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Tutti gli articoli di ARCHEOMISTERI "TU SEI IL VENTO, IO SONO IL LEONE"
di Michele Manher (Seconda Parte)

L'immensa energia liberata sulla Terra dall'urto d'un meteorite grande e massiccio, composto di ferro e nichel, la sua traiettoria d'impatto ed il punto in cui esso è caduto, 12.000 anni fa, hanno plasmato la superficie del nostro pianeta, rimescolato le carte per la diffusione degli uomini e delle specie animali, e cambiato il rapporto dell'Uomo con le sue divinità e la sua Storia.

Le tracce d'un impatto simile, se c'è stato, non possono essere scomparse; se ci sono, si devono trovare ancora da qualche parte. Forse, nei tracciati batimetrici dei fondali marini, sotto i ghiacci eterni del Polo Nord... Si conclude il nostro excursus sulle catastrofi legate alle tradizioni sul Diluvio.

CONSIDERAZIONI DI ZICHICHI
Il prof. Antonino Zichichi, in un articolo apparso su Famiglia Cristiana del 1.12.2002, ha divulgato alcune considerazioni riguardo alla storia delle correnti calde oceaniche nell'Atlantico del Nord. Egli ha giustamente notato che la Groenlandia ha questo nome per il fatto che il conquistatore norvegese Erik il Rosso, quando raggiunse le coste di quella terra, poco prima dell'anno 1000 dell'Era Volgare, la chiamò Gran Land, cioè "Terra Verde", perché essa gli apparve di tale colore.
La Groenlandia infatti, 1000 anni fa, non era coperta dai ghiacci, e questo era certamente dovuto alla "corrente del Golfo", le cui calde acque tropicali arrivavano, a quel tempo, fino alle coste di quella grande isola, anziché a quelle dell'Inghilterra come avviene oggi.
Il prof. Zichichi sostiene quindi che, in un ipotetico futuro, sarebbe sufficiente una piccola deviazione di questa "corrente" per far riprecipitare tutto il Nord Europa in una nuova Era Glaciale, con i ghiacciai alpini talmente estesi da arrivare a ridosso della Pianura Padana.
La Groenlandia tuttavia, durante l'ultima Era Glaciale, era coperta anch'essa, come il Nord Europa, dai ghiacci. Ma il prof. Zichichi non cade in contraddizione perché sostiene che la "corrente del Golfo", a quell'epoca, non saliva su per l'Atlantico ma toccava le coste nordafricane.
Questo spiegherebbe perfettamente il fatto che il Sahara, molti millenni fa, fosse una terra verde, coperta di foreste e pascoli, con grandi fiumi e laghi.
Questo quadro, formalmente corretto dal punto di vista locale, appare tuttavia lacunoso ed insoddisfacente sulla più ampia scala planetaria.
È sicuramente vero, come sostiene il prof. Zichichi, che se la "corrente del Golfo" dovesse abbandonare le coste europee il nostro continente subirebbe un drammatico calo delle temperature, ma è altrettanto vero che non esiste alcuna evidenza scientifica sul fatto che l'ultima glaciazione abbia avuto come causa la mancanza della "corrente del Golfo" in Europa. Infatti anche tutto l'attuale Canada e buona parte del Nord America si trovavano a quell'epoca sotto uno spessore di ben 5 km di ghiacci, mentre dall'altro lato del pianeta la Siberia godeva invece d'un clima mite e temperato, completamente diverso da quello attuale.
Come tutti sanno, i mammut ritrovati in Siberia sono in "perfetto" stato di conservazione perché hanno subito un "istantaneo" processo di congelamento, come se in pochi istanti fossero passati, 12.000 anni fa, da una tranquilla estate ad un terribile inverno artico. Che questi pachidermi, del resto, vivessero a latitudini temperate è dimostrato dal fatto che scheletri d'interi loro branchi sono stati trovati in Messico.
C'è un altro dato, anche questo noto a tutti: grazie al fatto che il congelamento fu immediato, si sono conservati anche i visceri di questi animali. Ebbene, nello stomaco di alcuni esemplari è stata trovata l'erba, appena ingoiata e non ancora digerita, che cresce solo nelle praterie temperate.
La vegetazione della Siberia dunque, 12.000 anni fa, era quella che può crescere "soltanto" alle latitudini temperate nel periodo estivo e, per giustificare questo dato, non è possibile invocare alcuna "corrente del Golfo": e allora?
C'è dunque qualcosa che non quadra nella ricostruzione, ancorché parziale, del prof. Zichichi e non è difficile dimostrarlo, dal momento che due più due deve fare quattro per tutti. Non c'è nulla di più democratico, infatti, dell'evidenza scientifica.
Cominciamo allora a vedere se, oltre alla Siberia, anche in altre parti di quel mondo di 12.000 anni fa siano avvenuti spostamenti altrettanto drammatici di clima e fenomeni connessi.

UNA STONEHENGE AFRICANA ALLE PORTE DEL SOLE
Esattamente 30 anni fa, nel 1974, l'allora giovane professore d'Antropologia Fred Wendorf, dell'Università Metodista Meridionale di Dallas, in Texas, stava guidando un gruppo di suoi colleghi in un viaggio, massacrante tanto per le auto quanto per gli uomini, che andava dal deserto libico alla Valle del Nilo. Attraversato il confine con l'Egitto la spedizione prosegui ancora per qualche ora ma ad un certo punto, a causa d'un guasto meccanico ad uno dei mezzi, dovette fermarsi.
Wendorf racconta: "Ce ne stavamo lì pensando ognuno ai fatti propri quando notammo del vasellame ed altri artefatti."
Era cominciata così, per un caso assoluto ed allo stesso tempo "magico", la scoperta archeologica più rivoluzionaria di tutta la storia dell'egittologia, dopo quella della tomba di Tutankhamen: la scoperta del sito archeologico di Nabta Playa.
Wendorf tornò ancora molte volte in quel luogo, "donato" da un guasto tecnico su piste che, con ogni probabilità, 11.000 anni prima, avevano già percorso i pastori nomadi del Sahara. Egli riuscì dunque a determinare il lungo periodo d'occupazione umana di quel sito: a partire dagli 11.000 fino ai 4.800 anni fa, con una fase d'abbandono, compresa tra gli 8.000 ed i 7.000 anni fa, causata da due lunghe siccità.
Le persone tornate a Nabta dopo questa siccità mostravano una drastica evoluzione nel loro sistema sociale e nell'organizzazione materiale della vita.
Al centro delle loro più evolute strutture sociali ed economiche si trovavano elaborati rituali, ispirati ad un improvviso, forte e sentito sistema di credenze religiose. È questo il periodo a cui risale la costruzione dei complessi architettonici cui gli studiosi attribuiscono maggiore importanza, non solo dal punto di vista cultuale ma anche delle conoscenze astronomiche.
Furono scoperti cinque allineamenti megalitici, che erano stati realizzati usando pietre lunghe (menhir) fino a cinque metri, del peso d'una decina di tonnellate ciascuna, in arenaria quarzitica, la cui cava si trovava a seicento metri da Nabta Playa. Queste pietre furono estratte, portate in loco, erette e conficcate nella sabbia.
A questo punto Wendorf chiese aiuto a J. McKim Malville, professore d'astronomia all'Università di Boulder, nel Colorado, il quale, assistito dalla tecnologia satellitare GPS, poté determinare la disposizione di due di questi allineamenti, di cui uno seguiva la linea est-ovest e l'altro quella nord-sud.
Trecento metri a nord di questi due allineamenti era stato eretto un circolo di pietre simile a quello di Stonehenge, in Inghilterra, ma molto più piccolo: il diametro di questa struttura circolare, infatti, non superava l quattro metri. Le pietre più grandi di questa costruzione erano otto, accoppiate a due a due. Ognuna di queste coppie era costituita da due monoliti vicini tra loro, al punto che Wendorf decise di chiamarle "porte".
Le "porte" che si trovavano sull'allineamento est-ovest, permettevano ad un osservatore che si fosse posto sulla loro linea al di là del circolo, guardando verso est. Di vedere sorgere il Sole, tra quelle pietre, il giorno del solstizio d'estate di 7.000 anni fa.
Il Sole entrava così ogni anno da quelle porte nell'estate africana.
Il dato archeoastronomico coincide con i test al radiocarbonio effettuati sui resti di focolari trovati attorno al monumento, che datano appunto intorno ai 7.000 anni fa.
Fred Wendorf e J.McKim Malville, insieme a Romuald Schild - archeologo della Polskiej Aakademii Mauk di Varsavia - ed il geologo egiziano Ali al Mazar pubblicarono un articolo sulla rivista britannica "Nature" il 2 aprile del 1998, intitolato "Megaliths and Neolitic astronomy in southern Egypt", fornendo una gran quantità di dati relativi al sito, agli studi compiuti ed alle ipotesi avanzate. La domanda principale che si posero gli autori dell'articolo fu la seguente: perché mai era così importante, in quell'epoca ed in quel posto, conoscere con esattezza !'inizio dell'estate?
Gli autori si diedero la risposta giusta, e cioè che il monsone estivo s'era spostato 15° di latitudine più a Nord di dove era stato fino ad allora e dove sarebbe ritornato ben 2200 anni dopo, intorno al 2800 a.C..
Già, ma cos'è che fece compiere al monsone uno spostamento simile, lo fece restare in Egitto per più di 2000 anni e poi lo fece ritornare là dove si trovava prima, tra la Somalia e l'Etiopia?

GEOLOGIA MISTERIOSA
Soltanto recentemente gli scienziati hanno iniziato a comprendere che la fase subpluviale neolitica, detta del "Sahara verde", non è il risultato d'un "indebolimento del fronte polare nord", come si credeva una volta, in conseguenza della fine dell'Era Glaciale, bensì è una "conseguenza delle oscillazioni dell'asse terrestre", come ha dichiarato ad esempio Mauro Cremaschi, professore di geografia fisica alla Statale di Milano, in una recente intervista al "Corriere della Sera" (venerdì 9 aprile 2004).
È ormai noto a tutti, infatti, che la Siberia, durante la cosiddetta "ultima Era Glaciale", non era una tundra ghiacciata ma un'immensa prateria temperata, con tutte le specie vegetali tipiche delle latitudini temperate. L'Era Glaciale non è mai esistita lì "allora", ma esiste lì "adesso".
Oltre a ciò l'Antartide, nelle regioni che guardano il Mare di Weddell - dalla Penisola Antartica alle regioni settentrionali della Terra della Regina Maud - godeva d'un clima mite e temperato, per cui lo scenario che appare ai nostri occhi è sconcertante.
Oscillazioni minime dei poli, dovute alle leggi della meccanica celeste ed alle interazioni gravitazionali con la Luna e gli altri corpi celesti del Sistema Solare, sono certamente nell'ordine naturale delle cose. Oscillazioni grandi tuttavia, superiori ai 15 o 20 gradi in un colpo solo, non si possono più chiamare oscillazioni ma spostamenti, ed è evidente che una cosa simile non può avvenire per cause ordinarie, bensì assolutamente straordinarie. Per questo io credo nella natura catastrofica dei cambiamenti su scala planetaria.
La disposizione delle calotte polari durante la cosiddetta "ultima Era Glaciale", tuttavia, dimostra che "la Terra ruotava intorno ad un asse esattamente inclinato come l'attuale", dal momento che i ghiacci polari ricoprivano un'area planetaria estesa più o meno come l'attuale.
Dobbiamo dedurne dunque che le terre emerse, se l'asse di rotazione era sempre inclinato sul piano dell'eclittica proprio come adesso, erano dislocate sul pianeta a latitudini diverse dalle attuali.
Il Polo Nord infatti era situato al centro della Groenlandia, una quindicina di gradi più a sud dell'attuale Polo Nord, ed il Polo Sud 8 o 9 gradi a sud della posizione che occupa oggi il Polo Sud Magnetico, che è sulla linea del Circolo Polare Antartico a 140° E.
Non c'è alcun dubbio che l'accumulo dei ghiacci ai poli sia determinato dalla scarsità, in condizioni normali, di radiazione solare, cosicché, per quanto detto finora, dobbiamo immaginare un modello in cui non sono stati i poli a spostarsi, bensì la crosta terrestre a scivolarvi sopra".
In altre parole, alcune regioni della Terra sarebbero "entrate" nelle latitudini dei Circoli Polari Artico ed Antartico, mentre altre ne sarebbero "uscite", cosicché alcune avrebbero ottenuto una glaciazione mentre altre l'avrebbero persa.
Un simile slittamento della crosta terrestre sul magma del Mantello Superiore può essere provocato da pochissime cause, una delle quali può essere sicuramente l'urto violento d'un corpo extraterrestre, nel nostro caso d'un meteorite molto pesante che impatta con un angolo molto particolare, radente alla superficie terrestre. Il verificarsi d'un fenomeno simile ha un grado relativamente alto d'improbabilità, ma di sicuro non è impossibile.
La dimostrazione di quanto sto dicendo può essere verificata su tutti i corpi celesti rocciosi del nostro Sistema Solare.
Un esempio a questo riguardo lo possiamo trovare nella regione lunare di Vallis Rheitia (50° S, 51° E) dove, - indicate dalle due frecce rosse - esistono due valli longitudinali sulla cui formazione non si è ancora finito di dibattere.
C'è infatti chi ipotizza un'inusuale "catena" di meteoriti caduti, secondo una linea ordinata, in stretta successione uno dietro l'altro; chi l'interpreta come una catena di caldere vulcaniche allineate su una faglia; ed infine chi - tra i sostenitori della teoria degli impatti - ritiene trattarsi d'un unico meteorite che ha "strisciato" il suolo lunare in epoche molto antiche, in considerazione del fatto che sulla "strisciata" più grande si trovano una gran quantità di crateri, più piccoli e più recenti.
Un secondo esempio molto più chiaro ce l'ha fornito la sonda interplanetaria "Mars Global Surveyor" quando, il 7 aprile 2004, ha fotografato un solco, sulla superficie di Marte, prodotto da un impatto meteorico obliquo, a 4° 25' S, 10° 6' O. Il solco è lungo 3 Km. e largo mediamente 0,8 Km.
Qualora si fosse verificato un impatto con modalità analoghe anche sulla Terra, dovrebbe esserne rimasta, dunque, sicuramente la traccia anche qui.
E così è probabile che sia.
La carta dei fondali del Mar Glaciale Artico mostra un'immensa vallata sottomarina dalle caratteristiche alquanto particolari, indicata col nome di Bacino Eurasiatico, o dell'Angara (altro nome con cui si indica il continente sinosiberiano), o di Nansen.
Fritjof Nansen fu un esploratore norvegese che il 7 aprile del 1895 raggiunse, nel corso d'una spedizione al Polo Nord, la latitudine di 86° 13'.
Professore di oceanografia ad Oslo e uomo politico, Nansen fu tra i fondatori, nel 1919, della Società delle Nazioni e particolarmente attivo nell'assistenza ai profughi della rivoluzione comunista in Russia. Per queste ragioni, nel 1922, ottenne il Nobel per la pace.
Ebbene, questa valle dai tanti nomi è, a tutt'oggi, un autentico enigma geologico di cui si sa veramente poco, anche se non mancano studi recenti, effettuati in particolare da scienziati russi, realizzati con l'ausilio di postazioni scientifiche montate su "isole galleggianti". Si tratta di grandi blocchi di ghiacci alla deriva, uno dei quali è stato recentemente al centro delle cronache, perché il team di scienziati che vi si trovava sopra aveva perso la possibilità di fare ritorno, con i propri mezzi, a terra.
Già la sola configurazione del bacino dell'Angara, dunque, è di per sé unica, nel senso che non esiste nulla di simile in tutto il resto del pianeta. Esso corre assolutamente dritto per ben 2.000 km, ha uno spessore pressoché costante di 200 km ed è fiancheggiato per tutta la sua lunghezza da due vistose dorsali, anch'esse perfettamente allineate tra loro, che sono: da una parte la cordigliera di Nansen, che si affaccia verso il continente sinosibetiano, e dall'altra la dorsale di Lomonosov, che incrocia, quasi alla metà della sua lunghezza, l'asse di rotazione terrestre (in pratica è l'unica catena montuosa al mondo che ruota su se stessa).
Queste due catene montuose sono separate tra loro da un abisso che arriva ad una profondità di quasi 5.000 metri sotto il livello del mare, e questa è una situazione che non ha l'analogo in nessun'altra parte del mondo.
Che cosa significa?
Sarebbe necessario che un robot sottomarino arrivasse, ad esempio, sui fianchi della dorsale Lomonosov ed eseguisse un carotaggio della roccia. Una dorsale è costituita infatti, normalmente, da rocce effusive di tipo basaltico insieme ad altre, come i gabbri ed i serpentini, di tipo intrusivo. Le dorsali in pratica sono legate ai processi di divergenza delle placche e determinano, con l'emissione di materiale basaltico, l'espansione dei fondali oceanici, formando in continuazione nuovo materiale crostale.
La dorsale di Lomonosov, tuttavia, è una specie di cordigliera che unisce sott'acqua, dritta come una corda tesa, la Siberia alla Groenlandia. Se dovesse rappresentare una struttura tettonica legata in qualche modo ad un processo di divergenza delle placche, allora la Siberia e la Groenlandia dovrebbero essere, se non spaccate a metà, sicuramente interessate da fenomeni geotermici (come accade all'Islanda, che si trova sulla dorsale Atlantica) oppure da altri fenomeni, sismici o eruttivi.
Come possiamo vedere, tuttavia, dalle carte dei terremoti e della distribuzione dei vulcani (attivi e non) sulla Terra, questo non è. Anzi la Groenlandia e la Siberia sono due delle poche zone della Terra dove non ci sono né vulcani (presenti e passati) né terremoti, quindi si tratta d'una zona geologicamente stabile. Oltre a ciò è ancora più oscura la presenza d'una profonda valle come il bacino dell'Angara.
Per spiegare la sua formazione, infatti, non si può formulare l'ipotesi d'un fenomeno di subsidenza, le cui sedi sono le aree epicontinentali (cioè i bacini marini costieri poco profondi), le zone lagunari e le scogliere coralline del periodo triassico.
Si potrebbe pensare ad un bacino riferito ad una coppia di geosinclinali, che gli autori più recenti, tuttavia, preferiscono classificare in altri tipi di fosse o in subsidenze intercontinentali come i solchi intracratonici (il cratone è uno zoccolo continentale geologicamente stabile e dalla topografia livellata).
In effetti, nell'assenza di manifestazioni magmatiche sottomarine, e considerata la stabilità geologica delle terre emerse intorno al bacino dell'Angara, si potrebbe pensare di poter iscrivere il nostro bacino in questa classe, ma non si trova tra due zoccoli continentali e non può inoltre, come abbiamo già visto, essere stato interessato in passato dal fenomeno della subsidenza.
Allora cos'è?
Ce lo dicono il solco lunare della Vallis Rheita e quello, scoperto solo di recente, su Marte: si tratta dell'impatto d'un meteorite dalla traiettoria molto particolare, cioè tangente alla superficie del pianeta. Un meteorite estremamente massiccio e compatto, formato di ferro e nichel, in pratica una palla d'acciaio cosmico arroventato, con un diametro d'almeno un chilometro e dal peso di 20 miliardi di tonnellate, arrivò sulla Terra alla velocità di 60.000 km/h. La calotta polare, dello spessore di 5 km, si liquefece in pochi secondi dopo che il bolide celeste aveva finito di "arare" la crosta terrestre per 2.000 km, fermandosi "solo" ai piedi dello zoccolo continentale della Groenlandia.
Una delle più semplici equazioni della meccanica razionale è senza dubbio quella dell'energia, data appunto dal prodotto della massa per il quadrato della velocità. Bene, provate a fare il prodotto di 20 miliardi per il quadrato di 60.000: quello è il valore dell'energia cinetica, espresso in t/km, scaricata dal bolide sul pianeta.
La Siberia venne trascinata in un istante al Circolo Polare Artico; l'Europa invece, che stava dalla parte opposta, ne uscì, scivolando d'una quindicina di gradi più a sud. L'Africa settentrionale, che si trovava a latitudini temperate (là dove adesso c'è, invece, l'Europa) scese verso il Tropico del Cancro, cioè alla latitudini in cui ci sono i deserti.

IL CLIMA DOPO IL GRANDE DILUVIO
La maggior parte dei deserti sul nostro pianeta è situata alle latitudini tropicali. Come si può vedere dalla carta climatica, infatti, essi sono distribuiti intorno al Tropico del Cancro nell'emisfero Nord, ed al Tropico del Capricorno in quello Sud, con alcune eccezioni, dovute a particolari condizioni come la Corrente del Golfo per la Florida ed i Monsoni per l'Estremo Oriente.
È evidente dunque che se l'immenso territorio del Sahara aveva attraversato una fase in cui aveva goduto d'un clima mite e temperato, questa condizione cambiò drasticamente alle latitudini in cui esso fu spinto dopo l'impatto del meteorite, cui seguì il Grande Diluvio.
In seguito allo slittamento della crosta terrestre, causato dalla particolare meccanica di quell'incidente cosmico, ed allo scioglimento dei ghiacci del Polo Nord, il clima subì drastici sconvolgimenti. Quasi tutta la massa d'acqua dell'oceano Artico, e per una minima parte anche gli stessi ghiacci del Polo Nord, furono trasformati in vapore acqueo (in pratica, come se fosse scoppiata una gigantesca pentola a pressione). Questo vapore, immesso nell'atmosfera terrestre, si ricondensò negli strati più alti dell'atmosfera, saturandola completamente e ricoprendo così con una spessa cappa di nubi l'emisfero settentrionale per un lunghissimo periodo di tempo. Successe in pratica che la densa coltre di nubi che gravava a quell'epoca sull'Asia impediva alle masse continentali di quella vasta regione di riscaldarsi durante il periodo estivo, cosicché i venti freddi e secchi provenienti dall'Artico scendevano dritti verso l'Equatore.
Quelli che raggiungevano il Mar Mediterraneo si scontravano, inevitabilmente, con le masse d'aria calda tropicale proveniente da sud, dando origine così alle intense precipitazioni tipiche delle foreste pluviali, praticamente pere tutto l'anno, per 4.000 anni.
È questo il periodo in cui il Sahara conobbe il suo splendore. Ai piedi delle grandi formazioni montuose del Tassili, dell'Hoggar, del Tibesti e dell'Atlante scorrevano fiumi impetuosi che sfociavano in grandi ed estesi laghi, là dove adesso, invece, esistono solo depositi sabbiosi. Il clima umido produsse, sulle montagne, foreste di querce ed ontani, ma anche alberi di noci e tigli, mentre alle quote più basse prosperavano estese pinete, piante di ginepro ed olivi. Sulle vaste pianure fiorivano graminacee a rapido sviluppo in tale quantità da poter sfamare uomini ed animali.
Risale a questo periodo la macina di pietra ritrovata vicino ad Illezi, ai piedi del Tassili algerino, là dove adesso ci sono solo dune di sabbia. Incisioni, dipinti e graffiti del Tassili, inoltre, nel mostrarci giraffe, gazzelle, elefanti e persino mucche pezzate da latte al pascolo, ci dicono che in quel tempo non mancavano, da quelle parti, verdi pascoli ed estese foreste.
Piano piano, intanto, l'immensa cappa di nubi postdiluviane che copriva l'Asia, si andava lentamente, ma inesorabilmente, dissolvendo. A poco a poco, senza fretta, tanto che durò 4.000 anni.
Non appena, dunque, gli estesi territori dell'Asia riacquistarono la piena luce del Sole, ecco che un nuovo, non meno drammatico, cambiamento climatico fece il suo ingresso sulla scena nordafricana.
I fronti di aria fredda d'origine artica, che già da diverso tempo non raggiungevano più il Mediterraneo con l'antico vigore, scemarono del tutto e per la civiltà del Sahara iniziò la fine, ma... successe anche qualcos'altro.
Le masse continentali asiatiche subiscono, durante il periodo estivo, il riscaldamento del Sole, in conseguenza del quale si scontrano poi, come succede ancora oggi, con flussi d'aria più fresca proveniente dagli oceani sottostanti. La linea di convergenza di questi venti, quelli caldi dall'Asia e quelli freschi dal mare, è la linea su cui si manifesta il fenomeno dei monsoni estivi.
Questa linea, 7.000 anni fa, si manifestò, con le sue conseguenze ed i sui benefici, per la prima volta in Egitto, come ci viene testimoniato dal sito archeologico di Nabta Playa. Quando la luce del Sole, all'alba, attraversava esattamente le porte dell"'orologio" di pietra costruito a Nabta Playa, allora i nabtiani sapevano che stavano per giungere le tanto attese piogge monsoniche.
Tutto questo durò ancora per altri 2.200 anni. Poi, improvvisamente, il monsone si spostò più in basso, là dove si trova adesso e cioè sulla Somalia e la parte meridionale dell'Eritrea. La fine del periodo nabtiano segnò l'inizio della civiltà faraonica del Nilo e della Storia, come la conosciamo noi.
Ma perché ci fu questo secondo cambiamento?

IL PICCOLO DILUVIO
La risposta a questa domanda si può forse trovare, ancora una volta, sul fondo dei mari artici.
Se torniamo a guardare la foto con cui abbiamo iniziato questo nostro viaggio, e cioè la carta batimetrica dei mari situati intorno al Polo Nord, vediamo che il fondale marino della Baia di Baffin presenta sorprendenti analogie con il solco fotografato dalla sonda "Mars Global Surveyor" su Marte il 7 aprile 2004, e di cui ho già parlato in precedenza. La configurazione del solco peraltro, qualora si dovesse trattare proprio d'un altro impatto meteorico obliquo, ci dice qualcosa di sorprendente: la direzione di volo, e quindi d'ingresso nell'atmosfera terrestre, di questo secondo meteorite era esattamente opposta a quella del primo meteorite, molto più grande, che aveva colpito la Terra 12.000 anni fa, e per giunta sempre nella stessa zona, in prossimità del Circolo Polare Artico.
Il secondo meteorite, pur causando anch'esso effetti catastrofici, era tuttavia più piccolo del precedente, ed indusse così un piccolo ti-spostamento della crosta terrestre, facendo ritornare tutto un pochino più indietro, cinque o sei gradi al massimo, rispetto allo spostamento precedente.
L'effetto catastrofico più importante di questo secondo meteorite fu certamente il seguente.
Ognuno di noi, a casa propria, può fare un esperimento molto semplice per capire cosa avvenne in quel caso. Proviamo a riempire una pentola d'acqua fino all'orlo e poi, dopo averla adagiata su un tavolo o sul pavimento, spostiamola improvvisamente con uno strattone: l'acqua, per inerzia, non segue il movimento della pentola e quindi trabocca. Ebbene, quando il secondo meteorite spostò verso nord la crosta terrestre, avvenne proprio questo, e cioè che i mari e gli oceani, per inerzia, non seguirono il movimento dei bacini ma traboccarono a sud; il Mediteraneo, ad esempio, invase tutte le coste dell'Africa settentrionale, penetrando per chilometri nell'entroterra.
Un altro effetto viene descritto ancora nei poemi omerici, quando leggiamo ad esempio che le navi dei Feaci solcavano "il nebbioso mare".
Il meteorite penetrato nel mare di Baffin aveva fatto evaporare in pochi attimi, infatti, miliardi di tonnellate d'acqua che, rimaste sospese nell'atmosfera, avevano poi saturato i cieli dei mari del nord per tempi lunghissimi, tanto lunghi da restare nella memoria dei popoli cantati da Omero.
È a questo secondo evento, avvenuto intorno al 2.800 a.C., che si riferisce la Bibbia quando parla di Diluvio Universale e della conseguente ricostruzione del mondo, dei suoi popoli e della sua Storia. La Bibbia poi ha ancora ragione, se è vero che le cose andarono proprio in questo modo, a dire che tutto questo avvenne per volontà d'un Essere Superiore.
Le coincidenze, infatti, sono troppe e troppo strane perché una simile concatenazione d'eventi possa essere avvenuta per caso.
Nel calcolo delle probabilità è più facile che, facendo saltare in aria con la dinamite un blocco di marmo, ci caschi davanti, perfettamente scolpita, la Venere di Milo piuttosto che vedere due meteoriti cadere nello stesso posto, a distanza di diversi millenni, con la stessa traiettoria, lo stesso verso e direzioni esattamente opposte!
Questo secondo evento, dunque, facendo risalire di cinque gradi verso nord le terre dell'emisfero occidentale, e ridiscendere verso sud quelle dell'emisfero orientale, produsse, oltre ad un secondo scioglimento dei ghiacci ed alle immissioni di aeriformi nell'atmosfera, anche una ridiscesa apparente (cioè vera solo per un osservatore solidale con la terra) dell'Equatore verso sud nell'emisfero occidentale, ed una risalita verso nord in quello orientale.
Di conseguenza, la linea di convergenza dei venti che scendono dall'Asia con quelli che salgono dall'oceano Indiano, essendo connessa - anche per la rotazione terrestre - proprio alla posizione dell'Equatore, si spostò là dove sta ancora adesso, cioè più a sud verso la Somalia.
Fu questo evento dunque che, inaridendo per sempre i territori tra l'Alto Egitto ed il Sudan, pose fine alla cultura nabtiana e diede inizio alla civiltà sorta sulle rive del Nilo, e con essa alla Storia.

I POPOLI DEL MONDO PRIMA DEI DUE DILUVI
L'area della diffusione e del commercio dell'ossidiana vulcanica in Medio Oriente si estendeva, 12.000 anni fa, dalla Turchia al Sinai e dal Libano alla Mesopotamia.
L'archeologa Katleen Kenion, proseguendo, agli inizi degli anni '50 del secolo scorso, gli scavi nel sito archeologico di Gerico, scopri i livelli più antichi d'una città di cui nessuno, fino a quel momento, aveva immaginato l'esistenza.
Scoprì una cinta muraria, con torri alte fino a quindici metri ed un fossato che girava intorno alle mura, esattamente come nei nostri castelli medievali, solo che quell'imponente apparato difensivo era stato immaginato e realizzato 10.000 anni fa.
Se dunque a quell'epoca esistevano già vie commerciali, attraverso le quali viaggiavano merci d'ogni genere (ossidiana, smeriglio, pellami, vasellame, avorio, tessuti, collane e braccialetti, utensili e quant'altro), questo vuoi dire che esistevano anche interessi commerciali, oltre che imponenti apparati di difesa come quelli di Gerico e di Giza.
Ebbene, posto che due più due faccia ancora quattro, dobbiamo concludere che di quelle vie commerciali era necessario innanzitutto garantirne la sicurezza.
Questo richiedeva non solo degli eserciti ben organizzati e gerarchicamente strutturati, ma anche la demarcazione di confini, se non definiti, per lo meno da definire, o con la forza o con la politica. In una parola, dovevano esserci delle nazioni.
Se esistevano nazioni, o anche solo città-stato con un esteso controllo territoriale, allora dovevano esistere re, sacerdoti, funzionari, giudici, generali, ministri, tutte persone che, per poter svolgere queste funzioni, dovevano essere mantenute da un'ampia base militare.
In tre parole: ESISTEVANO SOCIETÀ EVOLUTE.
Se infatti venivano edificate solide mura di difesa, questo vuol dire che esistevano architetti capaci di progettazioni avanzate: che esisteva una rigida e ben strutturata organizzazione del lavoro, e quindi della società; che c'erano attività belliche nella regione e che la sicurezza delle piste carovaniere doveva essere garantita da qualcosa che non fosse soltanto una scorta armata.
Qualcuno aveva capito che il commercio significava ricchezza e sviluppo, e che quindi era indispensabile tutelarlo in ogni modo, o con le armi o con un'azione politica e diplomatica, o forse cercando d'imporre forme d'identità culturale e religiosa.
Dipingere dunque il Neolitico Superiore come un'epoca in cui gli uomini vivevano allo stato brado, in villaggi isolati e dediti alla caccia, alla pesca ed alla raccolta, significa conservare una visione della preistoria a dir poco ottocentesca.
Damine dalla pelle bianca, e dai tratti somatici orientali, eleganti ed altezzose come principesse, vivevano nel Tassili algerino, ma non è questa l'unica immagine che abbiamo riguardo al fatto che il Sahara era abitato da popoli di pelle bianca, addirittura biondi con gli occhi azzurri.
Sulle pareti della tomba del faraone Sethi I è riprodotta una sfilata di rappresentanti di tutti i popoli con i quali l'Egitto era in relazione. Tra questi vi sono anche gli "Tciemehu", come apprendiamo dal nome geroglifico scritto all'altezza del ginocchio e posto tra i personaggi.
Gli "Tciemehu" erano allora (nel 1300 a.C.) gli abitanti dell'attuale Libia che, come possiamo vedere, appartenevano ad una razza di persone bionde con gli occhi azzurri. Altri "Tciemehu", sempre dalla stessa sfilata nella tomba di Sethi I, sono di carnagione bianca, proprio come gli europei d'oggi ma, pur avendo i capelli neri, hanno la particolarità d'avere anch'essi gli occhi azzurri.
Nell'Egitto dell'Antico Regno troviamo la statua del visir Hemiunu, dalla mastaba G 4000 della piana di Giza.
Hemiunu era il visir di Cheope ed anche la persona a cui il celebre faraone aveva affidato l'incarico di dirigere i lavori edili nella piana di Giza. Sono del tutto evidenti i tratti europoidi dell'individuo.
Dal tempio funerario di Djedefra ad Abu Rawash, ed oggi custodita al Museo del Louvre di Parigi, arriva a noi la testa del faraone Djedefra, il figlio di Cheope che salì al trono alla morte del padre. Il suo volto, assolutamente europeo, sembra uscito da una tragedia di Shakespeare.
Quando il Sahara, a causa dei drammatici cambiamenti climatici già descritti, perse la sua capacità di dare nutrimento agli uomini, questi emigrarono in cerca di condizioni più favorevoli di vita.
Una parte di essi attraversò lo Stretto di Gibilterra e colonizzò l'Europa; un'altra parte si fermò in Libia, sulle coste ancora fertili del Mar Mediterraneo; un'altra ancora, migrando dalla zona di Nabta Playa verso nord, si fermò lungo le rive del Nilo, dove esistevano già da tempo villaggi sparsi di autoctoni cacciatori e raccoglitori; ne iniziò la conquista, come documentato negli stessi monumenti egiziani, e diede vita alla prima grande civiltà umana postdiluviana.

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