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LA PIANA DI GIZA

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LO STATO DELLA SFINGE DI GIZA »

![[Il "Rainbow Bridge" - 34K .jpg]](am15f53p.jpg)

![[L’archeologa Katleen Kenyon - 34K .jpg]](am15f65p.jpg)

Isolare tuttavia la questione dell’azione erosiva alla sola Sfinge può essere fuorviante. Considerare soltanto questo monumento infatti, ed al massimo le pareti del suo fossato, toglie sicuramente altri elementi di valutazione, come quelli che ci può offrire, ad esempio, lo stesso altopiano calcareo della piana di Giza.
Com’è noto la fotografia aerea è spesso impiegata da geologi ed archeologi per individuare strutture, sia naturali che artificiali, che altrimenti non sarebbe possibile determinare attraverso una ricognizione al suolo. Prima tuttavia d’andare a vedere i risultati di questa pratica sull’altopiano calcareo di Giza, è opportuno dare un’occhiata alla sua conformazione geologica dal livello del suolo.
La foto 8 dà una chiara idea del profilo altimetrico della piana. Partendo da sinistra vediamo per prima la piramide secondaria "G III a", satellite della piramide di Micerino, che vediamo per seconda, poi la piramide di Chefren ed in fine quella di Cheope. All’estrema destra della foto riconosciamo la Sfinge, con le sue lunghissime (e sproporzionate) zampe, che giace all’interno del fossato artificiale creato dai suoi ignoti costruttori. Come si vede, la celebre scultura si trova su un declivio della piana cosicché, se questa dovesse subire un’inondazione, l’acqua residua, defluendo verso il basso, scorrerebbe inevitabilmente con violenza lungo i bordi del fossato, essendo stata caricata, dalla pendenza soprastante, d’una notevole quantità di energia cinetica.
Ma c’è poi stato veramente questo diluvio su Giza?
Sì, ed ecco perché.
La foto 9 ci fa vedere tipiche formazioni alluvionali proprio dinanzi alla piramide di Micerino che, ovviamente, non è stata costruita sulla sabbia ma su solida roccia calcarea.
La foto 10 mostra ancora (evidenziata dalle frecce) questa configurazione del suolo, che caratterizza la base della piattaforma rocciosa su cui sorge la piramide. Quello che appare strano, in questa foto, è il solco evidenziato dalle frecce "a" e "b". Esso scorre lungo il suolo roccioso finché, incontrando uno dei muri che recintavano la piramide, sembra abbatterlo per continuare la sua corsa più a valle. Se si tratta d’un solco creato dalle acque del Diluvio, com’è possibile che queste abbiano investito, ed abbattuto, un muro ch’è stato ufficialmente costruito durante la IV Dinastia, per delimitare il recinto del complesso templare ufficialmente attribuito a Micerino?
La foto 11 è ancora più drammatica. Le frecce "1" e "2" indicano piattaforme di roccia calcarea profondamente erose dall’azione violenta dell’acqua (la freccia "3" indica la Sfinge, vista di spalle). Immediatamente al di sotto del rilievo roccioso indicato dalla freccia "2", vediamo anche qui un muro abbattuto dall’azione violenta dell’acqua e profondi, tipici solchi di deflusso incisi sul calcare.
Ma la cosa più sconcertante è vedere un lungo solco (anche questo creato dal deflusso delle acque) spuntare fuori dallo spazio che separa la piramide, cosiddetta "di Chefren", dal gradino che delimita ad occidente il fossato in cui essa giace. Gli uomini che progettarono e costruirono questa piramide, infatti, prima di iniziarne la costruzione pensarono bene di spianare il suolo di fondazione, e per farlo dovettero asportare, così come per la costruzione della Sfinge, migliaia di metri cubi di roccia calcarea, creando, a nord e ad occidente, un recinto scavato nella roccia, identico a quello che circonda la Sfinge.
La foto 12 mostra senza possibilità di equivoci che, esattamente come il recinto della Sfinge, anche questo recinto è profondamente eroso, per linee verticali, dall’azione violenta di grandi masse d’acqua che hanno agito per breve tempo.
Ora il punto è questo: se ci fosse stato un Diluvio in epoca successiva alla IV dinastia esso avrebbe dovuto, necessariamente, travolgere anche altre strutture sia a Giza che nelle vicinanze, come ad esempio nella necropoli di Saqqara.
Il geologo statunitense Robert Schoch ha dimostrato, nel suo "Voices of the Rocks. A Scientist Looks at Catastrophes & Ancient Civilizations" (Harmony Books, New York 1999), che la buona conservazione delle mastabe in mattoni crudi a Saqqara è stata possibile solo grazie all’assenza d’erosione dovuta a grandi precipitazioni.
Oltre a ciò, io voglio mettere in evidenza ancora un altro fatto, così com’è dimostrato dalla foto 13. In questa foto si vede una delle mastabe, tra quelle riportate alla luce poche decine di metri a sud della Sfinge, con alle sue spalle un costone di roccia.
Questo mostra la caratteristica erosione verticale presente un po’ ovunque in tutta la piana, con anche l’erosione orizzontale dovuta al vento, ma la mastaba no: essa è intatta, da questo punto di vista. Ciò non può significare altro all’infuori del fatto che l’edificio funerario è stato costruito in epoca ben lontana da quella in cui la roccia subì il processo di erosione fisica, dovuta sia ad azione idrodinamica (verticale) che eolica (orizzontale).
Ebbene, l’erosione fluviale di primo grado, che manifesta il suolo di fondazione nel recinto artificiale della piramide cosiddetta "di Chefren", è possibile solo se, a guidare le acque lungo quel percorso, si fosse trovato effettivamente in situ qualcosa d’imponente come la piramide, se non la piramide stessa.
Se la piramide cosiddetta "di Chefren" era già in situ, è impossibile che essa stessa non abbia subito conseguenze dal violento impatto dell’enorme massa d’acqua sulle sue pareti, il cui rivestimento originario fu probabilmente "scorticato" via, assieme ai corsi più esterni di pietre. È altresì probabile che i cantieri aperti durante l’Antico Regno nella piana di Giza abbiano avuto il compito, tra l’altro, di restaurare questi antichi monumenti, oltre che costruire le mastabe che invece appartengono per intero, con ogni evidenza, all’Antico Regno.
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