche perché la produzione letteraria fu sempre in rapporto con le richieste e le attese del suo pubblico.
In epoca arcaica l'attività letteraria fu profondamente radicata nella vita della collettività e su di essa poggiava la sua finalità primaria.
Il poema epico è memoria del passato, tradizione di un sapere religioso, concettuale e pratico, norma di comportamento e insegnamento morale.
L'utenza non è assolutamente elitaria: le corti dei principi ed il popolo, tutti si raccolgono intorno ai cantori. Al poeta si richiede di narrare le storie degli dèi e degli eroi, ma anche le norme e conoscenze che regolano gli aspetti dell'esistenza.

La diffusione orale della letteratura non esclude peraltro l'uso della scrittura, dopo la sua reintroduzione, in fase di composizione.
Questo rapporto tra oralità e scrittura è particolarmente controverso nei poemi omerici, ma l'uso della scrittura è presupposto inevitabile per qualunque autore posteriore ad essi.
Si possono identificare tre fasi fondamentali nella vita di un testo letterario:
  • la "composizione", vero e proprio atto creativo,
  • la "trasmissione", ossia l'insieme di vicende che influiscono sull'esistenza del testo nel
  • tempo,
  • la "diffusione", cioè le modalità di fruizione dell'opera da parte dell'utenza.
Per quanto riguarda l'oralità nella letteratura greca arcaica, essa è identificata principalmente nella "diffusione" del testo, presentato al pubblico in forma di recitazione o di canto.
La grande quantità di testi arcaici sopravvissuta fino all'epoca della diffusione libraria tende a far escludere che siano stati sempre tramandati solo in via mnemonica, rimanendo forse in vita come edizioni originali dell'aurore, copie tratte da esse oppure trascrizioni elaborate durante le "performances" pubbliche.
Anche in questo caso, comunque, la trascrizione dei testi omerici ha una storia a parte: un ruolo di particolare importanza spetta alla redazione che Pisistrato (5) fece effettuare ad Atene a metà del VI secolo, periodo in cui pare siano cominciate a diffondersi anche copie dei testi di Esiodo, dei poemi ciclici e dei lirici.

Fin dalla fine del V secolo si attesta la presenza di un mercato librario, in cui particolare interesse suscitavano le opere teatrali e si assiste inoltre al formarsi dei primi archivi pubblici e delle prime biblioteche private.
Nel III secolo il fulcro culturale del mondo ellenico diventa la città di Alessandria, ove viene allestita una grandiosa biblioteca affiancata da un centro di studi letterari detto "Museo". Comincia qui la registrazione e conservazione scientifica della letteratura del passato in quanto tradizione che il presente ha il dovere di salvaguardare e trasmettere.
Le differenze nelle redazioni di una medesima opera pervenute alla Biblioteca pongono il problema della fedeltà alla stesura originale, dando origine all'elaborazione di edizioni critiche che valutano le fonti secondo parametri storico-testuali, linguistici, stilistici e contenutistici.
Con Alessandria entrano in competizione altri centri culturali come Pergamo e Atene, ed in seguito Roma; peraltro, accanto alle istituzioni pubbliche fiorisce la produzione libraria privata, destinata all'uso dei dotti, degli estimatori e delle scuole.
È in questo ambito che, col declino dell'Impero romano, si operò involontariamente una selezione che fu rilevante per la sopravvivenza delle opere classiche. L'uso scolastico dei testi tendeva infatti a selezionarne un numero limitato, sia per autori che per opere, condannando tutto il materiale che non era incluso nei canoni ad una lenta ma inesorabile scomparsa. A ciò contribuì anche la mutazione nella forma del libro: dal "volumen", ossia un papiro scritto su una sola faccia e avvolto in sé stesso, si passò gradualmente all'uso del "codex", costituito da fogli piegati e rilegati insieme, come un libro moderno: tali fogli venivano scritti su entrambe le facciate, soluzione evidentemente più vantaggiosa dal punto di vista economico.
I volumi furono soppiantati dai codici e tutto ciò che non venne trascritto dai "volumina" ai manoscritti fu condannato all'oblio; questo, insieme alle selezioni scolastiche e al declino della società classica, fece si che potesse arrivare ai giorni nostri solo una piccola parte del materiale letterario prodotto in epoca classica.

La sopravvivenza della letteratura greca dipese inoltre da fattori storici quali il trasferimento della capitale dell'Impero romano a Costantinopoli (6), la divisione di esso in due parti, quella occidentale e quella orientale, e la caduta dell'Impero d'Occidente sotto i colpi delle invasioni barbariche.
Da quel momento la sopravvivenza della letteratura greca si collega alle vicende dell'Impero bizantino, e purtroppo anche in quel caso, specie tra l'VIII ed il IX secolo d.C., le lotte intestine, il fanatismo oltranzista e la degradazione culturale portarono alla distruzione di una buona parte dei testi sia classici che cristiani contenuti nelle biblioteche di Costantinopoli e di altre città imperiali.
Un rinnovamento della cultura bizantina si ebbe nella seconda metà del IX secolo, con una riscoperta dei testi classici scampati allo scempio del secolo precedente. Tali testi vennero traslitterati, ossia trascritti in lettere minuscole con l'adozione di un sistema di punteggiatura e la separazione dei periodi e delle parole (i testi antichi erano in scrittura maiuscola e continua, privi di interruzioni e segni diacritici); inoltre si diede il via ad un processo filologico ed esegetico, culminante nei secoli XII-XIV; che fissò le basi per il materiale giunto fino a noi.
Nel XV secolo il mondo bizantino declinò fino alla conquista di Costantinopoli da parte degli ottomani nel 1453. In quel periodo gli studiosi bizantini presero a trasferirsi in occidente, specie in Italia, portando con sé un gran numero di opere classiche, che furono quindi fatte copiare o acquistare per conto di ricchi mecenati: questo fece si che molte opere fossero sottratte ai saccheggi e alle rovinose distruzioni che seguirono l'ingresso dell'Islam a Bisanzio.
Gli umanisti europei si applicarono con entusiastica dedizione allo studio dei testi classici, che trascrissero, tradussero ed interpretarono, e le biblioteche pubbliche e private ne fecero tesoro.
Non meno importante fu l'invenzione della stampa: alla prima edizione di Omero, curata da Demetrio Calcondila a Firenze nel 1488, ne seguirono molte altre dedicate ai grandi testi della letteratura classica, diffondendoli così su vasta scala e rendendoli patrimonio comune della civiltà europea (7).

I manoscritti bizantini non sono l'unica fonte per gli antichi testi di letteratura greca.
A partire dal XIX secolo scavi archeologici in Egitto hanno riportato alla luce una grande quantità di papiri contenenti opere greche, conservati per millenni in un clima caldo e secco.
Questi papiri sono generalmente molto più antichi delle trascrizioni dei codici medievali e sono pertanto una testimonianza molto più vicina all'opera originale da cui derivano. Inoltre, questi ritrovamenti hanno riportato alla luce opere che con l'epoca bizantina erano state irrimediabilmente perdute.

La conoscenza delle opere greche dipende da due filoni principali: la cosiddetta "tradizione diretta" e quella "indiretta".
Per quel che riguarda la tradizione diretta, si tratta di testi, giunti a noi più o meno integralmente, redatti su papiro o pergamena in epoca più o meno coeva alla prima redazione dell'opera; un altro tipo di tradizione diretta ci è data dai manoscritti bizantini e da quelli di epoche successive ma derivanti da questi.
Quanto alla tradizione indiretta, essa consiste nelle citazioni di brani di opere entro altri testi: elemento fondamentale per poter effettuare un minimo recupero di ciò che della letteratura greca è andato definitivamente perduto nel corso dei secoli.

I POEMI OMERICI
Come per noi, così per gli antichi la letteratura greca aveva inizio con l'"Iliade" e l'"Odissea".
Le origini di questi due capolavori si perdono in un'oscura preistoria: l'evoluzione di queste opere avvenne infatti parallelamente alla tradizione orale e mnemonica e non vi è quindi testimonianza del percorso compiuto da queste due opere per diventare quello che sono; d'altra parte l'evoluzione di questi testi fu necessariamente lunga e caratterizzata da una ampia serie di fasi intermedie, che andarono perdute e subirono una selezione tale da far sopravvivere solamente i due grandi poemi che riassumevano in sé tutto ciò che li aveva preceduti.
Non è possibile rintracciare i veri connotati della nascita della poesia in Grecia, ma si può intravedere nei poemi omerici una esigenza di creazione poetica nella società da essi rappresentata.
In essi vi sono dei personaggi che sono cantori di professione: la poesia era pertanto divenuta una necessità sociale, non solo l'intimo sfogo del singolo.
Tale valore e funzione della poesia si trasmise quindi a tutta la cultura greca, e divenne in seguito elemento fondamentale della civiltà europea, unico tangibile risultato di una lunga formazione protostorica che per il resto è celata nell'oscurità.

L'"Iliade" è il "poema di Ilio", ossia di Troia, ambientato in un'epoca definita nell'opera stessa come lontana e separata dal presente. Causa della guerra è il rapimento della bella Elena, moglie di Menelao re di Sparta, ad opera del principe troiano Paride, figlio del re Priamo. Per vendicare l'offesa e riconquistare la donna fu allestita da parte di tutti gli stati della Grecia una spedizione, condotta dal re di Micene Agamennone, fratello di Menelao, a cui presero parte i maggiori eroi del tempo: tutti i re di tutti i popoli della Grecia, e il più forte di tutti gli uomini, Achille, figlio del mortale Peleo e della dea Teti. Dopo un assedio durato dieci anni in cui erano morti il più valente guerriero troiano, Ettore, e lo stesso Achille, la città fu conquistata e rasa al suolo, e i suoi abitanti sopravvissuti venduti come schiavi.
Di tutto ciò l'Iliade narra un episodio breve e circoscritto, che ha luogo all'inizio del decimo anno; d'altra parte nell'opera sono presentati sia il "background" storico sia le previsioni della conclusione della vicenda, preconizzata in vari passi dell'opera. Il "leitmotiv" dell'opera è esposto già nel proemio: l'ira di Achille contro Agamennone, reo di avergli sottratto la prigioniera Briseide. Egli decide di astenersi dal combattimento, e chiede alla madre Teti di pregare che Zeus dia la vittoria ai troiani finché Agamennone e gli achei non si siano pentiti dell'oltraggio. Così accade, e benché molte volte venga chiesto ad Achille di recedere dal suo proposito, egli rimane irremovibile, conducendo i greci sull'orlo della rovina.
Solo un evento risolve la vicenda: Patroclo, intimo amico di Achille, viene ucciso in battaglia per mano di Ettore.
Il dolore, il rimorso e il desiderio di vendetta spingono Achille a tornare sul campo di battaglia, nonostante sappia che così facendo egli troverà la morte. Il destino di Ettore è segnato: Achille lo uccide in duello e fa scempio del suo corpo, accettando di restituirlo solamente quando il vecchio re Priamo si presenta alla sua tenda supplicandolo.
Con il compianto dei familiari e gli onori funebri resi alle spoglie di Ettore si conclude infine il poema (8).

L'"Odissea", il "poema di Odisseo", è la storia di un uomo, raccontata nell'ambito un vasto ed intricato insieme di eventi che hanno costruito la sua esistenza e la sua personalità, distinguendolo fra tutti gli altri uomini.
Odisseo era stato uno dei principali capi achei nella guerra di Troia: valente guerriero e astuto stratega, a lui si dovette l'inganno del cavallo di legno che provocò la caduta della città. Motivo dominante dell'opera è il periglioso viaggio di Odisseo per ritornare alla sua patria, Itaca, viaggio durato ben dieci anni: a differenza dell'Iliade, in cui il tema fondamentale era uno scontro fra due popoli, l'Odissea è tutta interamente incentrata su un singolo uomo, protagonista assoluto del poema.
Nell'opera si individuano due filoni principali: il viaggio in luoghi remoti e fantastici, durante il quale l'eroe conosce genti ignote e strane usanze, e affronta numerosi pericoli uscendone salvo grazie alla sua abilità ma anche all'aiuto divino; il secondo tema è invece il ritorno in patria dopo che la lunga assenza (dieci anni di guerra a Troia e dieci anni per il rientro) ha fatto credere a tutti che fosse morto. Il suo reinserimento nell'ambiente familiare avviene dunque in modo traumatico; il "polytropos" signore di Itaca dovrà provare la sua identità, strappando la moglie e la dimora alle brame degli usurpatori che intendevano appropriarsi di entrambe.
La trama è ben nota: Odisseo è da sette anni relegato nell'isola di Ogigia, dove la ninfa Calipso vorrebbe tenerlo per sempre con sé; gli dèi decidono però che egli debba ritornare in patria. Odisseo allestisce una rudimentale imbarcazione e si dirige alla volta di Itaca, ma una violenta tempesta distrugge la zattera e Odisseo raggiunge l'isola di Scheria, terra dei Feaci. Portato al cospetto del re Alcinoo, si presenta inizialmente come un uomo disperato bisognoso di aiuto, celando il suo passato. Alcinoo gli offre assistenza e fa indire una festa in onore dell'ospite; durante questa cerimonia un cantore narra le gesta della guerra di Troia, e Odisseo, travolto dalla commozione, rivela la propria identità e tutti gli eventi straordinari che gli accaddero dopo la partenza da Troia.
Dopo questo ampio "flashback", l'eroe parte con la nave fatta allestire per lui e giunge ad Itaca: talmente tanto tempo è passato che egli stenta a riconoscere la propria terra. La dea Atena gli conferma di essere tornato in patria e gli consiglia di proteggersi fingendosi un povero mendicante.
Odisseo si incontra quindi col figlio Telemaco, cui svela il suo essere; insieme a lui si reca, sempre sotto mentite spoglie, alla reggia, dove viene schernito dai vari pretendenti, i Proci. A costoro Penelope impone una gara particolare: chi fosse riuscito a tendere l'enorme arco che era stato di Odisseo avrebbe vinto la contesa per diventare suo sposo. Nessuno riesce nell'impresa, e Odisseo ottiene, tra i dileggi, di poter provare lui stesso: avendo avuto facile successo nella prova, si rivolge contro gli usurpatori e ne fa strage.
Risolve infine l'ultima prova impostagli dalla moglie, svelando il segreto della costruzione del talamo nuziale, che Odisseo stesso aveva costruito su un unico immenso ceppo d'olivo. Di lì a breve il poema termina.

LA QUESTIONE OMERICA
Anticamente non si avevano dubbi sulla realtà storica di un cantore di nome Omero, autore dell'"Iliade" e dell'"Odissea" e di un numero di scritti minori.
L'autore, in uno di questi scritti, si definisce "il cieco che abita a Chio", e questo ha dato origine alla leggenda della sua cecità, benché ad indicarlo fosse anche lo stesso nome: Omero è in effetti una crasi della locuzione greca "ò mè orôn", "colui che non vede".
Si contesero l'onore di avergli dato i natali altre città, tra cui Smirne e Colofone; quanto al periodo di attività, Erodoto lo fissava intorno alla metà del IX secolo a.C.
Sorsero già inizialmente molti dubbi sull'attribuzione di alcune sue opere, e furono i critici alessandrini, tra il III ed il II secolo a.C., ad accertare definitivamente come autentiche solamente l'"Iliade" e dell'"Odissea", delle quali curarono la prima vera edizione filologica fissandone il numero di versi, la divisione in 24 canti ciascuna e operando una prima vera critica letteraria.
Peraltro già nel IV secolo a.C. due grammatici, Senone ed Ellanico, avevano sostenuto, sulla base delle divergenze ambientali e linguistiche fra i due poemi, che l'"Odissea" non fosse frutto della produzione omerica; tale ipotesi fu però confutata da Aristarco, massimo esperto alessandrino di Omero.
In seguito il trattato "Sul sublime", di autore anonimo, provò a risolvere salomonicamente la questione collocando l'"Iliade" nell'ambito di una produzione giovanile e l'"Odissea" invece in una più matura.
Un dubbio inquietante però stava cominciando a sorgere: quali erano state le modalità di composizione e trasmissione di un'opera così vasta in un'epoca in cui non esisteva scrittura?
Si ipotizzò che tali opere fossero state tramandate per via orale e mnemonica, spiegando così anche le incongruenze che si presentavano nei poemi; a ciò si volle ricollegare la notizia, diffusa in varie fonti, che fosse stato Pisistrato nel VI secolo a.C. a far curare la prima redazione delle due opere.
L'esistenza di Omero rimase comunque un dato di fatto fino al XVII secolo, quando François Hédelin, abate d'Aubignac, nelle "Conjectures académiques ou Dissertation sur I'Iliade" (9) espose nuovamente tutti i dubbi legati all'assenza di scrittura e alle molte incongruenze presenti nei due testi, affermando che i poemi erano solamente una raccolta tardiva e disorganica di canti indipendenti composti da precedenti autori, e che Omero era in realtà un personaggio del tutto immaginario.
Ad una analoga conclusione pervenne anche Giambattista Vico nei "Principi di scienza nuova intorno alla comune natura delle nazioni" (1730), in cui egli afferma che i due poemi sono la voce del primo affermarsi dell'identità greca, creazione collettiva cui concorse tutta la popolazione, identificando Omero come prototipo degli antichi uomini greci che "narravano, cantando, la loro storia".
D'altra parte Vico riconosce il ruolo fondamentale della memoria nella creazione e trasmissione delle opere, ma constata che la società ritratta nell'Odissea appare più evoluta di quella narrata nell'Iliade, deducendone che i due poemi non potessero appartenere ad una stessa epoca e tantomeno ad un medesimo autore.

Una vera e propria discussione scientifica della "questione omerica" fu aperta da Friedrich August Wolf con i "Prolegomena ad Homerum" (1795), in cui, analizzando filologicamente i poemi e le loro incongruenze, affermò che tali opere fossero una sorta di riunione di brevi canti concepiti e tramandati oralmente, suscettibili di interpolazioni e corruzioni di qualsiasi forma.
Wolf non negò integralmente l'esistenza di Omero, ma lo identificò come autore di un nucleo originario di composizioni che sarebbero poi state accorpate, ampliate e modificate nel corso del tempo.
I successivi studi filologici, che si identificarono come "analitici", ripresero questa tesi, accettando l'idea di un nucleo originario di scritti, sancendo però l'impossibilità di risalire alle fonti originali.
Gottfried Hermann argomentò l'esistenza di due canti antichissimi, uno sull'ira di Achille e un altro sul rientro in patria di Odisseo, che nel corso di molti secoli sarebbero stati ampliati e accorpati insieme ad altre opere indipendenti per formare i poemi a noi noti.
Il grande filologo Karl Lachmann portò alle estreme conseguenze la confutazione della genesi unitaria dei poemi: egli, facendo un parallelo con le origini dell'epopea germanica, postulò che i poemi fossero stati realizzati come aggregazione di opere precedenti proprio dalla redazione fatta elaborare da Pisistrato nel VI secolo.
Adolf Kirchhoff rivolse i suoi studi soprattutto all'"Odissea", ritenendola il mediocre lavoro di un rielaboratore che fuse insieme poemi che trattavano dei viaggi di Odisseo, delle sue vicende in patria e di quelle del figlio Telemaco.
Tutte queste considerazioni fecero sì che i sostenitori della tesi "unitaria" dell'autore e delle opere si trovassero in seria difficoltà a sostenere che esse fossero state effettivamente composte da Omero.
D'altra parte gli studiosi "analitici" non erano stati in grado di scomporre i poemi nelle loro componenti originarie, e d'altronde alcuni di tali studiosi sostenevano una primigenia unità dei canti che sarebbero stati in seguito modificati ed estesi, mentre altri situavano l'unificazione al termine di un lungo processo di rielaborazioni, come progetto consapevole anche se non perfettamente compiuto oppure come accorpamento spontaneo scaturito da anni di commistioni.
Agli inizi del XX secolo, il filologo Ulrich von Wilamowitz rielaborò la questione omerica da un nuovo punto di vista, sia basandosi sui dati prodotti dagli studi analitici sia salvaguardando l'esistenza di una singola personalità creatrice, forse lo stesso Omero della tradizione. Questi sarebbe vissuto intorno all'VIII secolo a.C. ed avrebbe riunito intorno al tema fondamentale dell'ira di Achille un vasto insieme di composizioni distinte, ampiamente preesistenti alla sua opera, intervenendo pesantemente su questo materiale e aggiungendone di nuovo per renderlo un tutto organico e il più possibile coerente. D'altra parte secondo il Wilamowitz neanche il lavoro di Omero è quello che ci è pervenuto, poiché a suo giudizio nelle redazioni successive si intervenne includendo parti sia appositamente composte sia preesistenti e tramandate fino ad allora in forma autonoma.
L'ipotesi del Wilamowitz ebbe il pregio di unificare le due correnti, quella analitica e quella unitaria, e la maggior parte degli studi successivi si sono basati proprio su di essa.
Nel corso del XX secolo si è infatti avuta una forte ripresa della teoria unitaria, basandosi su nuove scoperte di carattere letterario e archeologico; questa corrente, cosiddetta "neounitaria", è peraltro caratterizzata dall'abbandono dell'unità temporale nella composizione delle opere.
Uno dei maggiori esponenti di tale movimento è stato Wolfgang Schadewaldt, che ha individuato neIl'Iliade una fitta serie di rimandi ed anticipazioni inseriti in tutto il poema, evidenziando un rapporto ben preciso tra i singoli episodi e l'opera nel proprio complesso, e riducendo l'importanza di eventuali incongruenze.
Questo imponente intrecciarsi di rapporti fra gli eventi del poema è dunque, per Schadewaldt, risultato di un'unica entità creatrice, non potendo essere il risultato casuale di un'unione fortuita o diluita nel tempo.
Gunther Jachmann ha dato nuovo vigore alla tesi analitica, riproponendo con nuove argomentazioni la teoria delle composizioni separate che fu di Lachmann, e sostenendo nuovamente che le opere, nella forma attuale dovuta ad una tarda redazione, rappresentino una compilazione antologica ricomposta con scarsa perizia.

CONSISTENZA STORICA DEI POEMI OMERICI
Esistettero veramente una città chiamata Troia e una guerra che da essa prese il nome?
Nell'antichità non si esitò a dare risposta affermativa a questo quesito, ma per lungo tempo, fino almeno alla metà del XIX secolo, si è preferito considerare i poemi omerici come pura opera di fantasia senza alcun fondamento storico.
Voci fuori dal coro furono quelle di Robert Wood (XVIII sec.) e George Gladstone (XIX sec.), che ritenevano Omero un attendibile testimone oculare dei fatti narrati.
Intorno al 1870 Heinrich Schliemann, un commerciante tedesco di umili origini ma che aveva accumulato nel tempo un considerevole patrimonio, si ritirò dagli affari per dedicarsi a quella che era stata la passione dominante di tutta la sua vita: constatare la veridicità dei racconti omerici identificando i luoghi descritti e compiendo delle campagne di scavi per rintracciare le prove tangibili della realtà storica dell'"Iliade" e dell'"Odissea".
Schliemann riteneva che il luogo dell'antica Troia fosse la collina chiamata in turco Hissarlik, che sovrasta una piana formata da due fiumi (gli antichi Scamandro e Simoenta) presso la costa nord-occidentale dell'Asia Minore.
Gli scavi non lasciarono deluso Schliemann: a Hissarlik scoprì resti di insediamenti umani disposti su diversi strati, e credette di identificare i resti della Troia omerica nel secondo dal fondo di tali strati, allorché rinvenne tra i resti di un palazzo incendiato una grande quantità di monili e suppellettili d'oro, che egli non esitò a battezzare "Tesoro di Priamo".
Schliemann si trasferì poi a cercare le origini degli achei in Grecia, ritrovando a Tirinto le mura colossali citate da Omero e a Micene la città di Agamennone, le cui sembianze volle identificare nel volto raffigurato su una maschera funeraria aurea rinvenuta insieme ad un fastoso tesoro.
Ricerche successive dimostrarono che questi ritrovamenti erano di età molto anteriore alla supposta data della spedizione troiana, e parimenti si precisò che i resti della città identificata da Schliemann come Troia risalivano a molto tempo prima. Permane comunque il dato di fatto che nel medesimo luogo una città fu distrutta e ricostruita più volte, e una di queste distruzioni avvenne nel XII secolo a.C.
Si era in ogni modo diffusa una certa fiducia sulla veridicità storica dei poemi omerici, e soprattutto fu possibile tratteggiare i connotati di una grande civiltà, denominata "micenea", cui si fece risalire l'origine del mito.

Resta sicuramente il dilemma sulla valutazione dei poemi omerici: documento storico filtrato dall'interpretazione poetica oppure finzione artistica inserita nell'ambito di una grandiosa civiltà realmente esistita?
Queste le posizioni estreme di un dibattito che, in mancanza di prove tangibili e sicure, ha prodotto nel tempo le ipotesi più disparate. D'altronde documenti ittiti (10) attestano rapporti con gli achei, ed è lecito supporre che tali rapporti fossero da inquadrare in una fase espansionistica delle genti greche al momento dell'apogeo della cultura micenea.

Del tutto diverso è il sottofondo storico dell'"Odissea": se esiste un qualche legame tangibile con la realtà geografica dell'isola di Itaca, che ha mantenuto lo stesso nome fino ad oggi, è stato invece sempre ritenuto assurdo situare il viaggio di Odisseo in un contesto geografico reale nell'area mediterranea, in cui luoghi e civiltà non hanno pressoché alcuna corrispondenza con quanto narrato nel poema.
La ricostruzione dell'esistenza condotta nei campi e nelle città fornisce invece ampio materiale per valutare l'ambiente da un punto di vista tecnico, economico e sociale. Combinando questi elementi con gli spunti forniti dall'"Iliade" si ottiene un quadro molto dettagliato della civiltà ritratta nei poemi, che però non coincide esattamente con i risultati degli studi archeologici sulla civiltà micenea: tali tracce arcaiche sono commiste ad altre di epoca sicuramente posteriore, ma sono spesso presentate come se se ne ignorasse l'esatta funzione.
Ad esempio, all'epoca di Omero si sapeva che erano esistiti in passato i carri da guerra, ma se ne ignorava evidentemente la funzione, tant'è che gli eroi dell'"Iliade" se ne servono come mezzi per spostarsi tra vari luoghi, ma una volta arrivati scendono e combattono a piedi. Armi di bronzo più arcaiche appaiono insieme alle più recenti armi di ferro, il sistema di battitura del ferro è usato per ricavare utensili di uso più antico, quando quel metallo ancora non si conosceva, e lo stesso ordine sociale è amministrato talvolta da sovrani, talvolta dal collegio degli anziani, e molto altro ancora.
In definitiva si può supporre che, al di là dei processi di riduzione e contaminazione compositiva intervenuti sulle opere, le prime origini dei fatti narrati appartenessero ad un'epoca anteriore a quella micenea, i cui poemi salvaguardarono il ricordo delle gesta, delle strutture sociali e della cultura materiale fino al crollo traumatico della civiltà micenea.
Con l'abbandono della scrittura per alcuni secoli e la contrazione culturale che ne derivò, tali caratteri arcaici presenti nei poemi vennero progressivamente smarriti e confusi con elementi posteriori, pur serbando memoria dei fatti, dei personaggi e dei luoghi, fino a giungere al momento della composizione definitiva dei poemi: chiunque abbia redatto l'"Iliade" e l'"Odissea" tende consapevolmente ad arcaizzare, senza però essere in grado di distinguere le stratificazioni storiche che si erano ormai confuse.
È inoltre verosimile che, per adeguarsi alle esigenze del pubblico, fu inserita anche una serie di riferimenti storici di cui il redattore aveva conoscenza diretta.
Le differenze culturali fra i due poemi sono evidenti ma complesse da storicizzare: fenomeni come la differenza fra la rigida struttura aristocratica dell'"Iliade" e la più articolata dimensione sociale dell'"Odissea" sembrano evidenziare una notevole distanza temporale tra gli eventi, in cui l'"Iliade" rappresenta un momento più arcaico ove lo "statu quo" non ammette dubbi sulla propria stabilità, mentre l'"Odissea" sembra dischiudere una prospettiva di crisi della struttura e della compagine sociale, adombrata nell'insubordinazione dei Proci.
Si può ritenere forse che già gli archetipi remoti dei due poemi fossero il ritratto letterario di due fasi storiche diverse e che tale divario si sia mantenuto nelle successive elaborazioni.

Testimonianza del fatto che la questione dell'affidabilità storica dei poemi omerici non è affatto risolta né sopita è il recente studio eseguito dall'ingegner Felice Vinci, foriero di un'ipotesi perspicace che ha suscitato tanto scalpore quanto dissenso: mediante una lunga e meticolosa ricerca, Vinci propone una interessante soluzione alle numerose incongruenze dei poemi collocandone l'originario svolgimento nelle terre e nei mari della preistorica Europa del nord, da cui provennero i colonizzatori della Grecia fra il III ed il II millennio a.C., identificando una lunga serie di luoghi che potrebbero essere stati il primo sfondo dei nuclei ancestrali dei poemi omerici.
Una volta superato lo choc culturale e l'istintivo rifiuto di una ricollocazione così radicale e lontana dall'immaginario collettivo, ci si rende conto che a rigor di logica le critiche sorte nei confronti dell'ipotesi dell'ingegner Vinci non hanno molta ragion d'essere, se si considera che non è improbabile che i popoli giunti in Grecia dal nord si siano portati dietro il ricordo e la tradizione delle antiche gesta, riadattandole, in un lungo periodo di mutevole tradizione orale, alle nuove condizioni geografiche e forse anche alle molte guerre che furono in seguito condotte contro la città che Heinrich Schliemann individuò in Asia Minore, la cui posizione privilegiata all'ingresso dello stretto dei Dardanelli consentiva di controllare i commerci con tutto il Mar Nero e ne faceva conseguentemente un bersaglio strategico primario di importanza vitale.
Né peraltro tale ipotesi esclude in linea di principio che questi riadattamenti, per lungo tempo affidati alla tradizione mnemonica, siano stati selezionati, riuniti e uniformati dalla mano di un unico genio creatore che, con la ricomparsa della scrittura alla metà dell'VIII secolo, abbia voluto offrire una rinnovata veste poetica ad un corpus di tradizioni arcaiche preesistenti, conferendo loro un aspetto unitario confacente alle necessità del tempo e alla rinnovata disponibilità di una potente via di trasmissione letteraria, la scrittura, che è riuscita a tramandare questi capolavori fino ai giorni nostri.

CONCLUSIONI
Gli interrogativi sulle origini e l'attribuzione dei poemi omerici non sembrano destinati a trovare una soluzione definitiva, ma sarebbe sbagliato considerare la questione omerica una sterile dissertazione accademica: già Platone ed Aristotele, per una volta concordemente, identificavano nei poemi omerici il principio della cultura greca, e ricercarne l'origine vuoi dire intraprendere un percorso di ricerca delle origini della cultura classica, solido e radicale fondamento della cultura moderna, della cultura del mondo civilizzato.
Tale ricerca della genesi dei poemi omerici ha generato nel tempo molte metodologie di analisi scientifica e storica, e si deve a tutti coloro che di questa indagine si sono occupati, che si sono fatti faticosamente strada nelle tenebre di un passato oscuro e pressoché dimenticato, l'inestimabile beneficio di aver raggiunto una maggiore consapevolezza storica delle nostre origini e della nostra autentica identità culturale.

Fonti:
D. Del Corno, "Letteratura Greca dall'età arcaica alla letteratura dell'età imperiale", Milano, Casa Editrice Principato, 1995.
P. Grimai, "Enciclopedia della Mitologia", ed. italiana a c. di C. Cordié, con prefazione di C. Picard, traduzione di P.Borgheggiani, Milano, Garzanti, 2001.
Omero, "lliade", versione di R. Calzecchi Onesti, con testo a fronte, prefazione di F. Codino, Torino, Einaudi, 1990.
Omero, "Odissea", versione di R. Calzecchi Onesti, con testo a fronte, prefazione di F. Codino, Torino, Einaudi, 1990.
F. Paiazzi, "Dizionario mitologico e di antichità classiche", Milano, Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori, 1993.
F. Vinci, "Omero nel Baltico", Roma, Palombi Editori, 2002.

Note:
1. Esiodo, "Hesiodus", poeta greco di famiglia oriunda proveniente da Cuma (Asia Minore), nato ad Ascra in Beozia intorno all'VIII secolo a.C. Uomo dalla personalità riflessiva e segnato da tristi vicende familiari, infuse i suoi poemi di un nostalgico anelito di giustizia. Sue opere accertate sono: "Le opere e i giorni", la "Teogonia", lo "Scudo di Eracle" e i "Cataloghi delle donne".
2. Il termine "indoeuropeo", o "indoario", esprime un concetto puramente linguistico e definisce un macrogruppo di lingue imparentate fra loro, tra cui i gruppi più rilevanti sono l'italico, il greco, l'ario o indoiraniano, lo slavo, il germanico ed il celtico.
3. Sistema di scrittura sillabico formato da segni corrispondenti a sillabe aperte, ossia terminanti in vocale, in numero di circa novanta, cui si aggiungono un limitato numero di ideogrammi ed un sistema di notazione numerica in base decimale.
4. Concetto espresso in linguistica dalla cosiddetta "teoria delle aree laterali".
5. Pisistrato, tiranno di Atene nel 560 a.C.; cacciato nel 555, rimase in esilio per cinque anni. Appena fatto ritorno in patria, fu nuovamente esiliato nel 549, ma con l'aiuto dei tebani riprese il potere nel 539. Protesse le arti e le lettere e diede incarico a Onomacrito insieme ad altri studiosi di raccogliere i testi omerici. Morì nel 528 e gli succedettero nella signoria di Atene i suoi figli Ippia ed Ipparco.
6. In quest'occasione l'imperatore Costantino diede il proprio nome all'antica città greca di Bisanzio. I nomi di Bisanzio e Costantinopoli convissero nell'uso letterario; la denominazione ufficiale della città era "Nuova Roma", "Néa Rome", mentre veniva indicata popolarmente come "La Città". Da questa formula, in greco "èis tèn polin", deriva l'odierno nome "Istanbul".
7. Già nel preumanesimo è forte l'interesse per i manoscritti greci: si pensi ad esempio al Boccaccio, che pur di imparare il greco sopportò il maleodorante monaco calabrese Leonzio Pilato e le sue villanie, ospitandolo e pagandolo affinché gli insegnasse la lingua di Omero.
8. È interessante notare che nell'lliade non si fa menzione della presa di Troia mediante lo stratagemma del Cavallo. Vi sono invece due accenni nell'Odissea, e la vicenda è narrata compiutamente nell'Eneide di Virgilio.
9. Composte nel 1664 ma pubblicate postume nel 1715.
10. Popolo appartenente al ceppo linguistico indoeuropeo stanziato nel Il millennio a.C. nella penisola anatolica, ove formò un impero di notevole rilevanza politica e matura civiltà.

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