
GIACOBBE, RE-SACERDOTE

parti precedenti:

IL PATRIARCA GIACOBBE E RENNES-LE-CHÂTEAU »
LA CHIESA ED IL SUO PORTALE »

![[Il portico della chiesa - 34K .jpg]](am15f67p.jpg)

Giacobbe era figlio secondogenito di Isacco, che però, grazie alla complicità della madre Rebecca, riesce ad ottenere formalmente l’investitura alla primogenitura scalzando il "rosso" primogenito Esaù.
La Bibbia riferisce che la primogenitura fu ottenuta con l’ormai proverbiale "piatto di lenticchie", anche se invece, come ci riportano fonti talmudiche, già prima della nascita, nell’utero materno, Giacobbe avrebbe afferrato il Piede di Esaù, assicurandosi, apparentemente in modo inspiegabile, la primogenitura.
Vedremo come il tema del "piede" colori in modo prioritario la vicenda di Giacobbe.
Giacobbe viene poi inviato dal padre Isacco, quasi con uno specifico pellegrinaggio rituale in Mesopotamia, da Làbano per cercare una moglie adatta a lui.
Le avventure e le peripezie che ne nascono sono alla base della radici storiche di tutta la nazione ebraica.
Dopo aver iniziato il viaggio dalla casa paterna Giacobbe giunge in un luogo, dove ha deciso di riposare per la notte.
Dispone a semicerchio una serie di pietre con funzione rituale, ne dispone una particolare e la adibisce a poggia-testa. Durante la notte ha un’esperienza mistico-extraterrestre, vedendo la celebre "Scala di Dio" in cui angeli salgono e scendono e dove, in alto, è situato Dio stesso.
Svegliatosi, intimorito e reverente per il classico "Timor Dei", esclama la frase incisa sul Portale della Chiesa di Rennes-le-Château: "Degno di venerazione è questo luogo! Questo non è altro che la Casa di Dio e la Porta del Cielo!".
Subito dopo alza la pietra su cui ha appoggiato la testa, la infigge nel terreno e ribattezza il luogo dell’apparizione, che già era conosciuto come Luz, con il nome di Beth-El = "Casa di Dio".
Fin qui il testo biblico, tuttavia vi sono biblisti che ritengono che Giacobbe conoscesse già in anticipo Luz, il luogo in cui aveva deciso di dormire, e che vi si fosse recato intenzionalmente.
Che cos’era questa Luz?
L’Easton Bible Dictionary non ci aiuta molto affermando ciò che già abbiamo dedotto dal testo biblico: "Luz era il nome di una città sacra canaanea posta vicina a Beth-El".
Robert Graves e Raphael Patai (I miti ebraici) ci segnalano che era un luogo, chiamato attualmente Betin, posto 10 Km a nord dell’odierna Gerusalemme, e dove ricerche archeologiche recenti hanno mostrato segni di colonizzazione dal 2100 al 100 a.C.
Infatti già dai tempi di Abramo, nonno di Giacobbe, questo luogo era conosciuto come sacro ed il Patriarca vi fece sacrifici propiziatori e di ringraziamento sia prima che dopo il suo viaggio in Egitto.
In Giudici 20, 18 e 21, 2-4 viene detto che qui era temporaneamente custodita l’Arca. Dopo la divisione del regno di Israele esso divenne il santuario di riferimento del Regno Settentrionale.
In Genesi 31, 13 viene poi detto che Giacobbe unse la pietra sacra con l’olio.
D’altro canto testi rabbinici quali il Midrash Tehillim ed Pirque Rabbi Eliezer confermano che Giacobbe, dopo aver alzato la Pietra su cui aveva appoggiato la testa, "la unse con olio che era gocciolato dal cielo, e Dio affondò la pietra nel terreno tanto profondamente, che essa fu chiamata 'Eben Shetiyyah' = 'Pietra di Fondazione'".
Questa "Eben Shetiyyah", sebbene fosse situata alla profondità di 1500 cubiti, fu sollevata da Re Davide, ma, come raccontano le fonti talmudiche, fu precipitosamente rimessa al suo posto per evitare pericolose esondazioni di acque della falda freatica, che si trovavano subito sotto.
Dopo Re Giosia, Luz fu idealmente localizzata con la roccia ai piedi del Monte Moriah, a Gerusalemme, dove fu poi costruito il Tempio di Salomone.
La versione ebraica di Genesi 28, 18 afferma a proposito di "Beth-El": "Luz era il nome della città in precedenza".
La versione greca della "Septuaginta" ribadisce: "Oulamlous hn to onoma th polei to proteron" = "Luz era il nome della città in precedenza".
In pieno accordo è anche la versione latina della Vulgata: "appellavitque nome urbis bethel, quae prius Luza vocabitur" = "E dette il nome di Bethel alla città che prima si chiamava Luz".
Il noto esoterista francese Renè Guenon (Il Re del mondo) ci spiega che Luz era chiamata città azzurra, con lo specifico riferimento al cielo.
Linguisticamente Luz significa "Mandorlo" o "Nocciolo", considerato che un albero simile ne nascondeva l’ingresso, che avveniva attraverso un cunicolo d’accesso. Per gli antichi saggi Luz era collegata alla particella del corpo umano cui restava legata l’anima.
Non a caso ancora oggi si parla, descrivendo l’argomento od il punto chiave di una questione, di "nocciolo". Il mandorlo od il nocciolo, come ci informa Robert Graves (La Dea Bianca) anche dai popoli celtici era considerato come albero dai poteri para-normali o non umani, considerato che i maghi usavano, si dice, una bacchetta di mandorlo, le streghe usavano manici di scopa fatti di nocciolo, e, non dimentichiamolo, ancora oggi i bastoncini dei rabdomanti sono fatti con legno di "mandorlo" o di "nocciolo". Il mandorlo, inoltre, era l’albero da cui Aronne ricavò la sua "Verga", che in francese viene tradotta con il termine "Crosse".
Parimenti la "Menorah", il candelabro a 7 braccia aveva i boccioli a forma di mandorla, come raffigurazione della Verga di Aronne che germogliava.
In Geremia 1, 11 il ramo di mandorlo era garanzia della visione profetica ricevuta da Dio. Il nocciolo, invece, era emblema della saggezza.
Una caratteristica importante è poi che a Luz si arrestava il potere dell’Angelo della Morte, che non vi poteva entrare. Espressione allegorica per dire che a Luz regna l’Immortalità. Il mito della "Scala di Giacobbe", definita in latino come "Scala Dei" è presente proprio all’interno della Chiesa di Rennes-le-Château nell’XIa stazione della Via Crucis, dove si vede una Scala, teoricamente usata per la Croce, ma che non risulta appoggiata a nessun appiglio e che si staglia contro il Cielo azzurro.
Sauniere aveva stigmatizzato quindi l’episodio di Giacobbe sia all’esterno, che all’interno della Chiesa.
Abbiamo detto che Giacobbe cambia il nome di Luz con "Beth-El". Ma che cosa è in realtà questo "Beth-El"?
Nell’antichità "Beth-El", volgarizzato in "betilo", era collegato a pietre meteoriche, e, più in generale, con la sacralità connessa alle manifestazioni celesti. Tracce di questo aspetto le troviamo nel mondo greco con "baitulos" = la "pietra meteorica".
Esichio la indica come il Palladio a Troia, o la pietra mostrata a Delfo ed ingoiata e poi rigettata da Urano. Pausania riferisce che questa pietra era unta di olio e poi ricoperta di lana grezza, quasi con lo stesso rituale eseguito da Giacobbe.
Lo storico fenicio Sanchuniaton identificava il "betel" = "pietra sacra e dimora divina", come luogo di nascita del Dio El. Secondo Filone di Biblo il Dio El equivaleva all’ellenico Crono. Fozio, invece, parla invece di diversi antichi "Bethyl" presenti in Libano. Non mancano in questa rassegna i Latini, presso i quali il "baetulus" era la "pietra-tuono", sacra al Dio Terminus.
Il "Beth-El" aveva così il significato di pietra "Omphalos", una sorta di "Ombelico del mondo" che collegava idealmente il Cielo alla Terra.
Su questi argomenti ecco le considerazioni di Bizzarri-Scurria (Sulle tracce del Graal): "Il mito del Graal, riconducibile alla Scala, era già noto agli Egiziani, probabilmente molto tempo prima che ai Celti ed ai Cristiani.
Serapide è spesso raffigurato recante sulla testa un oggetto chiamato - guarda caso - Gradal o Gardal. In esso i sacerdoti conservavano il fuoco celeste di Ptah, il Dio del Fuoco.
Questa divinità si incarna in ogni essere eternamente ed è paragonabile alla scintilla vitale che, al pari del Luz degli Ebrei od al sangue di Cristo, permette, opportunamente impiegata, l’inizio di una vita eterna, ancor prima della morte fisica."
Renè Guenon (Simboli della scienza sacra) ci informa che l’origine della parola Graal risiederebbe nel vocabolo "Grasale" = "Pietra" o "Vaso scavato nella pietra".
Interessanti sono poi i riferimenti al termine "Porta Coeli" di Genesi 28, anche se alcuni autori propongono anche la dizione "Porta Coelorum" = "Porta dei Cieli".
In realtà la versione ebraica del versetto in questione parla di uno "shar shamaym", che potremmo tradurre con "Varco dei Cieli". Il termine "Shar" infatti non ha tanto il significato di "Uscio", che in ebraico si traduce con "Daleth", quanto quello di un passaggio, o soglia, o varco tra due mondi.
Parlare di "Varco" o "Soglia" è già abbastanza destabilizzante per la nostra mentalità, che tende a considerare le altre dimensioni dello spazio e del tempo come concetti più astratti che reali.
L’uso poi del termine "dei Cieli", anche se da qualche esegeta è stato inteso in senso cosmogonico, ma pur sempre terrestre, imbarazza ancora di più, in quanto si parlerebbe di "altri cieli", oltre al terrestre propriamente detto.
In realtà gli Ebrei erano molto più aperti di noi su certi temi. Infatti il mistico ebraico Yshak il cieco commentava nel XII° secolo d.C. il "Midrash Konen", risalente all’VIII° secolo, affermando che il termine "Raqia" = "Firmamento", usato in Genesi 1, andava letto invece come "Qeria" = "Strappo, Apertura", con metatesi di una lettera.
Tale apertura "metteva in comunicazione la Terra con le mille migliaia di mondi".
Sempre nel "Midrash Konen" leggiamo che i mondi abitati erano in totale 18.000 e che Dio "ogni giorno andava e veniva per ognuno di questi mondi".
Curiosamente anche dei "Deva", gli Dei degli Indù, veniva detta l’identica cosa.
La B-Hagigah e Liqquthe Amarim riferiscono che "dalla Terra ai Cieli c’è un viaggio di 500 anni", e poi aggiungono che in questi cieli vi sono "mondi nascosti, e mondi rivelati".
Come vediamo, la presenza costante del plurale "Ciel-i", "Mond-i", la dice lunga sulle conoscenze degli Ebrei, già in un epoca molto lontana da noi.
Queste considerazioni ci fanno pensare che la "Porta Coeli" di Genesi 28 e presente sul Portale della Chiesa di Rennes-le-Château sia qualcosa di più reale di un semplice concetto teologico o filosofico.
Continuiamo il viaggio con Giacobbe.
Giacobbe, in Genesi 32, dopo essersi recato nel deserto, lotta con un angelo, in un luogo che le fonti bibliche e talmudiche riportano chiamarsi Penuel. Risulta vincitore, ma riporta una lesione permanente che lo rende zoppo.
Per Osea 12, infatti, si tratterebbe di una lesione al cavo del calcagno (forse per lesione del tendine achilleo).
Questo fatto fa dire a Robert Graves (La Dea Bianca) che il nome Giacobbe possa essere ricondotto a "Jah Aceb" = "Divinità del Tallone".
D’altro canto alcuni Biblisti ritengono che Giacobbe sia legato al culto del Dio fabbro kenita e derivi il suo nome dal termine "soppiantare", inteso come "far inciampare qualcuno ponendogli la mano sotto il tallone". Traccia di questo le troviamo nel termine greco "pternizw" che, nella "Septuaginta", è usato con il senso di "far incespicare colpendo il calcagno".
È poi altrettanto vero che la cerimonia funebre per la morte di Giacobbe fu effettuata nell’Aia di Atad (Genesi 50,11) che Epifanio, un antico esegeta biblico, identifica con "Beth-Hoglah" = "il Tempio dello Zoppicante".
La parola araba che dà origine al termine "Hoglah" corrisponde alla nostra "pernice". Questo volatile esegue una tipica danza d’amore definita come un "Saltellio ciondolante", che poteva rendere l’idea del movimento saltellante.
Non è tuttavia da escludere che il fatto che Giacobbe sia stato reso zoppo, sia da imputare, non ad una incidente durante la lotta con l’angelo, ma ad un vero e proprio rituale di "azzoppamento", per consacrazione della sua regalità.
Questo fatto sembra confermato dal fatto che Abramo aveva una coscia od un calcagno sacri, dal momento che, in Genesi 24, 2, invita un servo a giurare ponendo la mano proprio "sotto la sua coscia".
Importanti ripercussioni di questi fatti si hanno anche, a quanto afferma Graves, nella festività più importante per gli Ebrei, la Pasqua. Infatti il "Pesach", nome ebraico della Pasqua, risalirebbe, nella sua origine semantica, alla radice verbale "Psch" = "danzare zoppicando", in ricordo degli avvenimenti connessi a Giacobbe. Non dimentichiamo poi la danza rituale (2Samuele 6,5-16) che Re Davide eseguì di fronte all’Arca dell’Alleanza "saltando e danzando di fronte al Signore".
Questo avvenimento è altresì presente nella vicenda di Rennes-le-Château, tramite un quadro di Eugene Delacroix, "Giacobbe che lotta con l’angelo", dipinto nel 1861, ed attualmente conservato nella Cappella degli Angeli nella Chiesa di Sant. Sulpice a Parigi.
Questa Chiesa, il cui Santo si festeggia il 17 Gennaio, data basilare ed immanente in tutta la vicenda di Rennes-le-Château, fu visitata dallo stesso Sauniere durante il suo soggiorno parigino e compare anche nel "Serpent Rouge". Questo "dossier" ermetico, che contiene un poemetto in versi di 13 strofe, connesso ai Segni Zodiacali, sarebbe stato composto nel 1966 e fornisce, seppure molto criptate, delle informazioni simboliche sul mistero di Rennes-le-Château e di Sauniere.
Nella strofa della "Vergine" leggiamo infatti "…Ecco il segno che Delacroix aveva lasciato in uno dei 3 dipinti della Cappella degli Angeli".
Ecco che cosa invece dice Baietti (L’enigma di Rennes-le-Château) a questo proposito: "La 'lotta di Giacobbe con l’Angelo' è pieno di significati occulti. Anzi si può affermare che sia una vera e propria tavola simbolica riguardante l’iniziazione… Quello che ne emerge è che Giacobbe divenne zoppo in seguito a questa iniziazione".
Segnaliamo poi che nella Tragedia greca gli attori indossavano il coturno, antesignano forse, delle odierne scarpette da danza, che ne alzava la figura, ma li costringeva ad una andatura caracollante, del tutto simile a quella dei Re Sacri.
Robert Graves (La Dea Bianca) si spinge ad affermare, in questo senso, che "la Dea Iside, in Egitto, portava sul capo il nome As.t insieme ad un coturno."
Nel "Serpent Rouge" viene espressamente citata, nella strofa del Leone ed in quella della Vergine, la Dea Iside.
D’altro canto, la sorella e compagna di Osiride viene fatta assurgere, da diversi autori, a nume tutelare del mistero di Rennes-le-Château.
Nella vicenda di Rennes non mancano peraltro riferimenti astronomici, come dimostrato dalla frequenza di antiche raffigurazioni su rocce del circondario, che mostrano il decorso della costellazione dell’Orsa Maggiore.
Curiosamente esiste una stella, proprio nella Costellazione dell’Orsa Maggiore, che viene chiamata "Talitha", il cui significato è appunto "cavità del calcagno".
Ma questa "Talitha" compare, forse non a caso, nel Nuovo Testamento.
Nel Vangelo di Marco 5,22-23 leggiamo che Jairo, Sacerdote della Sinagoga, chiede per due volte a Gesù di guarire la figlia dapprima malata e poi morta. Gesù, spinto infine a compassione, va e la fa tornare in vita (Marco 5, 41) pronunciando la frase "Talitha, Cumi" = "Figlia, Alzati!". In forma latente viene qui riverberato il tema del prolungamento della vita, e di conseguenza dell’immortalità, che già avevamo visto a proposito della città di Luz.
Ma torniamo a parlare di Giacobbe.
Egli, dopo aver raggiunto Làbano, riesce a prendersi in moglie sia Rachele, con la sua ancella Bila, che Lia, con la sua ancella Zilpa: le due figlie di Làbano, e, seppure dopo molti anni, riesce a ritornare alla casa del padre Isacco.
Rachele (Genesi 31, 19), prima della partenza, ruba i "Teraphim" = "Idoli" a Làbano, e riesce a nasconderli al padre, sedendovi astutamente sopra e dicendo che aveva il ciclo mestruale (Genesi 31, 32).
Il vocabolo "Teraphim" appare derivato dalla radice "rafa" = "guarire" e viene nominato da solo in Genesi 31; Giudici 18; 1Samuele 15 e 19; 2Re 23; oppure insieme all’"Efod" il Pettorale del Gran Sacerdote in Ezechiele 21; Zaccaria 10.
Secondo Eliphas Levi questi "Teraphim" erano anche simboli ideografici e geroglifici, posti sulla tavola dorata dell’Arca dell’Alleanza, che servivano ad interpretare al meglio i responsi di "Urim" e "Tummim", che erano posti sul pettorale del Gran Sacerdote.
Questi simboli, usati a scopo divinatorio o profetico, nel corso dei secoli, furono vergati dai rabbini e cabalisti sull’avorio, sulla pergamena, sul cuoio dorato ed, infine, sulla carta, dando origine agli odierni "Tarocchi", che dei "Teraphim" ricordano anche foneticamente il nome.
In Genesi 35,6 viene alfine detto: "Così Giacobbe giunse a Luz, che è Beth-El, che è nella terra di Canaan, con tutto il popolo che era con lui. Ivi egli costruì un altare e chiamò quel luogo El-Bethel (Casa divina di Dio)".
Giacobbe è inoltre il padre fondatore delle 12 tribù di Israele. Rachele infatti gli partorì e Giuseppe e Beniamino. Lia gli generò Ruben, Simeone, Levi, Giuda, Issacar, Zabulon. Le ancelle Bila diede i natali a Dan, Neftali, mentre Zilpa partorì Gad, Aser. Non è un caso quindi che Giacobbe fu chiamato dallo stesso Angelo che gli aveva procurato la zoppia, come "Israele", padre fondatore della nazione ebraica.
Il simbolismo del 12 non può far ricordare quello astronomico e calendariale dei mesi dell’Anno Solare e delle 12 Costellazioni in cui il Sole si trovava nel corso dell’Anno stesso.
La figura di Giacobbe, quindi appare legata a molti temi quali l’esperienza del divino, come di ciò che non è terrestre; l’immortalità; il Cielo i tutte le sue manifestazioni, non ultime quelle connesse al passaggio fra Cielo e Terra; gli idoli oracolari e divinatori.
Curiosamente molti di questi temi si affacciano, seppure talora dissimulati, nell’intricata querelle di Rennes-le-Château.
vai alla visualizzazione stampabile di tutto l'articolo

invia questa notizia ad un amico

imposta Edicolaweb come Home

aggiungi Edicolaweb a Preferiti

Copyright © 2004 Archeomisteri - Diritti riservati agli Autori. Riproduzione vietata.

|