
"TU SEI IL VENTO, IO SONO IL LEONE"
di Michele Manher (Prima Parte)

Così recita un’antica poesia nordafricana, la cui origine affonda le sue radici, ancor più che nella tradizione, nell’inconscio collettivo dei popoli che abitano oggi in quelle terre.


12.000 anni fa, un aeromoto ad oltre 300 km l’ora precedette un’onda d’acqua, alta più di 600 metri, che s’abbatté per 48 ore su tutto il Nord Africa. Ogni cosa fu spazzata via tranne la base del leone di Giza, che sopravvisse: il vento passò, ed anche l’acqua, ma il leone - ancorché decapitato - rimase.
Non sono, tuttavia, soltanto la Sfinge ed il suo il fossato a recare ancora i segni di quell’evento, ma anche la stessa roccia calcarea dell’altopiano superiore di Giza.
In quelle stesse ore di apocalisse, nell’America Settentrionale, venivano erosi, da un evento catastrofico analogo, l’ex letto del lago Missoula, la Monument Valley ed il Gran Canyon.
Questo è un racconto che si svolge prevalentemente per immagini, perché i documenti hanno una forza che le parole non possono sostituire.

LO STATO DELLA SFINGE DI GIZA
Se noi guardiamo la Sfinge di Giza di profilo, ci accorgiamo subito che c’è qualcosa che non va: la testa è vistosamente sottodimensionata rispetto al resto del corpo. Tutte le altre sfingi che noi conosciamo, a cui re e regine amavano dare il loro volto specie durante la XVIII Dinastia, rispettano perfettamente le corrette proporzioni tra le varie parti del corpo del leone, pur con la sostituzione del volto animale con quello umano. Noi possiamo renderci conto dell’entità di questa sproporzione con la sovrapposizione, ad esempio, di un’immagine della Sfinge di Giza al leone che troviamo dipinto sul soffitto astronomico della tomba di Sethi I.
Ricondotte le due immagini allo stesso rapporto, e sovrapposte, la Sfinge di Giza risulta chiaramente priva della metà superiore del dorso e di tutta la testa. Al loro posto troviamo una testa umana sicuramente monumentale, ma che, rapportata a quel che resta della gigantesca scultura, appare in realtà come poco più che un moncherino. La spiegazione di questo fatto è molto semplice e risulta chiara se esaminiamo la foto 2, che mette bene in evidenza la totale diversità tra la roccia calcarea, più chiara, in cui è stato scolpito il torso dell’animale (roccia, tra l’altro, vistosamente erosa) e la pietra, di colore bruno, su cui invece è stata scolpita la testa. Quest’ultima, oltre ad essere con ogni evidenza d’un materiale completamente diverso dall’altra roccia su cui si trova collocata, non presenta minimamente il forte grado d’erosione che invece è esibito dal resto del corpo.
La testa, dunque, è un’aggiunta posticcia realizzata in un’epoca molto, molto più lontana da quella in cui venne scolpito il corpo (o per meglio dire ciò che ne rimase) dell’animale. Essa dimostra inconfutabilmente un’età di gran lunga inferiore a quella del resto del corpo anche se è stata esposta, dai tempi dell’invasione araba (iniziata il 9 aprile del 641) fino all’epoca napoleonica, ad una serie di insulti fisici che hanno davvero rischiato di distruggerla irreparabilmente.
La foto 3 e la foto 4 ci ricordano in che situazione si trovava questa scultura agli inizi del XX secolo, tra il 1905 (foto 3) ed il 1912 (foto 4). Questi documenti mostrano uno spacco profondo nella parte superiore della testa mentre uno dei due lati del "nemesh" (il copricapo regale del faraone) è semidistrutto.
Quando, nel corso del XX secolo, gli Arabi hanno cominciato a prendere coscienza dei tesori di storia di cui erano, e sono, entrati in possesso, hanno proceduto a vari restauri del monumento, alcuni ben fatti, altri no. La foto 5, ad esempio, scattata negli anni sessanta del secolo scorso, ci permette di vedere, sul collo della Sfinge, ancora tracce residue di quell’intonaco che, con ogni probabilità, fece apporre sul monumento Toothmosis IV, quando procedette al suo restauro, intorno al 1420 a.C., dopo averlo liberato dalla sabbia.
La foto 6 e la foto 7 ci mostrano invece com’è adesso la Sfinge, con il collo completamente abraso e deturpato, mentre alla base del monumento vediamo come il restauro conservativo stia occultando agli occhi dei turisti il reale stato di erosione della pietra.
Che l’erosione della roccia calcarea sia qualcosa di molto, ma molto, antico lo dimostra inequivocabilmente la foto 4, in cui si vede la Sfinge ancora semisepolta dalla sabbia. Quando, negli anni successivi, essa venne liberata definitivamente da questa copertura, si poté vedere come la roccia, che era stata coperta per millenni dalla sabbia del deserto, aveva lo stesso, identico, grado d’erosione eolica di quella parte che invece, durante lo stesso periodo di tempo, era rimasta all’aria aperta. Come mai la roccia rimasta sepolta per millenni sotto la sabbia aveva lo stesso grado di erosione eolica (cioè non dovuta all’acqua) della parte esposta?

LA PIANA DI GIZA
Isolare tuttavia la questione dell’azione erosiva alla sola Sfinge può essere fuorviante. Considerare soltanto questo monumento infatti, ed al massimo le pareti del suo fossato, toglie sicuramente altri elementi di valutazione, come quelli che ci può offrire, ad esempio, lo stesso altopiano calcareo della piana di Giza.
Com’è noto la fotografia aerea è spesso impiegata da geologi ed archeologi per individuare strutture, sia naturali che artificiali, che altrimenti non sarebbe possibile determinare attraverso una ricognizione al suolo. Prima tuttavia d’andare a vedere i risultati di questa pratica sull’altopiano calcareo di Giza, è opportuno dare un’occhiata alla sua conformazione geologica dal livello del suolo.
La foto 8 dà una chiara idea del profilo altimetrico della piana. Partendo da sinistra vediamo per prima la piramide secondaria "G III a", satellite della piramide di Micerino, che vediamo per seconda, poi la piramide di Chefren ed in fine quella di Cheope. All’estrema destra della foto riconosciamo la Sfinge, con le sue lunghissime (e sproporzionate) zampe, che giace all’interno del fossato artificiale creato dai suoi ignoti costruttori. Come si vede, la celebre scultura si trova su un declivio della piana cosicché, se questa dovesse subire un’inondazione, l’acqua residua, defluendo verso il basso, scorrerebbe inevitabilmente con violenza lungo i bordi del fossato, essendo stata caricata, dalla pendenza soprastante, d’una notevole quantità di energia cinetica.
Ma c’è poi stato veramente questo diluvio su Giza?
Sì, ed ecco perché.
La foto 9 ci fa vedere tipiche formazioni alluvionali proprio dinanzi alla piramide di Micerino che, ovviamente, non è stata costruita sulla sabbia ma su solida roccia calcarea.
La foto 10 mostra ancora (evidenziata dalle frecce) questa configurazione del suolo, che caratterizza la base della piattaforma rocciosa su cui sorge la piramide. Quello che appare strano, in questa foto, è il solco evidenziato dalle frecce "a" e "b". Esso scorre lungo il suolo roccioso finché, incontrando uno dei muri che recintavano la piramide, sembra abbatterlo per continuare la sua corsa più a valle. Se si tratta d’un solco creato dalle acque del Diluvio, com’è possibile che queste abbiano investito, ed abbattuto, un muro ch’è stato ufficialmente costruito durante la IV Dinastia, per delimitare il recinto del complesso templare ufficialmente attribuito a Micerino?
La foto 11 è ancora più drammatica. Le frecce "1" e "2" indicano piattaforme di roccia calcarea profondamente erose dall’azione violenta dell’acqua (la freccia "3" indica la Sfinge, vista di spalle). Immediatamente al di sotto del rilievo roccioso indicato dalla freccia "2", vediamo anche qui un muro abbattuto dall’azione violenta dell’acqua e profondi, tipici solchi di deflusso incisi sul calcare.
Ma la cosa più sconcertante è vedere un lungo solco (anche questo creato dal deflusso delle acque) spuntare fuori dallo spazio che separa la piramide, cosiddetta "di Chefren", dal gradino che delimita ad occidente il fossato in cui essa giace. Gli uomini che progettarono e costruirono questa piramide, infatti, prima di iniziarne la costruzione pensarono bene di spianare il suolo di fondazione, e per farlo dovettero asportare, così come per la costruzione della Sfinge, migliaia di metri cubi di roccia calcarea, creando, a nord e ad occidente, un recinto scavato nella roccia, identico a quello che circonda la Sfinge.
La foto 12 mostra senza possibilità di equivoci che, esattamente come il recinto della Sfinge, anche questo recinto è profondamente eroso, per linee verticali, dall’azione violenta di grandi masse d’acqua che hanno agito per breve tempo.
Ora il punto è questo: se ci fosse stato un Diluvio in epoca successiva alla IV dinastia esso avrebbe dovuto, necessariamente, travolgere anche altre strutture sia a Giza che nelle vicinanze, come ad esempio nella necropoli di Saqqara.
Il geologo statunitense Robert Schoch ha dimostrato, nel suo "Voices of the Rocks. A Scientist Looks at Catastrophes & Ancient Civilizations" (Harmony Books, New York 1999), che la buona conservazione delle mastabe in mattoni crudi a Saqqara è stata possibile solo grazie all’assenza d’erosione dovuta a grandi precipitazioni.
Oltre a ciò, io voglio mettere in evidenza ancora un altro fatto, così com’è dimostrato dalla foto 13. In questa foto si vede una delle mastabe, tra quelle riportate alla luce poche decine di metri a sud della Sfinge, con alle sue spalle un costone di roccia.
Questo mostra la caratteristica erosione verticale presente un po’ ovunque in tutta la piana, con anche l’erosione orizzontale dovuta al vento, ma la mastaba no: essa è intatta, da questo punto di vista. Ciò non può significare altro all’infuori del fatto che l’edificio funerario è stato costruito in epoca ben lontana da quella in cui la roccia subì il processo di erosione fisica, dovuta sia ad azione idrodinamica (verticale) che eolica (orizzontale).
Ebbene, l’erosione fluviale di primo grado, che manifesta il suolo di fondazione nel recinto artificiale della piramide cosiddetta "di Chefren", è possibile solo se, a guidare le acque lungo quel percorso, si fosse trovato effettivamente in situ qualcosa d’imponente come la piramide, se non la piramide stessa.
Se la piramide cosiddetta "di Chefren" era già in situ, è impossibile che essa stessa non abbia subito conseguenze dal violento impatto dell’enorme massa d’acqua sulle sue pareti, il cui rivestimento originario fu probabilmente "scorticato" via, assieme ai corsi più esterni di pietre. È altresì probabile che i cantieri aperti durante l’Antico Regno nella piana di Giza abbiano avuto il compito, tra l’altro, di restaurare questi antichi monumenti, oltre che costruire le mastabe che invece appartengono per intero, con ogni evidenza, all’Antico Regno.

NORDAFRICA COME NORDAMERICA
La catastrofe che investì il Nordamerica, l’Europa ed il Nordafrica ha lasciato la sua inconfondibile "firma" sui suoli di questi tre continenti.
La foto 14 ci fa vedere il "Delicate Arch", una tra le formazioni rocciose più famose della cosiddetta "zona degli Archi", nel deserto roccioso dello Utah sudorientale, poco più a nord del Gran Canyon del Colorado. Nella foto 15 vediamo ancora il "Rainbow Bridge", sempre della stessa zona, mentre la foto 16 fa vedere un fungo di pietra, creato dall’erosione differenziale delle acque, con sullo sfondo i picchi di arenaria rossa della Monument Valley, nell’Arizona del Nord, al confine con lo Utah.
Tutte queste formazioni rocciose, tipiche dei deserti centrali degli Stati Uniti, hanno le loro gemelle in pieno deserto del Sahara, nel Tassili algerino.
La foto 17 mostra un arco di pietra che fa ancora bella mostra di sé in uno uadi del deserto algerino, al confine con la Libia, ed è simile agli archi dello Utah. Gli sbalzi di temperatura e gli agenti atmosferici finiranno per distruggere questo capolavoro della natura, che ha già cominciato a sfaldarsi e a perdere pezzi un poco alla volta. La foto 18 è una veduta sempre del Tassili N’Ajjer, con sullo sfondo un picco di arenaria del tutto simile ai quelli "gemelli" della Monument Valley. Nella foto 19 è ripreso un canyon d’arenaria al confine con la Libia. Esso s’è formato, analogamente al "gemello" Gran Canyon del Colorado, in seguito al rapido defluire d’una enorme quantità d’acqua per breve tempo. La foto 20 mostra pinnacoli di roccia calcarea ancora del Tassili: essi sono del tutto simili ai pinnacoli della Valle dell’Elba, a sud di Dresda.
Anche l’Europa, infatti, presenta formazioni rocciose simili a quelle statunitensi e nordafricane: dalla Valle dell’Elba, a sud di Dresda, come ho già detto, alle piramidi di terra ad est di Bolzano, dai rilievi d’arenaria della Sassonia alle "Bad Lands" della Sierra Nevada in Spagna, il passaggio violento d’immense masse d’acqua ha lasciato le sue inconfondibili tracce anche nel nostro Continente.
Queste sculture, di cui ho appena parlato, sono state create dall’energia cinetica d’un onda, alta tra seicento metri ed un chilometro, che fu generata dall’improvviso e traumatico sciogliersi dei ghiacci del polo Nord.
Nell’ultima era glaciale tutto il Canada e l’Europa del Nord (compresa Francia e Germania Settentrionale) si trovavano sotto una coltre di ghiacci analoga a quella che copre oggi l’Antartide, cioè sotto un manto ghiacciato dello spessore di ben 5 km. Un evento traumatico, di cui parlerò meglio nella seconda parte di questo lavoro, fece sciogliere istantaneamente l’intera massa dei ghiacci del polo Nord. La diga di ghiaccio che ne delimitava i confini cedette di schianto, sotto la pressione della massa liquida, cosicché un’unica onda, che s’estendeva dalle coste statunitensi del Pacifico fino agli Urali, dilagò nelle pianure, come anche nell’Atlantico Settentrionale, trascinando con se micidiali blocchi di ghiaccio misti a fango e pietrisco.
La cosa più terribile, tuttavia, dovette essere ancora un’altra. L’improvvisa liberazione di estese superfici di terra emersa come il Canada, la Groenlandia ed il Nordeuropa dovette provocare quello che i geologi chiamano "rimbalzo isostatico", vale a dire l’improvviso sollevamento delle terre non più sottoposte all’enorme pressione di quei ghiacci che, finché c’erano, ne causavano lo sprofondamento nel Mantello sottostante.
Molti ipotizzano, sulla base di immagini satellitari e tracciati radar, che al largo di Cuba e della Florida esistano strutture artificiali anche a grandi profondità, fino ad ottocento metri sotto il livello del mare. Se un giorno sarà possibile accertare questo, come anche l’esistenza, dall’altra parte dell’Oceano, di statue a duemila metri di profondità al largo delle coste portoghesi, allora una spiegazione potrà darcela la teoria del cosiddetto "rimbalzo isostatico". Quello che possiamo sapere oggi, invece, è il fatto che, qualora quell’alluvione fosse durata qualche ora in più di quello che durò, allora tutto ciò che è stato prodotto dall’erosione delle arenarie e dei calcari, e rimasto in forma di archi, pinnacoli e quant’altro, sarebbe stato irrimediabilmente spazzato via.

IL LEONE DI GIZA
Cosa ci faceva un leone di pietra, e di quelle dimensioni per giunta, nella piana di Giza prima del Diluvio?
Sappiamo che nell’antichità leoni scolpiti nella pietra erano posti magicamente e simbolicamente a guardia delle città. Molti documenti sono giunti a noi in questo senso dal II millennio a.C., come possiamo vedere nella foto 21, che riguarda un leone di pietra ritrovato nella biblica città di Asor, in Israele; nella foto 22, dove vediamo la celebre "porta delle leonesse" di Micene; nella foto 23, dove vediamo i leoni posti all’ingresso della città di Hattusa, la capitale degli Ittiti in Turchia.
La città di Giza, in epoca antidiluviana, era un avamposto militare delle civiltà del Sahara, quando il Sahara era una terra fertile ed abitata. Il territorio orientale del Delta, in Egitto, è sempre stato nell’antichità un vero corridoio d’accesso, molto facile da percorrere per chi, venendo da Oriente, avesse voluto penetrare con scorrerie, o vere e proprie forze d’invasione, nei verdi pascoli di quelle terre.
Nel 2000 a.C. il faraone Amenemhat I fece costruire una storica muraglia (il "Muro del Principe", o semplicemente "Shur", "Muro", come viene chiamato varie volte nel primo libro della Bibbia) a difesa del territorio egiziano, come si può vedere nella foto 24.
Ma quando non c’era ancora il "Muro del Principe" la linea Maginot, se così si può dire, di quell’epoca era lo stesso Nilo e, immediatamente dopo, proprio al termine del corridoio d’accesso che portava dal Sinai al Nordafrica, l’avamposto di Giza. Che in quella lontanissima e perduta (nella nostra memoria) epoca ci fossero continue guerre è testimoniato da una gran quantità di dati, tra i quali ne cito uno sopra tutti: le fortificazioni straordinarie con cui era difesa, nel 10.000 a.C., la città di Gerico in Palestina. La foto 25 ci mostra una delle torri di questa antichissima città. La presenza dei turisti in visita, che vediamo nella foto, ci permette di capire quanto fossero alte quelle mura, e quale grado di capacità edilizia esistesse già in un’epoca che buona parte degli archeologi tende ancora a dipingere come un’epoca in cui l’uomo viveva in villaggi di cacciatori e/o raccoglitori, dediti ad una primitiva industria litica o al massimo alla realizzazione delle prime ceramiche.
La foto 26 ci fa vedere una panoramica degli scavi, che hanno rivelato al mondo la Gerico preistorica, e che furono condotti dall’archeologa Katleen Kenyon (foto 27) negli ormai lontani anni '50 del secolo scorso. Giza dunque si trovava in una posizione strategica di controllo delle vie commerciali e delle principali piste carovaniere, attraverso le quali circolavano gran quantità di merci da Oriente ad Occidente e viceversa. Queste piste, necessariamente, dovevano essere protette e difese da bande di predoni, non solo, ma gli stessi mercanti, quando arrivavano a destinazione con i loro prodotti, dovevano ben avere la certezza di poter tornare indietro vivi e ricompensati, altrimenti nessun commercio avrebbe mai potuto essere anche soltanto concepito.
Ma di questa storia ne parleremo nella seconda parte.

fine Prima Parte


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