
"TU SEI IL VENTO, IO SONO IL LEONE"

Così recita un’antica poesia nordafricana, la cui origine affonda le sue radici, ancor più che nella tradizione, nell’inconscio collettivo dei popoli che abitano oggi in quelle terre.

di Michele Manher (Prima Parte)

![[Il "Rainbow Bridge" - 34K .jpg]](am15f53p.jpg)

![[L’archeologa Katleen Kenyon - 34K .jpg]](am15f65p.jpg)

12.000 anni fa, un aeromoto ad oltre 300 km l’ora precedette un’onda d’acqua, alta più di 600 metri, che s’abbatté per 48 ore su tutto il Nord Africa. Ogni cosa fu spazzata via tranne la base del leone di Giza, che sopravvisse: il vento passò, ed anche l’acqua, ma il leone - ancorché decapitato - rimase.
Non sono, tuttavia, soltanto la Sfinge ed il suo il fossato a recare ancora i segni di quell’evento, ma anche la stessa roccia calcarea dell’altopiano superiore di Giza.
In quelle stesse ore di apocalisse, nell’America Settentrionale, venivano erosi, da un evento catastrofico analogo, l’ex letto del lago Missoula, la Monument Valley ed il Gran Canyon.
Questo è un racconto che si svolge prevalentemente per immagini, perché i documenti hanno una forza che le parole non possono sostituire.

LO STATO DELLA SFINGE DI GIZA
Se noi guardiamo la Sfinge di Giza di profilo, ci accorgiamo subito che c’è qualcosa che non va: la testa è vistosamente sottodimensionata rispetto al resto del corpo. Tutte le altre sfingi che noi conosciamo, a cui re e regine amavano dare il loro volto specie durante la XVIII Dinastia, rispettano perfettamente le corrette proporzioni tra le varie parti del corpo del leone, pur con la sostituzione del volto animale con quello umano. Noi possiamo renderci conto dell’entità di questa sproporzione con la sovrapposizione, ad esempio, di un’immagine della Sfinge di Giza al leone che troviamo dipinto sul soffitto astronomico della tomba di Sethi I.
Ricondotte le due immagini allo stesso rapporto, e sovrapposte, la Sfinge di Giza risulta chiaramente priva della metà superiore del dorso e di tutta la testa. Al loro posto troviamo una testa umana sicuramente monumentale, ma che, rapportata a quel che resta della gigantesca scultura, appare in realtà come poco più che un moncherino. La spiegazione di questo fatto è molto semplice e risulta chiara se esaminiamo la foto 2, che mette bene in evidenza la totale diversità tra la roccia calcarea, più chiara, in cui è stato scolpito il torso dell’animale (roccia, tra l’altro, vistosamente erosa) e la pietra, di colore bruno, su cui invece è stata scolpita la testa. Quest’ultima, oltre ad essere con ogni evidenza d’un materiale completamente diverso dall’altra roccia su cui si trova collocata, non presenta minimamente il forte grado d’erosione che invece è esibito dal resto del corpo.
La testa, dunque, è un’aggiunta posticcia realizzata in un’epoca molto, molto più lontana da quella in cui venne scolpito il corpo (o per meglio dire ciò che ne rimase) dell’animale. Essa dimostra inconfutabilmente un’età di gran lunga inferiore a quella del resto del corpo anche se è stata esposta, dai tempi dell’invasione araba (iniziata il 9 aprile del 641) fino all’epoca napoleonica, ad una serie di insulti fisici che hanno davvero rischiato di distruggerla irreparabilmente.
La foto 3 e la foto 4 ci ricordano in che situazione si trovava questa scultura agli inizi del XX secolo, tra il 1905 (foto 3) ed il 1912 (foto 4). Questi documenti mostrano uno spacco profondo nella parte superiore della testa mentre uno dei due lati del "nemesh" (il copricapo regale del faraone) è semidistrutto.
Quando, nel corso del XX secolo, gli Arabi hanno cominciato a prendere coscienza dei tesori di storia di cui erano, e sono, entrati in possesso, hanno proceduto a vari restauri del monumento, alcuni ben fatti, altri no. La foto 5, ad esempio, scattata negli anni sessanta del secolo scorso, ci permette di vedere, sul collo della Sfinge, ancora tracce residue di quell’intonaco che, con ogni probabilità, fece apporre sul monumento Toothmosis IV, quando procedette al suo restauro, intorno al 1420 a.C., dopo averlo liberato dalla sabbia.
La foto 6 e la foto 7 ci mostrano invece com’è adesso la Sfinge, con il collo completamente abraso e deturpato, mentre alla base del monumento vediamo come il restauro conservativo stia occultando agli occhi dei turisti il reale stato di erosione della pietra.
Che l’erosione della roccia calcarea sia qualcosa di molto, ma molto, antico lo dimostra inequivocabilmente la foto 4, in cui si vede la Sfinge ancora semisepolta dalla sabbia. Quando, negli anni successivi, essa venne liberata definitivamente da questa copertura, si poté vedere come la roccia, che era stata coperta per millenni dalla sabbia del deserto, aveva lo stesso, identico, grado d’erosione eolica di quella parte che invece, durante lo stesso periodo di tempo, era rimasta all’aria aperta. Come mai la roccia rimasta sepolta per millenni sotto la sabbia aveva lo stesso grado di erosione eolica (cioè non dovuta all’acqua) della parte esposta?
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