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n° 14 Mar./Apr. 2004

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PADRE PIO ED IL GRAAL

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San Pio da Pietralcina rappresenta, ai primordi del XXI secolo, una delle figure che maggiormente hanno affascinato il mondo cristiano. Figura venerata, ma allo stesso tempo alquanto controversa, ha lasciato nel proprio percorso segni e tracce di una vita dedicata alla santità ma anche enigmi degni del miglior mistero moderno. La figura di quest’uomo, vissuto già dalla vocazione in odore di santità e accompagnato per quasi quaranta anni dalle stigmate, ha lasciato dietro il proprio cammino un nuovo spirito riformatore per una chiesa che si era cristallizzata nel tempo e nelle ideologie.
La vicenda umana e religiosa di Padre Pio si arricchisce oggi di un ulteriore tassello delineatosi attorno ad una lettera e ad un vaso venuti alla ribalta lo scorso novembre.
Dopo anni di ricerche e studi nel novembre del 2003 Albero Festa, nipote di quel Dr. Giorgio Festa già medico inviato dalla Santa Sede per effettuare le discusse analisi sulle stigmate del frate da Pietralcina, ha annunciato il ritrovamento di una lettera autografa del Santo redatta, a quanto sembra, pochi mesi prima di morire e accompagnata da un piccolo vaso di terracotta di origine greca ma di provenienza ignota. La lettera, considerata da più come un testamento spirituale, parla in modo molto enigmatico di "...un vaso segreto, appartenuto all’apostolo Pietro, dono di Dio... e testimone dell’immensa luce..." lasciato in eredità a "...tutti i poveri... di fede".
La lettera fu inizialmente indirizzata da Padre Pio a Padre Cristoforo da Vico del Gargano, assistente del defunto Dr. Giorgio Festa, per poi passare definitivamente nelle mani di Alberto Festa.
La lettera non lascia molti spiragli di comprensione, soprattutto per ottenere dei dati oggettivi sulla reale natura del calice, ammantando ulteriormente di mistero l’intera vicenda. Non viene fatto esplicito riferimento al calice cui, nell’ultima cena, Gesù bevve e nel quale, sempre secondo la tradizione cristiana, durante la crocifissione Giuseppe di Arimatea (discepolo segreto di Cristo) avrebbe raccolto il sangue del Messia morente.
I filoni che da subito si sono delineati all’interno di questa annosa disputa hanno visto primeggiare due ipotesi principali; la prima che vede in questo calice il vero Graal quello raffiguratoci da sempre nella tradizione cristiana e nelle antiche leggende, la seconda che vede nel calice, e nel testo, solo la metafora di un messaggio che il padre di Pietralcina voleva lasciare ai suoi amici e fedeli.
Sempre secondo i sostenitori della prima ipotesi (vaso di Padre Pio = Sacro Graal) leggendo letteralmente la lettera se ne desumerebbe che il calice sarebbe passato dopo la Crocifissione nelle mani di San Pietro (Giuseppe di Arimatea dov'era finito?) per poi giungere nelle mani di San Francesco di Assisi (San Francesco, secondo una delle interpretazioni proposte, sarebbe il "padre" citato nella lettera ovvero il padre spirituale dell’Ordine Francescano cui Padre Pio faceva parte e a cui era profondamente devoto) per infine giungere nella mani del Santo di Pietralcina.
Prove a riguardo? Per ora nessuna, se si esclude la lettera stessa che comunque non fornisce dati precisi sulla natura dell’oggetto.
Se da una parte mancano prove per compiere collegamenti certi tra il manufatto e il Santo Graal, recentemente, attraverso analisi di laboratorio, è curiosamente stato confermato che il vaso, pur se di fattura greca, proviene effettivamente da Gerusalemme. Ciò potrebbe non significare niente, come ovviamente potrebbe comprovare certe attestazioni.
Dopo aver reso pubblico il manufatto e la lettera Alberto Festa ha dichiarato attraverso canali multimediali (1) di essere stato oggetto di minacce ovvero di intimidazioni. Una storia che sembra un vero rompicapo.
Sul versante opposto si sono avute numerose, ed aspre, critiche nei confronti di tali dichiarazioni compiute, coram populo, senza neanche l’avallo di autorità competenti o con la presenza di riscontri scientifici ed archeologici sul manufatto che non fossero - come è stato più volte affermato - "di parte".
Tra i primi ad aver manifestato delle riserve, velate però da una certa speranza di verifiche positive, vi è stato Padre Florio Tessari (già Postulatore Generale dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini) che, fin dalle prime dichiarazioni pubbliche, ha esortato alla massima prudenza. Al quotidiano "La Nazione" (2) ha prontamente dichiarato:

"Non ho alcun dubbio sull’autenticità dei due oggetti. La lettera è stata effettivamente scritta da Padre Pio e quel vasetto viene effettivamente da Gerusalemme, ma non mi sento di attribuire alle parole di San Pio un significato reale. Mi spiego: credo che quegli oggetti siano stati da lui descritti in modo simbolico. Cioè non credo che la ciotola che teneva nella sua stanza sia effettivamente quella con cui si bagnò le labbra nostro Signore, né che quella lucerna abbia illuminato la strada dei cristiani al Colosseo."

Dichiarazione alquanto decisa ma, ci sembra, allo stesso tempo avvolta da un alone di speranza per poter suffragare la possibile esistenza del calice di Cristo.
La dichiarazione di Padre Tessari si conclude in quella che, allora come oggi, è l’ipotesi che sembra avere trovato maggiore seguito ovvero che Padre Pio avesse a cuore quei determinati oggetti perché simbolo e parola del calvario subito da Cristo sul Golgota e che San Pio portò sempre nel proprio cuore e nella propria carne, quale simbolo e metafora di tali tribolazioni.
A distanza di ormai diversi mesi la storia sembra essere già cascata nel dimenticatoio mediatico. Non sono stati rilasciati ulteriori dati in merito né si conosce se le autorità religiose competenti abbiano compiuto analisi affidabili su tale manufatto.

Note:
1. Confronta su http://doc.blog.excite.it, lettera aperta di Alberto Festa del 29/11/2003.
2. Uscito il 27 Novembre 2003.
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