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ALTRI GRAAL

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Il Graal di Padre Pio sembra aggiungersi ad un già numeroso stuolo di attribuzioni, compiute prevalentemente nell’ultimo secolo, di calici o coppe che dovrebbero, o vorrebbero, essere il Santo Graal.
Attraverso le pagine di Archeomisteri si è già cercato di comprendere e rispondere ai molti quesiti sorti dalle leggende sul Graal e dalla sua storia (3). Vorremmo ora ripercorrere insieme ai nostri lettori la storia di alcuni "calici" divenuti famosi nell’ultimo secolo.
Volendo iniziare dai confini italiani si presentano subito ai nostri occhi due Graal abbastanza conosciuti, uno dislocato a Torino, l’altro sito nella più movimentata Genova.
Il mistero del Graal di Torino nacque verso la fine degli anni ’70, precisamente nel 1978, ad opera della giornalista e scrittrice Giuditta Dembech che, nel suo volume "Torino Città Magica", espose una affascinante ipotesi sulla possibile conservazione del sacro calice entro la città magica. Si propose che il luogo entro cui il sacro bacile fosse conservato potesse essere indicato dalla "Statua della Fede" sita nel sagrato della Chiesa della Gran Madre di Dio (4). Secondo quanto emerso dagli studi della Dembech, osservando nel dettaglio la mano destra della statua ci si accorge che questa tiene un libro aperto appoggiato su un ginocchio mentre, con la sinistra, solleva al cielo un calice. Possibili indizi per risolvere un enigma?
Le congetture di alcuni studiosi hanno portato ad ipotizzare che il calice, abbinato alla direzione dello sguardo della statua, potrebbe permettere ad un accorto ricercatore di scoprire l’esatta ubicazione della "Camera del Sacro Graal".
Ma perché proprio Torino dovrebbe custodire il Graal?
Si è cercato in questo caso di ricollegare questa reliquia con un’altra, altrettanto nota, conservata sempre in questa città, la Santa Sindone. Con tale aggancio storico-religioso si è cercato di dare maggiore forza, nonché vigore, a questa ipotesi, anche se la mancanza di prove dell’esistenza di un Graal torinese permane e non permette comunque di risolvere l’enigma. Si tratta ancora oggi di congetture che non sembrano aver trovato raffronti tangibili o prove circostanziali per essere verificate.
Il dubbio più importante che assilla i ricercatori viene posto nella domanda "perché prima del ’78 nessuno ha mai fatto menzione ad un Graal torinese?".
Il secondo, ed ultimo, "Sacro Catino" italiano si trova presso il Museo del Tesoro di San Lorenzo nella Cattedrale di San Lorenzo a Genova. Differente nella forma e nell’aspetto dalle raffigurazioni che il mito ci ha tramandato questo catino emana ancora oggi un alone e di mistero e di inviolabilità unici. Lavorato nel vetro per mezzo delle raffinate tecniche artigianali arabe, il catino (di circa 40 cm) venne rinvenuto nel 1101 d.C. a Cesarea durante la prima crociata (5). Si ritenne fin da subito che l’oggetto rinvenuto potesse essere stato ricavato da uno smeraldo (6) e che costituisse uno dei doni della regina di Saba a re Salomone. L’identificazione vera e propria del catino di Genova con la sacra coppa avverrà solo nel XIII secolo quando l’arcivescovo Jacopo da Varagine scriverà:

"si narra ... che in quel piatto Cristo avesse mangiato durante l’ultima cena ... che questo sia vero non possiamo saperlo ... ma non possiamo però passare sotto silenzio il fatto che in certi libri degli inglesi, si dice che quando Nicodemo tolse il corpo di Cristo dalla croce, egli raccolse il suo sangue in una stovaglia di smeraldo" (7).

Il calice venne portato in Italia da Guglielmo Embriaco per poi essere trafugato molti secoli dopo, nel 1806, dai francesi. Il suo ritorno in Italia fu abbastanza traumatico poiché, quando finalmente si riuscì a riottenerne il possesso nel 1816, si scoprì che era stato praticamente ridotto in pezzi. Solo le attente cure di una commissione appositamente istituita lo consegneranno al suo antico splendore nel 1950.
Anche nel caso del Graal di Genova esistono forti dubbi che possa essere "l’originale" utilizzato da Cristo.
Innanzitutto nel corso dei decenni passati diverse analisi compiute sulla composizione chimica del vetro avrebbero permesso di evidenziare una data di "creazione" ben posteriore a quella del periodo cristico ovvero una totale difformità artistico-archeologica con le suppellettili utilizzate nel primo secolo dopo Cristo (8).

Note:
3. A tale riguardo gli articoli "Il Santo Graal: un mistero antico duemila anni" e la seconda parte.
4. Costruita per ordine dei Savoia dopo la caduta dell’Impero napoleonico tra il 1818 ed il 1831 da Ferdinando Monsignore (1767-1843).
5. Indetta nel 1095 al Concilio di Clermont-Ferrand da Papa Urbano II.
6. Una della molteplici tradizioni sul Graal vorrebbe che il calice fosse stato ottenuto dallo smeraldo che Lucifero, durante la cacciata dal paradiso, perse cascando agli inferi.
7. Vorremmo aprire una piccola parentesi su un argomento che ci sembra estremamente interessante.
Secondo quanto affermato dall’arcivescovo Jacopo da Varagine "certi libri degli inglesi" affermerebbero che fu Nicodemo, e non Giuseppe di Arimatea, a raccogliere il sangue di Cristo nel Graal. Nicodemo e Giuseppe furono entrambi coinvolti nella deposizione di Cristo ma la tradizione ufficiale ci ha sempre presentato Giuseppe come il solo e l’unico ad aver raccolto il sangue sgorgante dalle ferite del Messia. In realtà questa tradizione risale al 1202 e venne creata da Robert de Boron nel suo "Joseph d’Arimathie, Le Roman de l’Estoire dou Graal", per fini, molto probabilmente, letterari.
8. A tale riguardo gli articoli "Il Santo Graal: un mistero antico duemila anni" e la seconda parte.
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